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MENSCHENDÄMMERUNG

La Fine della Storia e l'Ultimo Uomo.
The End of History and the Last Man
, 1992.
MENSCHENDÄMMERUNG

La Fine della Storia e l'Ultimo Uomo
The End of History and the Last Man, 1992.
OPERA
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Dista ormai da noi tre decenni il celebre saggio di Francis Fukuyama The End of History and the Last Man, in cui il politologo statunitense annunciava, non certo senza l’enfasi dell’epopte e l’autocompiacimento del trionfatore, l’ormai raggiunto acme del progredire storico. Crollato l’esperimento marxista, l’evoluzione sociale, culturale, economica, politica, giuridica e financo assiologico-morale dell’umano si era finalmente compiuta nella parusia del capitalismo e della democrazia liberale anglo-franco-americana.

E, nondimeno, pur avvenimenti definibili di portata storica sono da allora occorsi, anzitutto il tentativo della Russia di ricostituire la propria perduta contro-polarità nella geopolitica mondiale, con le conseguenti contro-mosse rivoluzionarie o “policromatico-primaverili” schierate in campo dalla potenza attentata nell’adersione di essa propria avocazione egemonica della sovranità globale.

Alla luce epperò dell’eccedenza evenemenziale manifestatasi rispetto al limes di Fukuyama, possiamo noi, oggi, sostenere, davanti alla Storia stessa, l’infondatezza della sua tesi?

Procediamo con sistematicità e ordine, tentando in origine, come da nostra costitutiva attitudine, la prospezione interrogativa dei fondamenti di essa apofansi apocalittica qui indebitamente esposta succinta esclusivamente a mo’ di epi-clesi preliminare del Dio ulteriormente sopraggiunte.

Poi vidi quattro in umile paruta;
e di retro da tutti un vecchio solo
venir, dormendo, con la faccia arguta
[Purgatorio, Canto XXIX, vv. 142–144]


Ebbene, per affermare la fine di qualcosa, occorre anzitutto predicarne il principio: l’imperituro non può essere generato, l’ingenerato non può perire; ma predicare il principio significa conferire determinazione a ciò che prende avvio. Determinazione e destinazione (Bestimmenheit), concepimento e compimento si coimplicano. Ma, ulterioremente avanzando, per destinare a determinazione qualcosa occorre conficcare il télos del procedere nell’aoristia dell’indistinto interminabile, così puntualmente partendolo.

Predire la conclusione della Storia significa ossia, altrimenti a dirsi, preporre presso verità l’interpretazione storiografica lineare e teleologico-ascensionale.

Molto si è discusso, vanamente a nostro avviso, circa la supposta opposizione, nella concezione temporale, tra la civiltà classica e il pensiero giudaico-cristiano, tra una visione ovvero ciclica e aderente all’alternanza stagionale e in genere mimetica rispetto alla ricorsività della Natura, e una a punto linearmente procedente, epperò tipicamente e ubristicamente antropica, incrementante altresì a ogni spira sovrabbondanza rispetto al pregresso periodo, nella celebre hegeliana conservazione del trasceso compiuta dall’oltrepassante in ogni suo inglobante andare-oltre.

Molto si è discettato, certo, ma vanamente a punto, come detto: nella concezione-giudaico cristiana il mondo infatti ascende per convergere nell’eterna ex-cellenza del Cielo, e se termina, adempiendosi nella Plenitudine del Tempo, è solo per divenire Eterno. Pertanto, a ben considerarla, la disequazione che dischiude lo iato della differenza tra l’imperituro persistere sempre salva in diuturna vece della Physis aristotelica e l’infinito dimorare presso l’iperuraneo del dio israelitico è solo speciosa e adiaforica e assolutamente non in grado di aprire autentica dia-vergenza alcuna nella concezione del tempo, tutt’alpiù dischiudendo la dissezione, come effettivamente nietzschianamente attua, tra al di qua e al di là, senso e spirito (non è, infatti, la Parusia cristiana a conferire autenticamente primazialità all’Avvento, non è essa Attesa ultima a fondare autenticamente il presente, bensì a ciò compiere, e ampliamente ante essa concezione, è, come si dirà, cioè che fu definito [cfr. Diá] Essere-per-la-Morte-Trascendentale: esclusivamente ponendo l’autoentificazione – prolettico-progettuale – del Nulla quale Principio, l’Essere conseguente può autenticamente essere per ogni sopraggiungere ulteriore d’ente).

No, per cercare una concezione del tempo che sia autenticamente lineare dobbiamo evocare una concezione del mondo che ponga nell’assolutezza ineccepibile dell’originaria destinazione alla determinazione estrema il proprio fondamento prolettico o trascendentalmente tutto l’essere oltre-eveniente anticipante.

