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L’utile idiozia del complotto permanente
18 Agosto 2020
L’utile idiozia del complotto permanente
18 Agosto 2020
RES GESTAE
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A ogni compulsante piè sospinto lungo la Tabula Peutingeriana del ramificato pubblico nostro opinare, non si dà cippo che, accanto all’iscrizione consolare o imperiale, accosto ossia alla voce ufficiale del Potere, non riverberi l’eco degli esclusi da essa purpurea e pretesta ombra. Non deflagra materia, non sboccia manifestazione, non s’effonde morbo che non rechi seco, nell’agoramane propaggine “social” anzitutto, il contro-canto evocante il “Complotto del Potere”.

L’immediatezza e la ferrea regolarità dell’elevazione di essa epiclesi contrappuntistica consentirebbe liceità definitoria a colui che ravvisasse in questo fenomeno tipico del nostro mondo financo la genesi di un nuovo bio-tipo rivoluzionario, il “complottista di professione”, seguace della catechesi neo-trotskista che predica il “complotto permanente”.

Non è certo volontà di chi parimenti pubblicamente opina dalle pagine di questo spazio di dichiarata Opposizione al Potere del nostro Tempo, non anzitutto presupporre presso mendacità la dimora di ogni enunciazione apofantica espressa dai suoi pan-riverberativi aedi.

Tutt’al contrario, lo stesso nostro indicare al singolare il Potere, lo stesso nostro altresì dichiarare compattezza di monade nella sua narrazione, assiologica prima ancora che ermeneutico-evenemenziale, concute nell’aprico il nostro stendardo di battaglia, e innalzare atro vessillo di contesa al Potere significa certamente tentare di “rivolgerlo”.

E, nondimeno, ci sentiamo chiamati, nell’assistere all’ennesima proclamazione del complotto relativamente al darsi di una pandemia che sembra non ancora recede neppure in questa pienezza d’estate, a precisare quanto segue, e ci sentiamo chiamati, con Turno, a compiere essa dipanazione gordiana, proprio per non renderci correi dell’intrinseca e costitutiva illaqueazione del pubblico discorso che precisamente esso Potere, prole di Drance, essenzialmente e politropo e presto di favella molto, sistematicamente compie:

  1. Indicare costantemente il dimorare presso F di ogni proposizione in cui il Discorso del Potere compie asserzione circa l’accadere particolare e molteplice dell’Essere, conferisce immediatamente, da un lato, alla negazione di ogni affermazione compiuta dal Potere il crisma di V, dall’altro, bicondizionalmente, a ogni affermazione compiuta dal Potere lo stigma di N, ossia imprime il carattere della Necessità al Mondo, epperò si dimostra consentaneo e non discorde, si dirà, proprio all’essenza della nostra Era e del suo Potere (non si commetta l’ingenuità di pensare al nostro presente, ovvero al tempo del relativismo, dell’indebolimento gaio della Necessità, della destrutturazione, dell’interpretazione etc…, come all’epoca del trionfo della Contingenza: il progressivo annichilimento della soglia distintiva, della verticalità, del potere che discrimina e traccia il solco, conduce precisamente alla configurazione dell’Essere eleatica; la Necessità è compattezza impartibile e la Contingenza autentica s’immorsa sull’inconcussione trascendentale del Limite inseitale [κρίνω] [la Contingenza originaria non può essere se non anzitutto pre-supponendo l’impressione estrema del carattere della Necessità allo stare del sé, e precisamente ciò si offre quale autentica Necessità: l’essere {Sein} o lo stare della Contingenza-in-sé, a punto trascendentalmente, presso il processo {Sollen} che conduce il proprio stare o essere com-piutamente {Émpleón Eóntos, Syn–echés, A–kíneton} in ultimo presso Necessità-in-sé]).

