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Othmar Spann
Breve storia delle teorie economiche

Davide D'Intino, Diorama Letterario, n. 346 (novembre-dicembre 2018)
Othmar Spann
Breve storia delle teorie economiche
Davide D'Intino, Diorama Letterario, n. 346 (novembre-dicembre 2018)
OPERA
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Semisconosciuto. Un manipolo di lettori, qualche specialista e poco oltre. Se si volgesse lo sguardo sul proscenio della sociologia primonovecentesca, però, lo si vedrebbe dialogare con studiosi cui i posteri hanno concesso una platea ben più vasta. Esponente di rango della Konservative Revolution, Othmar Spann è il grande assente dai manuali di storia del pensiero politico. Il suo nome è stato associato ai tentativi di trasformazione dell’Austria in senso fascista, ma la lettura dell’interlocuzione che ebbe con il nostro Paese induce a conclusioni differenti.

La recezione dell’opera spanniana nel dibattito culturale italiano risale ai primi anni Trenta del Novecento e, sebbene non possa essere eluso lo sfondo delle relazioni diplomatiche che veicolarono le ambizioni di controllo dell’Europa danubiana a partire dal 1927, si inserisce certamente nella ricerca di un’alternativa ai due volti dell’economicismo: il capitalismo liberale e la reazione marxista.

Malgrado il docente viennese evidenziasse la cintura di protezione con la quale il fascismo aveva «salvato dalla fauci del bolscevismo non soltanto l’Italia, ma anche la Media Europa e, forse, l’Europa tutta intera»[1], il suo impegno politico fu costantemente ispirato da un orientamento pangermanista. A fine anni Venti aderì alla NSDAP[2] e dalle colonne della «Ständisches Leben» - stampata a Berlino sino al 1937 - tentò con esiti infecondi di indirizzarne la linea politica. Espresse severe riserve circa lo Ständestaat dolfussiano e, in ragione dell’orientamento grande-tedesco che caratterizzò la Scuola di Vienna da lui presieduta, venne allontanato dalla Heimwehr per mano del principe Starhemberg[3].

La permanenza a Dachau con il figlio Raphael e l’allievo Walter Heinrich, infatti, non fu determinata dalla difesa dei confini austriaci, che immaginò potessero trovare un amalgama con quelli germanici, ma dalle divergenze dottrinarie che lo indussero a polemizzare con i vertici ideologici del Terzo Reich. E in tal senso, l’Anschluss fu solo il pretesto per tacerne il pensiero.

La consistenza di questa «direzione tedesca» rende poco convincente il rilievo secondo cui la «fortuna dell’opera di Othmar Spann in Italia sarebbe il punto di avvio»[4], sul piano intellettuale, dell’individuazione di «diversi canali e ambienti nella vita politica e sociale austriaca che fecero da intermediari nei confronti dell’influenza fascista»[5].

Il rapporto con l’ambiente di Carlo Costamagna va allora inquadrato nel decorso della grande depressione. E il leitmotiv che ne animò la prosa fu il tentativo di esercitare un’influenza nell’impianto dottrinario di un regime che, affermatosi sul terreno della prassi senza la codificazione sistematica delle fisionomie ideologiche, era ancora mosso da un «indirizzo teorico e (..) premesse concettuali (..) essenzialmente individualistiche»[6]. Gli interlocutori italiani vennero convocati alla fondazione di una teoria economica universalista: votata a non cominciare la propria indagine dal singolo atomo concepito come entità a se stante e ad espungere le sedimenta della dottrina individualista. Avverso al centralismo statolatrico e fautore di un ordinamento cetuale proporzionato secondo i canoni della giustizia distributiva[7], il filosofo austriaco era provvisto dell’acume per comprendere quanto sia corto il fiato di chi intenda imporre dall’alto un comando antitetico alla forma mentis della classe dirigente.

Su questo versante, propizierà la traduzione della Die Haupttheorien der Volkswirtschaftslehre (1911), pubblicata per i tipi della Sansoni nel Trentasei e recentemente riproposta dalla Oaks editrice sotto il titolo di Breve storia delle teorie economiche.