Ed essa Weltanschauung si dà nella Storia o, piuttosto, è proprio il suo sorgere a decidere l’autoctisi della Storia stessa. Oggi noi appelliamo, per comparazione linguistica, la Kultur che l’ha pro-dotta indo-europea. Non possiamo, nonpertanto, pena l’eccesso d’eccedenza rispetto al nostro qui aleggiare attorno all’Aorno apocalittico, non rimandare ad altra dimora l’elevazione dei fondamenti di questa nostra affermazione (cfr. Eisagogé, Diá), limitandoci qui a evocarne la seguente evidenza, capitale per il nostro oltre-pocedere: precisamente in coerenza della propria essenza proiettivo-anticipazionale, l’apparire della deissi ontica di esso Orizzonte concettuale sussegue di necessità al suo già esserci, apparire nell’Essere o nel Giorno del Principio in principio certamente oscuro e viepiù apofaticamente o enantiodromicamente autorischiarantesi. La stessa omniprincipialità della Notte originaria raggiunge posizione o apparenza eliaca nell’estremo del proprio esserci, ovvero nella plenitudine del proprio contraddittorio o percorso contraddistintivo.

Ebbene, non desterà eccesso d’inquietudine l’affermare la necessità che sia destino esclusivo della discendenza dei creatori della linearità del tempo, quale convergenza verso il punto di preda dell’ultimo orizzonte, del crepuscolo, del sepolcro, quale irreversibile altresì avanzata del solco impresso dalla ruota delle gesta antropiche sul suolo dello scorrere stagionale perennemente e im-progrediente e an-inclito, la conduzione a destinazione o assoluta determinazione del comune stesso nostro Destino (Ge-schick), ossia a punto dell’umana vicenda tutta (Geschichte).

Siamo dunque giunti nel tempo in cui gli epigoni della Civiltà storico-aurorale raggiungono il punto escate del principio prolettico, siamo ovvero noi addivenuti Über die Linie della Storia, o non ne siamo piuttosto attorno, ovvero prossimi all’asintotica entelechia della Potenza archea?

Ebbene, per il solo fatto di farne qui questione, non possiamo non già manifestare il nostro esserne al di qua, intrascendibilmente. Occorrerà, infatti, per poter ulteriormente procedere alla collocazione esatta dell’attualità necessariamente avanguardiale nostra lungo l’epopea dell’Originario, sostare qualche attimo e precisare con compiutezza concetti altrimenti astrattamente indeterminati, occorrerà ovvero definire con autenticità, seppur con tocco gnomico, ciò che dimora nelle parole De-stino e Potenza.

Non dobbiamo concepire la Dynamis come insieme di elementi, non dobbiamo epperò, conseguentemente, concepire l’attuazione come trans-duzione dall’insieme del possibile all’insieme del reale. Se la Potenza fosse ulteriormente endo-partibile, cioè se si desse distinzione tra la sua posizione e la posizione degli elementi che essa contiene, tali contenuti determinati del possibile sarebbero già in atto (in atto giacché possibili [cfr. Diá, Capitolo O, Dynamis kaì Enérgeia]). La Potenza è esclusivamente il Nulla-dell’atto, e l’attuazione autentica è esclusivamente creatio ex nihilo. L’attualità della Potenza pertanto è unicamente la sua determinazione o realtà di Possibile-del-reale (egualmente, sotto il riguardo d’altre categorie l’Originario a inquadrarsi, il suo esserci giacché Nulla-dell’ente, la sua posizione in quanto Ulteriore-rispetto-a-ogni-presenza, la sua pienezza quale Vacuità-in-sé o come perimetrazione del puro Contenente etc…).

Per coimplicazione, il Destino non deve essere inautenticamente compreso parimenti quale insieme già contenente la partizione delle determinazioni, già ossia coinvolgente in sé contenuti eidetici distinti o definite onto-medesimezze: “se vi fossero Dei, io non potrei creare, ma Io creo, epperò non vi sono Dei”. Dinnanzi all’Uomo non c’è che il Nulla. E precisamente questo è l’autentico De-stino: lo Stare inconcusso da principio della Fine. Non altro contenuto che questo di Limes originario (Ur-teilung) improcedibile il Fato potrà mai autenticamente assumere.

Ciò con necessità prepostosi, riprendiamo ora il nostro tentativo di collocazione del presente attorno alla linea della Fine.

E, tuttavia, non appena riprendiamo l’incedere innanzi verso l’asintoto del compimento, veniamo ulteriormente risospinti indietro, costretti alla retrospezione di quanto già trascorso. Se, infatti, il futuro è già e sempre qui presente in quanto Nulla-dell’attuale, non possiamo non rivolgerci alla Storia dell’Essere, quale teoria della contraddizione (élenchos) elevata dal Nulla alla posizione prolettica del sé, per chiedere conto al Nulla stesso della propria attuale posizione, ebbene della nostra collocazione lungo la sua enantio-epopea eliaca.

