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INTERPRETATIONES
Nicolaus Sombart

Ernst Jünger.
Un dandy nelle
tempeste d’acciaio
Nicolaus Sombart

Ernst Jünger.
Un dandy nelle tempeste d’acciaio
INTERPRETATIONES
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In capo al porto vi è un olivo dalle ampie foglie:
vicino è un antro amabile, oscuro,
sacro alle Ninfe chiamate Naiadi;
in esso sono crateri e anfore
di pietra; lì le api ripongono il miele.
E vi sono alti telai di pietra, dove le Ninfe
tessono manti purpurei, meraviglia a vedersi;
qui scorrono acque perenni; due porte vi sono,
una, volta a Borea, è la discesa degli uomini,
l’altra, invece, che si volge a Noto, è per gli dèi e non la
varcano gli uomini, ma è il cammino degli immortali.

[ Odissea, 13, 102-112 ]

Attorno al 260 d.C., Porfirio compose un’interpretazione neoplatonica dell’Antro delle Ninfe descritto da Omero nel libro Ν del poema odisseico. Nell’edizione originale Adelphi del 1986, curata da Laura Simonini, si legge in IVa di copertina: “La letteratura classica nasconde alcune gemme che, per circostanze varie, intrecciate nei secoli, non sono neppure lontanamente conosciute in maniera adeguata al loro splendore”.

In una celebre intervista televisiva del 1969, Heidegger affermò che “il compito del pensare oggi è tanto nuovo da esigere anch’esso un compito assolutamente nuovo, e questo metodo può essere ottenuto solo attraverso il dialogo diretto da persona a persona”. “Von Mann zu Mann” e, ancor più, aggiungiamo noi, da pensatore a pensatore.

Ebbene, il medesimo eidolon orfico-socratico orienta la catabasi antricola della sezione Interpretationes di Orizzonte Altro, gli anodi messiferi delle cui prospezioni perseguono precisamente l’ostensione epoptica di ermeneutiche in dialogo inter-autoriale altrimenti del pari non adeguanti corruschio e clangore.

Ernst Jünger. Un dandy nelle tempeste d’acciaio (Bietti, Milano 2020), rappresenta pienamente, a nostro avviso, una gemma dialogica la cui fiaccola deve essere germita all’atrescenza del moggio, poiché attraverso i molti segnavia del testo (“dietro ogni frase si cela un libro, un autore, un’esperienza personale”, leggiamo nella pregevole prefazione di Luca Siniscalco, a cui senz’altro rimandiamo il cortese lettore, soprattutto per l’inquadramento e la contestualizzazione del confronto, nonché per il tratteggio dell’autore, probabilmente poco noto in Italia) l’endiadico Zeitgeist stesso del ‘900 europeo riverbererà enitescenza in fruscio di messe.

Siamo nel 1995, le pagine sono quelle del quotidiano berlinese Der Tagesspiegel, le dramatis personae Nicolaus Sombart, figlio allora settantenne di Werner, e l’eroe, ormai centenario, simbolo ancor vivente del Secolo Breve e delle sue dilaceranti contraddizioni.

Un esame più approfondito rivela che non è affatto tanto tedesco quanto le apparenze potrebbero farci credere, mostrando piuttosto una singolare mescolanza di elementi propri all’essenza tedesca con altri, totalmente non-tedeschi – un amalgama altamente esplosivo.


La struttura del breve ritratto è inscritta, come predetto, nella figura dell’endiadi: Jünger unità olistica del guerriero e del dandy, Jünger kallísten armonían della diade dei discordi, Jünger ipostasi del pólemos eracliteo.

Principiamo dunque nel dare manifestazione all’eidos dell’eroe germanico e del dandy anglo-francese, per dipoi verificare – protetti dal venerando padre dell’autore – se detta epiclesi d’essenze antinomiche non conduca all’escussione dell’ipostasi del sé una più generale precordiale dissecazione dell’anima europea del Novecento.

Ogni libro va sempre letto nella prospettiva di un secolo, la stessa in cui deve essere considerata la vita del suo autore.


