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Werner Sombart
Il Capitalismo moderno

Der moderne Kapitalismus, 1902.
Edizione italiana: Ledizioni Ledipublishing, Milano 2020.
Werner Sombart
Il Capitalismo moderno
Der moderne Kapitalismus, 1902
Edizione italiana: Ledizioni Ledipublishing, Milano 2020.
OPERA
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Scopo certo incelato di questo nostro spazio polemico consiste precisamente nell’elevare occorrenze d’alterità e contrasto all’Orizzonte del nostro Tempo e alla sua teleologia monadica e inautenticamente omniafferrante. Una delle più illaqueanti frodi del discorso che tutto d’intorno ci avvolge pressoché invitto e insvelato è infatti rappresentata dall’autoreferenziale e anapoditticamente infondata proposizione metastorica del proprio sé invece, e di necessità, storicamente determinato. Da più parti e in molti modi assistiamo costantemente a questo tentativo, come affermato teleologico, di “spacciare” esso attuale Zeitgeist e la sua assiologia fondativa giacché “universali”, tanto dia-cronicamente quanto dia-topicamente.

Proviamo a porre in luce detta essenza ipogea – e detto suo punto ultimo di preda – elencando le emersioni epifenomeniche maggiormente corrusche, principiando dall’affioramento maggiormente coalito al tema qui trattato.

Universalizzazione del diritto

Il nostro tempo e il nostro spazio d’Occidente discende direttamente dalle rivoluzioni liberal-borghesi del ’600/’700 anglo-americano e francese e dalle conseguenti loro costituzioni, i cui valori fondativi vengono posti in quanto universali, sì incontrovertibili da essere proclamati inalienabili, ossia decretati quali predicazioni con necessità coimplicate nella soggettualità umana a punto metastoricamente intesa o inseitalmente: non il cittadino americano del 1776 ha diritto a ricercare la propria felicità (ossia il proprio privato benessere individualisticamente emancipato dalla Comunità e dalle sue primaziali esigenze), bensì ogni uomo di ogni epoca, tanto futura quanto, si dirà, passata.

Cercate pure, dotti e leguleici apologeti del nostro Tempo e del Potere in esso egemone, qualsivoglia occorrenza normativa pregressa (non già rispetto a detta elettiva cesura, bensì collocantesi al di qua dell’orizzonte che l’ha infine lì e allora estroflessa, al di qua ossia dell’orizzonte sotto i nostri occhi desti in via di rapido compimento, al di qua epperò del principio della sua essenza, la cui genealogia storica a breve si tenterà qui di escutere e diradare, almeno sotto i riguardi dell’economico) in cui si abbia avuto l’ardire di parlare a nome dell’Umanità tutta.

Certo, il concetto di categoriale o universale, il concetto filosofico ossia del darsi dell’inseità quale Uno della molteplice occorrenza fenomenica determinata, nasce nella Grecia antica, nelle scuole platoniche anzitutto. L’Uomo-in-sé, come eidos, è prodotto platonico-socratico. Non vogliamo spingerci nonpertanto sino alle soglie della nietzschiana “scomunica” socratica per “prima seminagione” di decadenza, non vogliamo ossia azzardare parallelismi troppo diacronotopicamente ampli tra la grecità attica del V°/IV° sec., l’illuminismo e il giusnaturalismo anglo-francese del ’700, e non vogliamo proprio perché consapevoli che il mondo di Apollo non è il mondo di Faust, come sarà posto.

Ma, per quanto il concetto filosofico dell’Uomo come universale metastorico (e lo stesso concetto giusnaturalistico o dottrina del diritto naturale) trovi formulazione teoretica nel cronotopo sovra perimetrato (allargandolo solo di qualche generazione, per includervi Aristotele e la scuola stoica), non sarebbe mai potuto accadere che esso vi trovasse anche dimora giuridica. L’uomo sottoposto al nomos greco, e ancor più l’uomo sottoposto alla lex romana, era esclusivamente il greco, era esclusivamente il romano, né tantomeno Solone o Licurgo, Numa o Appio Claudio avrebbero mai avuto l’ambizione di proclamare leggi in nome dell’Umanità tutta, se non affatto astrattamente concepita.

Si replicherà: Jefferson legifera a nome dell’umanità, ma la vigenza delle sue leggi è circumdelimitata dal Nomos, schmittianamente inteso, americano del 18esimo secolo, per cui i suoi riferimenti universalizzanti sono astratti tanto quanto quelli, ad esempio, protagoriani. Si elevi pure essa contestazione, basterà un soffio di brezza del 20esimo secolo a farla immediatamente crollare, dimostrando nell’adempimento la figura che lo incubava.

1776

Noi riteniamo che sono per se stesse evidenti queste verità: che tutti gli uomini sono creati eguali; che essi sono dal Creatore dotati di certi inalienabili diritti, che tra questi diritti sono la Vita, la Libertà, e il perseguimento della Felicità; che per garantire questi diritti sono istituiti tra gli uomini governi che derivano i loro giusti poteri dal consenso dei governati.

[Dichiarazione d'indipendenza degli Stati Uniti d'America]


1948

Tutti gli uomini sono nati liberi e uguali, in dignità e diritti, e, essendo dotati dalla natura di ragione e coscienza, devono comportarsi reciprocamente come fratelli.
[Dichiarazione americana dei diritti e dei doveri dell'uomo]


L’unica differenza tra il 1776 e il 1948 è l’estensione dell’influenza geopolitica americana sul mondo, è solo ossia la distensione “giurisdizionale” dei carri armati e delle portaerei nucleari yankee.

La Dichiarazione americana dei diritti e dei doveri dell'uomo, conosciuta anche come Dichiarazione di Bogotà, è stata la prima dichiarazione dei diritti umani nel mondo ad avere natura generale e non nazionale. Ha anticipato di più di sei mesi la Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo [...]. La Dichiarazione stabilisce che i diritti essenziali della persona non derivano dall’appartenza ad uno Stato, quindi dalla nazionalità di una persona, ma dal suo attributo di essere umano. Da tale principio discende che i membri dell’OSA riconoscono che la legislazione di uno Stato in materia di diritti fondamentali non crea né concede dei diritti, solo li riconosce in virtù del fatto che tali diritti esistono indipendentemente dall’esistenza di uno Stato.

[Federica Napolitano, Università degli Studi di Padova]


L’Uomo-in-sé pensato come animale psicologico, sinaptico, adattativo, tecnico.

Non è qui luogo per dettagliare il fondamento della coimplicazione che inserra Darwin e Freud, Freud e Darwin alle neuroscienze e alla tecnocrazia contemporanea; ci basterà affermarne la loro comune discendenza dallo spirito del tempo, ossia dall’innanzi meglio declinata “civilizzazione manchesteriana della Kultur faustiana”. Pur nelle indubbie e rispettivamente appropriative differenze adiafore, esse tutte discipline e scienze convergono nel centro dell’essenza: l’Uno indistinto, aoristo, continuo e compatto, “ché ente a ente accostasi”, l’Uno appunto universale e metastorico, sive eterno, l’Enade ossia dell’Era deuteriore dell’En-dia-Di originaria in altre sedi ostensasi.

La convinzione che un certo tipo umano non potesse non falsare e misconoscere, anche nella sua attività di scienziato–biologo, il carattere più autentico della vita, nacque in lui (Nietzsche, N.d.A) dalla profonda intuizione che gli ideali e i valori dell’uomo moderno, del borghese, del capitalista, dello scienziato, dell’artista del suo tempo […] fossero i valori di un tipo d’uomo nel quale la «vita» declina anziché crescere. Poiché, evidentemente, le concezioni biologiche non possono essere migliori del tipo di scienziato che le elabora, sarà la sua morale – nel senso più lato di un ordinamento universale di valori – a determinare altresì gli ideali scientifici, i metodi, e le finalità della ricerca (e conseguentemente già gli stessi risultati, N.d.A.). Coll’affermare che lo scienziato moderno «appartiene al tipo plebeo», Nietzsche intendeva gettar luce sui fondamenti della scienza moderna, chiarendo come la vita declinante, anche quando è ammantata da un’intelligenza obiettiva, non può non interpretare l’insieme della vita organica secondo i suoi propri valori di fondo. I quali valori, per l’uomo nato schiavo, arrendevole, spinto dalle paure verso il «calcolo», la «prudenza», l’«accortezza» e l’«economia», si identificano con la capacità di garantire la «conservazione dell’esistenza» e la «facoltà dell’adattamento». Nietzsche presentiva […] che la nuova biologia meccanicistica affonda le sue più profonde radici in una morale utilitaristica; che la teoria darwiniana […] insieme alla sua premessa maltusiana […] e a molte altre teorie del genere, non sono in fondo che una proiezione, nell’ambito della natura organica, di determinati valori e preoccupazioni plebei […]. Quella concezione di fondo della natura organica […] non era affatto il risultato delle sue (Darwin, N.d.A) osservazioni […], né delle sue dimostrazioni, bensì la conseguenza di un apriori implicito […]. Come poteva questo nuovo tipo umano concepire la vita, se non secondo la definizione del signor Spencer?

M. SCHELER, La posizione dell’uomo nel cosmo, Armando Editore, Roma 1998 (Die Stellung des Menschen im Kosmos, 1928), cit. in DIÁ, Aracne, Milano 2020.

Bene, tutto ciò concorre alla creazione e allo smercio di uno dei maggiori inganni del nostro tempo, la suddetta frode ossia dell’omniavvolgenza inautentica in cui la nostra puntuale determinazione storica – già (auto)postasi, certo senza fondamento alcuno che non fosse l’arroganza e la teleologia della riduzione del mondo a mercato e a mercato unico, come acme del disvolgimento storico, compiutezza entelechiale, perfezione altresì non innanzi oltrepassabile precisamente giacché scevra di potenza e dell’ulteriorità che essa gesta –, viene ora addirittura propagandata come ipostasi della Verità eterna in grado di coinvolgere entro l’uguaglianza trans-storica del sé persino l’alterità del passato: neppure ciò che più non-è può sottrarsi al Nomos dell’Uno indistinto, neppure la sua incontrovertibile differenza può porsi come un immutabile non modificabile e aggredibile dalla volontà di adeguazione all’Én-Pánta attuale. Tutto deve essere conformato all’Uno, conformato oppure annichilito.

Secondo il grande giurista Carl Schmitt, l’assiologia assolutistica e omniavvolgente dell’attuale Nomos der Erde globalista (Pánta) e monadico (Én), in cui l’Umano si dà giacché ente meta-storicamente e trans-culturalmente inquadrato in un orizzonte valoriale anapodittico, ipostatizza la peggiore delle tirannidi possibili, ossia la più coerente-a-sé, in quanto non alcun ricetto ontico-posizionale viene qui lasciato al non-valore ostracizzato dal Tutto-della-Valenza, non-valore determinato che pertanto deve essere – ed è, a ogni piè sospinto – sistematicamente annichilito quale non-valore-assoluto.

[La tirannia dei valori]

L’Uomo-in-sé è piuttosto una perimetrazione endoevacua che trova sostanza nella perenne differenziazione storica, che trova e ritrova ebbene comunanza nell’Uno della Distinzione. Questo è il Polemos come Hypokeimenon: il nostro Uno autentico, cioè il nostro De-stino, ciò che da sempre sta e nell’innanzi da principio ci sopravanza intangibile e inconcusso nella propria escatia d’Originario, è la Storia stessa, ebbene la moltiplicazione processiva della Differenza. Ogni umana comunanza che non conquisti il proprio fondamento nella Storia, si dà inautenticamente, variante adiafora e accessoria nostra, e ciò precisamente poiché il proprio fondamento lo acquista invece dalla Physis. Ma l’Uomo, autenticamente inteso, non è mai un ente di natura, piuttosto si dà (autocticamente) in quanto trascendenza, eccentricità dall’ente, orizzonte del reale, possibilità, estaticità, ulteriorità, autopostestatività, e-vento.