Stiamo pertanto attraversando, come qui più volte dichiarato, il compimento dell’Era deuteriore dell’Essere e dell’Eterno, precisamente gettati durante la civilizzazione manchesteriana della sua contro-epoca faustiana. Sappiamo, pertanto, giacché l’En-dia-di originaria con necessità si ordina nel tempo in triplicità d’Era, che l’attimo in cui l’Originario raggiungerà, nel sentiero dell’essere, il compimento della propria contrarietà estrinseca, attuerà a punto nel dominio dell’essere stesso il contenuto del suo esserci principiale, ovvero sarà nel modo d’essere opposto o perfettamente incoerente rispetto al contenuto del suo essere Incoerenza-in-sé, egualmente Opposizione assoluta: la Prolessi-in-sé (= contenuto dell’essere o inseità) non può che esserci (= modo d’essere o seità) proletticamente in principio, compiutamente in ultimo, non può che stare altresì infine nel modo antitetico a ciò che la sua posizione di principio contiene, ma la Contraddizione (= il Nulla) che sta (= Essere) perfettamente o incontraddittoriamente in contraddizione con sé, parimenti nella contraddizione tra (DIÁ) sé (An-sichheit) e sé (Sichheit), non può più pro-cedere oltre questa posizione raggiunta dal sé che pertanto, soglialmente (asýndeton), lì e allora si dis-covre (apo-calypsis) precisamente ultima o estrema (il Nulla non può essere se non come non-sé: essenteci giacché sé, non-[c’]è).

Ecco dunque quello che oggi solamente sappiamo: non potrà darsi nell’Essere o nel Giorno altra configurazione se non quella raggiunta nel compimento dell’Era seconda dell’Essere-in-sé, e sarà esattamente essa configurazione pen-ultimativa dell’Indistinto e dell’Identico a dare l’assalto finale all’Olimpo del Destino nostro comune, sarà esattamente ossia esso orizzonte aoristo e panico ad essere determinato proprio in quanto Storio-clasta. Qui, infatti, pressoché più nulla ne sarà del Nulla, ossia della Distintività-in-sé, dell’Alterità o Framezzo, della Kénosis od Orizzonte dell’Ulteriore, poiché pressoché tutto ne sarà della Pienezza impartibile, dell’Omologazione planetaria, del Nómos unitario e globalista “digrignante i denti” dinnanzi a ogni posizione d’eccedenza, foss’anche inriattingibilmente oltrepassata, e contro tutte le elevazioni d’eccezione della particolarità identitaria, della distintività individuale che recalcitra all’omniafferranza del sempre Medesimo.

Molti sono già i frammenti preludiali dell’estremità entelechiale di quest’Era Seconda, tanto che il loro igneo squarciare il velo dell’atmosfera illumina ormai pressoché a giorno l’Orizzonte della Notte, almeno per gli uomini in essa desti. In questo stesso nostro spazio di Alterità e Opposizione al nostro Tempo, e al suo Potere, si è cercato sovente di ostenderne gli epifenomeni maggiormente corruschi. Lo stesso saggio da cui abbiamo preso avvio conferisce ipostasi a esso Zeitgeist: la configurazione dell’essere presente (“strutturalmente” il Capitalismo finanziario trans-frontaliero, politicamente la democrazia liberale parlamentare e mass-mediatizzata, assiologicamente le Dichiarazioni universali dell’Onu o i claim pubblicitari delle multi-nazionali etc…) non può essere oltrepassata poiché la spinta emancipativo-progressista dell’uomo ha raggiunto finalmente il proprio stato di perfezione o entelechia (qui giace nonpertanto l’immane contraddizione che avvolge i fondamenti di essa tesi altera e arrogante, qui dimora l’immane e immanentemente ingenua contraddizione ossia di pensare a uno sviluppo teleologico che sfoci in uno stare eterno e improcedibile della forma raggiunta da tale evoluzione: ogni pro-cesso è teleologico e ogni pro-cesso teleo-logico è destinato a determinazione [cfr. Diá, Capitolo E, Ent–faltung]; la forma della perfezione entelechiale non è la configurazione raggiunta in fine, bensì la forma conferita da tutta la teoria eidetica sin lì occorsa, ovvero, nell'evento antropico, la Storia stessa).

Posto pertanto, escutendo ora la conclusione, che non potrà darsi alcuna ulteriore configurazione d’essere rispetto all’intensificazione progressiva dell’attuale nostra (non possiamo, tuttavia, se non ancora rimandare a Diá tutti coloro i quali reclamassero la dimostrazione del valore di verità dell’apofansi che predica l’impossibilità – egualmente l’incontrovertibile valore di negazione dell’affermazione che la controverte – dell’egressione, dal Nulla che ancora ci sopravanza, di una configurazione dell’essere che ponga in questione tutta la Storia dell’Essere sin qui disvoltasi, Seinsgeschichte tutta la cui teoria distintiva indica precisamente e con chiarezza come necessaria l’affermazione che predica l’ultimità, tra le configurazioni dell’Essere, della configurazione ultima dell’Essere deuteriore), non ha alcun fondamento l’interrogazione circa la quantità residua di Storia, ovvero di Tempo, egualmente di Essere, rimanente all’Umano: il Nulla non può avere alcuna partizione quantitativa ulteriore rispetto alla de-terminazione che così, giacché se stesso, e non altro, lo entifica, proletticamente, adunandolo nell’auto-eguaglianza che disseca dalla posizione unitaria del sé l’essere-tutto-ulteriore. Tanto meno ha fondamento il domandare del raggiungimento della fine della Storia: posto che non si dà Umanità alcuna ante l’Evento del nostro comune Destino (e senza Umanità non si dà posizione identitaria alcuna, epperò, in sinolare coimplicazione, non alcuna ente è, giova idealisticamente ribarlo), se si dà l’interrogazione che chiede conto dell’esserci (ancora) di esso nostro comune Destino, se ossia si dà quell’ente nella cui stessa essenza si fa questione del proprio esserci, già e trascendentalmente si dà l’Orizzonte Storico, tutto autenticamente, ovvero anticipativamente e apofaticamente, omniavvolgente. Ancora più preclarmente a proclamarsi: nulla si dà al di qua della Storia (= dell’essere-del-Nulla), nulla si dà al di là di essa.