  2. Non alcun Potere può essere se non potendo, se non epperò (anche) potendo dominare l’ufficialità del pubblico discorso e i suoi mezzi di propalazione, dall’esergo numismatico di Augusto ai broadcaster yankee.
Quale, dunque, più rivoluzionario antagonismo possiamo mai adergere contro detto peculiare Potere liquido e omni-avvolgente se non:
  1. Non mai deporre, nell’immanente oscillazione (Epamphoterizein) tra V e F degli enunciati attraverso i quali si dà deissi alla Seinsgeschichte, l’afferramento (Herrschaft) – autenticamente antropico – dello scettro della de-cisione che dis-crimina (non mai epperò, egualmente, sotto altri riguardi, anteporre lo stare deuteriore della Necessità all’originarietà della Contingenza, non mai ossia obliare, ulteriormente a pro-clamarsi, l’autenticità omnifondativa della Necessità quale Processo di impressione apofatico-contraddistintiva del carattere del necessario a ciò che, autoctico, estremamente si pro-tende da principio Contingenza assoluta o Pro-lessi in-sé [= Ipo-tesi, Pre-sub-posizione etc...]).

  2. Costantemente domandare “che cos’è (ti estì) questo Potere”, ebbene quale sia la sua essenza distintiva, quale il contenuto univoco della sua identità, nonché quale sia il suo scopo, compito e destino in seno alla Deuteriorità contro-figurazionalmente plurivoca.

Si principi pertanto dall’interrogazione che chiede dell’inseità dell’haecceitas, per giungere in ultimo a de-cretare la dimora, presso V o F, delle affermazioni (del Contro-potere) che negano la veridicità delle affermazioni ufficiali (del Potere) circa l’attuale nostro orizzonte pandemico.

Ebbene, preposto che l’identità storica “Potere”, nell’avanguardia del presente nostro, è data, come ogni altra onto-medesimezza, dalla teoria di tutte le sue diverse declinazioni diacronotopicamente datesi sin lì, non possiamo non iniziare, nel tentativo di perimetrazione eidetica di esso specifico Potere ora in atto, con l’incrociare divergenze e convergenze sue rispetto a detta teoria epifenomenica del categoriale astratto dispiegatasi nello spazio distante e nel tempo differente.

Si è anticipato come sia consustanziale al Potere la volontà di conservarsi, d’essere-ancora, ossia di perpetuarsi nell’essere giacché se stesso: il Potere rappresenta una determinata e circoscritta configurazione dell’Essere o dell’Atto, uno specifico Nomos del Erde, un peculiare ordinamento politico e sociale, il cui scopo principale è appunto il detenere presso attualità ed esistenza detta particolare struttura di vigenza. Non concute anime se non candite epperò il sapere della sua volontà di ricorrere a ogni mezzo per adempiere a questo primario compito: sopravvivere. E, giacché spesso convincere è più “efficiente” rispetto a coercire, la volontà del Potere di dominare il discorso che produce consenso non appare parimenti scuotere petti fermi. Tuttavia, non si deve confondere la volontà del Potere (gentivo soggettivo) d’essere-ancora con la Volontà-di-Potere (genitivo oggettivo): essere, per il Potere, significa semplicemente mantenere lo status quo, ovvero, ancora, la configurazione dell’Atto in cui ha potenza, validità, significa cioè meramente per-sistere; per la Volontà-di-potere, invece, essere significa sì, parimenti, e per necessità, mantenersi nell’Atto, esser-ci, ma essere in atto giacché Volontà-di-potere significa accrescersi continuamente, ossia volere sempre più Potere, più Potenza: ogni determinato Potere, pertanto, vuole necessariamente essere-ancora, ma non necessariamente vuole – sempre – incrementarsi o intensificarsi. Il Potere ha fondamento nell’Atto, nell’Essere; la Volontà-di-potere nella Potenza, nel Dover-essere.

Il Potere-in-sé, altrimenti a dirsi, non ha nel proprio perimetro eidetico categoriale – non ha ovvero nella coalescenza ipseitale che pertiene con cogenza il sé al sé distinguendolo dall’altro tutto distendentesi oltre la puntuale adunazione del se stesso – l’Aoristia: è piuttosto questo nostro particolare potere, lo si dirà, a stagliarsi giacché immorsato all’Indeterminatezza.