Il guerriero germanico

È bene precisare come Ernst Jünger coniughi nella propria persona quattro diverse tradizioni e idealtipi della spiritualità germanica: 1. l’ufficiale tedesco dall’etica aristocratica di dominio e servizio, autodisciplina e cavalleria, il militarismo come postura spirituale e l’eroismo come virile prova di durezze […]. 2. La magia del linguaggio propria alle “società degli uomini” […]. Anche Jünger è un giovane membro della “Germania segreta”. 3. Ma Jünger condivide pure l’ideale degli “umili della terra”, del bosco e dei campi, lungi dalle metropoli […]. La sua è una configurazione tipica dell’intellettualità tedesca nella forma di un’esistenza spirituale che nulla ha da spartire con il letterato della civilizzazione, inserito nel suo ambiente urbano […]. Quando viene spinto all’aria aperta […] non passa al mare (Meer, Händler, Zivilisation, Gesellschaft, aggiunte nostre), bensì al bosco (Land, Helden, Kultur, Gemeinschaft, specularmente) […]. 4. Infine, Jünger incarna un tipo peculiarmente tedesco, un ideale di scienza e attività scientifica verso cui si sente più attratto il ricercatore indipendente che l’accademico. Tutto ciò è tedesco, spaventevolmente tedesco, e ha a che fare con le nozioni di “autenticità” (Eigentlichkeit) interiorità (Innerlichkeit) e “coscienza” (Gewissen). È prussiano, protestante, professorale, provinciale; estraneo al mondo, ostile al mondo.


Il dandy anglo-francese

Queste quattro componenti dell’essenza tedesca […] vengono tenute insieme da un principio dominante che non è assolutamente tedesco. Questo principio non risiede affatto nello spazio culturale germanico, appartenendo piuttosto alla sfera avversaria, occidentale: è l’ideale del Dandismo. Il Dandismo è estroverso, sofisticato, mondano, snob, e trova il conio del suo tipo sociale nelle metropoli di Parigi e Londra […]. Nessun culto dell’interiorità, nessuna psicologia né psicoanalisi, coscienza morale o metafisica […]. Una fredda distanza; nessuna emozione, nessun calore o romanticismo. Nessun edonismo o eudaimonismo, né erotismo ma un sottile piacere dell’ascesi. Nessun eroismo […]. Per lui non esiste alcun senso, né di verità. “Il mondo vero è quello che si può legittimare su un piano estetico” (Nietzsche) […]. Ha sublimato la volontà di potenza in volontà si stile […]. La soggettività dell’individuo e le sue ambizioni sociali vengono dissolte in un rituale finalizzato alla resa stilistica del sé […]. In un mondo privo di trascendenza, il Dandy vive pericolosamente e con disinvoltura, da avventuriero dell’immanenza […]. È il dandismo ad apparire come il suo vero tratto dominante.


Ci sentiamo a questo punto in dovere di sostare lungo il dire di N. Sombart per dichiarare dissenso circa l’impressione del carattere dell’Herrschaft che, secondo l’autore, il Dandismo avrebbe nell’endiadi jungheriana. Non solo, infatti, noi riteniamo – ove certamente non possiamo che fondare tale contrarietà esclusivamente nella pre-supposizione di una sensibilità inferenziale nell’occorrenza più fausta e fortunata, e non certo, altresì, su una maggiore nostra conoscenza e dell’autore sull’autore, e, ancor meno naturalmente, dell’autore sull’uomo – che sia l’elemento germanico, per così semplificativamente dire, sub specie genii loci, a porsi giacché primaziale rispetto all’intimamente contraddittorio “cosmopolitismo così peculiarmente anglo-francese”, ma sosteniamo la stessa inadeguatezza della predicazione dandistica al soggetto Jünger.