Qui principia dunque il nostro dovere di elevazione del contrasto, qui principia pertanto la nostra volontà di dischiudere un orizzonte altro. Questo altro orizzonte è un grido contro questa frode, un grido contro chi pone la frode come modo d’essere del sé nel mondo e del con-essere con gli altri (“Suscitare interesse, conquistare la fiducia, risvegliare la voglia di acquistare: in questo crescendo si manifesta l’efficacia del mercante di successo. Non importa quali mezzi vengono usati a tal fine, basta che non vi sia costrizione esterna, ma solo interiore, che la controparte non accondiscenda al patto di malavoglia, ma per propria decisione. Il risultato dell’azione del venditore deve essere la suggestione”, W. Sombart), e questo grido la cui eco rimonta dalle soglie dell’Antico, dell’Altro, trova sostanza e carne in queste nostre attuali parole di battaglia: “non è sempre stato così, non è da sempre così, non deve epperò così essere per sempre; destatevi: quando ciò vi propinano, vi stanno mentendo, ingannando, truffando”.

Ed eccoci a dare sostanza a una delle grida con maggiore possanza inveente contro il nostro Tempo, sul piano economico, sociologico e financo antropologico. Questo è l’urlo di Werner Sombart e del suo monumentale Der moderne Kapitalismus, del 1902.

1. Principio di copertura del bisogno Vs Principio acquisitivo:

Posizione giusnaturalistico-universalistica

“Nella natura stessa dell’uomo – epperò al di là del tempo e dello spazio, indipendentemente ovvero dalla Kultur e dall’orizzonte storico – è iscritto il desiderio di guadagnare quanto più denaro possibile”.

Ipercalisse sombartiana

Possiamo distinguere due tendenze sostanzialmente diverse. Gli uomini mirano infatti o a procurarsi una certa quantità e qualità di beni di consumo, cercano cioè di coprire il loro fabbisogno naturale, oppure tendono al guadagno, cercano cioè con la loro attività economica di procurarsi quanto più danaro possibile. Nel primo caso diciamo che le loro azioni sono orientate al principio di copertura del bisogno, nel secondo che sono orientate al principio acquisitivo. […] È mia convinzione profonda che nei diversi periodi abbia dominato una mentalità economica diversa e che sia lo spirito a darsi una forma adeguata, creando così l’organizzazione economica […] Il bisogno stesso non è determinato arbitrariamente dall’individuo, ma ha assunto con l’andare del tempo nei singoli gruppi sociali un certo valore e una certa forma che vengono poi considerati come dati fissi. L’idea che il tenore di vita debba essere conforme al proprio ceto sociale domina tutta l’economia precapitalistica. Ciò che la vita ha lentamente sviluppato, riceve quindi il sostegno del riconoscimento e della norma dalle autorità del diritto e della morale. L’idea del tenore di vita conforme al proprio ceto sociale costituisce un importante fondamento della dottrina tomistica: è necessario che i rapporti dell’uomo con il mondo dei beni esterni siano soggetti a una limitazione, a una misura: nesse est quod bonum hominis circa ea (bona exteriora) consistat in quadam mensura. Questa misura corrisponde al tenore di vita conforme al proprio ceto: front sunt necessaria ad vitam eius secondum suam conditionem. […]. Il signore disprezza il denaro. È sporco come ogni attività diretta al guadagno. Il denaro serve solo per essere speso: “usus pecuniae est in emissione ipsius” (S. Tommaso). […] (nel tempo precapitalistico) il tipo e l’ampiezza di ogni singola organizzazione economica sono determinati dal tipo e dalla misura del bisogno che si suppone come dato. Lo scopo di ogni attività economica è dunque il soddisfacimento di questo bisogno. L’economia è sottoposta a quello che abbiamo chiamato principio di copertura del fabbisogno […]. In passato, quando esposi queste idee, mi si obiettò che è del tutto sbagliato supporre che in un tempo qualsiasi gli uomini si siano limitati a soddisfare soltanto le loro esigenze di vita, a ricercare solo il “nutrimento”, a coprire soltanto i bisogni naturali e tradizionali. In tutti i tempi, al contrario, sarebbe insito “nella natura dell’uomo” il desiderio di guadagnare quanto più possibile, di diventare quanto più ricco possibile. Io nego ciò anche oggi con altrettanta energia e affermo più decisamente che mai che la vita economica nell’era precapitalista era effettivamente soggetta al principio del soddisfacimento del bisogno, che il contadino e l’artigiano miravano al nutrimento e a null’altro nello svolgere la loro normale attività economica […]. Un’ulteriore prova a favore della mancanza di aspirazione al guadagno proprio dello spirito dell’economia precapitalistica è fornita dal fatto che ogni impulso al guadagno, ogni cupidigia di denaro trova il proprio soddisfacimento al di fuori della produzione, del trasporto e in parte anche al di fuori del commercio dei beni. Si corre nelle miniere, si scava in cerca di tesori, ci si dedica all’alchimia e a ogni sorta di arti magiche per brama di denaro, si presta il denaro a interesse, perché non si riesce a guadagnarlo nell’ambito della normale attività quotidiana. Aristotele, che ha compreso a fondo la natura dell’economia precapitalistica, considera estraneo all’attività economica il guadagno quando supera il bisogno naturale. Neppure la ricchezza in denaro contante serve a fini economici, alla sussistenza provvede l’oikos, mentre la ricchezza è data soltanto a un suo extraeconomico, “immorale”. Ogni economia ha limiti e misura che il guadagno invece non conosce […]. La particolarità del principio del profitto consiste nel fatto che sotto il suo dominio lo scopo immediato dell’adire economico non è più il soddisfacimento del bisogno, ma esclusivamente l’aumento di una somma di denaro. La determinazione di questo scopo è immanente all’idea dell’organizzazione capitalistica; si può quindi definire il conseguimento del profitto (cioè l’accrescimento di una somma iniziale di danaro per mezzo dell’attività economica) come lo scopo oggettivo dell’economia capitalistica, con esso non si identifica necessariamente (almeno in un’economia capitalistica completamente sviluppata) la determinazione del fine soggettivo del singolo soggetto economico.

2. Lusso individualistico Vs Lusso comunitaristico, tesaurizzazione privata Vs dissipazione pubblica (potlatch)

Posizione giusnaturalistico-universalistica

“Nella natura stessa dell’uomo vi è la tendenza a tesaurizzare il guadagno in oggetti di valore, di cui tutti amano circondarsi e verso cui tutti coloro i quali ne sono esclusi dal possesso provano invidia”.

Disvelamento

Il lusso nel senso del bisogno raffinato e del suo suo soddisfacimento serve scopi molto diversi e perciò deve la sua esistenza anche a motivi molti diversi. Se dedico a Dio un altare ornato d’oro o se mi compero una camicia di seta, in entrambi i casi faccio del lusso, ma si avverte immediatamente che questi due atti sono estremamente diversi l’uno dall’altro. Si può chiamare la consacrazione dell’altare un lusso idealistico o forse anche altruistico, mentre l’acquisto della camicia di seta un lusso materialistico o anche egoistico, distinguendo con ciò nello stesso tempo la destinazione e il motivo. Entrambe le forme del lusso si sviluppano nell’epoca che stiamo considerando. Ma proprio in questo tempo tra Giotto e Tiepolo, che noi chiamiamo epoca del primo capitalismo, si diffonde in modo di gran lunga prevalente il lusso materialistico […]. Tuttavia il processo di secolarizzazione non sarebbe stato tanto rapido, e la diffusione del lusso non avrebbe conosciuto proporzioni così colossali in un periodo così breve, se accanto alla corte non fosse emersa un’altra fonte importante dalla quale si sprigionasse l’ampio flusso della sete di piacere, della vita allegra, della vanità e del fasto che si riversò nel mondo: se cioè non fosse scoppiato come una malattia devastatrice un intenso bisogno di beni di lusso presso i nouveaux riches che abbiamo visto venire alla ribalda […]. Nella storia, dal momento in cui è apparso il primo nuovo venuto borghese, la via della ricchezza è parallela alle tappe della diffusione del lusso […]. Un punto che mi sembra di grande e generale importanza per lo sviluppo della società moderna è il fatto che i nuovi ricchi, coloro che non posseggono nulla al di fuori del loro denaro, il cui potere è fondato soltanto sulla ricchezza e non hanno altra caratteristica che li possa distinguere se non la possibilità di condurre una vita sontuosa in virtù dei loro mezzi, che questi parvenu trasmettano la loro concezione del mondo materialistica anche alle vecchie famiglie nobili che vengono con ciò trascinate nel vortice della vita agiata.

3. Il tempo della comunità e della vita storica Vs Il tempo dell’individuo e della vita naturale

Posizione giusnaturalistico-universalistica

“È insito nella stessa natura dell’uomo, nel suo stesso pan-inconscio trans-culturale, “volere tutto e subito”.

Disvelamento

Nel medio Evo di regola i tempi di produzione erano molto lunghi, si lavorava per anni e decenni allo stesso pezzo o alla stessa opera, non si aveva fretta di vederla finita. La vita era lunga perché si svolgeva in un tutto continuo: la chiesa, il convento, il comune, i discendenti avrebbero certo visto il compimento dell’opera anche se il singolo individuo, che aveva commissionato il lavoro, era stato ammazzato ormai da lungo tempo […]. Ogni duomo, ogni convento, ogni palazzo comunale, ogni borgo medioevale testimonia il superamento della vita di un singolo individuo, la loro origine risale ad antiche famiglie che credevano di vivere in eterno. Ma da quando l’individuo si è emancipato dalla comunità che a lui sopravvive nella continuità del tempo, il periodo della sua vita diventa la dimensione del suo godimento. Il singolo individuo vuole egli stesso partecipare nella maggior misura possibile al corso delle cose. Lo stesso re vuole abitare il castello che incomincia ad edificare. E quando il dominio di questo mondo passò alla donna, il ritmo col quale vengono procurati i mezzi per il soddisfacimento del bisogno di lusso venne ulteriormente accelerato. La donna non può aspettare. E l’uomo innamorato meno di lei.

4. Ortodossia Vs Eterodossia, Tradizione/Conservazione/Cura Vs Innovazione/Progressione/Iconoclastia

Posizione giusnaturalistico-universalistica

“È insito nella stessa natura dell’uomo voler trasgredire alle regole, oltrepassare la tradizione, rinnovare l’altrimenti sclerotizzazione del passato, sovvertire il lascito avito, “rompere gli schemi” (quanti claim pubblicitari reiterano questo concetto da decenni!, concetto smerciato per “eterno e universale” e invece semplicemente inconcepibile per l’anima apollinea, concetto epperò tipico dell’anima faustiana, sitibonda d’escatia, concetto nondimeno civilizzato, cioè divenuto artificiale, meccanico, senza-anima, negli slogan seduttivi del consumismo edonista: questa è infatti la relazione che intercorre tra le fughe di Bach, le guglie gotiche o la pittura prospettica e l’acquisto di un nuovo fuori-strada, la relazione che coalesce ovvero Kultur e Zivilisation, sorgenza e senescenza).

