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Sovranità e Diritto, Legittimità e Legalità nella Teologia politica di Carl Schmitt. Per una lettura ontologica de Le Categorie del Politico
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Nel corso del 2020, molto e in molte sedi e discipline si è dibattuto circa la dottrina dello stato di eccezione: sino a quale punto il Governo e il suo “diritto” (Legalität) all’esecutività normativa, può sospendere – all’interno di ordinamenti costituzionali, parlamentari e in regime illuministico di controbilanciamento o divisione dei poteri dello Stato – alcuni diritti sanciti dalla stessa Legge fondamentale di quella nazione (dalla libertà di movimento, culto e aggregazione, alla libertà di impresa) per corrispondere a un evento a punto inconsueto e ingenerante una condizione di emergenza? Ovvero, altrimenti a domandasi, chi ha il potere (Legitimität) di sospendere il diritto ordinario e decidere sullo stato straordinario, anzitutto decidendo dello stato straordinario, del suo esserci?

Molti e in molte sedi e discipline, parlando dello stato di eccezione dischiuso dall’evento pandemico, hanno evocato la dottrina della sovranità espressa nella Teologia politica[1] di Carl Schmitt.

Analizziamo dunque, come nostra prassi e postura, direttamente il testo dell’autore, per verificare se la sua concezione della sovranità e del fondamento del potere possa in qualche modo coadiuvare la corretta interpretazione dell’orizzonte eccezionale dell’oggi o se non evochi, in verità, una relazione autoescludentesi tra norma e decisione, diritto e sovranità, per noi sì altra e lontana da sembrare paradossale.

Partiamo dalla definizione di sovranità (§1), poiché lo stato di eccezione rappresenta per Schmitt la configurazione elettiva in cui l’effettiva soggettualità decidente si concede al dimostramento preclaro, epifanico:

“Sovrano è chi decide sullo stato di eccezione”.

Nondimeno, il giurista di Plettenberg ci esorta subito a non confondere lo stato di eccezione, come e in quanto caso limite, con un qualsiasi contingente stato emergenziale.


Sovrano è chi decide sullo stato di eccezione. Questa definizione può essere appropriata al concetto di sovranità, solo in quanto questo si assuma come concetto limite. Infatti concetto limite non significa un concetto confuso, come nella terminologia spuria della letteratura popolare, bensì un concetto relativo alla sfera più estrema. A ciò corrisponde il fatto che la sua definizione non può più applicarsi al caso normale, ma ad un caso limite. Risulterà dal seguito che qui con stato di eccezione va inteso un concetto generale della dottrina dello Stato, e non qualsiasi ordinanza d’emergenza o stato d’assedio […]. Infatti, la decisione intorno alla eccezione è decisione in senso eminente, poiché una norma generale, contenuta nell’articolo di legge normalmente vigente, non può mai comprendere un’eccezione assoluta e non può perciò neppure dare fondamento pacificamente alla decisione che ci si trova di fronte ad un vero e proprio stato d’eccezione.


Ovvero, sovrano non è colui il quale, d’innanzi a questa o quest’altra concreta emergenza (relativa) avoca a sé il potere decisionale, bensì è colui attraverso il cui atto de-cidente, assoluto ossia a-bissale, trova fondamento di legittimità ogni legalità conseguente a tale gesto originario, ebbene auto-ctico, cioè preso senza alcun fondamento (di legittimità) antecedente all’essere del sé. Siamo sul piano giuridico, certamente, non ontologico, e, nonpertanto, si comprende l’essenza del pensiero schmittiano sul Potere solo se si pensa quest’ultimo in termini auto-causativi, attuante epperò il sé e l’essere del sé ex nihilo sui et subiecti: qualunque realtà già in essere o, nell’orizzonte del Diritto, qualunque soggettualità giuridica già vigente, fosse anche la Legge costituzionale o fondamentale, renderebbe relativa la decisione, epperò relativo il decidente, ovvero non pienamente e autenticamente sovrano.

Nell’Orizzonte delle democrazie liberali costituzionali, infatti, per Schmitt non si danno sovrani, e ciò indipendentemente dalla forma istituzionale della nazione, repubblicana o monarchica, poiché sovrana o legittima qui è la norma o la legalità.


L’argomento decisivo, continuamente ripetuto e sollevato contro ogni avversario scientifico, rimane sempre lo stesso: il fondamento per l’efficacia di una norma può essere solo una norma; perciò per la considerazione giuridica, lo Stato è la stessa cosa della sua costituzione, cioè della norma fondamentale unitaria […]. Questa concezione ha trovato un rappresentante significativo in H. Krabbe, la cui dottrina della sovranità del diritto riposa sulla tesi che ad essere sovrano non è lo Stato, bensì il diritto. Kelsen sembra scorgere in lui solo un precursore della sua dottrina dell’identità di Stato ed ordinamento giuridico […]. L’idea moderna di Stato, secondo Krabbe, pone al posto di un potere personale (del re, dell’autorità) una forza spirituale. “Noi non viviamo ormai più sotto la signoria di persone, siano esser naturali o costruite (persone giuridiche), ma sotto la signoria di norme, di forze spirituali. In ciò si manifesta l’idea moderna di Stato” […]. Non lo Stato, ma il diritto deve avere il potere […]. Le più diverse teorie del concetto di sovranità – di Krabbe, di Preuss, di Kelsen – aspirano a una totale obbiettività, nel senso che sono d’accordo che dal concetto di Stato dev’essere eliminato tutto ciò che è personale […]. Per Preuss e Krabbe, tutte le concezioni relative alla personalità non sono altro che riverberi storici provenienti dalla monarchia assoluta.