L’unica questione che pertanto ci rimane degnamente da elevare – ora come sempre – non può che essere (Sein): quale deve essere (Sollen) il nostro compito (Aufgabe), oggi?

Orbene, se avanziamo verso la configurazione ultima della massima contraddizione che può darsi lungo il Sentiero dell’Essere, ossia la contraddizione estrinseca dell’Originario – giacché, si ripete, il darsi, nell’Essere o nel Giorno, egualmente nella contraddittorietà della Contraddizione originaria, dell’essere compiuto della contraddizione intrinseca alla stessa Contraddizione inseitale o Nulla autoctico archeo, non può che avvenire per approssimazione asintotica o sogliale: essenteci, non c’è –, non siamo pressoché innanzi alla massima possibilità d’esserci autenticamente giacché uomini?

Se, infatti, essere-autenticamente-nel-mondo significa esistere coerentemente all’Originario, ebbene imprime il carattere dell’essere al sé attraverso l’ex-trazione dal nulla che sempre ci sopravanza dell’ente distinto (Kléos A–thánatos), contro-vertere la configurazione della massima contro-versione aderta contro l’Originario, non rappresenta forse la massima possibilità concessa all’Uomo dall’Originario stesso, ebbene la lotta più ardua e temeraria, il conflitto ovvero in cui si dà questione non già dell’essere del sé al sé imprimente l’essere o l’eterno, bensì di ogni sé, tanto ulteriore quanto pregresso, nella co-incentrazione (Geviert) sempre avanguardiale dell'attimo autenticamente decisionale, coniativo sive creativo?

Se, ulteriormente, la forma della perfezione è determinata da tutte le forme impresse lungo il cammino, imprimere l’ultima forma non significa forse conferire adempimento, significazione e ragion d’essere a ogni forma intraprocessualmente impressa? Ovvero, altrimenti a porsi, se imprimere l’eterno al sé de-terminando il sé attraverso la determinazione estrattiva, cioè a punto autenticamente suscitativa, del Nulla-della-determinazione-identitaria-attuale, proietta il sé nell’oltrepassato o contraddittorio della Contraddizione originaria che sempre sopravanza la posizione raggiunta dal sé per ri-determinarla nell’innanzi, l’impressione di eternità al sé conseguita attraverso la determinazione che imprime eternità al sé dell’Originario, non sarà forse l’unica impressione eternamente in-naufragabile o epi-stemicamente atremida?

O, ancora, se nell’essenza stessa dell’Originario è coimplicata la necessità che il suo compimento sia attuato da ogni sempre ulteriore determinatezza sopraggiungente, compiere la determinatezza estrema dell’Indeterminabile stesso, compiere ossia l’ultima sopraggiungenza della determinatezza estrinseca del sempre ulteriormente Determinante-si, non rappresenterà forse il massimo compito concesso all’Umano?

Se, infine, sia affermato con tutto l’abbacinante clangore del fuoco edace, la Pira-di-Ettore che lungi ne riverbera l’eco delle gesta, rappresenta il compimento apoteotico del suo eroismo inclito, la Pira-dell’Umano non ostenderà contro l’Eterno stesso l’acme del nostro valore?

Ebbene sì, ci attende il tempo degli ultimi Titani, il cesarismo di quella civilizzazione che ha il Mondo stesso per dominio giurisdizionale. È inevitabile. Ma questo tempo crepuscolare attende l’ulteriore intensificazione dell’attuale configurazione per sorgere con volto arguto. Ed essa intensificazione si estende davanti a noi senza un’ulteriore partizione quantitativa rispetto alla partizione che ne annuncia il compimento necessario.

Ecco che elevare contrasto e contraddizione contro tale attuale nostra configurazione d’essere non altro implica e comporta se non condurre il tempo della Coerenza-in-sé verso l’estrema coerenza del sé, ovvero pro-muovere l’elevazione dell’ultima posizione di coerenza entro il contraddittorio della Contraddizione originaria, ebbene ulteriormente adempiere l’Originario stesso, epperò il nostro stesso Destino.

