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OPERA
Martin Heidegger
Il cammino verso il Linguaggio

Der Weg zur Sprache, 19591.
Martin Heidegger
Il cammino verso il Linguaggio
Der Weg zur Sprache, 19591.
OPERA
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Il saggio Il cammino verso il linguaggio (Der Weg zur Sprache), scritto nel 1959, chiude il ciclo di conferenze e opere – poi raccolte nel volume Unterwegs zur Sprache (In cammino verso il linguaggio) pubblicato lo stesso anno di questa riflessione ultima e riepilogativa – in cui Heidegger medita, per un decennio, sull’essenza del linguaggio (Il linguaggio, 1950; Il linguaggio nella poesia, 1953; Da un colloquio nell'ascolto del linguaggio, 1953-54; L'essenza del linguaggio, 1957; La parola, 1958; Il cammino verso il linguaggio, 1959).

Rimandiamo senz’altro il lettore alla trattazione dell’opera di apertura di essa silloge (Il linguaggio) per il dimostramento della localizzazione autentica dell’essenza di ogni dire umano, anzitutto cor-responsivo, per qui invece convergere e concentrare la nostra compulsione della parola heideggeriana presso l’Evento che fonda e antecede ogni possibile affermare.

Lasciamo nonpertanto al dire di Heidegger il compito di rievocare preliminarmente essenza e modo d’essere del linguaggio:

Ciò che fa essere il linguaggio come linguaggio è il Dire originario (die Sage) in quanto Mostrare (die Zeige). Il mostrare proprio di questo non si basa su un qualche segno, ma tutti i segni traggono origine da un mostrare nel cui ambito e per i cui fini [soltanto] acquistano la possibilità di essere segni. Quando si guardi alla struttura del Dire originario, non è possibile attribuire il mostrare né esclusivamente né preminentemente all’operare umano. Il mostrarsi, in quanto apparire, è il tratto distintivo dell’essere presente o assente dell’essente quale che ne sia la specie o il grado. Perfino là dove il mostrare si realizza grazie a un nostro dire, c’è sempre un lasciarsi mostrare che precede questo nostro mostrare come additare e rilevare. Solo quando si consideri il nostro dire in tale prospettiva, è possibile una determinazione adeguata di quel che è essenziale in ogni parlare. Il Dire originario che, diradandosi, egualmente adombrandosi, ovvero, ontologicamente, annullandosi, sottraendosi altresì alla presenza, all’atto, all’essere, al tetico, consente il dimostramento (Deik–nynai) di ogni deissi, è ciò che Heidegger chiama Essere, ossia, come posto nell’analisi de Il linguaggio, l’essere-del-Nulla originario che consente e all’Essere-degli-essenti, deuteriormente, e agli essenti tutti, ulteriormente, di portarsi e permanere a punto nella presenza, nell’atto, nell’essere, nel tetico. Persistendo presso il contenuto pristino del sé, ebbene presso l’in-sé Altro-da-ogni-persistenza (Lacuna, Potenza, Dia-ferenza etc...), l’Originario consente che la teoria o storia dell’Essere si porti – via via o destinalmente (Geschehen) – nella Radura (Lichtung) dell’Evento (Ereignis), ove anzitutto o co-originariamente si porta, nell’immediata autocausazione o autoctisi, la propria stessa contraddizione, cioè l’essere del sé di Pro-lessi (Vorlaufen) o la pro-lessi dell’essere entelechiale o escate del sé, ovvero precisamente die Sage, il Dire originario e autentico. Ogni umano dire che dimostra il detto, pertanto, poggia sul fondamento di questo originario “lasciarsi mostrare”, ovvero di questo portarsi presso la permanenza dell’essere del sé (e dell’essere-sé) originario del Nulla – cioè, ancora, presso l’Essere –, che consente alla sua (contro-)storia di e-venire via via al di-mostramento, principiando proprio da esso e prisco e perenne – o, piuttosto archeo-escate –, dis-piegamento dell’Essere. In questa Seinsgeschichte dimora ogni possibile dire dell’uomo.
Il parlare è insieme ascoltare […]. Il parlare è, per se stesso, un ascoltare. È il porgere ascolto al linguaggio che parliamo. Perciò il parlare è, non al tempo stesso, bensì prima un ascoltare […].Ma cosa ascoltiamo? Ascoltiamo il parlare del linguaggio. Il linguaggio parla in quanto dice, cioè mostra. Il suo dire scaturisce dal Dire originario, sia per quanto s’è fatto parola, sia per quanto è rimasto ancora inespresso, da quel Dire originario che trapassa il profilo del linguaggio. Il linguaggio parla nell’atto che, come Mostrare (als die Zeige), raggiungendo tutte le contrade di ciò che può farsi presente, fa che da esse appaia o dispaia quel che di volta in volta si fa presente. Di conseguenza noi porgiamo ascolto al linguaggio in modo da lasciarci dire da esso il suo Dire. Solo prestando ascolto al Dire originario, invero al parlare del linguaggio che da esso scaturisce, il dire dell’uomo può farsi parola e segno.
Se il parlare come ascolto del linguaggio lascia che il Dire dica, questo “lasciare che” può avvenire e dar frutto solo nella misura in cui il nostro proprio essere è immesso nel Dire originario. Noi possiamo ascoltare tale Dire per il fatto che rientriamo nel suo dominio. Solo a quelli che gli appartengono il Dire originario accorda l’ascolto del linguaggio e, conseguentemente, il parlare. L’uomo è l’ente loquente giacché e solo poiché è co-originariamente chiamato dall’Originario entro il dominio del suo Dire. Come si già affermato nel parlare de Il linguaggio (e come si è anzitutto posto in Diá), il Nulla demanda all’uomo il suo Destino, ossia l’attuativo compimento nell’estremo della sua Storia tutta, giacché il Demandare all’altro oltre il sé e-veniente ne costituisce precisamente l’identità stessa, ma Nulla e Uomo si co-appartengono, tanto che è l’Uomo stesso a demandare all’uomo il suo destino, questa de-mandazione precisamente essendo l’autoctica De-cisione per il Destino (Kléos A–thánaton).