Certo, l’eroe fu entomologo, il guerriero votato-alla-morte e all’autenticità fu salottiero adepto del “Man” nella Parigi occupata, l’anarca individualista che “passa al bosco” e “fa parte per se stesso” fu colui che stilizzo l’Arbeiter quale forma neoplatonica, prototipo epperò – tanto omologato quanto universale – del tempo della Gestell, l’asceta da trincea fu lo sperimentatore di psicotropici e lisergici “Avvicinamenti” estatici ed ebbri, o, ancora e infine, il romanziere dallo stile entelechiale, perfetto, netto, algido e dissezionale fu il diciottenne sconquassato dalla potenza del Materiale, e, nondimeno, pur tutti questi contrasti noi riteniamo trovino risultante sintetica e quiescenza nell’Uno che dice dell’essenza dell’Helden indoeuropeo: imposizione di forma-alla-materia, coimplicazione di Ordine-e-Caos, Erde und Himmel, die Gottlichen und die Sterblichen. È questo, infatti, il tratto enadico che peridelinea l’eidos jungheriano: più il Caos, l’immanenza tellurica, la potenza ctonia primordiale della Vita e della Physis assalta titanicamente l’Olimpo, più l’“Ordigno” si fa menade feroce, più la “Materialschlacht” si scatena come tempesta occidua d’acciaio sull’uomo, più la “Téchne” prometeica è slegata dai ceppi adamantini di Zeus e condotta all’assalto abnorme, “thaumatico”, all’hybris che osa capaneicamente sovrappone il Pelio all’Ossa per scalare il Cielo, più l’inconcussione dell’eroe cosmizzatore – atremido contro il tumulto impetuso dell’Inferno stesso – conquista l’amplia gloria che (con-)giunge al vasto Urano: Kléos Ouranòn ikánei.

Anche questo abbiamo imparato a conoscere, questo sentimento che l’uomo è superiore al materiale se sa porsi nei confronti di esso con il giusto atteggiamento, e che non si può immaginare una misura o un eccesso delle potenze esteriori in grado di spezzare la resistenza di un cuore coraggioso […]. Nello specchio mortalmente scintillante della battaglia di materiali abbiamo guardato il crollo di un’epoca disperata e perduta. E forse la domanda: “Come ne usciremo?” cela in sé ancora un altro senso, più segreto, una decisione antichissima che viene sempre riproposta all’uomo e che qui, adesso, si è resa di nuovo manifesta.

[Ernst Jünger, Fuoco e Sangue, Ugo Guanda Editore, Milano 2016]


E questa essenziale battaglia che forgia l’eroe, certamente è anzitutto battaglia interiore, esistenziale:

Chi non ha sperimentato su di sé l'enorme potenza del niente e non ne ha subito la tentazione conosce ben poco la nostra epoca. Il proprio petto: qui sta, come un tempo nella Tebaide, il centro di ogni deserto e rovina. Qui sta la caverna verso cui spingono i demoni. Qui ognuno, di qualunque condizione e rango, conduce da solo e in prima persona la sua lotta, e con la sua vittoria il mondo cambia. Se egli ha la meglio, il niente si ritirerà in se stesso, abbandonando sulla riva i tesori che le sue onde avevano sommerso. Essi compenseranno i sacrifici.

[Ernst Jünger, Oltre la linea, Adelphi, 2010]


Qui è dispiegata tutta l’endiadi di Jünger, questo con-lega – nell’essenza, nel Geviert – lo stesso Sturm und Drang e l’Urform del Goethe, questo conferisce piena significazione e fondamento alla relazione amico/nemico di Carl Schmitt, questa è l’anima primigenia stessa indoeuropea, a un tempo apollinea(En)-e-faustiana(Diade).

Due anime dimorano nel mio petto, e l’una vorrebbe separarsi e allontanarsi dall’altra. L’una, con indomabile passione, si alligna alla Terra, avviticchiandosi a essa attraverso i propri organi; l’altra, con forza si solleva dalla polvere, verso le sedi degli alti antenati.

[ J.W. GOETHE, Faust, Vor dem Thor, v. 759 (T.d.A).]


Il nemico è la messa in questione di noi come figure. Se la nostra figura è determinata con chiarezza, come si crea questa duplicità del nemico? Il nemico non è qualcosa che si debba eliminare per un qualsiasi motivo, o che si debba annientare per il suo disvalore. Il nemico si situa sul mio stesso piano. Per questa ragione mi devo scontrare con lui: per acquisire la mia misura, il mio limite, la mia figura.

[Carl Schmitt, Teoria del partigiano, Adelphi, Milano 2005]

Nondimeno, ciò doverosamente e digressivamente detto, vogliamo pur prendere per buona la diade Eroe-Dandy di N. Sombart, per verificare se essa opposizione non ne celi piuttosto una maggiormente essenziale, sive destinale, se ovvero detta contrapposizione non sia epifenomeno della dialettica che innerva tutta la storia europea dal ‘600 (almeno) al 1945: Terra e Mare, con Carl Schmitt, Mercanti ed Eroi, con Werner Sombart, vogliamo ossia accertare se questa dicotomia in connubio, pur non concedendoci adeguato adito all’animo jungeriano, non ci conduca nondimeno entro un antro ninfale ancor più arcano e certamente trascendente la stessa esistenza, benché esemplare, di Ernst Jünger.