Sin dall’incipit viene chiarito l’approccio metodologico che ne innerva l’analisi; e al lettore non potrà sfuggire il riferimento implicito alla disputa sulla Wertfreiheit che caratterizzò la Methodenstreit con i “socialisti della cattedra” e contrappose il teorico della Ganzheit a Max Weber e Werner Sombart. Come sappiamo da Giovanni Franchi – che, peraltro, ha ricostruito il suo tentativo di rifondare le scienze sociali in senso «interico» o antiriduzionista –, si trattò di una tappa significativa per l’itinerario intellettuale dell’autore: sottese la fondazione del suo statuto epistemologico e, nella dicotomia fra universalismo ed individualismo che implica l’intera traiettoria del testo, richiamò la necessità dell’elemento teleologico nella ricerca scientifica[8]. La dottrina dell’interezza, dunque, non concepisce scienza senza astrazione e supera la distinzione gnoseologica tra essere e dover-essere.


Nel prontuario spanniano il capitalismo viene decostruito ripercorrendone diacronicamente la parabola e rintracciando, nel processo di emancipazione dell’economia dai vincoli morali-religiosi, il trauma da cui venne innescata l’espansione inesausta dello spirito acquisitivo.

Quest’appetito che diede forza alla ragione utilitaria, in minima parte presente nelle economie antiche o, impiegando il lessico del viennese, organiche, tese a radicarsi nel plesso economico sino a fagocitare l’intera dimensione politica.

Platone e Aristotele lo inducono a registrare la tensione metafisica della Politeia e il carattere prevalentemente domestico dell’economia, evocandone il significato etimologico e relegandola in una posizione di necessaria subalternità. La lettura dei pensatori classici viene filtrata dall’incontro con la Scolastica ed espressa dalla parafrasi di San Tommaso: l’Aquinate concepì l’economia in rapporto alla giustizia e disegnò un ordinamento gerarchico di partecipazioni orientate al bene comune. Proprio nella speculazione tomista, ci sembra, va individuato il ganglio da cui trae origine l’ancoraggio metafisico che informa il sistema spanniano, e che lo porta a stigmatizzare senza reticenze le dottrine contrattualiste.

Un passaggio decisivo dell’esposizione è rappresentato dalle tendenze centripete che sradicarono il tessuto connettivo dell’economia medievale, la cui articolazione corporativa aveva utilmente ostacolato l’espansione dell’economia monetaria. Di conseguenza, il denaro fu alloggiato ai piani superiori dell’edificio statale, gli venne conferita una «supervalutazione» e furono incentivate le esportazioni commerciali. In quella temperie, le esigenze di riproduzione del capitale trovarono una valvola di sfogo nella necessità che si sviluppasse la grande industria. E Spann, che non batte mai un tracciato economico stricto sensu, pur descrivendo tecnicamente il ruolo della bilancia commerciale e il significato del denaro, informando il lettore con notizie su scuole, autori e letteratura corrispondente, legge il mercantilismo primariamente come un fatto politico e ne denuncia l’avidità accentratrice che fa il paio con l’onnipotenza statalista.

Sono pagine, quelle spanniane, in cui l’analisi critica si confonde con incisi valutativi e prescrizioni normative: dall’inchiostro trasuda tutto il pathos di un impegno intellettuale militante. La cifra di questa lotta «contro visioni del mondo e della vita materiale di cui Spann vede la pericolosità»[9] e che cerca di combattere «nella sua veste di docente, ossia come scienziato, non tanto nella fugace quotidianità della vita politica»[10], è espressa dalla descrizione dell’antagonismo tra il diritto naturale sopraindividuale e quello giusnaturalista. Contro il secondo vengono schierati, tra gli altri, Eraclito, Platone, Aristotele, Tommaso d’Aquino, Hegel e i romantici.