L’Evento
Questa realtà sconosciuta e nondimeno famigliare, da cui ogni mostrare del Dire originario trae il proprio moto, è, per ogni esser presente ed essere assente l’alba di quel mattino nel quale soltanto può trovare inizio la vicenda del giorno e della notte: alba che è insieme l’ora prima e l’ora più remota. Tale realtà appena ci è dato nominarla: essa è l’Ort, che non tollera Er-örterung: il luogo che non concede d’essere raggiunto, perché luogo di tutti i luoghi e di tutti gli spazi del gioco del tempo. Noi lo chiameremo con una parola antica e diremo: Ciò che muove nel mostrare del Dire originario è lo “Eignen”. L’alba di ogni possibile dire – o piuttosto l’aurora, il rischiaramento che precede ogni sorgere della vicenda di giorno e notte – risiede in “quella realtà sconosciuta e famigliare”, o, egualmente, come in altri saggi Heidegger la definirà spesso, in quella realtà che è al tempo stesso la più vicina e la più remota (poiché conosciuta e presente apofaticamente, attraverso ossia la propria contraddittorietà, l’alterità ebbene dall’in-sé A-gnosia e Re-motezza). Questa “realtà” viene qui appena nominata, Ort, Luogo, per subito essere sottratta a ogni possibile localizzazione (Er-örterung) del già detto: l’Ort può essere il luogo autentico di ogni localizzazione solo poiché esso si (auto-)localizza, da principio, come l’Altro-da-ogni-localizzazione. Dif-ferente da ogni localizzazione, “non concede d’essere raggiunto”, ossia, originario, è l’estremo che sempre trascende ogni avanguardia d’atto: è l’atto, compiuto, atremido, inconcussibile, che da principio ci attende infine (Sein-zum-Tode).