E, tuttavia, non alcuna norma può mai essere pienamente sovrana, nell’accezione prima descritta, proprio giacché qualunque legge, e anzitutto la stessa legge costituzionale, per quanto predittiva, sarà sempre per antecedenza genealogica impreparata a gestire l’eccezione così liminarmente intesa.

Ecco dunque come andrebbe correttamente compresa la decisione sullo stato di eccezione schmittiano: l’epifania dell’evento dimostra nulla (cioè, sul piano giuridico, inefficace, impreparata etc…) ogni norma ante esso avvenimento estremo in vigore; sulla nullificazione dell’ordinamento, si fa atto ed essere (vigenza nell’orizzonte del Diritto) la decisione che im-mediatamente attua o entifica la soggettualità sovranamente decidente, ossia decidente dall’abisso o dall’assenza di fondamento. Ovvero, altrimenti a dirsi, la decisione sullo stato di eccezione, attuata dal sovrano, attua simultaneamente lo stesso sovrano, ossia lo riconosce come tale. La decisione sullo stato di eccezione, cioè sul nulla, è dunque im-mediata auto-attuazione del decidente stesso, autoctisi a punto.


Il sovrano crea e garantisce la situazione come un tutto nella sua totalità. Egli ha il monopolio della decisione ultima. In ciò sta l’essenza della sovranità statale, che quindi propriamente non dev’essere definita giuridicamente come monopolio della sanzione o del potere, ma come monopolio della decisione […]. Il caso d’eccezione rende palese nel modo più chiaro l’essenza dell’autorità statale. Qui la decisione si distingue dalla norma giuridica, e (per formulare un paradosso) l’autorità dimostra di non aver bisogno di diritto per creare diritto (ovvero lo crea dal nulla [autó-ktísis]) […]. Dal punto di vista del contenuto della norma che sta a fondamento, ogni momento decisionale costitutivo specifico è qualcosa di nuovo e di esterno. In senso normativo, la decisione è nata da un nulla. La forza giuridica della decisione è qualcosa di diverso dal risultato del suo fondamento. Essa non si spiega con l’aiuto di una norma, ma viceversa è solo grazie ad un punto di riferimento che si stabilisce che cosa sia una norma e che cosa sia la correttezza normativa.


Ciò posto, è evidente che, stante il già esserci di norme, ovvero, storicamente, a far imprecisata data dalle prime forme di divieti e leggi claniche e tribali oralmente tramandatesi e consuetudinariamente, il sopraggiungere evenemenziale dello stato di eccezione deve essere de-ciso – da qualcuno – come tale. Non è mai, infatti, lo stato stesso di eccezione a essere auto-attuativo, a imporsi siffatto, bensì è la decisione su di sé, che è anzitutto decisione “ontologica”, ossia decide dell’esserci o del non essere dell’eccezione, ad auto-attuare il decidente stesso.


In generale non si disputa intorno ad un concetto in sé, quanto meno nella storia della sovranità: si disputa attorno al suo concreto impiego, cioè su chi in caso di conflitto decida dove consiste l’interesse pubblico o statale, la sicurezza e l’ordine pubblico, le salut public e così via […]. La questione relativa al soggetto della sovranità […] è […] la questione della sovranità stessa. Non si può affermare con chiarezza incontrovertibile quando sussista un caso d’emergenza, né si può descrivere dal punto di vista del contenuto che cosa possa accadere quando realmente si tratta del caso estremo di emergenza e del suo superamento. Tanto il presupposto quanto il contenuto della competenza sono qui necessariamente illimitati. Anzi, dal punto di vista dello Stato di diritto non sussiste qui nessuna competenza. La costituzione può al più indicare chi deve agire in un caso siffatto. Se quest’azione non è sottoposta a nessun controllo, se essa non è ripartita in qualche modo, secondo la prassi della costituzione dello Stato di diritto, fra diverse istanze che si controllano e bilanciano a vicenda, allora diventa automaticamente chiaro chi è il sovrano. Egli decide tanto sul fatto se sussista il caso estremo di emergenza, quanto sul fatto di che cosa si debba fare per superarlo. Egli sta al di fuori dell’ordinamento giuridico normalmente vigente e tuttavia appartiene ad esso poiché a lui tocca la competenza di decidere se la costituzione in toto possa essere sospesa. Tutte le tendenze del moderno sviluppo dello Stato di diritto concorrono ad escludere un sovrano in questo senso.


Lo Stato di diritto moderno, si diceva, non riconosce ad alcun soggetto piena sovranità perché non ad alcun soggetto riconosce piena legittimità, piena legittimità riconoscendo altresì esclusivamente alla legalità. Se l’azione diretta corrispondente allo stato di eccezione contingente (definiamolo 'stato di emergenza' per chiarezza esplicativa, distinguendolo dallo stato di eccezione assoluto o tout court) è ripartita fra molteplici soggettualità giuridiche, e se tale ripartizione è pre-decisa da una norma (la legge costituzionale), allora sovrana è, ulteriormente, la norma, senza nondimeno, come posto, mai poterlo pienamente essere.