Disvelamento

L’“eresia” in quanto tale, quindi indipendentemente dalla confessione stessa di volta in volta considerata eretica, è stata chiaramente un importante vivaio di imprenditorialità capitalistica, poiché rafforzava potentemente l’interesse al guadagno e favoriva le doti commerciali. Le ragioni di ciò sono evidenti: esclusi dalla partecipazione alla vita pubblica, gli eretici non potevano che estrinsecare tutta la loro forza vitale nell’economia. Soltanto questa offriva loro la possibilità di procurarsi quella posizione di rilievo nella comunità che lo stato negava loro […]. Era logico dunque che questi eretici si dedicassero con particolare fervore nel periodo dell’inizio del capitalismo proprio alle imprese capitalistiche, poiché queste permettevano maggiori successi e offrivano il mezzo più sicuro per raggiungere la ricchezza e quindi il prestigio sociale. Perciò appunto in quei periodi critici, quindi prevalentemente dal XVI al XVIII secolo, li troviamo dappertutto ai primi posti come banchieri, grandi commercianti, industriali. I commerci, the trade, erano addirittura dominati da loro. Già durante quei secoli gli osservatori più acuti notarono subito il nesso fra questi fenomeni […]. Quindi che in questi ambienti degli “esclusi” il significato della ricchezza fosse più importante che, a parità di circostanze, in altri strati della popolazione, (è) perché per costoro il denaro significava l’unica via al potere […]. Nella struttura del capitalismo, inoltre, è spontaneo il favore col quale viene accolta ogni innovazione che renda possibile o necessaria una nuova invenzione. Al contrario di altri sistemi economici, per esempio l’artigianato, che è per sua natura ostile alle innovazioni e quindi agli inventori in quanto ogni cambiamento tecnico comporta un onere indesiderato, il capitalismo è avido di innovazioni sia per eliminare con il loro aiuto la concorrenza, sia per fondare nuove imprese sulla loro base, sia – soprattutto” per saziare con l’applicazione di nuovi (redditizi) procedimenti la sua aspirazione interna a profitti supplementari […]. Uno dei tratti inconfondibili dell’epoca del capitalismo maturo è costituito senz’altro dal frequente mutamento degli oggetti verso i quali sono indirizzati i bisogni. Questo mutamento si manifesta sia in riferimento ai mezzi di produzione che ai beni di consumo […]. Nella maggior parte dei casi tuttavia l’uomo moderno non si ostina a desiderare gli oggetti del passato. Nella maggior parte dei casi egli desidera cambiare, prova gioia nel mutamento, e quindi rafforza di spontanea volontà la tendenza originata dalla tecnica all’innovazione frequente. Il senso di crescere insieme agli oggetti comuni di uso quotidiano, quale era proprio delle generazioni del passato, gli è completamente estraneo. In occasione delle sue nozze d’argento egli rinnova completamente l’arredamento della sua casa senza essere ostacolato da alcun sentimento di devozione e fedeltà. La sua libertà da ogni legame interiore, il suo nervosismo, la sua inquietudine fanno sì che egli non avverta con disagio, ma piuttosto come un mezzo per aumentare il proprio senso di benessere, il mutamento nell’ambiente delle cose che lo circondano […]. Dove i produttori si mettono all’opera per inventare qualcosa di nuovo, dove case di confezioni o fabbricanti di tessuti assumo propri disegnatori e infine soprattutto in quelle ditte ce esistono soltanto per fornire agli altri delle novità, in tutti questi casi siamo di fronte a una fucina per la creazione di una vera e propria febbre di innovazione. Ci si morde le unghie e ci si rompe il cervello per poter sempre di nuovo gettare sul mercato – e questo è l’elemento essenziale – qualcosa di nuovo.

5. Blut und Boden Vs Heimatlosigkeit

Posizione giusnaturalistico-universalistica

“La migrazione è insita nella stessa natura dell’uomo e lo accompagna per tutto il suo cammino: tutti gli uomini di ogni epoca sono sempre emigrati, è un destino ineluttabile”.

Disvelamento

Popolazioni di riserva esterne per capitalismo sono i popoli di colore […] ma anche quelle masse che abbiamo visto affluire da paesi di civiltà economicamente arretrata nei paesi più sviluppati. Mi riferisco agli europei della parte occidentale del continente che emigrarono in Inghilterra e quindi nei paesi coloniali, agli europei meridionali e orientali che li seguirono e in parte riempirono le lacune lasciare dai primi nell’Europa occidentale […]. Perché il capitalismo ha attirato questi popoli di riserva? In primo luogo, e forse essenzialmente, perché senza di loro non avrebbe potuto espandersi. Ma oltre a ciò ha contribuito indubbiamente in modo molto forte la considerazione che questi popoli erano disposti a prestare il loro lavoro a condizioni più favorevoli dei lavoratori di casa propria. Anche se gli imprenditori non hanno mirato consapevolmente a influenzare in tal modo il livello dei salari (di fronte al fenomeno massiccio dell’immigrazione spontanea questa considerazione va accantonata), l’effetto in tal senso provocato dall’afflusso si popolazioni straniere è stato sempre visto con favore […]. Bauer distingue opportunamente l’immigrazione libera dall’immigrazione organizzata “allo scopo di deprimere i salari”. Gli effetti di queste due forme sono identici, solo che nel primo caso, nel quale il punto di partenza è l’offerta, l’azione di pressione sui salari è soltanto l’effetto, nel secondo caso, invece, nel quale il punto di partenza è la domanda, l’azione di pressione è anche lo scopo […]. Ecco come Bauer descrive questa seconda forma di immigrazione: “Gli imprenditori mandano i loro agenti in zone economicamente arretrate, vi arruolano gli operai, li impegnano a determinate condizioni di lavoro per determinate prestazioni lavorative e quindi importano la massa di operai nel paese di immigrazione […] La forma più primitiva e di gran lunga più diffusa di importazione organizzata di lavoratori allo scopo di deprimere i salari è l’importazione al fine di rompere il fronte dello sciopero (cioè, di crumiri). Questa pratica si afferma gradualmente e diviene pressoché universale […]. “Il sogno di un direttore di miniera è di abbassare il più possibile il costo del lavoro indigeno, arruolando un numero sempre maggiore e sempre più regolare di negri e ottenendo del cibo sempre più a buon mercato per nutrire i lavoratori … in questo modo, anche il lavoro dei bianchi può essere retribuito in modo minore...” (J. Bryce, Impressions of South Africa).

6. Gemeinschaft Vs Gesellschaft, Organicismo Vs Meccanicismo, Ceto/Ordine Vs Classe, Stato (solido) Vs Mercato (liquido), Eroi (Helden) Vs Mercanti (Händler), Tedeschi Vs Inglesi

Posizione giusnaturalistico-universalistica

“È insito nella stessa natura dell’uomo ricercare la propria felicità privata e non la potenza dello Stato. L’eudaimonismo affratella gli uomini da sempre e ovunque, in ogni tempo e in ogni luogo”.


Disvelamento

Vorrei tuttavia esprimere ancora il dubbio che, con ogni probabilità, sotto il contrasto che divide i mercantilisti dai classici, l’economia politica dall’economia sociale (se intendiamo in profondità questo contrasto come il contrasto tra considerazione organicistica e considerazione meccanicistica), è nascosto il contrasto tra lo spirito di popoli (Volksseelen) ostili per intima essenza, in particolare è nascosto il contrasto tra l’anima del popolo tedesco e del popolo inglese che si sviluppano nella loro purezza soltanto dopo il XVIII secolo. L’economia “classica” è di stampo inglese non solo in senso esteriore, per il fatto che i suoi principali rappresentanti erano in inglesi, ma anche nel senso più profondo che essa nasce dallo spirito inglese […]. Il pensiero mercantilista […] prende le mosse dall’idea di un tutto (lo stato, il popolo). I mercantilisti, ancora del tutto nel solco dello spirito medievale, hanno scarsa considerazione per il benessere o l’infelicità del singolo rispetto a quelli della collettività, ai cui interessi gli individui devono del tutto sottomettersi. Il netto orientamento all’interesse collettivo,che abbiamo riscontrato come il principio dominante degli uomini di stato, ricorre continuamente come massima prima di ogni elaborazione teorica negli scritti di tutti i mercantilisti […]. L’interesse collettivo corrisponde essenzialmente all’interesse dello stato: la potenza e l’indipendenza dello stato è l’ideale più alto […]. L’idea del libero scambio con la quale gli economisti inglesi e i loro successori da Ricardo un poi vorrebbero unificare i popoli della terra, era molto lontana dalle menti dei mercantilisti. La concezione di una comunità internazionale fondata sul commercio, composta di membri dotati di pari diritti, e nella quale gli stati indipendenti avrebbero svolto il ruolo di province in un grande impero, doveva sembrare del tutto assurda ai mercantilisti il sui orientamento politico era indirizzato verso lo stato-nazione; il pensiero che lo scambio internazionale sarebbe stato in grado di favorire tutti i popoli della terra allo stesso modo con la benedizione della divisione geografica del lavoro, non aveva posto nel loro schema di pensiero […]. Abbiamo visto come nel corso dell’epoca del primo capitalismo nasca la borsa, un’organizzazione centrale per la stipulazione dei contratti commerciali, nella quale (meccanicamente!) si raggruppano i diversi individui, prima riuniti (organicamente!) in gilde e corporazioni […]. Il fatto che la formazione delle grandi città, almeno negli inizi, risalga all’epoca del primo capitalismo è un’ulteriore prova che già con essa comincia la decomposizione della società. Infatti in nessun luogo come nelle grandi città si manifesta così chiaramente l’elemento contrattualistico, nei rapporti fra singole masse composte di atomi […]. Se il ceto era una parte organica della comunità (il popolo), la classe è soltanto una componente meccanica della società […]. Considerata nella sua relazione con il tutto, la classe è egoistica, negativa, distruttrice, dissolutrice, perché il raggiungimento dei suoi interessi particolari esclude il riconoscimento di altri gruppo accanto ad essa […]. La classe sociale è un fenomeno assolutamente moderno. Essa sorge solo nell’ambito della società. L’antichità conosce solo embrioni di classi sociali; nella storia europea moderna compaiono con il capitalismo, del quale sono figlie legittime.

7. Ecumenismo adelfico Vs Freund-Feind

Posizione giusnaturalistico-universalistica

“Nella natura stessa dell’uomo dimora il desiderio di fratellanza e amicizia globale: tutti i rapporti, interpersonali e giuridici, concreti e astratti, tendono naturalmente e con progressività incontrovertibile al compimento della conciliazione irenica perenne attuatasi attraverso la pan-contrattualizzazione (tra governati e governanti, capitalisti e salariati, acquirenti e venditori etc...)”.

Disvelamento

Il XVIII secolo mostra – soprattutto nella seconda metà – un carattere già del tutto mercantile, che si esprime tangibilmente nell’emergere delle ideologie umanitarie, nella diffusione dell’idea di contratto nel campo della teoria dello stato, della società e dell’economia, nella crescente esaltazione del commerciante, nell’ideale dell’“affratellamento dei popoli” e in molti altri aspetti […]. Osserviamo che le seguenti idee esercitano un influsso primario sul comportamento dell’imprenditore capitalista: […] la fede nel progresso, nella missione umanitaria della espansione economica, che giunge talvolta alla convinzione di fornire un servizio al bene comune.

8. “Libertà-da” Vs “Libertà-per”

Posizione giusnaturalistico-universalistica

“È insito nella stessa natura dell’uomo voler essere liberi, emancipati, indipendenti, l’eleuterismo affratella gli uomini da sempre e ovunque, in ogni tempo e in ogni luogo”.