Il Potere si esercita, infatti, primariamente, entro una determinata “giurisdizione” o partizione del tutto: Nómos è anzitutto divisione tra ciò su cui ho facoltà di cenno diale e ciò su cui non si estende il mio banno. Ecco pertanto la prima peculiarità che discrimina e appropria a sé il Potere del nostro tempo: la sua Marca è il Tutto. Sfido il cortese lettore a ritrovare entro la vicenda antropica un altro tempo in cui il Mondo fosse Uno.

Quale riflessione inferenziale circa la natura del Potere qui escusso ci induce dunque a compiere la dichiarazione di inaudizione storica dell’Unità del Mondo contemporaneo? Ebbene, lo si affermi, anzitutto, demandando ad altri e ulteriori nostri luoghi (Erörterung) l’esplicitazione dei fondamenti: l’essenza del nostro Tempo è precisamente l’Indistinzione, la costitutiva avversione ovvero a ogni partizione identitaria, prima di tutto giurisdizionale. La pertinenza del Potere in essa epoca dantesi non può che dunque estendersi oltre ogni limitazione spaziale.

Non possiamo, a questo punto, ricostruire i sentieri enantio-dromici e coimplicantisi del Destino e della Storia, della Notte e del Giorno, dell’Originario e dell’Uomo, non possiamo altresì se non abissalmente indicare la necessità che l’Originario endiadico incontri la contro Era deuteriore dell’Eterno, e in essa l’epoca faustiana o contro-apollinea, ove lo Smisurato migra dall’Essere al Divenire, dall’Orizzonte all’Io, e qui il tempo della sua civilizzazione ultima o contro-Civiltà, in cui il pastore della Quantità indistinta giunge a profligare ogni Pomerium.

Aggrappandoci dunque alla sclerosi identitaria testé tracciata a preliminarmente perimetrare l’essenza dell’equoreo Potere e sfuggente molto del nostro presente, proviamo a verificare se l’evento luetico e le sue conseguenze sociali ed economiche trovano concento rispetto alla configurazione dell’Essere determinata dall’essere-in-atto del suddetto Potere multiforme. La prima domanda, infatti, che si dovrebbe elevare per verificare la fondatezza e validità di ogni tesi “complottistica” dovrebbe essere: qual è la finalità dei complottanti (da distinguersi, semanticamente e concettualmente, dai “complottisti”, questi ultimi intesi a punto come coloro i quali “tendono a interpretare ogni evento come un complotto”). Ovvero, chi e che cosa ci guadagna dal complotto?

Si è detto essere l’avversione a ogni demarcazione distintiva, la recalcitranza epperò a qualsivoglia legge (nómos a punto), a qualsivoglia solco, soglia, precetto, cadenza, ritmo, misura, limite, interdizione, forma, tipicità, la cifra essenziale del nostro tempo (che la configurazione del Mondo, dell’Essere, del Tempo storico, sia determinata dal Potere, che, pertanto, Essenza del Potere e Spirito del Tempo o Aspetto dell’Attualità si coimplichino, risulta semplicemente tautologico, epperò non necessitante ulteriore indugio teoretico).

Ebbene, tra le molteplici contro-figurazioni in cui la profilazione eidetica del Mondo nell’Era del Deuteriore o contro-originaria, appare nel tempo del “riflesso vizzo” o “manchesteriano” dell’epoca faustiana, ci troviamo costretti a selezionarne due, giacché qui capitali per rispondere alla nostra interrogazione.