Sono testimonianze di un ordinamento trascendente, traente dall’alto la propria legittimità: il diritto positivo, cioè, ha valore soltanto nella misura in cui partecipa alla volontà divina. Gli esponenti del contrattualismo, invece, compirono un’inversione di polarità, travasando l’auctoritas sul fondo della polis. Nel breve spazio di una recensione, si potrà sollecitare la riflessione almeno su due aspetti: la destituzione del principe operata da Ugo Grozio, che pensò la volontà del cittadino come base dello stato, e «l’importanza del lavoro umano come fattore determinante del valore», suscitata da John Locke ed elaborata dagli economisti classici.

Spann giunge così al sistema fisiocratico e definisce François Quesnay «il vero fondatore dell’economia politica come scienza sistematica e nello stesso tempo il fondatore dell’individualismo nella scienza economica». In quel frangente, il genoma illuminista cominciò a manifestarsi con notevole irruenza: l’egoismo venne «considerato come un postulato conforme al diritto naturale economico» e, così come la natura, si pensò l’economia politica come «determinata da forze che agiscono ciecamente, da leggi di origine meccanica». La tutela degli interessi centrifughi, perseguiti da cittadini dotati di diritti individuali inalienabili, di conseguenza, accompagnò sull’altare quell’idea del laissez faire da cui gli attuali cultori della disciplina non hanno ancora celebrato il divorzio.

Dalle tinte fosche del pensiero fisiocratico, si fece strada l’assunto smithiano secondo cui è produttivo soltanto quel lavoro che genera beni materiali e prelude lo scambio sul mercato. «La ricchezza di un popolo è tanto più grande» - scrive Spann parafrasando lo scozzese - «quanto minore è il numero degli oziosi». Politici, scienziati, insegnanti e artisti vennero collocati senza remore in questo status d’improduttività. L’utilitarismo societario cui lo iniziò Hume, e il postulato di un’economia regolata da leggi non alterabili secondo influenze esterne al suo dominio meccanico, d’altronde, non poté che condurlo a queste prosaiche conclusioni. E «lo staccare l’economia da ogni rapporto vivo con la società e con il mondo delle idee» fu pure un elemento cardine della speculazione di un suo stretto sodale: David Ricardo.

La teoria smith-ricardiana volle «spiegare la produzione e la distribuzione dei beni attraverso la determinazione del valore e del prezzo», ma cosi come il discepolo di Socrate eresse il proprio magistero in opposizione ai Sofisti, lo «spirito tedesco» riportò in auge un concetto universalista di economia e società. Fichte concepì l’uomo come «membro di una pluralità, cioè di una comunione spirituale», e il romanticismo impresse nuova coscienza a questa filosofia, permeando tutti i campi della vita, dall’arte alle scienze, passando per tutte le espressioni intermedie.

Tra le tessere di questo mosaico troviamo un Friedrich List, parzialmente apprezzato da Spann, ma soprattutto il Novalis della Die Christenheit oder Europa, che egli considera un precursore di Müller e di cui elogia l’ascendenza teocratica; facendo riferimento, indirettamente, al motivo portante di tutta la sua analisi. La punta di diamante del movimento viene inequivocabilmente declamata: il «merito immortale» di Adam Müller consistette «nell’aver per il primo nella storia moderna e in mezzo al trionfante spirito individualistico, escogitato una concezione organica universalista dell’economia e contrapposto agli errori del Quesnay e dello Smith dei principi sicuri, delle verità imperiture che scaturivano dalla profondità di un intuito geniale ed ardente». Lo stesso intuito di cui era sprovvisto, ai suo occhi, quel Karl Marx che descrisse «ogni spiritualità come una pura funzione economica», e, passando per Feurbach, cambiò segno al procedimento dialettico hegeliano. Nella parzialità di una spiegazione monocausale «non è la coscienza degli uomini che determina il loro essere, ma sono viceversa le loro condizioni sociali quelle che ne determinano la coscienza».