E questo è precisamente il labaro che noi si aderge, questo il Cielo che qui si assalta.

VEXILLA REGIS PRODEUNT FATI


Alberto Iannelli


Dista ormai da noi tre decenni il celebre saggio di Francis Fukuyama The End of History and the Last Man, in cui il politologo statunitense annunciava, non certo senza l’enfasi dell’epopte e l’autocompiacimento del trionfatore, l’ormai raggiunto acme del progredire storico. Crollato l’esperimento marxista, l’evoluzione sociale, culturale, economica, politica, giuridica e financo assiologico-morale dell’umano si era finalmente compiuta nella parusia del capitalismo e della democrazia liberale anglo-franco-americana.

E, nondimeno, pur avvenimenti definibili di portata storica sono da allora occorsi, anzitutto il tentativo della Russia di ricostituire la propria perduta contro-polarità nella geopolitica mondiale, con le conseguenti contro-mosse rivoluzionarie o “policromatico-primaverili” schierate in campo dalla potenza attentata nell’adersione di essa propria avocazione egemonica della sovranità globale.

Alla luce epperò dell’eccedenza evenemenziale manifestatasi rispetto al limes di Fukuyama, possiamo noi, oggi, sostenere, davanti alla Storia stessa, l’infondatezza della sua tesi?

Procediamo con sistematicità e ordine, tentando in origine, come da nostra costitutiva attitudine, la prospezione interrogativa dei fondamenti di essa apofansi apocalittica qui indebitamente esposta succinta esclusivamente a mo’ di epi-clesi preliminare del Dio ulteriormente sopraggiunte.

Poi vidi quattro in umile paruta;
e di retro da tutti un vecchio solo
venir, dormendo, con la faccia arguta
[Purgatorio, Canto XXIX, vv. 142–144]

Ebbene, per affermare la fine di qualcosa, occorre anzitutto predicarne il principio: l’imperituro non può essere generato, l’ingenerato non può perire; ma predicare il principio significa conferire determinazione a ciò che prende avvio. Determinazione e destinazione (Bestimmenheit), concepimento e compimento si coimplicano. Ma, ulterioremente avanzando, per destinare a determinazione qualcosa occorre conficcare il télos del procedere nell’aoristia dell’indistinto interminabile, così puntualmente partendolo.

Predire la conclusione della Storia significa ossia, altrimenti a dirsi, preporre presso verità l’interpretazione storiografica lineare e teleologico-ascensionale.

Molto si è discusso, vanamente a nostro avviso, circa la supposta opposizione, nella concezione temporale, tra la civiltà classica e il pensiero giudaico-cristiano, tra una visione ovvero ciclica e aderente all’alternanza stagionale e in genere mimetica rispetto alla ricorsività della Natura, e una a punto linearmente procedente, epperò tipicamente e ubristicamente antropica, incrementante altresì a ogni spira sovrabbondanza rispetto al pregresso periodo, nella celebre hegeliana conservazione del trasceso compiuta dall’oltrepassante in ogni suo inglobante andare-oltre.

Molto si è discettato, certo, ma vanamente a punto, come detto: nella concezione-giudaico cristiana il mondo infatti ascende per convergere nell’eterna ex-cellenza del Cielo, e se termina, adempiendosi nella Plenitudine del Tempo, è solo per divenire Eterno. Pertanto, a ben considerarla, la disequazione che dischiude lo iato della differenza tra l’imperituro persistere sempre salva in diuturna vece della Physis aristotelica e l’infinito dimorare presso l’iperuraneo del dio israelitico è solo speciosa e adiaforica e assolutamente non in grado di aprire autentica dia-vergenza alcuna nella concezione del tempo, tutt’alpiù dischiudendo la dissezione, come effettivamente nietzschianamente attua, tra al di qua e al di là, senso e spirito (non è, infatti, la Parusia cristiana a conferire autenticamente primazialità all’Avvento, non è essa Attesa ultima a fondare autenticamente il presente, bensì a ciò compiere, e ampliamente ante essa concezione, è, come si dirà, cioè che fu definito [cfr. Diá] Essere-per-la-Morte-Trascendentale: esclusivamente ponendo l’autoentificazione – prolettico-progettuale – del Nulla quale Principio, l’Essere conseguente può autenticamente essere per ogni sopraggiungere ulteriore d’ente).

No, per cercare una concezione del tempo che sia autenticamente lineare dobbiamo evocare una concezione del mondo che ponga nell’assolutezza ineccepibile dell’originaria destinazione alla determinazione estrema il proprio fondamento prolettico o trascendentalmente tutto l’essere oltre-eveniente anticipante.