Nonostante le succitate dottrine dello Stato moderno spostino il momento autoctico, dalla persona del decidente alla norma stessa (è dunque, in questa “metafisica del diritto”, la norma stessa a creare se stessa, così interrompendo il “regresso all’infinito” nella ricerca della causazione prima o fondamento del sé), la norma non può mai essere autocausativa: ogni legge, e la stessa Legge costituzionale, trova fondamento anzitutto su una decisione originaria, non mai su un’originaria norma. Il regressus in infinitum dimostrerebbe piuttosto, per Schmitt, l’impossibilità che in origine vi sia una legge (chi l’avrebbe, infatti, decisa e promulgata?): in principio pertanto è sempre la De-cisione, l’Ent-schlossenheit heideggeriana, l’Ur-teilung o partizione originaria di Hölderlin. E chi ciò compie è sovrano, pantocrate, cosmizzatore. La Decisione sovrana di Carl Schmitt è la katáneysis kephálaia di Zeus, il cenno del capo che comanda e ordina.

Pertanto, se la soggettualità deputata a decidere sullo stato di eccezione (sul suo esserci, anzitutto, ripetiamo, sul come corrispondervi, secondariamente), è definita dalla Carta costituzionale, se, ancora, da tale Norma fondamentale viene circoscritto il perimetro di liceità dell’azione corresponsiva, pur essa Legge (Legalität) poggia su una più antica Decisione (Legitimität), tutta Politica. Anzi, lo stesso deputare la decisione sull’emergenza (necessariamente post-eventum rispetto alla deliberazione) alla Costituzione, poggia su una decisione pre-normativa, in una sorta di delegazione di sovranità che il sovrano decidente (o i padri costituenti) concede (o concedono) alla norma, ovvero alla Stato di diritto.


La sovranità, e quindi lo Stato stesso, consiste nel decidere questo conflitto, perciò nello stabilire in modo definitivo che cosa sia l’ordine e la sicurezza pubblica, quando essa sia messa in pericolo e così via. Nella realtà concreta, l’ordine e la sicurezza pubblica si presentano in modo molto diverso a seconda che sia una burocrazia militare (stato prussiano, nota nostra), un’amministrazione autonoma dominata dallo spirito commerciale borghese (l’Inghilterra; la prima pubblicazione della Teologia politica è del 1922, non dimentichiamolo) o un’organizzazione radicale di partito (il PCUS) a decidere quando questo ordine e sicurezza è salvaguardato e quando esso viene minacciato o distrutto. Infatti ogni ordine riposa su una decisione ed anche il concetto di ordinamento giuridico, che viene acriticamente impiegato come qualcosa che si spiega da sé, contiene in sé la contrapposizione dei due diversi elementi del dato giuridico. Anche l’ordinamento giuridico, come ogni altro ordine, riposa su una decisione e non su una norma.


Ma, se la legalità, in uno Stato di diritto, può decidere dell’emergenza (relativa), d’innanzi all’estremo o all’originario, ovvero, ulteriormente, dinnanzi all’eccezione assoluta, essa permane, consentaneamente alla propria essenza derivata, afasica. Legge e Decisione sovrana, Diritto e Stato, non si incontrano mai, per definizione (precisamente ciò implica l’attribuzione di liminalità all’eccezione, la mutua esclusività asintotica ovvero di Legittimità e Legalità): la decisione sovrana si manifesta solo con l’eclissarsi assoluto del fondamento normativo, mentre la norma vige pienamente solo col venir meno del potere sovrano.


Una giurisprudenza orientata alle questioni della vita di ogni giorno e degli affari ordinari non ha alcun interesse al concetto di sovranità […]. Di fronte al caso estremo, essa rimane senza parole. Infatti, non ogni competenza inconsueta, non ogni misura od ordinanza poliziesca di emergenza è già una situazione d’eccezione: a questa pertiene piuttosto una competenza illimitata in via di principio, cioè la sospensione dell’intero ordinamento vigente. Se si verifica tale situazione, allora è chiaro che lo Stato continua a sussistere, mentre il diritto viene meno. Poiché lo stato di eccezione è ancora qualcosa di diverso dall’anarchia o dal caos, dal punto di vista giuridico esiste ancora in esso un ordinamento, anche se non si tratta più di un ordinamento giuridico. L’esistenza dello Stato dimostra qui un’indubbia superiorità sulla validità della norma giuridica. La decisione si rende libera da ogni vincolo normativo e diventa assoluta in senso proprio. Nel caso di eccezione, lo Stato sospende il diritto, in virtù, come si dice, di un diritto di autoconservazione.


È solo, dunque, se e allorquando ogni diritto recede, compresa quella legislazione che (pre-)decide dell’eccezione, che ci troviamo all’interno del caso limite, dell’evento estremo; è solo in questa vacatio o epoché dell’ordinario e dell’ordinamento che la decisione sovrana appare, nell’attimo teofanico: Keraunós.


La sovranità è il potere supremo, giuridicamente indipendente e non derivato (ovvero ab-solutum, sciolto da ogni relazione all’altro da sé).