La clemenza di far dire all’autore de Il Capitale che «l’ideale non è nient’altro che la materialità trasportata nella mente dell’uomo» viene compensata dalla perspicacia di richiamare l’asserzione eckehartiana: «per prima cosa bisogna sapere che il saggio e la saggezza, che il buono e la bontà si guardano negli occhi», e cioè – soggiunge Spann - «la saggezza e la bontà hanno una esistenza indipendente anche da ogni economia». Secondo Marx, invece, religione, filosofia, arte, politica e giurisdizione sono nient’altro che elementi sovrastrutturali con cui la classe egemone sublima il proprio potere economico, ottundendo le capacità critiche degli oppressi e conculcandone le potenzialità rivoluzionarie. In quest’ottica, la dinamica storica è caratterizzata da rapporti tra classi sociali in irriducibile antagonismo, e il rapporto dialettico tra proprietari dei mezzi di produzione e lavoro salariato dà luogo ad una sintesi rivoluzionaria ineluttabile. L’estensore de Le mistificazioni del marxismo la definisce «un’utopia anarchica».

La critica marxiana è letta da Spann come un riflesso condizionato della teoria economica classica e coinvolta nell’opposizione tra individualisti e universalisti: mentre i primi «partono dal valore e dal prezzo», i secondi «dalla prestazione e dall’ordine in cui si organizza la totalità delle prestazioni». L’idea che la ricchezza di un Paese derivi dalla «semplice somma dei beni materiali» e il valore di una merce dal tempo di lavoro in essa oggettivato dall’operaio soggiace alle medesime obiezioni mosse a Smith e Ricardo: «si basa su di un valore puramente materiale (la quantità di lavoro)» e non riconosce che «il valore è legato alla funzione, al raggiungimento di uno scopo».

Per Spann, inoltre, la nozione di plusvalore è in contrasto con la legge di concentrazione del capitale: se il profitto del capitalista deriva dall’appropriazione di lavoro non pagato - ovvero le ore di lavoro in cui l’operaio, dopo aver restituito il capitale anticipatogli e prodotto quanto necessario al proprio sostentamento, lavora senza remunerazione -, la eliminazione del capitale variabile priverebbe l’imprenditore «della sorgente del plusvalore».

Alla luce di queste considerazioni si colgono le ragioni, tutte politiche, che hanno limitato l’accoglienza della letteratura spanniana. Un ostracismo, per certi versi, condiviso con Julius Evola, che pure ebbe con lui una collaborazione significativa, e che appare, da un punto di vista scientifico, del tutto ingiustificato, data l’alta qualità della sua elaborazione teorica.

Davide D'Intino

Note:

1. O. Spann, Istinto e coscienza nella storia del Fascismo, in «Lo Stato», novembre-dicembre 1932, ora in G. Franchi (a cura di), Lo Stato Organico, Settimo Sigillo, Roma 1997, p.21.

2. Cfr. O. Spann, Breve storia delle teorie economiche, Oaks, Milano 2018, pp. 13-14.

3. Cfr. G. Franchi, La filosofia sociale di Othmar Spann, Jouvence, Roma 2002, p.13.

4. Cfr. E. Collotti, Fascismo e Heimwehren: la lotta antisocialista nella crisi della prima repubblica austriaca, in «Rivista di Storia Contemporanea», luglio 1983, p. 303.

5. Cfr. ibidem, p.302.

6. Cfr. G. Franchi (a cura di), Lo Stato Organico, cit. pp. 23-24.

7. Cfr. O. Spann, Der wahre Staat, Leipzig, 1921, trad. it., Il vero Stato, Ar, Padova 1982-87, 3 volumi.

8. Cfr. G. Franchi, Bonum Ordinis, Nuova Cultura, Roma 2011, pp. 37-38.

9. M. Conetti, Le corporazioni medievali come alternativa al capitalismo negli scritti militanti di Othmar Spann, in G. Franchi (a cura di), La scienza dell’intero, Nuova Cultura, Roma 2012, p. 35.