  1. Aoristia significa anzitutto Statoclastia: ogni retaggio del Potere statuale (egualmente del potere morale, inteso come comunitario, avito [mos maiorum], o precettistico-ieratico, o metafisico-fideistico e destinale etc...) deve essere sistematicamente abbattuto conducendo l’individuo privato verso la massima emancipazione possibile che ne consenta il libero perseguimento di una felicità dispiegantesi precisamente senza limitazione di sorta alcuna. Chi non comprende come fondamentale questo tratto del nostro Tempo, può continuare irenicamente a ritenere, ad esempio, il militarismo prussiano quale causa della Prima guerra mondiale o la fame del popolo di Parigi quale origine della Rivoluzione Francese.

  2. Illimitatezza significa altresì liceità di – privata – Cupidigia (pleonexìa): non alcun divieto demarcativo o attenuativo può essere posto all’accrescimento quantitativo, a punto perennemente continuo, infinitamente ascensionale, dello sfruttamento della Potenza della Phýsis: nessun interdetto divino, nessun giusto limite – e dunque, del pari, nessuna ingerenza comunitaria o statuaria (1.) – deve inibire la brama dell’individuo emancipato di accumulare quanta più “materia” possibile, senza alcun confine, centuriazione, misura o qualità esterna epperò ingerente.
Si provi adesso a prendere in considerazione le tesi che denunciano falsità e inganno nella narrazione pandemica affabulata da questo nostro Potere:
  1. Il Governo, ossia lo Stato, o, egualmente, il Governo del Mondo (stante la tendenza “internazionalista” dei complottisti, di per se stessa non incoerente rispetto al succircoscritto nostro Nomos der Erde globalista ed enadico), vuole limitare la libertà degli individui, vuole controllarli, ingerire nel loro privato, imporre loro proibizioni, divieti, eterodirezioni, restrizioni, coprifuochi, non dissimilmente da quanto farebbero regimi militari totalitari e statolatri quali, ad esempio, quelli di Augusto Pinochet o Francisco Franco, Guglielmo II di Prussia o Adolf Hitler.

  2. Il modo con cui il Potere costituito attuerebbe detta ingerenza liberticida nella sfera privata sarebbe l’induzione alla limitazione o moderazione delle occasioni di consumo, epperò l’induzione indiretta alla limitazione o moderazione del consumo stesso, ovvero del godimento privato, della fruizione piena del proprio leisure, egualmente la direzione verticistica dell’experience, il diktat perentorio e ieratico che inibisce e governa dall’alto la piena ed eudaimonica consumazione dell’“ora lieta”, gaia, condivisa, libera, co-creata, compartecipata, fluida, movimentata ed ebbra di menadica mania tanto quanto un Rothschild dello spirito di Faust.

Si ripete, in clausola: chi pensa ciò può “meravigliosamente” continuare a pensare che le democrazie liberali abbiano re-agito all’offensiva rivoluzionaria degli Stati totalitari e dei lori “Antichi Regimi” scatenanti, per bellicoso imperialismo e Volontà di potenza, le due guerre mondiali del ‘900; che l’imposizione della “teoria” gender sia mossa dal filantropico tentativo di sensibilizzare le genti retrograde e passatiste all’equa inclusività antidiscriminatoria del diverso; che la progressiva profligazione delle prerogative della Sovranità (coniazione di moneta, difesa dei confini, amministrazione della giustizia) sia atta a limitare l’aggressivo nazionalismo guerrafondaio; che la guerra stessa debba essere bandita poiché è antiumano e innaturale sacrificare i giovani all’interesse dei vecchi; che l’esito del Referendum del ‘74 “rappresenti una vittoria delle forze laiche e progressiste di questo Paese” et cetera res...

Può, certamente, ma rimarrà “a vivere con Alice che si fa il whisky distillando fiori”. Buon loto a loro tutti. Noi salpiamo per Itaca con vele nere: comprendere l’essenza del Potere rappresenta il primo atto autenticamente rivoluzionario, l’unico atremido basamento dal quale liceamente gridare al “complotto internazionale”. Ogni altro infondato sbraitare continuo di complotti non compie altro che il gioco del Potere stesso, e di questo Potere anzitutto: issa false bandiere correndo dietro le quali ogni opposizione si annichilisce, narcotizzandosi a punto col frutto dell’oblio.