Ridiamo pertanto, lucis ante, la parola al dire di N. Sombart:

Rimane l’enigma […] di come prima del 1914 il figlio di un farmacista di Heidelberg avesse già colto il successivo avvento della decadenza europea, interiorizzandolo a tal punto da farne un fattore determinante della sua lunga vita. Qui […] vi è traccia del sentimento di inferiorità rispetto alla vita aristocratica profondamente radicato nel borghese. È possibile che il potenziale dandistico latente nell’ufficiale prussiano […] abbia stabilito un ponte tra gli ideali di vita tedeschi e quelli stranieri.


Ebbene, l’enigma è presto svelato, e dalle parole stesse del padre:

Il capitalismo è nato dal profondo dell’anima europea. Lo stesso spirito, da cui è sorto il nuovo stato e la nuova religione, la nuova scienza e la nuova tecnica, crea anche la nuova vita economica. Si tratta di uno spirito terreno e mondano; uno spirito che dispone di una immensa forza distruttrice di tutte le vecchie formazioni naturali, dei vecchi legami, delle vecchie barriere, ma forte anche perché capace di costruire nuove forme di vita, nuove creazioni, artistiche e artificiali. È quello spirito che dalla fine del Medio Evo strappa i vincoli che, formatisi in modo organico nella quiete del tempo, legano gli uomini alla cerchia degli affetti e alla comunità e li getta sulla via dell’egoismo insaziabile e dell’autodeterminazione […]. È lo spirito di Faust: lo spirito dell’irrequietezza, dell’ansia, che anima ora gli uomini. “Il fermento lo spinge lontano...” […]. A ragione questo fenomeno è chiamato aspirazione all’infinito, perché la mèta è fissata fuori dai confini, nell’immenso, perché ogni dimensione naturale, ogni vincolo organico sembra inadeguato, anzi opprimente allo slancio di questi uomini d’avanguardia […]. Lo sviluppo dell’energia economica nell’epoca del capitalismo maturo non si esaurisce tuttavia nello sprigionamento degli impulsi appena indicati. Anzi, nella stessa direzione di questo sprigionamento agisce un fenomeno che è in singolare contrasto con la potente manifestazione di quelle forze altamente irrazionali; si tratta del grandioso sviluppo del razionalismo economico, vale a dire la penetrazione nell’economia dei più raffinati metodi del pensiero razionale […]. Lo spirito del capitalismo, questo strano miscuglio di passionale impulso verso l’infinito e freddo calcolo razionale giunto (internamente) al massimo grado di purezza, si diffonde quindi (esternamente) in aree sempre più ampie.

[Werner Sombart, Il capitalismo moderno, Ledizioni Ledipublishing, Milano 2020 ]

Il dandy – nel proprio affettato darsi esteta, tanto quanto nel mostrarsi superomista, sia ovvero in veste sperelliana che fiumana, e anche quanto ardito e se veloce, interventista igienizzatore e illiminante al neon la Mondlicht strapaesana, e certamente mai dimentico di sempre osare, nonché individualista che anela ad acconciare l’esistenza propria col belletto dell’irripetibilità artistica – non è non null’altro che ipostasi esistenziale dell’individualismo dell’Eroe faustiano nel Tempo del Mercante, allorquando ovvero l’Autenticità trasmuta in Inautenticità, questa Kultur (gotica) in questa Zivilisation (manchesterina), o, a punto, riedendo all’iniziale sizigia di N. Sombart, la giovinezza seminale del Guerriero nella senescenza sterile del Dandy.

Ma, se ciò può esser forse vero e valere per Gabriele D’Annunzio o Filippo Tommaso Marinetti, di certo non afferra, perlomeno nell’opinione di chi scrive, i precordi endiadici di Ernst Jünger, come invece sarebbe in grado di compiere colui che si rivolgesse allo stesso Porfirio e in generale alla dialettica neoplatonica, e tutta indoeuropea, Hýle kaì Morphé, Dia-stole-e-Sis-tole.

Qui andiamo verso il combattimento nelle nostre forme più proprie, per imprimere nuovi e vincolanti sigilli nella morbida cera del mondo.