Ora, venendo all’orizzonte dell’oggi pandemico, non dandosi mai nella Storia, lo si è accennato, situazioni estreme, ovvero posizioni assolute, se non a punto nel principio autoctico della Storia stessa, non dandosi ovvero mai il decisore autocrate assolutamente sciolto da relazione con alcuna norma, foss’anche re-lazione con quella norma o quell’insieme di norme che, preso il potere, il sovrano decisore sovverte o perfettamente (relazione di contrarietà) o parzialmente (relazione di contraddittorietà), né certamente parimenti mai dandosi alcuna norma autoattuantesi, tra i poli in astratto estremi e assoluti di Stato e Diritto, Sovrano e Norma, Legittimità e Legalità, si instaura sintesi dialettica, per cui, di volta in volta, ogni ordinamento giuridico, sintesi con-relativa od unitario-orizzonte-mediale-dei-due, risulta più o meno sbilanciato verso l’un polo e l’altro.


Come in caso di normalità il momento autonomo della decisione può essere ridotto a un minimo, allo stesso modo in caso di eccezione viene annullata la norma. Tuttavia, anche il caso di eccezione resta accessibile alla conoscenza giuridica, poiché entrambi gli elementi, la norma come la decisione, permangono nell’ambito del dato giuridico.


Posto dunque l’assoluto della sovranità nella decisione a-bissale, ovvero ad-fermata sul nulla del diritto, non rimane che stabilire, di volta in volta, quanto diritto rimane a (pre-)fondamento della decisione sovrana sull’eccezione, quanta quota d’essere ovvero la posizione della Legalità sottrae alla posizione della Legittimità, oppure, simmetricamente, in coimplicazione enantio-dromica, quanta sovranità di volta in volta il decisore emergenziale detiene presso sé per ogni stato d’eccezione fattuale o relativo, “storico”. Allo stesso modo, meno fondamento il diritto concede alla slancio “creativo” ex-nihilo del Decisore egioco, più ci troviamo al cospetto di uno stato di autentica eccezione.

Ciò dunque posto, possiamo “legittimamente” noi considerare, in conclusione, l’evento pandemico del 2020 uno stato d’eccezione nell’accezione schmittiana? Ebbene, secondo l’autore della Teologia politica, è lo stato o grado di sospensione o annullamento (da intendersi sempre, come precisato, relativo, contingente, “storico”) del diritto a quantificate, retroattivamente, lo stato o grado di eccezione, non viceversa.

Per paradosso, nulla può occorrere e, nondimeno, il nostro Presidente del Consiglio d’improvviso prende una decisione contravvenendo, nel contenuto di essa azione d’imperio autodimostrantesi perciò stesso immediatamente sovrana, a ogni ordinamento sino ad allora vigente (Costituzione compresa): ecco che ci troviamo in uno stato d’eccezione. Al contrario, carestia, epidemia e guerra civile falcidiano il nostro Stato e, nonpertanto, la legge ordinaria continua a vigere e fondare ogni decisione corresponsiva degli eventi: ecco che non ci troviamo al cospetto di quell’alma eccezione epifanica di cui parla Schmitt:


Solo una filosofia della vita concreta non può ritrarsi davanti all’eccezione e dal caso estremo, anzi deve interessarsi ad esso al più alto grado. Per essa l’eccezione può essere più importante della regola […]. L’eccezione è più interessante del caso normale. Quest’ultimo non prova nulla, l’eccezione prova tutto; non solo essa conferma la regola: la regola stessa vive solo dell’eccezione. Nell’eccezione, la forza della vita reale rompe la crosta di una meccanica irrigidita nella ripetizione.


La stato di eccezione, altrimenti a dirsi, è un miracolo. Per questo il moderno Stato di diritto equivale, in teologia, al deismo meccanicistico e razionalistico. Per questo, la moderna democrazia liberal-borghese è figlia della configurazione “metafisica” prodotta dal pensiero heideggerianamente calcolante.


Tutti i concetti più pregnanti della moderna dottrina dello Stato sono concetti teologici secolarizzati […]. Ad esempio, il Dio onnipotente […] è divenuto l’onnipotente legislatore […]. Lo stato di eccezione ha per la giurisprudenza un significato analogo al miracolo per la teologia. Solo con la consapevolezza di questa situazione di analogia si può comprendere lo sviluppo subìto dalle idee della filosofia dello Stato negli ultimi secoli. Infatti l’idea del moderno Stato di diritto si realizza con il deismo, con una teologia e una metafisica che esclude il miracolo dal mondo e che elimina la violazione delle leggi di natura, contenuta nel concetto di miracolo e produttiva, attraverso un intervento diretto, di una eccezione, allo stesso modo in cui esclude l’intervento diretto del sovrano sull’ordinamento giuridico vigente. Il razionalismo dell’illuminismo ripudiò il caso di eccezione in ogni sua forma […]. Alla base della identificazione, propria della concezione dello Stato di diritto, fra Stato e ordinamento giuridico, sta una metafisica che identifica legge di natura e legge normativa. Essa deriva da un’impostazione esclusivamente propria delle scienze naturali, riposa sul ripudio di ogni “arbitrio” e cerca di eliminare ogni eccezione dall’ambito dello spirito umano.


Alberto Iannelli


1. Carl Schmitt, Teologia politica: quattro capitoli sulla dottrina della sovranità, edizione originale 1934, edizione italiana originale, Le categorie del politico, Il Mulino, Bologna 1972, riedizione 2019.