In un altro luogo del dire heideggeriano sul Linguaggio (Il linguaggio nella poesia. Il luogo del poema di Georg Trakl, 1953), l’Ort viene magistralmente definito:
Il termine Ort significa originariamente punta della lancia. Tutte le parti della lancia convergono nella punta. L’Ort riunisce attirando verso di sé in quanto punto più alto ed estremo. Ciò che riunisce trapassa e permea di sé tutto. L’Ort, come quel che riunisce, trae a sé custodisce ciò che a sé ha tratto, non però al modo di uno scrigno, bensì in maniera da penetrarlo della sua propria luce, dandogli solo così la possibilità di dispiegarsi nel suo vero essere. L’hypo-keímenon autentico (= apofatico) di ogni essente è il Non-essere o, piuttosto, l’essere-del-Non-essere, l’Essere. L’avvenire, egualmente il localizzarsi, di questo essere-del-Non-essere, di questo luogo-del-Non-luogo che conferisce localizzazione (sostanza, atto, presenza etc...) e all’Essere (così come inteso nella storia della Metafisica), e a ogni ente dell’Essere, l’avvenire ossia originario all’essere (suo) del Nulla, è l’Evento dell’Essere.
Lo Eignen adduce ciò che è presente e assente in quello che gli è proprio così che, emergendone, la cosa presente e assente si rivela nella sua vera identità e resta se stessa. Questo Eignen, in virtù del quale le cose emergono nella loro verità, questo Eignen, che muove il Dire originario in questo suo mostrare, lo chiameremo Ereignen. Esso fa essere il libero spazio della radura luminosa, alla quale accedendo ciò che è presente può permanere come tale, e dalla quale sfuggendo ciò che è assente può essere tale, senza cessare di essere […]. L’Ereignendes [ciò che fa pervenire nel proprio, ciò che rileva e serba le cose nella loro identità vera] è l’Ereignis [evento, come appunto Ereignen: rivelazione rivelante, cioè costituente e disvelante le cose nella loro verità] stesso – e nulla al di fuori di questo. L’Evento (Ereignis) appropria (Eignen) ogni essente a sé, cioè ne consente l’appropriazione del sé, ebbene della solo sua identità distintiva. L’Evento fa essere la Dia-ferenza o “Radura luminosa” portandosi entro la quale – e contro lo s-fondo della quale – ciascun essente è sé: nulla può essere senza essere determinato (Dasein), ecceità e sostanza si coimplicano, e l’identità (ciascuna identità determinata come deuteriormente l’Identità in sé [= l’identità determinata giacché Medesimezza]) può essere o esistere solo contro la Contrarietà o Dia-ferenza, può epperò dimorare solo entro il contraddittorio della Contraddizione.

Il dire con-responsivo dell’uomo chiama alla presenza il detto, ma lo stesso non più detto permane nondimeno nell’essere, dall’Evento custodito (cioè preserbato nella Seinsgeschichte) quale il non-più-essente nella Radura, ossia nella presenza che si di-mostra.