[Fuoco e Sangue, Ugo Guanda Editore, Milano 2016]


Alberto Iannelli


In capo al porto vi è un olivo dalle ampie foglie:
vicino è un antro amabile, oscuro,
sacro alle Ninfe chiamate Naiadi;
in esso sono crateri e anfore
di pietra; lì le api ripongono il miele.
E vi sono alti telai di pietra, dove le Ninfe
tessono manti purpurei, meraviglia a vedersi;
qui scorrono acque perenni; due porte vi sono,
una, volta a Borea, è la discesa degli uomini,
l’altra, invece, che si volge a Noto, è per gli dèi e non la
varcano gli uomini, ma è il cammino degli immortali.

[ Odissea, 13, 102-112 ]

Attorno al 260 d.C., Porfirio compose un’interpretazione neoplatonica dell’Antro delle Ninfe descritto da Omero nel libro Ν del poema odisseico. Nell’edizione originale Adelphi del 1986, curata da Laura Simonini, si legge in IVa di copertina: “La letteratura classica nasconde alcune gemme che, per circostanze varie, intrecciate nei secoli, non sono neppure lontanamente conosciute in maniera adeguata al loro splendore”.

In una celebre intervista televisiva del 1969, Heidegger affermò che “il compito del pensare oggi è tanto nuovo da esigere anch’esso un compito assolutamente nuovo, e questo metodo può essere ottenuto solo attraverso il dialogo diretto da persona a persona”. “Von Mann zu Mann” e, ancor più, aggiungiamo noi, da pensatore a pensatore.

Ebbene, il medesimo eidolon orfico-socratico orienta la catabasi antricola della sezione Interpretationes di Orizzonte Altro, gli anodi messiferi delle cui prospezioni perseguono precisamente l’ostensione epoptica di ermeneutiche in dialogo inter-autoriale altrimenti del pari non adeguanti corruschio e clangore.

Ernst Jünger. Un dandy nelle tempeste d’acciaio (Bietti, Milano 2020), rappresenta pienamente, a nostro avviso, una gemma dialogica la cui fiaccola deve essere germita all’atrescenza del moggio, poiché attraverso i molti segnavia del testo (“dietro ogni frase si cela un libro, un autore, un’esperienza personale”, leggiamo nella pregevole prefazione di Luca Siniscalco, a cui senz’altro rimandiamo il cortese lettore, soprattutto per l’inquadramento e la contestualizzazione del confronto, nonché per il tratteggio dell’autore, probabilmente poco noto in Italia) l’endiadico Zeitgeist stesso del ‘900 europeo riverbererà enitescenza in fruscio di messe.

Siamo nel 1995, le pagine sono quelle del quotidiano berlinese Der Tagesspiegel, le dramatis personae Nicolaus Sombart, figlio allora settantenne di Werner, e l’eroe, ormai centenario, simbolo ancor vivente del Secolo Breve e delle sue dilaceranti contraddizioni.

Un esame più approfondito rivela che non è affatto tanto tedesco quanto le apparenze potrebbero farci credere, mostrando piuttosto una singolare mescolanza di elementi propri all’essenza tedesca con altri, totalmente non-tedeschi – un amalgama altamente esplosivo.

La struttura del breve ritratto è inscritta, come predetto, nella figura dell’endiadi: Jünger unità olistica del guerriero e del dandy, Jünger kallísten armonían della diade dei discordi, Jünger ipostasi del pólemos eracliteo.

Principiamo dunque nel dare manifestazione all’eidos dell’eroe germanico e del dandy anglo-francese, per dipoi verificare – protetti dal venerando padre dell’autore – se detta epiclesi d’essenze antinomiche non conduca all’escussione dell’ipostasi del sé una più generale precordiale dissecazione dell’anima europea del Novecento.

Ogni libro va sempre letto nella prospettiva di un secolo, la stessa in cui deve essere considerata la vita del suo autore.