Alberto Iannelli

A ogni compulsante piè sospinto lungo la Tabula Peutingeriana del ramificato pubblico nostro opinare, non si dà cippo che, accanto all’iscrizione consolare o imperiale, accosto ossia alla voce ufficiale del Potere, non riverberi l’eco degli esclusi da essa purpurea e pretesta ombra. Non deflagra materia, non sboccia manifestazione, non s’effonde morbo che non rechi seco, nell’agoramane propaggine “social” anzitutto, il contro-canto evocante il “Complotto del Potere”.

L’immediatezza e la ferrea regolarità dell’elevazione di essa epiclesi contrappuntistica consentirebbe liceità definitoria a colui che ravvisasse in questo fenomeno tipico del nostro mondo financo la genesi di un nuovo bio-tipo rivoluzionario, il “complottista di professione”, seguace della catechesi neo-trotskista che predica il “complotto permanente”.

Non è certo volontà di chi parimenti pubblicamente opina dalle pagine di questo spazio di dichiarata Opposizione al Potere del nostro Tempo, non anzitutto presupporre presso mendacità la dimora di ogni enunciazione apofantica espressa dai suoi pan-riverberativi aedi.

Tutt’al contrario, lo stesso nostro indicare al singolare il Potere, lo stesso nostro altresì dichiarare compattezza di monade nella sua narrazione, assiologica prima ancora che ermeneutico-evenemenziale, concute nell’aprico il nostro stendardo di battaglia, e innalzare atro vessillo di contesa al Potere significa certamente tentare di “rivolgerlo”.

E, nondimeno, ci sentiamo chiamati, nell’assistere all’ennesima proclamazione del complotto relativamente al darsi di una pandemia che sembra non ancora recede neppure in questa pienezza d’estate, a precisare quanto segue, e ci sentiamo chiamati, con Turno, a compiere essa dipanazione gordiana, proprio per non renderci correi dell’intrinseca e costitutiva illaqueazione del pubblico discorso che precisamente esso Potere, prole di Drance, essenzialmente e politropo e presto di favella molto, sistematicamente compie:
  1. Indicare costantemente il dimorare presso F di ogni proposizione in cui il Discorso del Potere compie asserzione circa l’accadere particolare e molteplice dell’Essere, conferisce immediatamente, da un lato, alla negazione di ogni affermazione compiuta dal Potere il crisma di V, dall’altro, bicondizionalmente, a ogni affermazione compiuta dal Potere lo stigma di N, ossia imprime il carattere della Necessità al Mondo, epperò si dimostra consentaneo e non discorde, si dirà, proprio all’essenza della nostra Era e del suo Potere (non si commetta l’ingenuità di pensare al nostro presente, ovvero al tempo del relativismo, dell’indebolimento gaio della Necessità, della destrutturazione, dell’interpretazione etc…, come all’epoca del trionfo della Contingenza: il progressivo annichilimento della soglia distintiva, della verticalità, del potere che discrimina e traccia il solco, conduce precisamente alla configurazione dell’Essere eleatica; la Necessità è compattezza impartibile e la Contingenza autentica s’immorsa sull’inconcussione trascendentale del Limite inseitale [κρίνω] [la Contingenza originaria non può essere se non anzitutto pre-supponendo l’impressione estrema del carattere della Necessità allo stare del sé, e precisamente ciò si offre quale autentica Necessità: l’essere {Sein} o lo stare della Contingenza-in-sé, a punto trascendentalmente, presso il processo {Sollen} che conduce il proprio stare o essere com-piutamente {Émpleón Eóntos, Syn–echés, A–kíneton} in ultimo presso Necessità-in-sé]).