Non c’è nulla, ad di fuori dell’Ereignis, cui l’Ereignis possa essere ricondotto, in base a cui esso possa essere spiegato. L’Ereignen non è il risultato (Ergebnis) di qualcosa d’altro: esso è, al contrario, la Donazione (die Er-gebnis). Solo il generoso dare di questa può concedere qualcosa come quell’“es gibt”, del quale “l’essere” ancora ha bisogno, per pervenire, come essere presente, a ciò che gli è proprio. Nulla può ex-cepire l’Evento giacché esso è il darsi (= entificarsi) originario e assoluto (“non è il risultato di qualcosa d’altro” [e nondimeno è il risultato – immediato – di sé {Ergebnis}, della sua prima – epperò trascendentale – donazione: {Er-gebnis}, ossia è l’Ente primo quale essere-del-Non-essere]) , il “generoso donarsi” che consente il dispiegamento – sopraggiungente, ulteriore – di ogni cosa che è (nella presenza) ed è giacché sé (è presente come ciò che gli è proprio, ossia con l’identità sua), esclusivamente dandosi (es gibt) o avvenendo entro essa Donazione (Er-gebnis) e originaria e a punto trascendentale o “a nulla riconducibile”.
L’Ereignis accorda ai mortali la dimora nel loro vero essere e, con e per questa, la capacità d’essere i parlanti […]. L’appropriazione, che si viene così accordando dell’uomo come ascoltatore al Dire originario, ha questo di caratteristico: essa concede all’essere dell’uomo la libertà di accedere al luogo che è suo, ma solo perché l’uomo – come l’essere che parla, che dice – risponda al Dire originario, valendosi di quel che gli è proprio. Il che è quanto dire: del suono della parola. Il dire dei mortali è “rispondere” (das Antworten). Ogni parola che si pronuncia è sempre “risposta”: un dire di rimando, un dire ascoltando. L’appropriazione dei mortali al Dire originario fa che l’essere dell’uomo entri in una servitù liberante, per la quale l’uomo è addetto a trasferire il Dire originario, che non ha suono, nel suono della parola […]. L’Ereignis appropria a sé l’uomo per avvalersi di lui […]. L’Ereignis è l’evento che fa sorgere la via: la via che conduce il Dire originario alla parola. L’Evento consente all’uomo di accedere all’ascolto del Dire originario, epperò, cor-rispondendovi, di parlare, poiché l’Evento stesso “ha bisogno del dire dell’uomo”. “L’uomo è addetto a trasferire il Dire originario, che non ha suono, nel suono della parola”. Questo è l’Aufgabe del pastore dell’Essere (= dell’Essere) heideggeriano, il nostro comune destino (Ge-schick): far-essere il Nulla, ovvero dis-piegare (Geschehen) la (contro-)storia dell’essere-del-Nulla.
Non c’è alcun linguaggio naturale nel senso di linguaggio proprio di una natura umana esistente per sé, fuori dal destino. Ogni linguaggio è storico, anche là dove l’uomo non conosce la storia nel significato che il termine ha assunto in Europa nell’età moderna. Anche il linguaggio come informazione non è il linguaggio in sé: pure esso è storico nel senso e nei limiti propri dell’età contemporanea, la quale non inizia nulla di nuovo, ma porta al suo estremo compimento l’antico, il già prefigurato. Nulla può ex-cepire l’Evento, pertanto non alcun linguaggio naturale, ossia meta-storico, può esser-ci (né altresì “fuori dal destino” può esistere alcuna natura umana in-sé parlante detto linguaggio naturale). Ogni linguaggio è storico, mai in-sé: la stessa posizione dell’inseità linguistica “informativa” posta nell’età della Ge-Stell, del darsi impositivo della tecnica, dimora nella vicenda del Destino, e lo porta a compimento (egualmente, la stessa “evidenza scientifica” contemporanea dell’universalità naturale della specie umana sapiente, dimora al di qua del Destino del Nulla).