Disvelamento

Soprattutto è il bisogno di libertà individuale che fa apparire affascinante la vita di città. La “libertà” che un tempo abitava sulle montagne è migrata oggi nelle città e le messa le vengono dietro. Libertà individuale come ideale di massa significa però sempre solo libertà “da qualcosa”, la liberazione dai vincoli del vicinato, della famiglia, dei padroni, lo sradicamento […]. Osserviamo che le seguenti idee esercitano un influsso primario sul comportamento dell’imprenditore capitalista: […] le influenze sterne […]: l’imprenditore stesso si vede in questo ambiente liberato da tutti quei numerosi vincoli che limitavano la libertà di azione del soggetto economico dei secoli precedenti e anche, come dimostrato, dell’imprenditore agli albori del capitalismo. I nuovi soggetti economici sono in quanto tali liberi dal riguardo verso la tradizione della famiglia, dell’azienda, degli usi commerciali […]. Questi soggetti economici sono dotati di “propensione ai mutamenti” […]. Gli imprenditori nel complesso […] sono liberi dai pesanti vincoli imposti dalla religione o da una morale di fondamento religioso […]. La secolarizzazione dello spirito capitalista […] deve essere considerata come una delle espressioni più importanti dell’epoca moderna, poiché ha lasciato via libera a quel demone di passioni che è penetrato oggi nell’economia […]. Oggi il principio fondamentale di ogni agire economico è la “mancanza di scrupoli”, la quale si accorda difficilmente con qualsiasi sistema religioso che voglia fissare le norme della morale borghese.

***

Potremmo così perseverare sino al crepuscolo degli Dei, ma preferiamo lasciare alla capacità inferenziale del nostro cortese lettore la riduzione delle molte occorrenze in cui si dà, nell’oggi, la frode della “metastoricità antropica”, all’Uno dell’essenza del nostro tempo, all’Uno ovvero della nostra precisa e puntuale storica gettatezza.

Ebbene, dopo avere elevato i fondamenti che disvelano il dimorare presso non-verità dell’apofansi che predica l’universalità über-kultural nostra, che falsamente afferma ovvero, altrimenti, l’“Hominità” (Physis) dell’Uomo (Geist), è ora nostro compito (Aufgabe) dare fondazione all’aponfansi antitetica, alla posizione ebbene che dice della puntuale e particolare determinazione storica dell’odierno trionfante universalismo metastorico, teticità certamente inscritta nell’affermazione fondamentale, qui solo anapoditticamente accennata e abissalmente, che pone l’intrascendibilità o destinalità dell’orizzonte storico quale e autentica e unica e originaria omniavvolgenza.

Per ciò adeguatamente adempiere nondimeno, dobbiamo anzitutto indicare la dimora dell’oggi lungo il Sentiero del Giorno (Seinsgeschichte), e dobbiamo ciò compiere con fondatezza, ossia precisamente indicando dell’oggi genealogia ed eziologia, il “da dove” proviene e principia e il “perché”.

E tuttavia, pur l’origine dell’oggi non è l’origine dell’Uomo, non è, ovvero, come già sappiamo, giacché l’Uomo non può esserci senza l’esserci del Destino, l’Origine della Storia. Pertanto, per non lasciare senza fondamento il fondamento medesimo dell’oggi, ci vediamo costretti a ulteriormente retrocedere, indicando genealogia ed eziologia della stessa origine e della stessa prima causale scaturigine dell’oggi.

Se dunque nell’Era che precede la sorgenza della Deuteriorità, ossia del tempo in cui l’Eterno si emancipa e impone quale fondamento di ogni realtà, la categoria della quantità, immorsata nell’essenza della funzione terza del Mercante, trovava qualità, cioè partizione o individuazione, egualmente argine e confine, pomerium e centuriazione, nell’Orizzonte stesso che tutto destinava a perentoria determinazione e anzitutto se stesso (che questo fondamento perimetrale primo non potesse con necessità non stare – in ciò che è stato definito “momento originario o proletico–formale dell’Originario” – se non nel modo dell’in-sé, cioè giacché ipotesi e anticipazione del sé a venire, ebbene preconizzandosi o dandosi via via per annuncio e sim–bolo, per conseguire solo in ultimo la propria compiutezza escate precisamente passando attraverso essa seconda Era tutta della propria contraddittorietà estrinseca, è ugualmente posto con nitore in Diá); e se nell’epoca prima o apollinea dell’Era seconda, l’Eterno, come detto necessariamente emancipantesi, ovvero conseguente autonomia posizionale per la cogenza destinazionale iscritta nella stessa struttura identitaria – apofatica e processiva, contraddistintiva e storica – dell’Originario in sé Negazione-di-ogni-éxis, si concentra sulla propria posizionalità, per cui l’accrescimento quantitativo dell’Immanenza trovava qualità e determinazione nel divieto febico all’aoristia o incompiutezza dell’Essere (“Necessità possente lo tiene nei legami del limite, rinchiudendo d’intorno, poiché è stabilito che l’Essere non sia incompiuto”); ecco allora che la trasposizione faustiana – parimenti necessaria – dell’Infinità seconda dal permanere al divenire, consente l’eliminazione di ogni delimitazione all’accrescimento quantitativo dell’Immanenza (giacché l’Eterno non è l’Originario, con necessità l’Originario diviene via via verso la riconquista del proprio contenuto di Protendimento estremo quale fondamento autentico di ogni essere e stare, e lo stare dell’Eterno perde, con il tramonto di Delfi, il modo dell’insé per conseguire il modo dell’altro dal sé, ovvero dell’oltre-passamento stesso; ma l’Originario non ancora può essere o stare nel modo dell’insé, giacché l’insé suo s’eventua Non-essere, Alterità-da-ogni-stare, epperò lì e allora, tra le nebbie di Faust, è il protendente a smarrire l’individualità distinta del sé [= dell’Io], dissoltasi nella permanente sconfinatezza infinita seconda, l’individualità determinata del sé o, egualmente, il punto finito [télos] del pro-tendimento suo ultimo).

[Il Potere del nostro Tempo]

Così furono altrimenti ostense, entro il disvolgimento trascendentale dell’Originario endiadico, origine e scaturigine necessarie del nostro Tempo e del bio-tipo antropico funzionalmente in esso elettivo.

Partendo epperò dall’evidenza del nostro orizzonte coevo, dal continuo ovvero insorgere in esso della tensione icono-clasta, e poste coimplicazioni e corrispondenze di ciò lungo i contro-correnti o contraddittori sentieri della Notte e del Giorno, non possiamo adesso non ipotizzare che paredro e pastore del Potere del nostro tempo sia quella figura la cui funzione è strutturalmente (determinazione destinale) deputata all’accrescimento – qui (determinazione storica) infinito o a-oristico proprio giacché faustiano (Pleonekteìn) – dell’immanenza o seità dell’Originario (Apollo, infatti, sa perfettamente che l’eternità della Phýsis non può essere eternamente espansa: ecco pertanto che sotto la sacra ombra e saettante lontano del suo tempio, colui che è deputato alla cura dell’ubertosa abbondanza di Tellus, inquadrato nella categoria della quantità, parimenti sa che non mai deve né può travalicare il “giusto” limite, protetto dall’interdetto del Dio: métron áriston, medèn ágan).

[Il Potere del nostro Tempo]

Ritorniamo adesso – dalla posizione dell’origine dell’oggi lungo il corso dell’Originario – all’urlo di Sombart, ora circonfulgente nell’analisi genealogica del Capitalismo moderno: proprio qui dimora, infatti, si ritiene, concludendo, il più grande lascito di quest’opera, capitale per comprendere il ’900 tutto e l’odierno stesso nostro tempo, giacché quest’ultimo a passi viepiù svelti si approssima all’adempimento estremo del Deuteriore, qui, ovvero nell’intuizione che rintraccia la nascita del Capitalismo moderno nella fusione tra lo spirito del tempo, faustiano, tra l’epoca raggiunta ossia dall’Originario lungo il Sentiero del Giorno (Geschichte), e la funzione terza (Chrematistikón) coimplicata nel Destino (Geschick) archegene stesso, nell’Uno(Immanenza)-Diade-(Trascendenza) epperò richiedente una corresponsione con necessità triplicemente articolantesi: “indistinto accrescimento quantitativo dell’immanenza [Thetoí]” (ove la funzione seconda [Bouleutikón], si accenna, cor-risponde alla diade o trascendenza [(A-thánatoi], e la prima [Epikouretikón] all’en-diadi o immanenza-trascendenza [(A-thánatoi–Thetoí])

Spirito faustiano

Il capitalismo è nato dal profondo dell’anima europea. Lo stesso spirito, da cui è sorto il nuovo stato e la nuova religione, la nuova scienza e la nuova tecnica, crea anche la nuova vita economica. Si tratta di uno spirito terreno e mondano; uno spirito che dispone di una immensa forza distruttrice di tutte le vecchie formazioni naturali, dei vecchi legami, delle vecchie barriere, ma forte anche perché capace di costruire nuove forme di vita, nuove creazioni, artistiche e artificiali. È quello spirito che dalla fine del Medio Evo strappa i vincoli che, formatisi in modo organico nella quiete del tempo, legano gli uomini alla cerchia degli affetti e alla comunità e li getta sulla via dell’egoismo insaziabile e dell’autodeterminazione.

È lo spirito di Faust: lo spirito dell’irrequietezza, dell’ansia, che anima ora gli uomini. “Il fermento lo spinge lontano...” […]. A ragione questo fenomeno è chiamato aspirazione all’infinito, perché la mèta è fissata fuori dai confini, nell’immenso, perché ogni dimensione naturale, ogni vincolo organico sembra inadeguato, anzi opprimente allo slancio di questi uomini d’avanguardia. Non si sbaglia neppure chiamandolo aspirazione al potere, perché infatti dal più profondo dell’anima, dove la nostra mente è incapace di penetrare, scaturisce quest’indescrivibile spinta dell’uomo forte a imporsi, a sottomettere gli altri alla sua volontà e alla sue azioni, che noi possiamo definire volontà di potere.

In altro luogo ho parlato dettagliatamente del modo in cui questa cupidigia di oro e denaro, in epoca precedente e per lungo tempo, si sia inserita a lato della vita economica e si sia manifestata in una serie di fenomeni che non hanno nulla a che fare con la vita economica. Agli inizi, infatti, la gente tende a procurarsi l’oro o il denaro al di fuori della propria normale attività economica. Ricordiamo quei fenomeni di massa caratteristici degli ultimi secoli del Medio Evo e dei primi della nuova èra, noti come cavalleria rapinatrice, ricerca di tesori sepolti, alchimia, progettistica, usura. In seguito però questo spirito di conquista penetra anche nella vita economica ed è allora che emerge il capitalismo: quel sistema economico che dischiude all’azione dell’uomo, un campo meraviglioso e particolarmente fertile dove l’aspirazione all’infinito, la volontà di potere, lo spirito d’intrapresa si impongono anche e proprio sul terreno dell’attività quotidiana volta al soddisfacimento dei bisogni. L’economia capitalistica è tutto questo, perché al centro del fine da cui è dominata non si trova una persona viva con i suoi bisogni naturali, ma una cosa astratta: il capitale. Nell’astrattezza dello scopo è insita la sua illimitatezza. Nel superamento della concretezza di tutti gli scopi individuali è insito il superamento della sua illimitatezza. Aspirazione al potere e al profitto diventano una cosa sola: l’imprenditore capitalistico (questo è il nome dei nuovi soggetti economici), tende al potere per guadagnare e chi guadagna, accresce il suo potere.