Ed essa Weltanschauung si dà nella Storia o, piuttosto, è proprio il suo sorgere a decidere l’autoctisi della Storia stessa. Oggi noi appelliamo, per comparazione linguistica, la Kultur che l’ha pro-dotta indo-europea. Non possiamo, nonpertanto, pena l’eccesso d’eccedenza rispetto al nostro qui aleggiare attorno all’Aorno apocalittico, non rimandare ad altra dimora l’elevazione dei fondamenti di questa nostra affermazione (cfr. Eisagogé, Diá), limitandoci qui a evocarne la seguente evidenza, capitale per il nostro oltre-pocedere: precisamente in coerenza della propria essenza proiettivo-anticipazionale, l’apparire della deissi ontica di esso Orizzonte concettuale sussegue di necessità al suo già esserci, apparire nell’Essere o nel Giorno del Principio in principio certamente oscuro e viepiù apofaticamente o enantiodromicamente autorischiarantesi. La stessa omniprincipialità della Notte originaria raggiunge posizione o apparenza eliaca nell’estremo del proprio esserci, ovvero nella plenitudine del proprio contraddittorio o percorso contraddistintivo.

Ebbene, non desterà eccesso d’inquietudine l’affermare la necessità che sia destino esclusivo della discendenza dei creatori della linearità del tempo, quale convergenza verso il punto di preda dell’ultimo orizzonte, del crepuscolo, del sepolcro, quale irreversibile altresì avanzata del solco impresso dalla ruota delle gesta antropiche sul suolo dello scorrere stagionale perennemente e im-progrediente e an-inclito, la conduzione a destinazione o assoluta determinazione del comune stesso nostro Destino (Ge-schick), ossia a punto dell’umana vicenda tutta (Geschichte).

Siamo dunque giunti nel tempo in cui gli epigoni della Civiltà storico-aurorale raggiungono il punto escate del principio prolettico, siamo ovvero noi addivenuti Über die Linie della Storia, o non ne siamo piuttosto attorno, ovvero prossimi all’asintotica entelechia della Potenza archea?

Ebbene, per il solo fatto di farne qui questione, non possiamo non già manifestare il nostro esserne al di qua, intrascendibilmente. Occorrerà, infatti, per poter ulteriormente procedere alla collocazione esatta dell’attualità necessariamente avanguardiale nostra lungo l’epopea dell’Originario, sostare qualche attimo e precisare con compiutezza concetti altrimenti astrattamente indeterminati, occorrerà ovvero definire con autenticità, seppur con tocco gnomico, ciò che dimora nelle parole De-stino e Potenza.

Non dobbiamo concepire la Dynamis come insieme di elementi, non dobbiamo epperò, conseguentemente, concepire l’attuazione come trans-duzione dall’insieme del possibile all’insieme del reale. Se la Potenza fosse ulteriormente endo-partibile, cioè se si desse distinzione tra la sua posizione e la posizione degli elementi che essa contiene, tali contenuti determinati del possibile sarebbero già in atto (in atto giacché possibili [cfr. Diá, Capitolo O, Dynamis kaì Enérgeia]). La Potenza è esclusivamente il Nulla-dell’atto, e l’attuazione autentica è esclusivamente creatio ex nihilo. L’attualità della Potenza pertanto è unicamente la sua determinazione o realtà di Possibile-del-reale (egualmente, sotto il riguardo d’altre categorie l’Originario a inquadrarsi, il suo esserci giacché Nulla-dell’ente, la sua posizione in quanto Ulteriore-rispetto-a-ogni-presenza, la sua pienezza quale Vacuità-in-sé o come perimetrazione del puro Contenente etc…).

Per coimplicazione, il Destino non deve essere inautenticamente compreso parimenti quale insieme già contenente la partizione delle determinazioni, già ossia coinvolgente in sé contenuti eidetici distinti o definite onto-medesimezze: “se vi fossero Dei, io non potrei creare, ma Io creo, epperò non vi sono Dei”. Dinnanzi all’Uomo non c’è che il Nulla. E precisamente questo è l’autentico De-stino: lo Stare inconcusso da principio della Fine. Non altro contenuto che questo di Limes originario (Ur-teilung) improcedibile il Fato potrà mai autenticamente assumere.

Ciò con necessità prepostosi, riprendiamo ora il nostro tentativo di collocazione del presente attorno alla linea della Fine.

E, tuttavia, non appena riprendiamo l’incedere innanzi verso l’asintoto del compimento, veniamo ulteriormente risospinti indietro, costretti alla retrospezione di quanto già trascorso. Se, infatti, il futuro è già e sempre qui presente in quanto Nulla-dell’attuale, non possiamo non rivolgerci alla Storia dell’Essere, quale teoria della contraddizione (élenchos) elevata dal Nulla alla posizione prolettica del sé, per chiedere conto al Nulla stesso della propria attuale posizione, ebbene della nostra collocazione lungo la sua enantio-epopea eliaca.