Capitoli:
1. Definizione della sovranità.
2. Il problema della sovranità come problema della forma giuridica e della decisione.
3. Teologia politica.
4. La filosofia dello Stato della Controrivoluzione (De Maistre, Bonald, Donoso Cortés).
© Orizzonte Altro
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Nel corso del 2020, molto e in molte sedi e discipline si è dibattuto circa la dottrina dello stato di eccezione: sino a quale punto il Governo e il suo “diritto” (Legalität) all’esecutività normativa, può sospendere – all’interno di ordinamenti costituzionali, parlamentari e in regime illuministico di controbilanciamento o divisione dei poteri dello Stato – alcuni diritti sanciti dalla stessa Legge fondamentale di quella nazione (dalla libertà di movimento, culto e aggregazione, alla libertà di impresa) per corrispondere a un evento a punto inconsueto e ingenerante una condizione di emergenza? Ovvero, altrimenti a domandasi, chi ha il potere (Legitimität) di sospendere il diritto ordinario e decidere sullo stato straordinario, anzitutto decidendo dello stato straordinario, del suo esserci?

Molti e in molte sedi e discipline, parlando dello stato di eccezione dischiuso dall’evento pandemico, hanno evocato la dottrina della sovranità espressa nella Teologia politica[1] di Carl Schmitt.

Analizziamo dunque, come nostra prassi e postura, direttamente il testo dell’autore, per verificare se la sua concezione della sovranità e del fondamento del potere possa in qualche modo coadiuvare la corretta interpretazione dell’orizzonte eccezionale dell’oggi o se non evochi, in verità, una relazione autoescludentesi tra norma e decisione, diritto e sovranità, per noi sì altra e lontana da sembrare paradossale.

Partiamo dalla definizione di sovranità (§1), poiché lo stato di eccezione rappresenta per Schmitt la configurazione elettiva in cui l’effettiva soggettualità decidente si concede al dimostramento preclaro, epifanico:


“Sovrano è chi decide sullo stato di eccezione”.

Nondimeno, il giurista di Plettenberg ci esorta subito a non confondere lo stato di eccezione, come e in quanto caso limite, con un qualsiasi contingente stato emergenziale.


Sovrano è chi decide sullo stato di eccezione. Questa definizione può essere appropriata al concetto di sovranità, solo in quanto questo si assuma come concetto limite. Infatti concetto limite non significa un concetto confuso, come nella terminologia spuria della letteratura popolare, bensì un concetto relativo alla sfera più estrema. A ciò corrisponde il fatto che la sua definizione non può più applicarsi al caso normale, ma ad un caso limite. Risulterà dal seguito che qui con stato di eccezione va inteso un concetto generale della dottrina dello Stato, e non qualsiasi ordinanza d’emergenza o stato d’assedio […]. Infatti, la decisione intorno alla eccezione è decisione in senso eminente, poiché una norma generale, contenuta nell’articolo di legge normalmente vigente, non può mai comprendere un’eccezione assoluta e non può perciò neppure dare fondamento pacificamente alla decisione che ci si trova di fronte ad un vero e proprio stato d’eccezione.

Ovvero, sovrano non è colui il quale, d’innanzi a questa o quest’altra concreta emergenza (relativa) avoca a sé il potere decisionale, bensì è colui attraverso il cui atto de-cidente, assoluto ossia a-bissale, trova fondamento di legittimità ogni legalità conseguente a tale gesto originario, ebbene auto-ctico, cioè preso senza alcun fondamento (di legittimità) antecedente all’essere del sé. Siamo sul piano giuridico, certamente, non ontologico, e, nonpertanto, si comprende l’essenza del pensiero schmittiano sul Potere solo se si pensa quest’ultimo in termini auto-causativi, attuante epperò il sé e l’essere del sé ex nihilo sui et subiecti: qualunque realtà già in essere o, nell’orizzonte del Diritto, qualunque soggettualità giuridica già vigente, fosse anche la Legge costituzionale o fondamentale, renderebbe relativa la decisione, epperò relativo il decidente, ovvero non pienamente e autenticamente sovrano.

Nell’Orizzonte delle democrazie liberali costituzionali, infatti, per Schmitt non si danno sovrani, e ciò indipendentemente dalla forma istituzionale della nazione, repubblicana o monarchica, poiché sovrana o legittima qui è la norma o la legalità.


L’argomento decisivo, continuamente ripetuto e sollevato contro ogni avversario scientifico, rimane sempre lo stesso: il fondamento per l’efficacia di una norma può essere solo una norma; perciò per la considerazione giuridica, lo Stato è la stessa cosa della sua costituzione, cioè della norma fondamentale unitaria […]. Questa concezione ha trovato un rappresentante significativo in H. Krabbe, la cui dottrina della sovranità del diritto riposa sulla tesi che ad essere sovrano non è lo Stato, bensì il diritto. Kelsen sembra scorgere in lui solo un precursore della sua dottrina dell’identità di Stato ed ordinamento giuridico […]. L’idea moderna di Stato, secondo Krabbe, pone al posto di un potere personale (del re, dell’autorità) una forza spirituale. “Noi non viviamo ormai più sotto la signoria di persone, siano esser naturali o costruite (persone giuridiche), ma sotto la signoria di norme, di forze spirituali. In ciò si manifesta l’idea moderna di Stato” […]. Non lo Stato, ma il diritto deve avere il potere […]. Le più diverse teorie del concetto di sovranità – di Krabbe, di Preuss, di Kelsen – aspirano a una totale obbiettività, nel senso che sono d’accordo che dal concetto di Stato dev’essere eliminato tutto ciò che è personale […]. Per Preuss e Krabbe, tutte le concezioni relative alla personalità non sono altro che riverberi storici provenienti dalla monarchia assoluta.