10. J.H. Pichler, Othmar Spann: la sua opera e il suo magistero, in G. Franchi (a cura di), La scienza dell’intero, Nuova Cultura, Roma 2012, p. 15.
Semisconosciuto. Un manipolo di lettori, qualche specialista e poco oltre. Se si volgesse lo sguardo sul proscenio della sociologia primonovecentesca, però, lo si vedrebbe dialogare con studiosi cui i posteri hanno concesso una platea ben più vasta. Esponente di rango della Konservative Revolution, Othmar Spann è il grande assente dai manuali di storia del pensiero politico. Il suo nome è stato associato ai tentativi di trasformazione dell’Austria in senso fascista, ma la lettura dell’interlocuzione che ebbe con il nostro Paese induce a conclusioni differenti.

La recezione dell’opera spanniana nel dibattito culturale italiano risale ai primi anni Trenta del Novecento e, sebbene non possa essere eluso lo sfondo delle relazioni diplomatiche che veicolarono le ambizioni di controllo dell’Europa danubiana a partire dal 1927, si inserisce certamente nella ricerca di un’alternativa ai due volti dell’economicismo: il capitalismo liberale e la reazione marxista.

Malgrado il docente viennese evidenziasse la cintura di protezione con la quale il fascismo aveva «salvato dalla fauci del bolscevismo non soltanto l’Italia, ma anche la Media Europa e, forse, l’Europa tutta intera»[1], il suo impegno politico fu costantemente ispirato da un orientamento pangermanista. A fine anni Venti aderì alla NSDAP[2] e dalle colonne della «Ständisches Leben» - stampata a Berlino sino al 1937 - tentò con esiti infecondi di indirizzarne la linea politica. Espresse severe riserve circa lo Ständestaat dolfussiano e, in ragione dell’orientamento grande-tedesco che caratterizzò la Scuola di Vienna da lui presieduta, venne allontanato dalla Heimwehr per mano del principe Starhemberg[3].

La permanenza a Dachau con il figlio Raphael e l’allievo Walter Heinrich, infatti, non fu determinata dalla difesa dei confini austriaci, che immaginò potessero trovare un amalgama con quelli germanici, ma dalle divergenze dottrinarie che lo indussero a polemizzare con i vertici ideologici del Terzo Reich. E in tal senso, l’Anschluss fu solo il pretesto per tacerne il pensiero.

La consistenza di questa «direzione tedesca» rende poco convincente il rilievo secondo cui la «fortuna dell’opera di Othmar Spann in Italia sarebbe il punto di avvio»[4], sul piano intellettuale, dell’individuazione di «diversi canali e ambienti nella vita politica e sociale austriaca che fecero da intermediari nei confronti dell’influenza fascista»[5].

Il rapporto con l’ambiente di Carlo Costamagna va allora inquadrato nel decorso della grande depressione. E il leitmotiv che ne animò la prosa fu il tentativo di esercitare un’influenza nell’impianto dottrinario di un regime che, affermatosi sul terreno della prassi senza la codificazione sistematica delle fisionomie ideologiche, era ancora mosso da un «indirizzo teorico e (..) premesse concettuali (..) essenzialmente individualistiche»[6]. Gli interlocutori italiani vennero convocati alla fondazione di una teoria economica universalista: votata a non cominciare la propria indagine dal singolo atomo concepito come entità a se stante e ad espungere le sedimenta della dottrina individualista. Avverso al centralismo statolatrico e fautore di un ordinamento cetuale proporzionato secondo i canoni della giustizia distributiva[7], il filosofo austriaco era provvisto dell’acume per comprendere quanto sia corto il fiato di chi intenda imporre dall’alto un comando antitetico alla forma mentis della classe dirigente.

Su questo versante, propizierà la traduzione della Die Haupttheorien der Volkswirtschaftslehre (1911), pubblicata per i tipi della Sansoni nel Trentasei e recentemente riproposta dalla Oaks editrice sotto il titolo di Breve storia delle teorie economiche.