Alberto Iannelli


1 Edizione italiana: In cammino verso il Linguaggio, a cura di Alberto Caracciolo, Ugo Mursia Editore, 1973.
Il saggio Il cammino verso il linguaggio (Der Weg zur Sprache), scritto nel 1959, chiude il ciclo di conferenze e opere – poi raccolte nel volume Unterwegs zur Sprache (In cammino verso il linguaggio) pubblicato lo stesso anno di questa riflessione ultima e riepilogativa – in cui Heidegger medita, per un decennio, sull’essenza del linguaggio (Il linguaggio, 1950; Il linguaggio nella poesia, 1953; Da un colloquio nell'ascolto del linguaggio, 1953-54; L'essenza del linguaggio, 1957; La parola, 1958; Il cammino verso il linguaggio, 1959).

Rimandiamo senz’altro il lettore alla trattazione dell’opera di apertura di essa silloge (Il linguaggio) per il dimostramento della localizzazione autentica dell’essenza di ogni dire umano, anzitutto cor-responsivo, per qui invece convergere e concentrare la nostra compulsione della parola heideggeriana presso l’Evento che fonda e antecede ogni possibile affermare.

Lasciamo nonpertanto al dire di Heidegger il compito di rievocare preliminarmente essenza e modo d’essere del linguaggio:
Ciò che fa essere il linguaggio come linguaggio è il Dire originario (die Sage) in quanto Mostrare (die Zeige). Il mostrare proprio di questo non si basa su un qualche segno, ma tutti i segni traggono origine da un mostrare nel cui ambito e per i cui fini [soltanto] acquistano la possibilità di essere segni. Quando si guardi alla struttura del Dire originario, non è possibile attribuire il mostrare né esclusivamente né preminentemente all’operare umano. Il mostrarsi, in quanto apparire, è il tratto distintivo dell’essere presente o assente dell’essente quale che ne sia la specie o il grado. Perfino là dove il mostrare si realizza grazie a un nostro dire, c’è sempre un lasciarsi mostrare che precede questo nostro mostrare come additare e rilevare. Solo quando si consideri il nostro dire in tale prospettiva, è possibile una determinazione adeguata di quel che è essenziale in ogni parlare. Il Dire originario che, diradandosi, egualmente adombrandosi, ovvero, ontologicamente, annullandosi, sottraendosi altresì alla presenza, all’atto, all’essere, al tetico, consente il dimostramento (Deik–nynai) di ogni deissi, è ciò che Heidegger chiama Essere, ossia, come posto nell’analisi de Il linguaggio, l’essere-del-Nulla originario che consente e all’Essere-degli-essenti, deuteriormente, e agli essenti tutti, ulteriormente, di portarsi e permanere a punto nella presenza, nell’atto, nell’essere, nel tetico. Persistendo presso il contenuto pristino del sé, ebbene presso l’in-sé Altro-da-ogni-persistenza (Lacuna, Potenza, Dia-ferenza etc...), l’Originario consente che la teoria o storia dell’Essere si porti – via via o destinalmente (Geschehen) – nella Radura (Lichtung) dell’Evento (Ereignis), ove anzitutto o co-originariamente si porta, nell’immediata autocausazione o autoctisi, la propria stessa contraddizione, cioè l’essere del sé di Pro-lessi (Vorlaufen) o la pro-lessi dell’essere entelechiale o escate del sé, ovvero precisamente die Sage, il Dire originario e autentico. Ogni umano dire che dimostra il detto, pertanto, poggia sul fondamento di questo originario “lasciarsi mostrare”, ovvero di questo portarsi presso la permanenza dell’essere del sé (e dell’essere-sé) originario del Nulla – cioè, ancora, presso l’Essere –, che consente alla sua (contro-)storia di e-venire via via al di-mostramento, principiando proprio da esso e prisco e perenne – o, piuttosto archeo-escate –, dis-piegamento dell’Essere. In questa Seinsgeschichte dimora ogni possibile dire dell’uomo.
Il parlare è insieme ascoltare […]. Il parlare è, per se stesso, un ascoltare. È il porgere ascolto al linguaggio che parliamo. Perciò il parlare è, non al tempo stesso, bensì prima un ascoltare […].Ma cosa ascoltiamo? Ascoltiamo il parlare del linguaggio. Il linguaggio parla in quanto dice, cioè mostra. Il suo dire scaturisce dal Dire originario, sia per quanto s’è fatto parola, sia per quanto è rimasto ancora inespresso, da quel Dire originario che trapassa il profilo del linguaggio. Il linguaggio parla nell’atto che, come Mostrare (als die Zeige), raggiungendo tutte le contrade di ciò che può farsi presente, fa che da esse appaia o dispaia quel che di volta in volta si fa presente. Di conseguenza noi porgiamo ascolto al linguaggio in modo da lasciarci dire da esso il suo Dire. Solo prestando ascolto al Dire originario, invero al parlare del linguaggio che da esso scaturisce, il dire dell’uomo può farsi parola e segno.
Se il parlare come ascolto del linguaggio lascia che il Dire dica, questo “lasciare che” può avvenire e dar frutto solo nella misura in cui il nostro proprio essere è immesso nel Dire originario. Noi possiamo ascoltare tale Dire per il fatto che rientriamo nel suo dominio. Solo a quelli che gli appartengono il Dire originario accorda l’ascolto del linguaggio e, conseguentemente, il parlare. L’uomo è l’ente loquente giacché e solo poiché è co-originariamente chiamato dall’Originario entro il dominio del suo Dire. Come si già affermato nel parlare de Il linguaggio (e come si è anzitutto posto in Diá), il Nulla demanda all’uomo il suo Destino, ossia l’attuativo compimento nell’estremo della sua Storia tutta, giacché il Demandare all’altro oltre il sé e-veniente ne costituisce precisamente l’identità stessa, ma Nulla e Uomo si co-appartengono, tanto che è l’Uomo stesso a demandare all’uomo il suo destino, questa de-mandazione precisamente essendo l’autoctica De-cisione per il Destino (Kléos A–thánaton).