  2. Non alcun Potere può essere se non potendo, se non epperò (anche) potendo dominare l’ufficialità del pubblico discorso e i suoi mezzi di propalazione, dall’esergo numismatico di Augusto ai broadcaster yankee.
Quale, dunque, più rivoluzionario antagonismo possiamo mai adergere contro detto peculiare Potere liquido e omni-avvolgente se non:
  1. Non mai deporre, nell’immanente oscillazione (Epamphoterizein) tra V e F degli enunciati attraverso i quali si dà deissi alla Seinsgeschichte, l’afferramento (Herrschaft) – autenticamente antropico – dello scettro della de-cisione che dis-crimina (non mai epperò, egualmente, sotto altri riguardi, anteporre lo stare deuteriore della Necessità all’originarietà della Contingenza, non mai ossia obliare, ulteriormente a pro-clamarsi, l’autenticità omnifondativa della Necessità quale Processo di impressione apofatico-contraddistintiva del carattere del necessario a ciò che, autoctico, estremamente si pro-tende da principio Contingenza assoluta o Pro-lessi in-sé [= Ipo-tesi, Pre-sub-posizione etc...]).

  2. Costantemente domandare “che cos’è (ti estì) questo Potere”, ebbene quale sia la sua essenza distintiva, quale il contenuto univoco della sua identità, nonché quale sia il suo scopo, compito e destino in seno alla Deuteriorità contro-figurazionalmente plurivoca.

Si principi pertanto dall’interrogazione che chiede dell’inseità dell’haecceitas, per giungere in ultimo a de-cretare la dimora, presso V o F, delle affermazioni (del Contro-potere) che negano la veridicità delle affermazioni ufficiali (del Potere) circa l’attuale nostro orizzonte pandemico.

Ebbene, preposto che l’identità storica “Potere”, nell’avanguardia del presente nostro, è data, come ogni altra onto-medesimezza, dalla teoria di tutte le sue diverse declinazioni diacronotopicamente datesi sin lì, non possiamo non iniziare, nel tentativo di perimetrazione eidetica di esso specifico Potere ora in atto, con l’incrociare divergenze e convergenze sue rispetto a detta teoria epifenomenica del categoriale astratto dispiegatasi nello spazio distante e nel tempo differente.

Si è anticipato come sia consustanziale al Potere la volontà di conservarsi, d’essere-ancora, ossia di perpetuarsi nell’essere giacché se stesso: il Potere rappresenta una determinata e circoscritta configurazione dell’Essere o dell’Atto, uno specifico Nomos del Erde, un peculiare ordinamento politico e sociale, il cui scopo principale è appunto il detenere presso attualità ed esistenza detta particolare struttura di vigenza. Non concute anime se non candite epperò il sapere della sua volontà di ricorrere a ogni mezzo per adempiere a questo primario compito: sopravvivere. E, giacché spesso convincere è più “efficiente” rispetto a coercire, la volontà del Potere di dominare il discorso che produce consenso non appare parimenti scuotere petti fermi. Tuttavia, non si deve confondere la volontà del Potere (genitivo soggettivo) d’essere-ancora con la Volontà-di-Potere (genitivo oggettivo): essere, per il Potere, significa semplicemente mantenere lo status quo, ovvero, ancora, la configurazione dell’Atto in cui ha potenza, validità, significa cioè meramente per-sistere; per la Volontà-di-potere, invece, essere significa sì, parimenti, e per necessità, mantenersi nell’Atto, esser-ci, ma essere in atto giacché Volontà-di-potere significa accrescersi continuamente, ossia volere sempre più Potere, più Potenza: ogni determinato Potere, pertanto, vuole necessariamente essere-ancora, ma non necessariamente vuole – sempre – incrementarsi o intensificarsi. Il Potere ha fondamento nell’Atto, nell’Essere; la Volontà-di-potere nella Potenza, nel Dover-essere.

Il Potere-in-sé, altrimenti a dirsi, non ha nel proprio perimetro eidetico categoriale – non ha ovvero nella coalescenza ipseitale che pertiene con cogenza il sé al sé distinguendolo dall’altro tutto distendentesi oltre la puntuale adunazione del se stesso – l’Aoristia: è piuttosto questo nostro particolare potere, lo si dirà, a stagliarsi giacché immorsato all’Indeterminatezza.