Il guerriero germanico

È bene precisare come Ernst Jünger coniughi nella propria persona quattro diverse tradizioni e idealtipi della spiritualità germanica: 1. l’ufficiale tedesco dall’etica aristocratica di dominio e servizio, autodisciplina e cavalleria, il militarismo come postura spirituale e l’eroismo come virile prova di durezze […]. 2. La magia del linguaggio propria alle “società degli uomini” […]. Anche Jünger è un giovane membro della “Germania segreta”. 3. Ma Jünger condivide pure l’ideale degli “umili della terra”, del bosco e dei campi, lungi dalle metropoli […]. La sua è una configurazione tipica dell’intellettualità tedesca nella forma di un’esistenza spirituale che nulla ha da spartire con il letterato della civilizzazione, inserito nel suo ambiente urbano […]. Quando viene spinto all’aria aperta […] non passa al mare (Meer, Händler, Zivilisation, Gesellschaft, aggiunte nostre), bensì al bosco (Land, Helden, Kultur, Gemeinschaft, specularmente) […]. 4. Infine, Jünger incarna un tipo peculiarmente tedesco, un ideale di scienza e attività scientifica verso cui si sente più attratto il ricercatore indipendente che l’accademico. Tutto ciò è tedesco, spaventevolmente tedesco, e ha a che fare con le nozioni di “autenticità” (Eigentlichkeit) interiorità (Innerlichkeit) e “coscienza” (Gewissen). È prussiano, protestante, professorale, provinciale; estraneo al mondo, ostile al mondo.

Il dandy anglo-francese

Queste quattro componenti dell’essenza tedesca […] vengono tenute insieme da un principio dominante che non è assolutamente tedesco. Questo principio non risiede affatto nello spazio culturale germanico, appartenendo piuttosto alla sfera avversaria, occidentale: è l’ideale del Dandismo. Il Dandismo è estroverso, sofisticato, mondano, snob, e trova il conio del suo tipo sociale nelle metropoli di Parigi e Londra […]. Nessun culto dell’interiorità, nessuna psicologia né psicoanalisi, coscienza morale o metafisica […]. Una fredda distanza; nessuna emozione, nessun calore o romanticismo. Nessun edonismo o eudaimonismo, né erotismo ma un sottile piacere dell’ascesi. Nessun eroismo […]. Per lui non esiste alcun senso, né di verità. “Il mondo vero è quello che si può legittimare su un piano estetico” (Nietzsche) […]. Ha sublimato la volontà di potenza in volontà si stile […]. La soggettività dell’individuo e le sue ambizioni sociali vengono dissolte in un rituale finalizzato alla resa stilistica del sé […]. In un mondo privo di trascendenza, il Dandy vive pericolosamente e con disinvoltura, da avventuriero dell’immanenza […]. È il dandismo ad apparire come il suo vero tratto dominante.

Ci sentiamo a questo punto in dovere di sostare lungo il dire di N. Sombart per dichiarare dissenso circa l’impressione del carattere dell’Herrschaft che, secondo l’autore, il Dandismo avrebbe nell’endiadi jungheriana. Non solo, infatti, noi riteniamo – ove certamente non possiamo che fondare tale contrarietà esclusivamente nella pre-supposizione di una sensibilità inferenziale nell’occorrenza più fausta e fortunata, e non certo, altresì, su una maggiore nostra conoscenza e dell’autore sull’autore, e, ancor meno naturalmente, dell’autore sull’uomo – che sia l’elemento germanico, per così semplificativamente dire, sub specie genii loci, a porsi giacché primaziale rispetto all’intimamente contraddittorio “cosmopolitismo così peculiarmente anglo-francese”, ma sosteniamo la stessa inadeguatezza della predicazione dandistica al soggetto Jünger.

Certo, l’eroe fu entomologo, il guerriero votato-alla-morte e all’autenticità fu salottiero adepto del “Man” nella Parigi occupata, l’anarca individualista che “passa al bosco” e “fa parte per se stesso” fu colui che stilizzo l’Arbeiter quale forma neoplatonica, prototipo epperò – tanto omologato quanto universale – del tempo della Gestell, l’asceta da trincea fu lo sperimentatore di psicotropici e lisergici “Avvicinamenti” estatici ed ebbri, o, ancora e infine, il romanziere dallo stile entelechiale, perfetto, netto, algido e dissezionale fu il diciottenne sconquassato dalla potenza del Materiale, e, nondimeno, pur tutti questi contrasti noi riteniamo trovino risultante sintetica e quiescenza nell’Uno che dice dell’essenza dell’Helden indoeuropeo: imposizione di forma-alla-materia, coimplicazione di Ordine-e-Caos, Erde und Himmel, die Gottlichen und die Sterblichen. È questo, infatti, il tratto enadico che peridelinea l’eidos jungheriano: più il Caos, l’immanenza tellurica, la potenza ctonia primordiale della Vita e della Physis assalta titanicamente l’Olimpo, più l’“Ordigno” si fa menade feroce, più la “Materialschlacht” si scatena come tempesta occidua d’acciaio sull’uomo, più la “Téchne” prometeica è slegata dai ceppi adamantini di Zeus e condotta all’assalto abnorme, “thaumatico”, all’hybris che osa capaneicamente sovrappone il Pelio all’Ossa per scalare il Cielo, più l’inconcussione dell’eroe cosmizzatore – atremido contro il tumulto impetuso dell’Inferno stesso – conquista l’amplia gloria che (con-)giunge al vasto Urano: Kléos Ouranòn ikánei.