E, tuttavia, non alcuna norma può mai essere pienamente sovrana, nell’accezione prima descritta, proprio giacché qualunque legge, e anzitutto la stessa legge costituzionale, per quanto predittiva, sarà sempre per antecedenza genealogica impreparata a gestire l’eccezione così liminarmente intesa.

Ecco dunque come andrebbe correttamente compresa la decisione sullo stato di eccezione schmittiano: l’epifania dell’evento dimostra nulla (cioè, sul piano giuridico, inefficace, impreparata etc…) ogni norma ante esso avvenimento estremo in vigore; sulla nullificazione dell’ordinamento, si fa atto ed essere (vigenza nell’orizzonte del Diritto) la decisione che im-mediatamente attua o entifica la soggettualità sovranamente decidente, ossia decidente dall’abisso o dall’assenza di fondamento. Ovvero, altrimenti a dirsi, la decisione sullo stato di eccezione, attuata dal sovrano, attua simultaneamente lo stesso sovrano, ossia lo riconosce come tale. La decisione sullo stato di eccezione, cioè sul nulla, è dunque im-mediata auto-attuazione del decidente stesso, autoctisi a punto.


Il sovrano crea e garantisce la situazione come un tutto nella sua totalità. Egli ha il monopolio della decisione ultima. In ciò sta l’essenza della sovranità statale, che quindi propriamente non dev’essere definita giuridicamente come monopolio della sanzione o del potere, ma come monopolio della decisione […]. Il caso d’eccezione rende palese nel modo più chiaro l’essenza dell’autorità statale. Qui la decisione si distingue dalla norma giuridica, e (per formulare un paradosso) l’autorità dimostra di non aver bisogno di diritto per creare diritto (ovvero lo crea dal nulla [autó-ktísis]) […]. Dal punto di vista del contenuto della norma che sta a fondamento, ogni momento decisionale costitutivo specifico è qualcosa di nuovo e di esterno. In senso normativo, la decisione è nata da un nulla. La forza giuridica della decisione è qualcosa di diverso dal risultato del suo fondamento. Essa non si spiega con l’aiuto di una norma, ma viceversa è solo grazie ad un punto di riferimento che si stabilisce che cosa sia una norma e che cosa sia la correttezza normativa.

Ciò posto, è evidente che, stante il già esserci di norme, ovvero, storicamente, a far imprecisata data dalle prime forme di divieti e leggi claniche e tribali oralmente tramandatesi e consuetudinariamente, il sopraggiungere evenemenziale dello stato di eccezione deve essere de-ciso – da qualcuno – come tale. Non è mai, infatti, lo stato stesso di eccezione a essere auto-attuativo, a imporsi siffatto, bensì è la decisione su di sé, che è anzitutto decisione “ontologica”, ossia decide dell’esserci o del non essere dell’eccezione, ad auto-attuare il decidente stesso.


In generale non si disputa intorno ad un concetto in sé, quanto meno nella storia della sovranità: si disputa attorno al suo concreto impiego, cioè su chi in caso di conflitto decida dove consiste l’interesse pubblico o statale, la sicurezza e l’ordine pubblico, le salut public e così via […]. La questione relativa al soggetto della sovranità […] è […] la questione della sovranità stessa. Non si può affermare con chiarezza incontrovertibile quando sussista un caso d’emergenza, né si può descrivere dal punto di vista del contenuto che cosa possa accadere quando realmente si tratta del caso estremo di emergenza e del suo superamento. Tanto il presupposto quanto il contenuto della competenza sono qui necessariamente illimitati. Anzi, dal punto di vista dello Stato di diritto non sussiste qui nessuna competenza. La costituzione può al più indicare chi deve agire in un caso siffatto. Se quest’azione non è sottoposta a nessun controllo, se essa non è ripartita in qualche modo, secondo la prassi della costituzione dello Stato di diritto, fra diverse istanze che si controllano e bilanciano a vicenda, allora diventa automaticamente chiaro chi è il sovrano. Egli decide tanto sul fatto se sussista il caso estremo di emergenza, quanto sul fatto di che cosa si debba fare per superarlo. Egli sta al di fuori dell’ordinamento giuridico normalmente vigente e tuttavia appartiene ad esso poiché a lui tocca la competenza di decidere se la costituzione in toto possa essere sospesa. Tutte le tendenze del moderno sviluppo dello Stato di diritto concorrono ad escludere un sovrano in questo senso.

Lo Stato di diritto moderno, si diceva, non riconosce ad alcun soggetto piena sovranità perché non ad alcun soggetto riconosce piena legittimità, piena legittimità riconoscendo altresì esclusivamente alla legalità. Se l’azione diretta corrispondente allo stato di eccezione contingente (definiamolo 'stato di emergenza' per chiarezza esplicativa, distinguendolo dallo stato di eccezione assoluto o tout court) è ripartita fra molteplici soggettualità giuridiche, e se tale ripartizione è pre-decisa da una norma (la legge costituzionale), allora sovrana è, ulteriormente, la norma, senza nondimeno, come posto, mai poterlo pienamente essere.