Sin dall’incipit viene chiarito l’approccio metodologico che ne innerva l’analisi; e al lettore non potrà sfuggire il riferimento implicito alla disputa sulla Wertfreiheit che caratterizzò la Methodenstreit con i “socialisti della cattedra” e contrappose il teorico della Ganzheit a Max Weber e Werner Sombart. Come sappiamo da Giovanni Franchi – che, peraltro, ha ricostruito il suo tentativo di rifondare le scienze sociali in senso «interico» o antiriduzionista –, si trattò di una tappa significativa per l’itinerario intellettuale dell’autore: sottese la fondazione del suo statuto epistemologico e, nella dicotomia fra universalismo ed individualismo che implica l’intera traiettoria del testo, richiamò la necessità dell’elemento teleologico nella ricerca scientifica[8]. La dottrina dell’interezza, dunque, non concepisce scienza senza astrazione e supera la distinzione gnoseologica tra essere e dover-essere.

Nel prontuario spanniano il capitalismo viene decostruito ripercorrendone diacronicamente la parabola e rintracciando, nel processo di emancipazione dell’economia dai vincoli morali-religiosi, il trauma da cui venne innescata l’espansione inesausta dello spirito acquisitivo.
Quest’appetito che diede forza alla ragione utilitaria, in minima parte presente nelle economie antiche o, impiegando il lessico del viennese, organiche, tese a radicarsi nel plesso economico sino a fagocitare l’intera dimensione politica.

Platone e Aristotele lo inducono a registrare la tensione metafisica della Politeia e il carattere prevalentemente domestico dell’economia, evocandone il significato etimologico e relegandola in una posizione di necessaria subalternità. La lettura dei pensatori classici viene filtrata dall’incontro con la Scolastica ed espressa dalla parafrasi di San Tommaso: l’Aquinate concepì l’economia in rapporto alla giustizia e disegnò un ordinamento gerarchico di partecipazioni orientate al bene comune. Proprio nella speculazione tomista, ci sembra, va individuato il ganglio da cui trae origine l’ancoraggio metafisico che informa il sistema spanniano, e che lo porta a stigmatizzare senza reticenze le dottrine contrattualiste.

Un passaggio decisivo dell’esposizione è rappresentato dalle tendenze centripete che sradicarono il tessuto connettivo dell’economia medievale, la cui articolazione corporativa aveva utilmente ostacolato l’espansione dell’economia monetaria. Di conseguenza, il denaro fu alloggiato ai piani superiori dell’edificio statale, gli venne conferita una «supervalutazione» e furono incentivate le esportazioni commerciali. In quella temperie, le esigenze di riproduzione del capitale trovarono una valvola di sfogo nella necessità che si sviluppasse la grande industria. E Spann, che non batte mai un tracciato economico stricto sensu, pur descrivendo tecnicamente il ruolo della bilancia commerciale e il significato del denaro, informando il lettore con notizie su scuole, autori e letteratura corrispondente, legge il mercantilismo primariamente come un fatto politico e ne denuncia l’avidità accentratrice che fa il paio con l’onnipotenza statalista.

Sono pagine, quelle spanniane, in cui l’analisi critica si confonde con incisi valutativi e prescrizioni normative: dall’inchiostro trasuda tutto il pathos di un impegno intellettuale militante. La cifra di questa lotta «contro visioni del mondo e della vita materiale di cui Spann vede la pericolosità»[9] e che cerca di combattere «nella sua veste di docente, ossia come scienziato, non tanto nella fugace quotidianità della vita politica»[10], è espressa dalla descrizione dell’antagonismo tra il diritto naturale sopraindividuale e quello giusnaturalista. Contro il secondo vengono schierati, tra gli altri, Eraclito, Platone, Aristotele, Tommaso d’Aquino, Hegel e i romantici.