Anche questo abbiamo imparato a conoscere, questo sentimento che l’uomo è superiore al materiale se sa porsi nei confronti di esso con il giusto atteggiamento, e che non si può immaginare una misura o un eccesso delle potenze esteriori in grado di spezzare la resistenza di un cuore coraggioso […]. Nello specchio mortalmente scintillante della battaglia di materiali abbiamo guardato il crollo di un’epoca disperata e perduta. E forse la domanda: “Come ne usciremo?” cela in sé ancora un altro senso, più segreto, una decisione antichissima che viene sempre riproposta all’uomo e che qui, adesso, si è resa di nuovo manifesta.
[Ernst Jünger, Fuoco e Sangue, Ugo Guanda Editore, Milano 2016]


E questa essenziale battaglia che forgia l’eroe, certamente è anzitutto battaglia interiore, esistenziale:

Chi non ha sperimentato su di sé l'enorme potenza del niente e non ne ha subito la tentazione conosce ben poco la nostra epoca. Il proprio petto: qui sta, come un tempo nella Tebaide, il centro di ogni deserto e rovina. Qui sta la caverna verso cui spingono i demoni. Qui ognuno, di qualunque condizione e rango, conduce da solo e in prima persona la sua lotta, e con la sua vittoria il mondo cambia. Se egli ha la meglio, il niente si ritirerà in se stesso, abbandonando sulla riva i tesori che le sue onde avevano sommerso. Essi compenseranno i sacrifici.
[Ernst Jünger, Oltre la linea, Adelphi, 2010]

Qui è dispiegata tutta l’endiadi di Jünger, questo con-lega – nell’essenza, nel Geviert – lo stesso Sturm und Drang e l’Urform del Goethe, questo conferisce piena significazione e fondamento alla relazione amico/nemico di Carl Schmitt, questa è l’anima primigenia stessa indoeuropea, a un tempo apollinea(En)-e-faustiana(Diade).

Due anime dimorano nel mio petto, e l’una vorrebbe separarsi e allontanarsi dall’altra. L’una, con indomabile passione, si alligna alla Terra, avviticchiandosi a essa attraverso i propri organi; l’altra, con forza si solleva dalla polvere, verso le sedi degli alti antenati.
[ J.W. GOETHE, Faust, Vor dem Thor, v. 759 (T.d.A).]


Il nemico è la messa in questione di noi come figure. Se la nostra figura è determinata con chiarezza, come si crea questa duplicità del nemico? Il nemico non è qualcosa che si debba eliminare per un qualsiasi motivo, o che si debba annientare per il suo disvalore. Il nemico si situa sul mio stesso piano. Per questa ragione mi devo scontrare con lui: per acquisire la mia misura, il mio limite, la mia figura.
[Carl Schmitt, Teoria del partigiano, Adelphi, Milano 2005]

Nondimeno, ciò doverosamente e digressivamente detto, vogliamo pur prendere per buona la diade Eroe-Dandy di N. Sombart, per verificare se essa opposizione non ne celi piuttosto una maggiormente essenziale, sive destinale, se ovvero detta contrapposizione non sia epifenomeno della dialettica che innerva tutta la storia europea dal ‘600 (almeno) al 1945: Terra e Mare, con Carl Schmitt, Mercanti ed Eroi, con Werner Sombart, vogliamo ossia accertare se questa dicotomia in connubio, pur non concedendoci adeguato adito all’animo jungeriano, non ci conduca nondimeno entro un antro ninfale ancor più arcano e certamente trascendente la stessa esistenza, benché esemplare, di Ernst Jünger.