Stiamo pertanto attraversando, come qui più volte dichiarato, il compimento dell’Era deuteriore dell’Essere e dell’Eterno, precisamente gettati durante la civilizzazione manchesteriana della sua contro-epoca faustiana. Sappiamo, pertanto, giacché l’En-dia-di originaria con necessità si ordina nel tempo in triplicità d’Era, che l’attimo in cui l’Originario raggiungerà, nel sentiero dell’essere, il compimento della propria contrarietà estrinseca, attuerà a punto nel dominio dell’essere stesso il contenuto del suo esserci principiale, ovvero sarà nel modo d’essere opposto o perfettamente incoerente rispetto al contenuto del suo essere Incoerenza-in-sé, egualmente Opposizione assoluta: la Prolessi-in-sé (= contenuto dell’essere o inseità) non può che esserci (= modo d’essere o seità) proletticamente in principio, compiutamente in ultimo, non può che stare altresì infine nel modo antitetico a ciò che la sua posizione di principio contiene, ma la Contraddizione (= il Nulla) che sta (= Essere) perfettamente o incontraddittoriamente in contraddizione con sé, parimenti nella contraddizione tra (DIÁ) sé (An-sichheit) e sé (Sichheit), non può più pro-cedere oltre questa posizione raggiunta dal sé che pertanto, soglialmente (asýndeton), lì e allora si dis-covre (apo-calypsis) precisamente ultima o estrema (il Nulla non può essere se non come non-sé: essenteci giacché sé, non-[c’]è).

Ecco dunque quello che oggi solamente sappiamo: non potrà darsi nell’Essere o nel Giorno altra configurazione se non quella raggiunta nel compimento dell’Era seconda dell’Essere-in-sé, e sarà esattamente essa configurazione pen-ultimativa dell’Indistinto e dell’Identico a dare l’assalto finale all’Olimpo del Destino nostro comune, sarà esattamente ossia esso orizzonte aoristo e panico ad essere determinato proprio in quanto Storio-clasta. Qui, infatti, pressoché più nulla ne sarà del Nulla, ossia della Distintività-in-sé, dell’Alterità o Framezzo, della Kénosis od Orizzonte dell’Ulteriore, poiché pressoché tutto ne sarà della Pienezza impartibile, dell’Omologazione planetaria, del Nómos unitario e globalista “digrignante i denti” dinnanzi a ogni posizione d’eccedenza, foss’anche inriattingibilmente oltrepassata, e contro tutte le elevazioni d’eccezione della particolarità identitaria, della distintività individuale che recalcitra all’omniafferranza del sempre Medesimo.

Molti sono già i frammenti preludiali dell’estremità entelechiale di quest’Era Seconda, tanto che il loro igneo squarciare il velo dell’atmosfera illumina ormai pressoché a giorno l’Orizzonte della Notte, almeno per gli uomini in essa desti. In questo stesso nostro spazio di Alterità e Opposizione al nostro Tempo, e al suo Potere, si è cercato sovente di ostenderne gli epifenomeni maggiormente corruschi. Lo stesso saggio da cui abbiamo preso avvio conferisce ipostasi a esso Zeitgeist: la configurazione dell’essere presente (“strutturalmente” il Capitalismo finanziario trans-frontaliero, politicamente la democrazia liberale parlamentare e mass-mediatizzata, assiologicamente le Dichiarazioni universali dell’Onu o i claim pubblicitari delle multi-nazionali etc…) non può essere oltrepassata poiché la spinta emancipativo-progressista dell’uomo ha raggiunto finalmente il proprio stato di perfezione o entelechia (qui giace nonpertanto l’immane contraddizione che avvolge i fondamenti di essa tesi altera e arrogante, qui dimora l’immane e immanentemente ingenua contraddizione ossia di pensare a uno sviluppo teleologico che sfoci in uno stare eterno e improcedibile della forma raggiunta da tale evoluzione: ogni pro-cesso è teleologico e ogni pro-cesso teleo-logico è destinato a determinazione [cfr. Diá, Capitolo E, Ent–faltung]; la forma della perfezione entelechiale non è la configurazione raggiunta in fine, bensì la forma conferita da tutta la teoria eidetica sin lì occorsa, ovvero, nell'evento antropico, la Storia stessa).

Posto pertanto, escutendo ora la conclusione, che non potrà darsi alcuna ulteriore configurazione d’essere rispetto all’intensificazione progressiva dell’attuale nostra (non possiamo, tuttavia, se non ancora rimandare a Diá tutti coloro i quali reclamassero la dimostrazione del valore di verità dell’apofansi che predica l’impossibilità – egualmente l’incontrovertibile valore di negazione dell’affermazione che la controverte – dell’egressione, dal Nulla che ancora ci sopravanza, di una configurazione dell’essere che ponga in questione tutta la Storia dell’Essere sin qui disvoltasi, Seinsgeschichte tutta la cui teoria distintiva indica precisamente e con chiarezza come necessaria l’affermazione che predica l’ultimità, tra le configurazioni dell’Essere, della configurazione ultima dell’Essere deuteriore), non ha alcun fondamento l’interrogazione circa la quantità residua di Storia, ovvero di Tempo, egualmente di Essere, rimanente all’Umano: il Nulla non può avere alcuna partizione quantitativa ulteriore rispetto alla de-terminazione che così, giacché se stesso, e non altro, lo entifica, proletticamente, adunandolo nell’auto-eguaglianza che disseca dalla posizione unitaria del sé l’essere-tutto-ulteriore. Tanto meno ha fondamento il domandare del raggiungimento della fine della Storia: posto che non si dà Umanità alcuna ante l’Evento del nostro comune Destino (e senza Umanità non si dà posizione identitaria alcuna, epperò, in sinolare coimplicazione, non alcuna ente è, giova idealisticamente ribarlo), se si dà l’interrogazione che chiede conto dell’esserci (ancora) di esso nostro comune Destino, se ossia si dà quell’ente nella cui stessa essenza si fa questione del proprio esserci, già e trascendentalmente si dà l’Orizzonte Storico, tutto autenticamente, ovvero anticipativamente e apofaticamente, omniavvolgente. Ancora più preclarmente a proclamarsi: nulla si dà al di qua della Storia (= dell’essere-del-Nulla), nulla si dà al di là di essa.