È chiaro, in tutti i campi della vita umana questo spirito d’intrapresa si fa largo combattendo. Soprattutto nello stato dove la mèta si chiama conquista e dominio. Ma con la stessa forza di esprime nella religione e nella chiesa, dove vuole liberare, sprigionare; nella scienza dove vuole spiegare; nella tecnica dove vuole inventare; sulla superficie della terra dove vuole scoprire […]. Questo spirito comincia a dominare anche nella vita economica. Esso spezza le barriere dell’economia tendente alla copertura del fabbisogno, fondata sulla moderazione e l’equilibrio, statica, feudale e artigianale, e sospinge gli uomini nel vortice dell’economia acquisitiva. Nel campo delle mire materiali conquistare significa acquisire: incrementare una somma di denaro. L’aspirazione all’infinito, l’aspirazione al potere non trova alcun campo di attività più congeniale di quello della caccia al danaro, a questo simbolo di valore assolutamente astratto, esente da qualsiasi limitazione organico-naturale, il cui possesso rappresenta sempre più il simbolo del potere.

L’anima del calcolo, del meccanismo, della trattativa, del contratto: il bio-tipo del mercante

Le relazioni che l’imprenditore allaccia con altri individui sono anche di natura diversa da quella che si suole definire col temine “organizzazione”. Egli deve dapprima reclutare i suoi collaboratori, poi deve continuamente asservire ai suoi scopi persone estranee, inducendole a fare o a tralasciare determinate azioni, senza tuttavia usare mezzi di costrizione. A questo scopo egli deve “trattare”, deve condurre colloqui con altri per indurli, facendo valere le proprie ragioni e confutando le obiezioni altrui, ad accettare una certa proposta, ad eseguire o tralasciare una certa azione. La trattativa è un incontro di lotta con armi psichiche. L’imprenditore deve quindi essere anche un buon negoziatore, mediatore, mercante, tutti termini che esprimono la stessa cosa con diverse sfumature. Il mercante in senso stretto, cioè il negoziatore in questioni di affari, è solo una delle molte forme sotto le quali si presenta il negoziatore. Il problema è sempre quello di convincere i compratori (o i venditori) del vantaggio insito nella stipulazione di un certo contratto. L’ideale del venditore si realizza, quando tutta la popolazione ritiene che nulla sia più importante dell’acquisto dell’articolo che egli sta magnificando in quel momento, quando massa di persone si lasciano prendere dal panico di non arrivare più in tempo per l’acquisto (come succede nei casi di febbrile eccitazione sul mercato dei valori).

Suscitare interesse, conquistare la fiducia, risvegliare la voglia di acquistare: in questo crescendo si manifesta l’efficacia del mercante di successo. Non importa quali mezzi vengono usati a tal fine, basta che non vi sia costrizione esterna, ma solo interiore, che la controparte non accondiscenda al patto di malavoglia, ma per propria decisione. Il risultato dell’azione del venditore deve essere la suggestione.

Capitalismo come sintesi
dello spirito di Faust (storico)
e del bio-tipo (destianale) del mercante o borghese

Chiamiamo spirito capitalistico quello stato d’animo risultante dalla fusione in un tutto unico dello spirito imprenditoriale e dello spirito borghese. Esso ha creato il capitalismo.

Audace, fresco, provocante, disinvolto, ma anche avventuroso, pieno di illusioni e pregiudizi, completamente irrazionale: ecco come si presenta nella storia il nuovo soggetto economico, da cui si svilupperà l’imprenditore capitalista. Avventurieri di commercio o commercianti avventurosi (merchants adventurers) vennero chiamati significativamente coloro che abbandonarono le solide strade tracciate dal Medio Evo e imboccarono nuove vie di guadagno. Essi miravano ad ottenere nel più comune dei commercio quel che i loro padri e fratelli avevano tentato di trovare nella ricerca dell’oro, nell’alchimia o nel brigantaggio. Si tratta soprattutto di spirito di avventura che si manifesta in quegli imprenditori del XVII e XVIII secolo, progettisti e speculatori che pullulano in tutti i paesi. Lo stesso spirito di avventura anima anche grandi mercanti d’oltremare, di cui il XVI e il XVII secolo sono ricchissimi, che portano una nota particolare nello spirito del primo capitalismo: lo spirito della pirateria […]. Gli uomini che partivano in cerca di bottino sul mare o sull’altra sponda del mare erano animati da uno spirito particolare. Sono dei conquistatori spavaldi, avventurosi, avvezzi alle vittorie, brutali e rozzi. Questi pirati geniali e senza scrupoli, di cui abbonda l’Inghilterra del XVI secolo […], sono della stessa stoffa dei capitani di ventura italiani come i Can Grande, i Francesco Sforza, i Cesare Borgia, solo che più di questi mirano alla conquista di beni e denaro e sono quindi più vicini agli imprenditori capitalistici […]. Erano dei filibustieri; ma lo spirito che li animava era lo stesso che ha stimolato il grande commercio e i traffici coloniali fino al XVIII secolo. Avventurieri, pirati e commercianti in grande stile (e questo lo diventa solo chi va sul mare) si confondono impercettibilmente gli uni con gli altri.

Ovunque risalta quest’inclinazione infantile e impulsiva, ovunque sentiamo lo stesso spirito fantastico e amante dell’avventura, ovunque si tratta di un’improvvisa fiammata di avidità che sospinge gli uomini verso audaci imprese,anche se poi abbastanza di frequente lasciano l’opera a metà. Quel che manca ancora è l’agire in base a un piano sistematico lungimirante, ponderato, perseverante, nato da uno spirito profondamente razionale, tipico delle epoche posteriori […]. Questo elemento venne portato da un altro affluente allo spirito capitalistico.

Se le idee fondamentali da cui si era sviluppato lo spirito romantico-capitalistico riecheggiavano l’idea medievale del commercio comunitario e corporativo, l’idea nobiliare del diritto di preda, l’idea della violenza, un altro indirizzo di pensiero si faceva strada fra gli imprenditori degli albori del capitalismo, partendo dalle idee della responsabilità del singolo e del legame contrattuale degli individui fra di loro, che si rifaceva a una mentalità fondamentalmente diversa, anzi diametralmente opposta.

Basta qui ricordare che l’idea di contratto ha cominciato ad affermarsi in tutti i settori della vita pubblica e privata sin dalla fine del Medio Evo e che – ciò che qui soprattutto ci interessa – la sua diffusione è senz’altro parallela allo spostamento avvenuto nell’idea di potere, dalla ricchezza fondata sul potere al potere fondato sulla ricchezza in conseguenza del rapido aumento della ricchezza borghese […]. Mentre l’idea della forza, a cui una buona parte del capitalismo deve la sua origine, è di natura prevalentemente aristocratica, l’idea di contratto si radicò soprattutto in quegli strati della popolazione che erano rimasti esclusi dal potere nello stato e in particolar modo nei casi dove il singolo era uscito dai legami della comunità ed era stato costretto a percorrere la propria strada. In primo luogo si trattava di determinati circoli borghesi che esercitavano professionalmente il commercio per terra. Già durante il Medio Evo questi circoli avevano sviluppato un loro tipico modo di vedere la vita che io chiamo spirito borghese e che di per sé non ha nulla a che vedere con l’idea di contratto o con il capitalismo, ma può dominare anche tra artigiani o redditieri. Ma combinandosi all’idea di contratto e unendosi allo spirito imprenditoriale dà luogo a una nuova forma caratteristica dello spirito capitalistico che si differenzia profondamente dalla variante presa in considerazione prima dello spirito avventuroso e piratesco indirizzato al guadagno e che costituisce lo spirito specificamente borghese e capitalistico che si è andato sempre più affermando ai giorni nostri.

L’epoca del capitalismo maturo è del tutto unica nella storia, nessun’epoca precedente ha con essa qualcosa in comune. Non si ripeterà mai di nuovo nella stessa misura e non potrà neppure venire prolungata; è un episodio isolato nella storia dell’umanità, che questa ha forse solo sognato.

Lo sviluppo del capitalismo ha provocato una radicale trasformazione della vita economica. Questo è il fenomeno portentoso che si è realizzato nel nostro tempo: in base a un motivo dominante o in virtù di un obiettivo che, come già sapeva Aristotele, in fondo non ha nulla a che fare con la vita economica, l’aspirazione al guadagno, si è sprigionata una vita economica di tale portata, grandezza e potenza che nessu’epoca precedente ha mai visto; nel perseguimento di una mèta così poco economica come quella del guadagno è stato possibile garantire l’esistenza di centinaia di milioni di uomini, trasformare la cultura fin dalle radici, fondare e distruggere imperi, costruire i mondi magici della tecnica, cambiare l’aspetto stesso della terra. E tutto questo perché uno sparuto manipolo di uomini p stato conquistato dalla passione di guadagnare.

Il processo di trasformazione si è verificato quando il capitalismo, su un’area ristrettissima della superficie terrestre, a sviluppato in intensità le sue forme più evolute e di qui si è diffuso fecondando il resto del mondo.

Un aspetto comune delle tendenze proprie dell’epoca del capitalismo maturo è la spinta verso l’infinito, l’illimitatezza delle mète è la forza che va al di là di ogni misura organica. Questa è una delle contraddizioni interne di cui è ricca la cultura moderna: la vita al suo massimo grado di attività ed espressione va al di là di se stessa e, come vedremo, si autodistrugge. […]. Sono quelle forze che si proiettano nell’indefinito che conferiscono all’economia di questo periodo il suo inimitabile carattere dinamico. Anche ciò è intrinseco all’essenza di ogni forma di capitalismo: portare a compimento gli elementi di quest’essenza, costituisce l’opera di quelle forze vitali che arrivano a maturazione nell’epoca moderna.

Lo sviluppo dell’energia economica nell’epoca del capitalismo maturo non si esaurisce tuttavia nello sprigionamento degli impulsi appena indicati. Anzi, nella stessa direzione di questo sprigionamento agisce un fenomeno che è in singolare contrasto con la potente manifestazione di quelle forze altamente irrazionali; si tratta del grandioso sviluppo del razionalismo economico, vale a dire la penetrazione nell’economia dei più raffinati metodi del pensiero razionale.

Lo spirito del capitalismo, questo strano miscuglio di passionale impulso verso l’infinito e freddo calcolo razionale giunto (internamente) al massimo grado di purezza, si diffonde quindi (esternamente) in aree sempre più ampie. Questa realizzazione in intensità ed estensione dello spirito del capitalismo costituisce il carattere distintivo dell’epoca del capitalismo maturo da quella del primo capitalismo. La generalizzazione in senso estensivo di questo spirito deve essere considerata sotto diversi aspetti: in primo luogo esso conquista l’intero ceto imprenditoriale, quindi il contagio dilaga anche tra il ceto impiegatizio e infine in cerchie sempre più vaste del mondo operaio. Infine, dobbiamo intendere questa espansione in senso geografico: tutta la terra – fino all’interno dell’Africa, dell’India e della Cina – viene sottomessa al demone dello spirito del capitalismo.

***

Proprio perché il Capitalismo è storico, esso non può darsi col carattere dell’eterno e dell’universale. Proprio perché sopraggiunge col carattere del contingente, esso è destinato al tramonto. Pertanto, a noi abitatori del tempo della notte del Mondo, del tempo ovvero in cui la lunga adunca mano del mercante si appresta ad artigliare i confini del Tutto, non rimane che prospicere se tali confini panici siano parimenti ultimi, se essi ossia coincidano con il compimento dell’Era Deuteriore, ovvero col raggiungimento del limite estremo del Giorno.

Se così fosse, infatti, oltre il Capitalismo non potrebbe che farsi evento storico l’entelechia della Notte originaria, ebbene l’asintotico adempimento corrusco dell’originario solo nostro Destino comune antropico: MENSCHEN-DÄMMERUNG.