Sono testimonianze di un ordinamento trascendente, traente dall’alto la propria legittimità: il diritto positivo, cioè, ha valore soltanto nella misura in cui partecipa alla volontà divina. Gli esponenti del contrattualismo, invece, compirono un’inversione di polarità, travasando l’auctoritas sul fondo della polis. Nel breve spazio di una recensione, si potrà sollecitare la riflessione almeno su due aspetti: la destituzione del principe operata da Ugo Grozio, che pensò la volontà del cittadino come base dello stato, e «l’importanza del lavoro umano come fattore determinante del valore», suscitata da John Locke ed elaborata dagli economisti classici.

Spann giunge così al sistema fisiocratico e definisce François Quesnay «il vero fondatore dell’economia politica come scienza sistematica e nello stesso tempo il fondatore dell’individualismo nella scienza economica». In quel frangente, il genoma illuminista cominciò a manifestarsi con notevole irruenza: l’egoismo venne «considerato come un postulato conforme al diritto naturale economico» e, così come la natura, si pensò l’economia politica come «determinata da forze che agiscono ciecamente, da leggi di origine meccanica». La tutela degli interessi centrifughi, perseguiti da cittadini dotati di diritti individuali inalienabili, di conseguenza, accompagnò sull’altare quell’idea del laissez faire da cui gli attuali cultori della disciplina non hanno ancora celebrato il divorzio.

Dalle tinte fosche del pensiero fisiocratico, si fece strada l’assunto smithiano secondo cui è produttivo soltanto quel lavoro che genera beni materiali e prelude lo scambio sul mercato. «La ricchezza di un popolo è tanto più grande» - scrive Spann parafrasando lo scozzese - «quanto minore è il numero degli oziosi». Politici, scienziati, insegnanti e artisti vennero collocati senza remore in questo status d’improduttività. L’utilitarismo societario cui lo iniziò Hume, e il postulato di un’economia regolata da leggi non alterabili secondo influenze esterne al suo dominio meccanico, d’altronde, non poté che condurlo a queste prosaiche conclusioni. E «lo staccare l’economia da ogni rapporto vivo con la società e con il mondo delle idee» fu pure un elemento cardine della speculazione di un suo stretto sodale: David Ricardo.

La teoria smith-ricardiana volle «spiegare la produzione e la distribuzione dei beni attraverso la determinazione del valore e del prezzo», ma cosi come il discepolo di Socrate eresse il proprio magistero in opposizione ai Sofisti, lo «spirito tedesco» riportò in auge un concetto universalista di economia e società. Fichte concepì l’uomo come «membro di una pluralità, cioè di una comunione spirituale», e il romanticismo impresse nuova coscienza a questa filosofia, permeando tutti i campi della vita, dall’arte alle scienze, passando per tutte le espressioni intermedie.

Tra le tessere di questo mosaico troviamo un Friedrich List, parzialmente apprezzato da Spann, ma soprattutto il Novalis della Die Christenheit oder Europa, che egli considera un precursore di Müller e di cui elogia l’ascendenza teocratica; facendo riferimento, indirettamente, al motivo portante di tutta la sua analisi. La punta di diamante del movimento viene inequivocabilmente declamata: il «merito immortale» di Adam Müller consistette «nell’aver per il primo nella storia moderna e in mezzo al trionfante spirito individualistico, escogitato una concezione organica universalista dell’economia e contrapposto agli errori del Quesnay e dello Smith dei principi sicuri, delle verità imperiture che scaturivano dalla profondità di un intuito geniale ed ardente». Lo stesso intuito di cui era sprovvisto, ai suo occhi, quel Karl Marx che descrisse «ogni spiritualità come una pura funzione economica», e, passando per Feurbach, cambiò segno al procedimento dialettico hegeliano. Nella parzialità di una spiegazione monocausale «non è la coscienza degli uomini che determina il loro essere, ma sono viceversa le loro condizioni sociali quelle che ne determinano la coscienza».