Nonostante le succitate dottrine dello Stato moderno spostino il momento autoctico, dalla persona del decidente alla norma stessa (è dunque, in questa “metafisica del diritto”, la norma stessa a creare se stessa, così interrompendo il “regresso all’infinito” nella ricerca della causazione prima o fondamento del sé), la norma non può mai essere autocausativa: ogni legge, e la stessa Legge costituzionale, trova fondamento anzitutto su una decisione originaria, non mai su un’originaria norma. Il regressus in infinitum dimostrerebbe piuttosto, per Schmitt, l’impossibilità che in origine vi sia una legge (chi l’avrebbe, infatti, decisa e promulgata?): in principio pertanto è sempre la De-cisione, l’Ent-schlossenheit heideggeriana, l’Ur-teilung o partizione originaria di Hölderlin. E chi ciò compie è sovrano, pantocrate, cosmizzatore. La Decisione sovrana di Carl Schmitt è la katáneysis kephálaia di Zeus, il cenno del capo che comanda e ordina.

Pertanto, se la soggettualità deputata a decidere sullo stato di eccezione (sul suo esserci, anzitutto, ripetiamo, sul come corrispondervi, secondariamente), è definita dalla Carta costituzionale, se, ancora, da tale Norma fondamentale viene circoscritto il perimetro di liceità dell’azione corresponsiva, pur essa Legge (Legalität) poggia su una più antica Decisione (Legitimität), tutta Politica. Anzi, lo stesso deputare la decisione sull’emergenza (necessariamente post-eventum rispetto alla deliberazione) alla Costituzione, poggia su una decisione pre-normativa, in una sorta di delegazione di sovranità che il sovrano decidente (o i padri costituenti) concede (o concedono) alla norma, ovvero alla Stato di diritto.


La sovranità, e quindi lo Stato stesso, consiste nel decidere questo conflitto, perciò nello stabilire in modo definitivo che cosa sia l’ordine e la sicurezza pubblica, quando essa sia messa in pericolo e così via. Nella realtà concreta, l’ordine e la sicurezza pubblica si presentano in modo molto diverso a seconda che sia una burocrazia militare (stato prussiano, nota nostra), un’amministrazione autonoma dominata dallo spirito commerciale borghese (l’Inghilterra; la prima pubblicazione della Teologia politica è del 1922, non dimentichiamolo) o un’organizzazione radicale di partito (il PCUS) a decidere quando questo ordine e sicurezza è salvaguardato e quando esso viene minacciato o distrutto. Infatti ogni ordine riposa su una decisione ed anche il concetto di ordinamento giuridico, che viene acriticamente impiegato come qualcosa che si spiega da sé, contiene in sé la contrapposizione dei due diversi elementi del dato giuridico. Anche l’ordinamento giuridico, come ogni altro ordine, riposa su una decisione e non su una norma.

Ma, se la legalità, in uno Stato di diritto, può decidere dell’emergenza (relativa), d’innanzi all’estremo o all’originario, ovvero, ulteriormente, dinnanzi all’eccezione assoluta, essa permane, consentaneamente alla propria essenza derivata, afasica. Legge e Decisione sovrana, Diritto e Stato, non si incontrano mai, per definizione (precisamente ciò implica l’attribuzione di liminalità all’eccezione, la mutua esclusività asintotica ovvero di Legittimità e Legalità): la decisione sovrana si manifesta solo con l’eclissarsi assoluto del fondamento normativo, mentre la norma vige pienamente solo col venir meno del potere sovrano.


Una giurisprudenza orientata alle questioni della vita di ogni giorno e degli affari ordinari non ha alcun interesse al concetto di sovranità […]. Di fronte al caso estremo, essa rimane senza parole. Infatti, non ogni competenza inconsueta, non ogni misura od ordinanza poliziesca di emergenza è già una situazione d’eccezione: a questa pertiene piuttosto una competenza illimitata in via di principio, cioè la sospensione dell’intero ordinamento vigente. Se si verifica tale situazione, allora è chiaro che lo Stato continua a sussistere, mentre il diritto viene meno. Poiché lo stato di eccezione è ancora qualcosa di diverso dall’anarchia o dal caos, dal punto di vista giuridico esiste ancora in esso un ordinamento, anche se non si tratta più di un ordinamento giuridico. L’esistenza dello Stato dimostra qui un’indubbia superiorità sulla validità della norma giuridica. La decisione si rende libera da ogni vincolo normativo e diventa assoluta in senso proprio. Nel caso di eccezione, lo Stato sospende il diritto, in virtù, come si dice, di un diritto di autoconservazione.

È solo, dunque, se e allorquando ogni diritto recede, compresa quella legislazione che (pre-)decide dell’eccezione, che ci troviamo all’interno del caso limite, dell’evento estremo; è solo in questa vacatio o epoché dell’ordinario e dell’ordinamento che la decisione sovrana appare, nell’attimo teofanico: Keraunós.


La sovranità è il potere supremo, giuridicamente indipendente e non derivato (ovvero ab-solutum, sciolto da ogni relazione all’altro da sé).