Alberto Iannelli


Scopo certo incelato di questo nostro spazio polemico consiste precisamente nell’elevare occorrenze d’alterità e contrasto all’Orizzonte del nostro Tempo e alla sua teleologia monadica e inautenticamente omniafferrante. Una delle più illaqueanti frodi del discorso che tutto d’intorno ci avvolge pressoché invitto e insvelato è infatti rappresentata dall’autoreferenziale e anapoditticamente infondata proposizione metastorica del proprio sé invece, e di necessità, storicamente determinato. Da più parti e in molti modi assistiamo costantemente a questo tentativo, come affermato teleologico, di “spacciare” esso attuale Zeitgeist e la sua assiologia fondativa giacché “universali”, tanto dia-cronicamente quanto dia-topicamente.

Proviamo a porre in luce detta essenza ipogea – e detto suo punto ultimo di preda – elencando le emersioni epifenomeniche maggiormente corrusche, principiando dall’affioramento maggiormente coalito al tema qui trattato.

Universalizzazione del diritto

Il nostro tempo e il nostro spazio d’Occidente discende direttamente dalle rivoluzioni liberal-borghesi del ’600/’700 anglo-americano e francese e dalle conseguenti loro costituzioni, i cui valori fondativi vengono posti in quanto universali, sì incontrovertibili da essere proclamati inalienabili, ossia decretati quali predicazioni con necessità coimplicate nella soggettualità umana a punto metastoricamente intesa o inseitalmente: non il cittadino americano del 1776 ha diritto a ricercare la propria felicità (ossia il proprio privato benessere individualisticamente emancipato dalla Comunità e dalle sue primaziali esigenze), bensì ogni uomo di ogni epoca, tanto futura quanto, si dirà, passata.

Cercate pure, dotti e leguleici apologeti del nostro Tempo e del Potere in esso egemone, qualsivoglia occorrenza normativa pregressa (non già rispetto a detta elettiva cesura, bensì collocantesi al di qua dell’orizzonte che l’ha infine lì e allora estroflessa, al di qua ossia dell’orizzonte sotto i nostri occhi desti in via di rapido compimento, al di qua epperò del principio della sua essenza, la cui genealogia storica a breve si tenterà qui di escutere e diradare, almeno sotto i riguardi dell’economico) in cui si abbia avuto l’ardire di parlare a nome dell’Umanità tutta.

Certo, il concetto di categoriale o universale, il concetto filosofico ossia del darsi dell’inseità quale Uno della molteplice occorrenza fenomenica determinata, nasce nella Grecia antica, nelle scuole platoniche anzitutto. L’Uomo-in-sé, come eidos, è prodotto platonico-socratico. Non vogliamo spingerci nonpertanto sino alle soglie della nietzschiana “scomunica” socratica per “prima seminagione” di decadenza, non vogliamo ossia azzardare parallelismi troppo diacronotopicamente ampli tra la grecità attica del V°/IV° sec., l’illuminismo e il giusnaturalismo anglo-francese del ’700, e non vogliamo proprio perché consapevoli che il mondo di Apollo non è il mondo di Faust, come sarà posto.

Ma, per quanto il concetto filosofico dell’Uomo come universale metastorico (e lo stesso concetto giusnaturalistico o dottrina del diritto naturale) trovi formulazione teoretica nel cronotopo sovra perimetrato (allargandolo solo di qualche generazione, per includervi Aristotele e la scuola stoica), non sarebbe mai potuto accadere che esso vi trovasse anche dimora giuridica. L’uomo sottoposto al nomos greco, e ancor più l’uomo sottoposto alla lex romana, era esclusivamente il greco, era esclusivamente il romano, né tantomeno Solone o Licurgo, Numa o Appio Claudio avrebbero mai avuto l’ambizione di proclamare leggi in nome dell’Umanità tutta, se non affatto astrattamente concepita.

Si replicherà: Jefferson legifera a nome dell’umanità, ma la vigenza delle sue leggi è circumdelimitata dal Nomos, schmittianamente inteso, americano del 18esimo secolo, per cui i suoi riferimenti universalizzanti sono astratti tanto quanto quelli, ad esempio, protagoriani. Si elevi pure essa contestazione, basterà un soffio di brezza del 20esimo secolo a farla immediatamente crollare, dimostrando nell’adempimento la figura che lo incubava.

1776

Noi riteniamo che sono per se stesse evidenti queste verità: che tutti gli uomini sono creati eguali; che essi sono dal Creatore dotati di certi inalienabili diritti, che tra questi diritti sono la Vita, la Libertà, e il perseguimento della Felicità; che per garantire questi diritti sono istituiti tra gli uomini governi che derivano i loro giusti poteri dal consenso dei governati.
[Dichiarazione d'indipendenza degli Stati Uniti d'America]


1948

Tutti gli uomini sono nati liberi e uguali, in dignità e diritti, e, essendo dotati dalla natura di ragione e coscienza, devono comportarsi reciprocamente come fratelli.
[Dichiarazione americana dei diritti e dei doveri dell'uomo]


L’unica differenza tra il 1776 e il 1948 è l’estensione dell’influenza geopolitica americana sul mondo, è solo ossia la distensione “giurisdizionale” dei carri armati e delle portaerei nucleari yankee.

La Dichiarazione americana dei diritti e dei doveri dell'uomo, conosciuta anche come Dichiarazione di Bogotà, è stata la prima dichiarazione dei diritti umani nel mondo ad avere natura generale e non nazionale. Ha anticipato di più di sei mesi la Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo [...]. La Dichiarazione stabilisce che i diritti essenziali della persona non derivano dall’appartenza ad uno Stato, quindi dalla nazionalità di una persona, ma dal suo attributo di essere umano. Da tale principio discende che i membri dell’OSA riconoscono che la legislazione di uno Stato in materia di diritti fondamentali non crea né concede dei diritti, solo li riconosce in virtù del fatto che tali diritti esistono indipendentemente dall’esistenza di uno Stato.

[Federica Napolitano, Università degli Studi di Padova]


L’Uomo-in-sé pensato come animale psicologico, sinaptico, adattativo, tecnico.

Non è qui luogo per dettagliare il fondamento della coimplicazione che inserra Darwin e Freud, Freud e Darwin alle neuroscienze e alla tecnocrazia contemporanea; ci basterà affermarne la loro comune discendenza dallo spirito del tempo, ossia dall’innanzi meglio declinata “civilizzazione manchesteriana della Kultur faustiana”. Pur nelle indubbie e rispettivamente appropriative differenze adiafore, esse tutte discipline e scienze convergono nel centro dell’essenza: l’Uno indistinto, aoristo, continuo e compatto, “ché ente a ente accostasi”, l’Uno appunto universale e metastorico, sive eterno, l’Enade ossia dell’Era deuteriore dell’En-dia-Di originaria in altre sedi ostensasi.

La convinzione che un certo tipo umano non potesse non falsare e misconoscere, anche nella sua attività di scienziato–biologo, il carattere più autentico della vita, nacque in lui (Nietzsche, N.d.A) dalla profonda intuizione che gli ideali e i valori dell’uomo moderno, del borghese, del capitalista, dello scienziato, dell’artista del suo tempo […] fossero i valori di un tipo d’uomo nel quale la «vita» declina anziché crescere. Poiché, evidentemente, le concezioni biologiche non possono essere migliori del tipo di scienziato che le elabora, sarà la sua morale – nel senso più lato di un ordinamento universale di valori – a determinare altresì gli ideali scientifici, i metodi, e le finalità della ricerca (e conseguentemente già gli stessi risultati, N.d.A.). Coll’affermare che lo scienziato moderno «appartiene al tipo plebeo», Nietzsche intendeva gettar luce sui fondamenti della scienza moderna, chiarendo come la vita declinante, anche quando è ammantata da un’intelligenza obiettiva, non può non interpretare l’insieme della vita organica secondo i suoi propri valori di fondo. I quali valori, per l’uomo nato schiavo, arrendevole, spinto dalle paure verso il «calcolo», la «prudenza», l’«accortezza» e l’«economia», si identificano con la capacità di garantire la «conservazione dell’esistenza» e la «facoltà dell’adattamento». Nietzsche presentiva […] che la nuova biologia meccanicistica affonda le sue più profonde radici in una morale utilitaristica; che la teoria darwiniana […] insieme alla sua premessa maltusiana […] e a molte altre teorie del genere, non sono in fondo che una proiezione, nell’ambito della natura organica, di determinati valori e preoccupazioni plebei […]. Quella concezione di fondo della natura organica […] non era affatto il risultato delle sue (Darwin, N.d.A) osservazioni […], né delle sue dimostrazioni, bensì la conseguenza di un apriori implicito […]. Come poteva questo nuovo tipo umano concepire la vita, se non secondo la definizione del signor Spencer?

M. SCHELER, La posizione dell’uomo nel cosmo, Armando Editore, Roma 1998. (Die Stellung des Menschen im Kosmos, 1928), cit. in DIÁ, Aracne, Milano 2020.


Bene, tutto ciò concorre alla creazione e allo smercio di uno dei maggiori inganni del nostro tempo, la suddetta frode ossia dell’omniavvolgenza inautentica in cui la nostra puntuale determinazione storica – già (auto)postasi, certo senza fondamento alcuno che non fosse l’arroganza e la teleologia della riduzione del mondo a mercato e a mercato unico, come acme del disvolgimento storico, compiutezza entelechiale, perfezione altresì non innanzi oltrepassabile precisamente giacché scevra di potenza e dell’ulteriorità che essa gesta –, viene ora addirittura propagandata come ipostasi della Verità eterna in grado di coinvolgere entro l’uguaglianza trans-storica del sé persino l’alterità del passato: neppure ciò che più non-è può sottrarsi al Nomos dell’Uno indistinto, neppure la sua incontrovertibile differenza può porsi come un immutabile non modificabile e aggredibile dalla volontà di adeguazione all’Én-Pánta attuale. Tutto deve essere conformato all’Uno, conformato oppure annichilito.

Secondo il grande giurista Carl Schmitt, l’assiologia assolutistica e omniavvolgente dell’attuale Nomos der Erde globalista (Pánta) e monadico (Én), in cui l’Umano si dà giacché ente meta-storicamente e trans-culturalmente inquadrato in un orizzonte valoriale anapodittico, ipostatizza la peggiore delle tirannidi possibili, ossia la più coerente-a-sé, in quanto non alcun ricetto ontico-posizionale viene qui lasciato al non-valore ostracizzato dal Tutto-della-Valenza, non-valore determinato che pertanto deve essere – ed è, a ogni piè sospinto – sistematicamente annichilito quale non-valore-assoluto.

[La tirannia dei valori]


L’Uomo-in-sé è piuttosto una perimetrazione endoevacua che trova sostanza nella perenne differenziazione storica, che trova e ritrova ebbene comunanza nell’Uno della Distinzione. Questo è il Polemos come Hypokeimenon: il nostro Uno autentico, cioè il nostro De-stino, ciò che da sempre sta e nell’innanzi da principio ci sopravanza intangibile e inconcusso nella propria escatia d’Originario, è la Storia stessa, ebbene la moltiplicazione processiva della Differenza. Ogni umana comunanza che non conquisti il proprio fondamento nella Storia, si dà inautenticamente, variante adiafora e accessoria nostra, e ciò precisamente poiché il proprio fondamento lo acquista invece dalla Physis. Ma l’Uomo, autenticamente inteso, non è mai un ente di natura, piuttosto si dà (autocticamente) in quanto trascendenza, eccentricità dall’ente, orizzonte del reale, possibilità, estaticità, ulteriorità, autopostestatività, e-vento.