La clemenza di far dire all’autore de Il Capitale che «l’ideale non è nient’altro che la materialità trasportata nella mente dell’uomo» viene compensata dalla perspicacia di richiamare l’asserzione eckehartiana: «per prima cosa bisogna sapere che il saggio e la saggezza, che il buono e la bontà si guardano negli occhi», e cioè – soggiunge Spann - «la saggezza e la bontà hanno una esistenza indipendente anche da ogni economia». Secondo Marx, invece, religione, filosofia, arte, politica e giurisdizione sono nient’altro che elementi sovrastrutturali con cui la classe egemone sublima il proprio potere economico, ottundendo le capacità critiche degli oppressi e conculcandone le potenzialità rivoluzionarie. In quest’ottica, la dinamica storica è caratterizzata da rapporti tra classi sociali in irriducibile antagonismo, e il rapporto dialettico tra proprietari dei mezzi di produzione e lavoro salariato dà luogo ad una sintesi rivoluzionaria ineluttabile. L’estensore de Le mistificazioni del marxismo la definisce «un’utopia anarchica».

La critica marxiana è letta da Spann come un riflesso condizionato della teoria economica classica e coinvolta nell’opposizione tra individualisti e universalisti: mentre i primi «partono dal valore e dal prezzo», i secondi «dalla prestazione e dall’ordine in cui si organizza la totalità delle prestazioni». L’idea che la ricchezza di un Paese derivi dalla «semplice somma dei beni materiali» e il valore di una merce dal tempo di lavoro in essa oggettivato dall’operaio soggiace alle medesime obiezioni mosse a Smith e Ricardo: «si basa su di un valore puramente materiale (la quantità di lavoro)» e non riconosce che «il valore è legato alla funzione, al raggiungimento di uno scopo».

Per Spann, inoltre, la nozione di plusvalore è in contrasto con la legge di concentrazione del capitale: se il profitto del capitalista deriva dall’appropriazione di lavoro non pagato - ovvero le ore di lavoro in cui l’operaio, dopo aver restituito il capitale anticipatogli e prodotto quanto necessario al proprio sostentamento, lavora senza remunerazione -, la eliminazione del capitale variabile priverebbe l’imprenditore «della sorgente del plusvalore».

Alla luce di queste considerazioni si colgono le ragioni, tutte politiche, che hanno limitato l’accoglienza della letteratura spanniana. Un ostracismo, per certi versi, condiviso con Julius Evola, che pure ebbe con lui una collaborazione significativa, e che appare, da un punto di vista scientifico, del tutto ingiustificato, data l’alta qualità della sua elaborazione teorica.

Davide D'Intino

Note:

1. O. Spann, Istinto e coscienza nella storia del Fascismo, in «Lo Stato», novembre-dicembre 1932, ora in G. Franchi (a cura di), Lo Stato Organico, Settimo Sigillo, Roma 1997, p.21.

2. Cfr. O. Spann, Breve storia delle teorie economiche, Oaks, Milano 2018, pp. 13-14.

3. Cfr. G. Franchi, La filosofia sociale di Othmar Spann, Jouvence, Roma 2002, p.13.

4. Cfr. E. Collotti, Fascismo e Heimwehren: la lotta antisocialista nella crisi della prima repubblica austriaca, in «Rivista di Storia Contemporanea», luglio 1983, p. 303.

5. Cfr. ibidem, p.302.

6. Cfr. G. Franchi (a cura di), Lo Stato Organico, cit. pp. 23-24.

7. Cfr. O. Spann, Der wahre Staat, Leipzig, 1921, trad. it., Il vero Stato, Ar, Padova 1982-87, 3 volumi.

8. Cfr. G. Franchi, Bonum Ordinis, Nuova Cultura, Roma 2011, pp. 37-38.

9. M. Conetti, Le corporazioni medievali come alternativa al capitalismo negli scritti militanti di Othmar Spann, in G. Franchi (a cura di), La scienza dell’intero, Nuova Cultura, Roma 2012, p. 35.

10. J.H. Pichler, Othmar Spann: la sua opera e il suo magistero, in G. Franchi (a cura di), La scienza dell’intero, Nuova Cultura, Roma 2012, p. 15.
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