Ora, venendo all’orizzonte dell’oggi pandemico, non dandosi mai nella Storia, lo si è accennato, situazioni estreme, ovvero posizioni assolute, se non a punto nel principio autoctico della Storia stessa, non dandosi ovvero mai il decisore autocrate assolutamente sciolto da relazione con alcuna norma, foss’anche re-lazione con quella norma o quell’insieme di norme che, preso il potere, il sovrano decisore sovverte o perfettamente (relazione di contrarietà) o parzialmente (relazione di contraddittorietà), né certamente parimenti mai dandosi alcuna norma autoattuantesi, tra i poli in astratto estremi e assoluti di Stato e Diritto, Sovrano e Norma, Legittimità e Legalità, si instaura sintesi dialettica, per cui, di volta in volta, ogni ordinamento giuridico, sintesi con-relativa od unitario-orizzonte-mediale-dei-due, risulta più o meno sbilanciato verso l’un polo e l’altro.


Come in caso di normalità il momento autonomo della decisione può essere ridotto a un minimo, allo stesso modo in caso di eccezione viene annullata la norma. Tuttavia, anche il caso di eccezione resta accessibile alla conoscenza giuridica, poiché entrambi gli elementi, la norma come la decisione, permangono nell’ambito del dato giuridico.

Posto dunque l’assoluto della sovranità nella decisione a-bissale, ovvero ad-fermata sul nulla del diritto, non rimane che stabilire, di volta in volta, quanto diritto rimane a (pre-)fondamento della decisione sovrana sull’eccezione, quanta quota d’essere ovvero la posizione della Legalità sottrae alla posizione della Legittimità, oppure, simmetricamente, in coimplicazione enantio-dromica, quanta sovranità di volta in volta il decisore emergenziale detiene presso sé per ogni stato d’eccezione fattuale o relativo, “storico”. Allo stesso modo, meno fondamento il diritto concede alla slancio “creativo” ex-nihilo del Decisore egioco, più ci troviamo al cospetto di uno stato di autentica eccezione.

Ciò dunque posto, possiamo “legittimamente” noi considerare, in conclusione, l’evento pandemico del 2020 uno stato d’eccezione nell’accezione schmittiana? Ebbene, secondo l’autore della Teologia politica, è lo stato o grado di sospensione o annullamento (da intendersi sempre, come precisato, relativo, contingente, “storico”) del diritto a quantificate, retroattivamente, lo stato o grado di eccezione, non viceversa.

Per paradosso, nulla può occorrere e, nondimeno, il nostro Presidente del Consiglio d’improvviso prende una decisione contravvenendo, nel contenuto di essa azione d’imperio autodimostrantesi perciò stesso immediatamente sovrana, a ogni ordinamento sino ad allora vigente (Costituzione compresa): ecco che ci troviamo in uno stato d’eccezione. Al contrario, carestia, epidemia e guerra civile falcidiano il nostro Stato e, nonpertanto, la legge ordinaria continua a vigere e fondare ogni decisione corresponsiva degli eventi: ecco che non ci troviamo al cospetto di quell’alma eccezione epifanica di cui parla Schmitt:


Solo una filosofia della vita concreta non può ritrarsi davanti all’eccezione e dal caso estremo, anzi deve interessarsi ad esso al più alto grado. Per essa l’eccezione può essere più importante della regola […]. L’eccezione è più interessante del caso normale. Quest’ultimo non prova nulla, l’eccezione prova tutto; non solo essa conferma la regola: la regola stessa vive solo dell’eccezione. Nell’eccezione, la forza della vita reale rompe la crosta di una meccanica irrigidita nella ripetizione.

La stato di eccezione, altrimenti a dirsi, è un miracolo. Per questo il moderno Stato di diritto equivale, in teologia, al deismo meccanicistico e razionalistico. Per questo, la moderna democrazia liberal-borghese è figlia della configurazione “metafisica” prodotta dal pensiero heideggerianamente calcolante.


Tutti i concetti più pregnanti della moderna dottrina dello Stato sono concetti teologici secolarizzati […]. Ad esempio, il Dio onnipotente […] è divenuto l’onnipotente legislatore […]. Lo stato di eccezione ha per la giurisprudenza un significato analogo al miracolo per la teologia. Solo con la consapevolezza di questa situazione di analogia si può comprendere lo sviluppo subìto dalle idee della filosofia dello Stato negli ultimi secoli. Infatti l’idea del moderno Stato di diritto si realizza con il deismo, con una teologia e una metafisica che esclude il miracolo dal mondo e che elimina la violazione delle leggi di natura, contenuta nel concetto di miracolo e produttiva, attraverso un intervento diretto, di una eccezione, allo stesso modo in cui esclude l’intervento diretto del sovrano sull’ordinamento giuridico vigente. Il razionalismo dell’illuminismo ripudiò il caso di eccezione in ogni sua forma […]. Alla base della identificazione, propria della concezione dello Stato di diritto, fra Stato e ordinamento giuridico, sta una metafisica che identifica legge di natura e legge normativa. Essa deriva da un’impostazione esclusivamente propria delle scienze naturali, riposa sul ripudio di ogni “arbitrio” e cerca di eliminare ogni eccezione dall’ambito dello spirito umano.


Alberto Iannelli



1. Carl Schmitt, Teologia politica: quattro capitoli sulla dottrina della sovranità, edizione originale 1934, edizione italiana originale, Le categorie del politico, Il Mulino, Bologna 1972, riedizione 2019.

Capitoli:
1. Definizione della sovranità.
2. Il problema della sovranità come problema della forma giuridica e della decisione.
3. Teologia politica.
4. La filosofia dello Stato della Controrivoluzione (De Maistre, Bonald, Donoso Cortés).