L’Evento
Questa realtà sconosciuta e nondimeno famigliare, da cui ogni mostrare del Dire originario trae il proprio moto, è, per ogni esser presente ed essere assente l’alba di quel mattino nel quale soltanto può trovare inizio la vicenda del giorno e della notte: alba che è insieme l’ora prima e l’ora più remota. Tale realtà appena ci è dato nominarla: essa è l’Ort, che non tollera Er-örterung: il luogo che non concede d’essere raggiunto, perché luogo di tutti i luoghi e di tutti gli spazi del gioco del tempo. Noi lo chiameremo con una parola antica e diremo: Ciò che muove nel mostrare del Dire originario è lo “Eignen”. L’alba di ogni possibile dire – o piuttosto l’aurora, il rischiaramento che precede ogni sorgere della vicenda di giorno e notte – risiede in “quella realtà sconosciuta e famigliare”, o, egualmente, come in altri saggi Heidegger la definirà spesso, in quella realtà che è al tempo stesso la più vicina e la più remota (poiché conosciuta e presente apofaticamente, attraverso ossia la propria contraddittorietà, l’alterità ebbene dall’in-sé A-gnosia e Re-motezza). Questa “realtà” viene qui appena nominata, Ort, Luogo, per subito essere sottratta a ogni possibile localizzazione (Er-örterung) del già detto: l’Ort può essere il luogo autentico di ogni localizzazione solo poiché esso si (auto-)localizza, da principio, come l’Altro-da-ogni-localizzazione. Dif-ferente da ogni localizzazione, “non concede d’essere raggiunto”, ossia, originario, è l’estremo che sempre trascende ogni avanguardia d’atto: è l’atto, compiuto, atremido, inconcussibile, che da principio ci attende infine (Sein-zum-Tode).

In un altro luogo del dire heideggeriano sul Linguaggio (Il linguaggio nella poesia. Il luogo del poema di Georg Trakl, 1953), l’Ort viene magistralmente definito:
Il termine Ort significa originariamente punta della lancia. Tutte le parti della lancia convergono nella punta. L’Ort riunisce attirando verso di sé in quanto punto più alto ed estremo. Ciò che riunisce trapassa e permea di sé tutto. L’Ort, come quel che riunisce, trae a sé custodisce ciò che a sé ha tratto, non però al modo di uno scrigno, bensì in maniera da penetrarlo della sua propria luce, dandogli solo così la possibilità di dispiegarsi nel suo vero essere. L’hypo-keímenon autentico (= apofatico) di ogni essente è il Non-essere o, piuttosto, l’essere-del-Non-essere, l’Essere. L’avvenire, egualmente il localizzarsi, di questo essere-del-Non-essere, di questo luogo-del-Non-luogo che conferisce localizzazione (sostanza, atto, presenza etc...) e all’Essere (così come inteso nella storia della Metafisica), e a ogni ente dell’Essere, l’avvenire ossia originario all’essere (suo) del Nulla, è l’Evento dell’Essere.
Lo Eignen adduce ciò che è presente e assente in quello che gli è proprio così che, emergendone, la cosa presente e assente si rivela nella sua vera identità e resta se stessa. Questo Eignen, in virtù del quale le cose emergono nella loro verità, questo Eignen, che muove il Dire originario in questo suo mostrare, lo chiameremo Ereignen. Esso fa essere il libero spazio della radura luminosa, alla quale accedendo ciò che è presente può permanere come tale, e dalla quale sfuggendo ciò che è assente può essere tale, senza cessare di essere […]. L’Ereignendes [ciò che fa pervenire nel proprio, ciò che rileva e serba le cose nella loro identità vera] è l’Ereignis [evento, come appunto Ereignen: rivelazione rivelante, cioè costituente e disvelante le cose nella loro verità] stesso – e nulla al di fuori di questo. L’Evento (Ereignis) appropria (Eignen) ogni essente a sé, cioè ne consente l’appropriazione del sé, ebbene della solo sua identità distintiva. L’Evento fa essere la Dia-ferenza o “Radura luminosa” portandosi entro la quale – e contro lo s-fondo della quale – ciascun essente è sé: nulla può essere senza essere determinato (Dasein), ecceità e sostanza si coimplicano, e l’identità (ciascuna identità determinata come deuteriormente l’Identità in sé [= l’identità determinata giacché Medesimezza]) può essere o esistere solo contro la Contrarietà o Dia-ferenza, può epperò dimorare solo entro il contraddittorio della Contraddizione.