Il Potere si esercita, infatti, primariamente, entro una determinata “giurisdizione” o partizione del tutto: Nómos è anzitutto divisione tra ciò su cui ho facoltà di cenno diale e ciò su cui non si estende il mio banno. Ecco pertanto la prima peculiarità che discrimina e appropria a sé il Potere del nostro tempo: la sua Marca è il Tutto. Sfido il cortese lettore a ritrovare entro la vicenda antropica un altro tempo in cui il Mondo fosse Uno.

Quale riflessione inferenziale circa la natura del Potere qui escusso ci induce dunque a compiere la dichiarazione di inaudizione storica dell’Unità del Mondo contemporaneo? Ebbene, lo si affermi, anzitutto, demandando ad altri e ulteriori nostri luoghi (Erörterung) l’esplicitazione dei fondamenti: l’essenza del nostro Tempo è precisamente l’Indistinzione, la costitutiva avversione ovvero a ogni partizione identitaria, prima di tutto giurisdizionale. La pertinenza del Potere in essa epoca dantesi non può che dunque estendersi oltre ogni limitazione spaziale.

Non possiamo, a questo punto, ricostruire i sentieri enantio-dromici e coimplicantisi del Destino e della Storia, della Notte e del Giorno, dell’Originario e dell’Uomo, non possiamo altresì se non abissalmente indicare la necessità che l’Originario endiadico incontri la contro Era deuteriore dell’Eterno, e in essa l’epoca faustiana o contro-apollinea, ove lo Smisurato migra dall’Essere al Divenire, dall’Orizzonte all’Io, e qui il tempo della sua civilizzazione ultima o contro-Civiltà, in cui il pastore della Quantità indistinta giunge a profligare ogni Pomerium.

Aggrappandoci dunque alla sclerosi identitaria testé tracciata a preliminarmente perimetrare l’essenza dell’equoreo Potere e sfuggente molto del nostro presente, proviamo a verificare se l’evento luetico e le sue conseguenze sociali ed economiche trovano concento rispetto alla configurazione dell’Essere determinata dall’essere-in-atto del suddetto Potere multiforme. La prima domanda, infatti, che si dovrebbe elevare per verificare la fondatezza e validità di ogni tesi “complottistica” dovrebbe essere: qual è la finalità dei complottanti (da distinguersi, semanticamente e concettualmente, dai “complottisti”, questi ultimi intesi a punto come coloro i quali “tendono a interpretare ogni evento come un complotto”). Ovvero, chi e che cosa ci guadagna dal complotto?

Si è detto essere l’avversione a ogni demarcazione distintiva, la recalcitranza epperò a qualsivoglia legge (nómos a punto), a qualsivoglia solco, soglia, precetto, cadenza, ritmo, misura, limite, interdizione, forma, tipicità, la cifra essenziale del nostro tempo (che la configurazione del Mondo, dell’Essere, del Tempo storico, sia determinata dal Potere, che, pertanto, Essenza del Potere e Spirito del Tempo o Aspetto dell’Attualità si coimplichino, risulta semplicemente tautologico, epperò non necessitante ulteriore indugio teoretico).

Ebbene, tra le molteplici contro-figurazioni in cui la profilazione eidetica del Mondo nell’Era del Deuteriore o contro-originaria, appare nel tempo del “riflesso vizzo” o “manchesteriano” dell’epoca faustiana, ci troviamo costretti a selezionarne due, giacché qui capitali per rispondere alla nostra interrogazione.

  1. Aoristia significa anzitutto Statoclastia: ogni retaggio del Potere statuale (egualmente del potere morale, inteso come comunitario, avito [mos maiorum], o precettistico-ieratico, o metafisico-fideistico e destinale etc...) deve essere sistematicamente abbattuto conducendo l’individuo privato verso la massima emancipazione possibile che ne consenta il libero perseguimento di una felicità dispiegantesi precisamente senza limitazione di sorta alcuna. Chi non comprende come fondamentale questo tratto del nostro Tempo, può continuare irenicamente a ritenere, ad esempio, il militarismo prussiano quale causa della Prima guerra mondiale o la fame del popolo di Parigi quale origine della Rivoluzione Francese.