Ridiamo pertanto, lucis ante, la parola al dire di N. Sombart:

Rimane l’enigma […] di come prima del 1914 il figlio di un farmacista di Heidelberg avesse già colto il successivo avvento della decadenza europea, interiorizzandolo a tal punto da farne un fattore determinante della sua lunga vita. Qui […] vi è traccia del sentimento di inferiorità rispetto alla vita aristocratica profondamente radicato nel borghese. È possibile che il potenziale dandistico latente nell’ufficiale prussiano […] abbia stabilito un ponte tra gli ideali di vita tedeschi e quelli stranieri.

Ebbene, l’enigma è presto svelato, e dalle parole stesse del padre:

Il capitalismo è nato dal profondo dell’anima europea. Lo stesso spirito, da cui è sorto il nuovo stato e la nuova religione, la nuova scienza e la nuova tecnica, crea anche la nuova vita economica. Si tratta di uno spirito terreno e mondano; uno spirito che dispone di una immensa forza distruttrice di tutte le vecchie formazioni naturali, dei vecchi legami, delle vecchie barriere, ma forte anche perché capace di costruire nuove forme di vita, nuove creazioni, artistiche e artificiali. È quello spirito che dalla fine del Medio Evo strappa i vincoli che, formatisi in modo organico nella quiete del tempo, legano gli uomini alla cerchia degli affetti e alla comunità e li getta sulla via dell’egoismo insaziabile e dell’autodeterminazione […]. È lo spirito di Faust: lo spirito dell’irrequietezza, dell’ansia, che anima ora gli uomini. “Il fermento lo spinge lontano...” […]. A ragione questo fenomeno è chiamato aspirazione all’infinito, perché la mèta è fissata fuori dai confini, nell’immenso, perché ogni dimensione naturale, ogni vincolo organico sembra inadeguato, anzi opprimente allo slancio di questi uomini d’avanguardia […]. Lo sviluppo dell’energia economica nell’epoca del capitalismo maturo non si esaurisce tuttavia nello sprigionamento degli impulsi appena indicati. Anzi, nella stessa direzione di questo sprigionamento agisce un fenomeno che è in singolare contrasto con la potente manifestazione di quelle forze altamente irrazionali; si tratta del grandioso sviluppo del razionalismo economico, vale a dire la penetrazione nell’economia dei più raffinati metodi del pensiero razionale […]. Lo spirito del capitalismo, questo strano miscuglio di passionale impulso verso l’infinito e freddo calcolo razionale giunto (internamente) al massimo grado di purezza, si diffonde quindi (esternamente) in aree sempre più ampie.
[Werner Sombart, Il capitalismo moderno, Ledizioni Ledipublishing, Milano 2020 ]

Il dandy – nel proprio affettato darsi esteta, tanto quanto nel mostrarsi superomista, sia ovvero in veste sperelliana che fiumana, e anche quanto ardito e se veloce, interventista igienizzatore e illiminante al neon la Mondlicht strapaesana, e certamente mai dimentico di sempre osare, nonché individualista che anela ad acconciare l’esistenza propria col belletto dell’irripetibilità artistica – non è non null’altro che ipostasi esistenziale dell’individualismo dell’Eroe faustiano nel Tempo del Mercante, allorquando ovvero l’Autenticità trasmuta in Inautenticità, questa Kultur (gotica) in questa Zivilisation (manchesterina), o, a punto, riedendo all’iniziale sizigia di N. Sombart, la giovinezza seminale del Guerriero nella senescenza sterile del Dandy.

Ma, se ciò può esser forse vero e valere per Gabriele D’Annunzio o Filippo Tommaso Marinetti, di certo non afferra, perlomeno nell’opinione di chi scrive, i precordi endiadici di Ernst Jünger, come invece sarebbe in grado di compiere colui che si rivolgesse allo stesso Porfirio e in generale alla dialettica neoplatonica, e tutta indoeuropea, Hýle kaì Morphé, Dia-stole-e-Sis-tole.

Qui andiamo verso il combattimento nelle nostre forme più proprie, per imprimere nuovi e vincolanti sigilli nella morbida cera del mondo.
[Fuoco e Sangue, Ugo Guanda Editore, Milano 2016]


Alberto Iannelli

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