L’unica questione che pertanto ci rimane degnamente da elevare – ora come sempre – non può che essere (Sein): quale deve essere (Sollen) il nostro compito (Aufgabe), oggi?

Orbene, se avanziamo verso la configurazione ultima della massima contraddizione che può darsi lungo il Sentiero dell’Essere, ossia la contraddizione estrinseca dell’Originario – giacché, si ripete, il darsi, nell’Essere o nel Giorno, egualmente nella contraddittorietà della Contraddizione originaria, dell’essere compiuto della contraddizione intrinseca alla stessa Contraddizione inseitale o Nulla autoctico archeo, non può che avvenire per approssimazione asintotica o sogliale: essenteci, non c’è –, non siamo pressoché innanzi alla massima possibilità d’esserci autenticamente giacché uomini?

Se, infatti, essere-autenticamente-nel-mondo significa esistere coerentemente all’Originario, ebbene imprime il carattere dell’essere al sé attraverso l’ex-trazione dal nulla che sempre ci sopravanza dell’ente distinto (Kléos A–thánatos), contro-vertere la configurazione della massima contro-versione aderta contro l’Originario, non rappresenta forse la massima possibilità concessa all’Uomo dall’Originario stesso, ebbene la lotta più ardua e temeraria, il conflitto ovvero in cui si dà questione non già dell’essere del sé al sé imprimente l’essere o l’eterno, bensì di ogni sé, tanto ulteriore quanto pregresso, nella co-incentrazione (Geviert) sempre avanguardiale dell'attimo autenticamente decisionale, coniativo sive creativo?

Se, ulteriormente, la forma della perfezione è determinata da tutte le forme impresse lungo il cammino, imprimere l’ultima forma non significa forse conferire adempimento, significazione e ragion d’essere a ogni forma intraprocessualmente impressa? Ovvero, altrimenti a porsi, se imprimere l’eterno al sé de-terminando il sé attraverso la determinazione estrattiva, cioè a punto autenticamente suscitativa, del Nulla-della-determinazione-identitaria-attuale, proietta il sé nell’oltrepassato o contraddittorio della Contraddizione originaria che sempre sopravanza la posizione raggiunta dal sé per ri-determinarla nell’innanzi, l’impressione di eternità al sé conseguita attraverso la determinazione che imprime eternità al sé dell’Originario, non sarà forse l’unica impressione eternamente in-naufragabile o epi-stemicamente atremida?

O, ancora, se nell’essenza stessa dell’Originario è coimplicata la necessità che il suo compimento sia attuato da ogni sempre ulteriore determinatezza sopraggiungente, compiere la determinatezza estrema dell’Indeterminabile stesso, compiere ossia l’ultima sopraggiungenza della determinatezza estrinseca del sempre ulteriormente Determinante-si, non rappresenterà forse il massimo compito concesso all’Umano?

Se, infine, sia affermato con tutto l’abbacinante clangore del fuoco edace, la Pira-di-Ettore che lungi ne riverbera l’eco delle gesta, rappresenta il compimento apoteotico del suo eroismo inclito, la Pira-dell’Umano non ostenderà contro l’Eterno stesso l’acme del nostro valore?

Ebbene sì, ci attende il tempo degli ultimi Titani, il cesarismo di quella civilizzazione che ha il Mondo stesso per dominio giurisdizionale. È inevitabile. Ma questo tempo crepuscolare attende l’ulteriore intensificazione dell’attuale configurazione per sorgere con volto arguto. Ed essa intensificazione si estende davanti a noi senza un’ulteriore partizione quantitativa rispetto alla partizione che ne annuncia il compimento necessario.

Ecco che elevare contrasto e contraddizione contro tale attuale nostra configurazione d’essere non altro implica e comporta se non condurre il tempo della Coerenza-in-sé verso l’estrema coerenza del sé, ovvero pro-muovere l’elevazione dell’ultima posizione di coerenza entro il contraddittorio della Contraddizione originaria, ebbene ulteriormente adempiere l’Originario stesso, epperò il nostro stesso Destino.

E questo è precisamente il labaro che noi si aderge, questo il Cielo che qui si assalta.

VEXILLA REGIS PRODEUNT FATI


Alberto Iannelli

orizzontealtro@gmail.com