Qui principia dunque il nostro dovere di elevazione del contrasto, qui principia pertanto la nostra volontà di dischiudere un orizzonte altro. Questo altro orizzonte è un grido contro questa frode, un grido contro chi pone la frode come modo d’essere del sé nel mondo e del con-essere con gli altri (“Suscitare interesse, conquistare la fiducia, risvegliare la voglia di acquistare: in questo crescendo si manifesta l’efficacia del mercante di successo. Non importa quali mezzi vengono usati a tal fine, basta che non vi sia costrizione esterna, ma solo interiore, che la controparte non accondiscenda al patto di malavoglia, ma per propria decisione. Il risultato dell’azione del venditore deve essere la suggestione”, W. Sombart), e questo grido la cui eco rimonta dalle soglie dell’Antico, dell’Altro, trova sostanza e carne in queste nostre attuali parole di battaglia: “non è sempre stato così, non è da sempre così, non deve epperò così essere per sempre; destatevi: quando ciò vi propinano, vi stanno mentendo, ingannando, truffando”.

Ed eccoci a dare sostanza a una delle grida con maggiore possanza inveente contro il nostro Tempo, sul piano economico, sociologico e financo antropologico. Questo è l’urlo di Werner Sombart e del suo monumentale Der moderne Kapitalismus, del 1902.

1. Principio di copertura del bisogno Vs Principio acquisitivo:

Posizione giusnaturalistico-universalistica

“Nella natura stessa dell’uomo – epperò al di là del tempo e dello spazio, indipendentemente ovvero dalla Kultur e dall’orizzonte storico – è iscritto il desiderio di guadagnare quanto più denaro possibile”.

Ipercalisse sombartiana

Possiamo distinguere due tendenze sostanzialmente diverse. Gli uomini mirano infatti o a procurarsi una certa quantità e qualità di beni di consumo, cercano cioè di coprire il loro fabbisogno naturale, oppure tendono al guadagno, cercano cioè con la loro attività economica di procurarsi quanto più danaro possibile. Nel primo caso diciamo che le loro azioni sono orientate al principio di copertura del bisogno, nel secondo che sono orientate al principio acquisitivo. […] È mia convinzione profonda che nei diversi periodi abbia dominato una mentalità economica diversa e che sia lo spirito a darsi una forma adeguata, creando così l’organizzazione economica […] Il bisogno stesso non è determinato arbitrariamente dall’individuo, ma ha assunto con l’andare del tempo nei singoli gruppi sociali un certo valore e una certa forma che vengono poi considerati come dati fissi. L’idea che il tenore di vita debba essere conforme al proprio ceto sociale domina tutta l’economia precapitalistica. Ciò che la vita ha lentamente sviluppato, riceve quindi il sostegno del riconoscimento e della norma dalle autorità del diritto e della morale. L’idea del tenore di vita conforme al proprio ceto sociale costituisce un importante fondamento della dottrina tomistica: è necessario che i rapporti dell’uomo con il mondo dei beni esterni siano soggetti a una limitazione, a una misura: nesse est quod bonum hominis circa ea (bona exteriora) consistat in quadam mensura. Questa misura corrisponde al tenore di vita conforme al proprio ceto: front sunt necessaria ad vitam eius secondum suam conditionem. […]. Il signore disprezza il denaro. È sporco come ogni attività diretta al guadagno. Il denaro serve solo per essere speso: “usus pecuniae est in emissione ipsius” (S. Tommaso). […] (nel tempo precapitalistico) il tipo e l’ampiezza di ogni singola organizzazione economica sono determinati dal tipo e dalla misura del bisogno che si suppone come dato. Lo scopo di ogni attività economica è dunque il soddisfacimento di questo bisogno. L’economia è sottoposta a quello che abbiamo chiamato principio di copertura del fabbisogno […]. In passato, quando esposi queste idee, mi si obiettò che è del tutto sbagliato supporre che in un tempo qualsiasi gli uomini si siano limitati a soddisfare soltanto le loro esigenze di vita, a ricercare solo il “nutrimento”, a coprire soltanto i bisogni naturali e tradizionali. In tutti i tempi, al contrario, sarebbe insito “nella natura dell’uomo” il desiderio di guadagnare quanto più possibile, di diventare quanto più ricco possibile. Io nego ciò anche oggi con altrettanta energia e affermo più decisamente che mai che la vita economica nell’era precapitalista era effettivamente soggetta al principio del soddisfacimento del bisogno, che il contadino e l’artigiano miravano al nutrimento e a null’altro nello svolgere la loro normale attività economica […]. Un’ulteriore prova a favore della mancanza di aspirazione al guadagno proprio dello spirito dell’economia precapitalistica è fornita dal fatto che ogni impulso al guadagno, ogni cupidigia di denaro trova il proprio soddisfacimento al di fuori della produzione, del trasporto e in parte anche al di fuori del commercio dei beni. Si corre nelle miniere, si scava in cerca di tesori, ci si dedica all’alchimia e a ogni sorta di arti magiche per brama di denaro, si presta il denaro a interesse, perché non si riesce a guadagnarlo nell’ambito della normale attività quotidiana. Aristotele, che ha compreso a fondo la natura dell’economia precapitalistica, considera estraneo all’attività economica il guadagno quando supera il bisogno naturale. Neppure la ricchezza in denaro contante serve a fini economici, alla sussistenza provvede l’oikos, mentre la ricchezza è data soltanto a un suo extraeconomico, “immorale”. Ogni economia ha limiti e misura che il guadagno invece non conosce […]. La particolarità del principio del profitto consiste nel fatto che sotto il suo dominio lo scopo immediato dell’adire economico non è più il soddisfacimento del bisogno, ma esclusivamente l’aumento di una somma di denaro. La determinazione di questo scopo è immanente all’idea dell’organizzazione capitalistica; si può quindi definire il conseguimento del profitto (cioè l’accrescimento di una somma iniziale di danaro per mezzo dell’attività economica) come lo scopo oggettivo dell’economia capitalistica, con esso non si identifica necessariamente (almeno in un’economia capitalistica completamente sviluppata) la determinazione del fine soggettivo del singolo soggetto economico.

2. Lusso individualistico Vs Lusso comunitaristico, tesaurizzazione privata Vs dissipazione pubblica (potlatch)

Posizione giusnaturalistico-universalistica

“Nella natura stessa dell’uomo vi è la tendenza a tesaurizzare il guadagno in oggetti di valore, di cui tutti amano circondarsi e verso cui tutti coloro i quali ne sono esclusi dal possesso provano invidia”.

Disvelamento

Il lusso nel senso del bisogno raffinato e del suo suo soddisfacimento serve scopi molto diversi e perciò deve la sua esistenza anche a motivi molti diversi. Se dedico a Dio un altare ornato d’oro o se mi compero una camicia di seta, in entrambi i casi faccio del lusso, ma si avverte immediatamente che questi due atti sono estremamente diversi l’uno dall’altro. Si può chiamare la consacrazione dell’altare un lusso idealistico o forse anche altruistico, mentre l’acquisto della camicia di seta un lusso materialistico o anche egoistico, distinguendo con ciò nello stesso tempo la destinazione e il motivo. Entrambe le forme del lusso si sviluppano nell’epoca che stiamo considerando. Ma proprio in questo tempo tra Giotto e Tiepolo, che noi chiamiamo epoca del primo capitalismo, si diffonde in modo di gran lunga prevalente il lusso materialistico […]. Tuttavia il processo di secolarizzazione non sarebbe stato tanto rapido, e la diffusione del lusso non avrebbe conosciuto proporzioni così colossali in un periodo così breve, se accanto alla corte non fosse emersa un’altra fonte importante dalla quale si sprigionasse l’ampio flusso della sete di piacere, della vita allegra, della vanità e del fasto che si riversò nel mondo: se cioè non fosse scoppiato come una malattia devastatrice un intenso bisogno di beni di lusso presso i nouveaux riches che abbiamo visto venire alla ribalda […]. Nella storia, dal momento in cui è apparso il primo nuovo venuto borghese, la via della ricchezza è parallela alle tappe della diffusione del lusso […]. Un punto che mi sembra di grande e generale importanza per lo sviluppo della società moderna è il fatto che i nuovi ricchi, coloro che non posseggono nulla al di fuori del loro denaro, il cui potere è fondato soltanto sulla ricchezza e non hanno altra caratteristica che li possa distinguere se non la possibilità di condurre una vita sontuosa in virtù dei loro mezzi, che questi parvenu trasmettano la loro concezione del mondo materialistica anche alle vecchie famiglie nobili che vengono con ciò trascinate nel vortice della vita agiata.

3. Il tempo della comunità e della vita storica Vs Il tempo dell’individuo e della vita naturale

Posizione giusnaturalistico-universalistica

“È insito nella stessa natura dell’uomo, nel suo stesso pan-inconscio trans-culturale, 'volere tutto e subito'”.

Disvelamento

Nel medio Evo di regola i tempi di produzione erano molto lunghi, si lavorava per anni e decenni allo stesso pezzo o alla stessa opera, non si aveva fretta di vederla finita. La vita era lunga perché si svolgeva in un tutto continuo: la chiesa, il convento, il comune, i discendenti avrebbero certo visto il compimento dell’opera anche se il singolo individuo, che aveva commissionato il lavoro, era stato ammazzato ormai da lungo tempo […]. Ogni duomo, ogni convento, ogni palazzo comunale, ogni borgo medioevale testimonia il superamento della vita di un singolo individuo, la loro origine risale ad antiche famiglie che credevano di vivere in eterno. Ma da quando l’individuo si è emancipato dalla comunità che a lui sopravvive nella continuità del tempo, il periodo della sua vita diventa la dimensione del suo godimento. Il singolo individuo vuole egli stesso partecipare nella maggior misura possibile al corso delle cose. Lo stesso re vuole abitare il castello che incomincia ad edificare. E quando il dominio di questo mondo passò alla donna, il ritmo col quale vengono procurati i mezzi per il soddisfacimento del bisogno di lusso venne ulteriormente accelerato. La donna non può aspettare. E l’uomo innamorato meno di lei.

4. Ortodossia Vs Eterodossia, Tradizione/Conservazione/Cura Vs Innovazione/Progressione/Iconoclastia

Posizione giusnaturalistico-universalistica

“È insito nella stessa natura dell’uomo voler trasgredire alle regole, oltrepassare la tradizione, rinnovare l’altrimenti sclerotizzazione del passato, sovvertire il lascito avito, 'rompere gli schemi' (quanti claim pubblicitari reiterano questo concetto da decenni!, concetto smerciato per 'eterno e universale' e invece semplicemente inconcepibile per l’anima apollinea, concetto epperò tipico dell’anima faustiana, sitibonda d’escatia, concetto nondimeno civilizzato, cioè divenuto artificiale, meccanico, senza-anima, negli slogan seduttivi del consumismo edonista: questa è infatti la relazione che intercorre tra le fughe di Bach, le guglie gotiche o la pittura prospettica e l’acquisto di un nuovo fuori-strada, la relazione che coalesce ovvero Kultur e Zivilisation, sorgenza e senescenza).