Il dire con-responsivo dell’uomo chiama alla presenza il detto, ma lo stesso non più detto permane nondimeno nell’essere, dall’Evento custodito (cioè preserbato nella Seinsgeschichte) quale il non-più-essente nella Radura, ossia nella presenza che si di-mostra.
Non c’è nulla, ad di fuori dell’Ereignis, cui l’Ereignis possa essere ricondotto, in base a cui esso possa essere spiegato. L’Ereignen non è il risultato (Ergebnis) di qualcosa d’altro: esso è, al contrario, la Donazione (die Er-gebnis). Solo il generoso dare di questa può concedere qualcosa come quell’“es gibt”, del quale “l’essere” ancora ha bisogno, per pervenire, come essere presente, a ciò che gli è proprio. Nulla può ex-cepire l’Evento giacché esso è il darsi (= entificarsi) originario e assoluto (“non è il risultato di qualcosa d’altro” [e nondimeno è il risultato – immediato – di sé {Ergebnis}, della sua prima – epperò trascendentale – donazione: {Er-gebnis}, ossia è l’Ente primo quale essere-del-Non-essere]) , il “generoso donarsi” che consente il dispiegamento – sopraggiungente, ulteriore – di ogni cosa che è (nella presenza) ed è giacché sé (è presente come ciò che gli è proprio, ossia con l’identità sua), esclusivamente dandosi (es gibt) o avvenendo entro essa Donazione (Er-gebnis) e originaria e a punto trascendentale o “a nulla riconducibile”.
L’Ereignis accorda ai mortali la dimora nel loro vero essere e, con e per questa, la capacità d’essere i parlanti […]. L’appropriazione, che si viene così accordando dell’uomo come ascoltatore al Dire originario, ha questo di caratteristico: essa concede all’essere dell’uomo la libertà di accedere al luogo che è suo, ma solo perché l’uomo – come l’essere che parla, che dice – risponda al Dire originario, valendosi di quel che gli è proprio. Il che è quanto dire: del suono della parola. Il dire dei mortali è “rispondere” (das Antworten). Ogni parola che si pronuncia è sempre “risposta”: un dire di rimando, un dire ascoltando. L’appropriazione dei mortali al Dire originario fa che l’essere dell’uomo entri in una servitù liberante, per la quale l’uomo è addetto a trasferire il Dire originario, che non ha suono, nel suono della parola […]. L’Ereignis appropria a sé l’uomo per avvalersi di lui […]. L’Ereignis è l’evento che fa sorgere la via: la via che conduce il Dire originario alla parola. L’Evento consente all’uomo di accedere all’ascolto del Dire originario, epperò, cor-rispondendovi, di parlare, poiché l’Evento stesso “ha bisogno del dire dell’uomo”. “L’uomo è addetto a trasferire il Dire originario, che non ha suono, nel suono della parola”. Questo è l’Aufgabe del pastore dell’Essere (= dell’Essere) heideggeriano, il nostro comune destino (Ge-schick): far-essere il Nulla, ovvero dis-piegare (Geschehen) la (contro-)storia dell’essere-del-Nulla.
Non c’è alcun linguaggio naturale nel senso di linguaggio proprio di una natura umana esistente per sé, fuori dal destino. Ogni linguaggio è storico, anche là dove l’uomo non conosce la storia nel significato che il termine ha assunto in Europa nell’età moderna. Anche il linguaggio come informazione non è il linguaggio in sé: pure esso è storico nel senso e nei limiti propri dell’età contemporanea, la quale non inizia nulla di nuovo, ma porta al suo estremo compimento l’antico, il già prefigurato. Nulla può ex-cepire l’Evento, pertanto non alcun linguaggio naturale, ossia meta-storico, può esser-ci (né altresì “fuori dal destino” può esistere alcuna natura umana in-sé parlante detto linguaggio naturale). Ogni linguaggio è storico, mai in-sé: la stessa posizione dell’inseità linguistica “informativa” posta nell’età della Ge-Stell, del darsi impositivo della tecnica, dimora nella vicenda del Destino, e lo porta a compimento (egualmente, la stessa “evidenza scientifica” contemporanea dell’universalità naturale della specie umana sapiente, dimora al di qua del Destino del Nulla).

Alberto Iannelli


1 Edizione italiana: In cammino verso il Linguaggio, a cura di Alberto Caracciolo, Ugo Mursia Editore, 1973.
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