  2. Illimitatezza significa altresì liceità di – privata – Cupidigia (pleonexìa): non alcun divieto demarcativo o attenuativo può essere posto all’accrescimento quantitativo, a punto perennemente continuo, infinitamente ascensionale, dello sfruttamento della Potenza della Phýsis: nessun interdetto divino, nessun giusto limite – e dunque, del pari, nessuna ingerenza comunitaria o statuaria (1.) – deve inibire la brama dell’individuo emancipato di accumulare quanta più “materia” possibile, senza alcun confine, centuriazione, misura o qualità esterna epperò ingerente.
Si provi adesso a prendere in considerazione le tesi che denunciano falsità e inganno nella narrazione pandemica affabulata da questo nostro Potere:
  1. Il Governo, ossia lo Stato, o, egualmente, il Governo del Mondo (stante la tendenza “internazionalista” dei complottisti, di per se stessa non incoerente rispetto al succircoscritto nostro Nomos der Erde globalista ed enadico), vuole limitare la libertà degli individui, vuole controllarli, ingerire nel loro privato, imporre loro proibizioni, divieti, eterodirezioni, restrizioni, coprifuochi, non dissimilmente da quanto farebbero regimi militari totalitari e statolatri quali, ad esempio, quelli di Augusto Pinochet o Francisco Franco, Guglielmo II di Prussia o Adolf Hitler.

  2. Il modo con cui il Potere costituito attuerebbe detta ingerenza liberticida nella sfera privata sarebbe l’induzione alla limitazione o moderazione delle occasioni di consumo, epperò l’induzione indiretta alla limitazione o moderazione del consumo stesso, ovvero del godimento privato, della fruizione piena del proprio leisure, egualmente la direzione verticistica dell’experience, il diktat perentorio e ieratico che inibisce e governa dall’alto la piena ed eudaimonica consumazione dell’“ora lieta”, gaia, condivisa, libera, co-creata, compartecipata, fluida, movimentata ed ebbra di menadica mania tanto quanto un Rothschild dello spirito di Faust.
Si ripete, in clausola: chi pensa ciò può “meravigliosamente” continuare a pensare che le democrazie liberali abbiano re-agito all’offensiva rivoluzionaria degli Stati totalitari e dei lori “Antichi Regimi” scatenanti, per bellicoso imperialismo e Volontà di potenza, le due guerre mondiali del ‘900; che l’imposizione della “teoria” gender sia mossa dal filantropico tentativo di sensibilizzare le genti retrograde e passatiste all’equa inclusività antidiscriminatoria del diverso; che la progressiva profligazione delle prerogative della Sovranità (coniazione di moneta, difesa dei confini, amministrazione della giustizia) sia atta a limitare l’aggressivo nazionalismo guerrafondaio; che la guerra stessa debba essere bandita poiché è antiumano e innaturale sacrificare i giovani all’interesse dei vecchi; che l’esito del Referendum del ‘74 “rappresenti una vittoria delle forze laiche e progressiste di questo Paese” et cetera res...

Può, certamente, ma rimarrà “a vivere con Alice che si fa il whisky distillando fiori”. Buon loto a loro tutti. Noi salpiamo per Itaca con vele nere: comprendere l’essenza del Potere rappresenta il primo atto autenticamente rivoluzionario, l’unico atremido basamento dal quale liceamente gridare al “complotto internazionale”. Ogni altro infondato sbraitare continuo di complotti non compie altro che il gioco del Potere stesso, e di questo Potere anzitutto: issa false bandiere correndo dietro le quali ogni opposizione si annichilisce, narcotizzandosi a punto col frutto dell’oblio.

Alberto Iannelli

orizzontealtro@gmail.com