Disvelamento

L’“eresia” in quanto tale, quindi indipendentemente dalla confessione stessa di volta in volta considerata eretica, è stata chiaramente un importante vivaio di imprenditorialità capitalistica, poiché rafforzava potentemente l’interesse al guadagno e favoriva le doti commerciali. Le ragioni di ciò sono evidenti: esclusi dalla partecipazione alla vita pubblica, gli eretici non potevano che estrinsecare tutta la loro forza vitale nell’economia. Soltanto questa offriva loro la possibilità di procurarsi quella posizione di rilievo nella comunità che lo stato negava loro […]. Era logico dunque che questi eretici si dedicassero con particolare fervore nel periodo dell’inizio del capitalismo proprio alle imprese capitalistiche, poiché queste permettevano maggiori successi e offrivano il mezzo più sicuro per raggiungere la ricchezza e quindi il prestigio sociale. Perciò appunto in quei periodi critici, quindi prevalentemente dal XVI al XVIII secolo, li troviamo dappertutto ai primi posti come banchieri, grandi commercianti, industriali. I commerci, the trade, erano addirittura dominati da loro. Già durante quei secoli gli osservatori più acuti notarono subito il nesso fra questi fenomeni […]. Quindi che in questi ambienti degli “esclusi” il significato della ricchezza fosse più importante che, a parità di circostanze, in altri strati della popolazione, (è) perché per costoro il denaro significava l’unica via al potere […]. Nella struttura del capitalismo, inoltre, è spontaneo il favore col quale viene accolta ogni innovazione che renda possibile o necessaria una nuova invenzione. Al contrario di altri sistemi economici, per esempio l’artigianato, che è per sua natura ostile alle innovazioni e quindi agli inventori in quanto ogni cambiamento tecnico comporta un onere indesiderato, il capitalismo è avido di innovazioni sia per eliminare con il loro aiuto la concorrenza, sia per fondare nuove imprese sulla loro base, sia – soprattutto” per saziare con l’applicazione di nuovi (redditizi) procedimenti la sua aspirazione interna a profitti supplementari […]. Uno dei tratti inconfondibili dell’epoca del capitalismo maturo è costituito senz’altro dal frequente mutamento degli oggetti verso i quali sono indirizzati i bisogni. Questo mutamento si manifesta sia in riferimento ai mezzi di produzione che ai beni di consumo […]. Nella maggior parte dei casi tuttavia l’uomo moderno non si ostina a desiderare gli oggetti del passato. Nella maggior parte dei casi egli desidera cambiare, prova gioia nel mutamento, e quindi rafforza di spontanea volontà la tendenza originata dalla tecnica all’innovazione frequente. Il senso di crescere insieme agli oggetti comuni di uso quotidiano, quale era proprio delle generazioni del passato, gli è completamente estraneo. In occasione delle sue nozze d’argento egli rinnova completamente l’arredamento della sua casa senza essere ostacolato da alcun sentimento di devozione e fedeltà. La sua libertà da ogni legame interiore, il suo nervosismo, la sua inquietudine fanno sì che egli non avverta con disagio, ma piuttosto come un mezzo per aumentare il proprio senso di benessere, il mutamento nell’ambiente delle cose che lo circondano […]. Dove i produttori si mettono all’opera per inventare qualcosa di nuovo, dove case di confezioni o fabbricanti di tessuti assumo propri disegnatori e infine soprattutto in quelle ditte ce esistono soltanto per fornire agli altri delle novità, in tutti questi casi siamo di fronte a una fucina per la creazione di una vera e propria febbre di innovazione. Ci si morde le unghie e ci si rompe il cervello per poter sempre di nuovo gettare sul mercato – e questo è l’elemento essenziale – qualcosa di nuovo.

5. Blut und Boden Vs Heimatlosigkeit

Posizione giusnaturalistico-universalistica

“La migrazione è insita nella stessa natura dell’uomo e lo accompagna per tutto il suo cammino: tutti gli uomini di ogni epoca sono sempre emigrati, è un destino ineluttabile”.

Disvelamento

Popolazioni di riserva esterne per capitalismo sono i popoli di colore […] ma anche quelle masse che abbiamo visto affluire da paesi di civiltà economicamente arretrata nei paesi più sviluppati. Mi riferisco agli europei della parte occidentale del continente che emigrarono in Inghilterra e quindi nei paesi coloniali, agli europei meridionali e orientali che li seguirono e in parte riempirono le lacune lasciare dai primi nell’Europa occidentale […]. Perché il capitalismo ha attirato questi popoli di riserva? In primo luogo, e forse essenzialmente, perché senza di loro non avrebbe potuto espandersi. Ma oltre a ciò ha contribuito indubbiamente in modo molto forte la considerazione che questi popoli erano disposti a prestare il loro lavoro a condizioni più favorevoli dei lavoratori di casa propria. Anche se gli imprenditori non hanno mirato consapevolmente a influenzare in tal modo il livello dei salari (di fronte al fenomeno massiccio dell’immigrazione spontanea questa considerazione va accantonata), l’effetto in tal senso provocato dall’afflusso si popolazioni straniere è stato sempre visto con favore […]. Bauer distingue opportunamente l’immigrazione libera dall’immigrazione organizzata “allo scopo di deprimere i salari”. Gli effetti di queste due forme sono identici, solo che nel primo caso, nel quale il punto di partenza è l’offerta, l’azione di pressione sui salari è soltanto l’effetto, nel secondo caso, invece, nel quale il punto di partenza è la domanda, l’azione di pressione è anche lo scopo […]. Ecco come Bauer descrive questa seconda forma di immigrazione: “Gli imprenditori mandano i loro agenti in zone economicamente arretrate, vi arruolano gli operai, li impegnano a determinate condizioni di lavoro per determinate prestazioni lavorative e quindi importano la massa di operai nel paese di immigrazione […] La forma più primitiva e di gran lunga più diffusa di importazione organizzata di lavoratori allo scopo di deprimere i salari è l’importazione al fine di rompere il fronte dello sciopero (cioè, di crumiri). Questa pratica si afferma gradualmente e diviene pressoché universale […]. “Il sogno di un direttore di miniera è di abbassare il più possibile il costo del lavoro indigeno, arruolando un numero sempre maggiore e sempre più regolare di negri e ottenendo del cibo sempre più a buon mercato per nutrire i lavoratori … in questo modo, anche il lavoro dei bianchi può essere retribuito in modo minore...” (J. Bryce, Impressions of South Africa).

6. Gemeinschaft Vs Gesellschaft, Organicismo Vs Meccanicismo, Ceto/Ordine Vs Classe, Stato (solido) Vs Mercato (liquido), Eroi (Helden) Vs Mercanti (Händler), Tedeschi Vs Inglesi

Posizione giusnaturalistico-universalistica

“È insito nella stessa natura dell’uomo ricercare la propria felicità privata e non la potenza dello Stato. L’eudaimonismo affratella gli uomini da sempre e ovunque, in ogni tempo e in ogni luogo”.

Disvelamento

Vorrei tuttavia esprimere ancora il dubbio che, con ogni probabilità, sotto il contrasto che divide i mercantilisti dai classici, l’economia politica dall’economia sociale (se intendiamo in profondità questo contrasto come il contrasto tra considerazione organicistica e considerazione meccanicistica), è nascosto il contrasto tra lo spirito di popoli (Volksseelen) ostili per intima essenza, in particolare è nascosto il contrasto tra l’anima del popolo tedesco e del popolo inglese che si sviluppano nella loro purezza soltanto dopo il XVIII secolo. L’economia “classica” è di stampo inglese non solo in senso esteriore, per il fatto che i suoi principali rappresentanti erano in inglesi, ma anche nel senso più profondo che essa nasce dallo spirito inglese […]. Il pensiero mercantilista […] prende le mosse dall’idea di un tutto (lo stato, il popolo). I mercantilisti, ancora del tutto nel solco dello spirito medievale, hanno scarsa considerazione per il benessere o l’infelicità del singolo rispetto a quelli della collettività, ai cui interessi gli individui devono del tutto sottomettersi. Il netto orientamento all’interesse collettivo,che abbiamo riscontrato come il principio dominante degli uomini di stato, ricorre continuamente come massima prima di ogni elaborazione teorica negli scritti di tutti i mercantilisti […]. L’interesse collettivo corrisponde essenzialmente all’interesse dello stato: la potenza e l’indipendenza dello stato è l’ideale più alto […]. L’idea del libero scambio con la quale gli economisti inglesi e i loro successori da Ricardo un poi vorrebbero unificare i popoli della terra, era molto lontana dalle menti dei mercantilisti. La concezione di una comunità internazionale fondata sul commercio, composta di membri dotati di pari diritti, e nella quale gli stati indipendenti avrebbero svolto il ruolo di province in un grande impero, doveva sembrare del tutto assurda ai mercantilisti il sui orientamento politico era indirizzato verso lo stato-nazione; il pensiero che lo scambio internazionale sarebbe stato in grado di favorire tutti i popoli della terra allo stesso modo con la benedizione della divisione geografica del lavoro, non aveva posto nel loro schema di pensiero […]. Abbiamo visto come nel corso dell’epoca del primo capitalismo nasca la borsa, un’organizzazione centrale per la stipulazione dei contratti commerciali, nella quale (meccanicamente!) si raggruppano i diversi individui, prima riuniti (organicamente!) in gilde e corporazioni […]. Il fatto che la formazione delle grandi città, almeno negli inizi, risalga all’epoca del primo capitalismo è un’ulteriore prova che già con essa comincia la decomposizione della società. Infatti in nessun luogo come nelle grandi città si manifesta così chiaramente l’elemento contrattualistico, nei rapporti fra singole masse composte di atomi […]. Se il ceto era una parte organica della comunità (il popolo), la classe è soltanto una componente meccanica della società […]. Considerata nella sua relazione con il tutto, la classe è egoistica, negativa, distruttrice, dissolutrice, perché il raggiungimento dei suoi interessi particolari esclude il riconoscimento di altri gruppo accanto ad essa […]. La classe sociale è un fenomeno assolutamente moderno. Essa sorge solo nell’ambito della società. L’antichità conosce solo embrioni di classi sociali; nella storia europea moderna compaiono con il capitalismo, del quale sono figlie legittime.

7. Ecumenismo adelfico Vs Freund-Feind

Posizione giusnaturalistico-universalistica

“Nella natura stessa dell’uomo dimora il desiderio di fratellanza e amicizia globale: tutti i rapporti, interpersonali e giuridici, concreti e astratti, tendono naturalmente e con progressività incontrovertibile al compimento della conciliazione irenica perenne attuatasi attraverso la pan-contrattualizzazione (tra governati e governanti, capitalisti e salariati, acquirenti e venditori etc...)”.

Disvelamento

Il XVIII secolo mostra – soprattutto nella seconda metà – un carattere già del tutto mercantile, che si esprime tangibilmente nell’emergere delle ideologie umanitarie, nella diffusione dell’idea di contratto nel campo della teoria dello stato, della società e dell’economia, nella crescente esaltazione del commerciante, nell’ideale dell’“affratellamento dei popoli” e in molti altri aspetti […]. Osserviamo che le seguenti idee esercitano un influsso primario sul comportamento dell’imprenditore capitalista: […] la fede nel progresso, nella missione umanitaria della espansione economica, che giunge talvolta alla convinzione di fornire un servizio al bene comune.

8. “Libertà-da” Vs “Libertà-per”

Posizione giusnaturalistico-universalistica

“È insito nella stessa natura dell’uomo voler essere liberi, emancipati, indipendenti, l’eleuterismo affratella gli uomini da sempre e ovunque, in ogni tempo e in ogni luogo".

Disvelamento

Soprattutto è il bisogno di libertà individuale che fa apparire affascinante la vita di città. La “libertà” che un tempo abitava sulle montagne è migrata oggi nelle città e le messa le vengono dietro. Libertà individuale come ideale di massa significa però sempre solo libertà “da qualcosa”, la liberazione dai vincoli del vicinato, della famiglia, dei padroni, lo sradicamento […]. Osserviamo che le seguenti idee esercitano un influsso primario sul comportamento dell’imprenditore capitalista: […] le influenze sterne […]: l’imprenditore stesso si vede in questo ambiente liberato da tutti quei numerosi vincoli che limitavano la libertà di azione del soggetto economico dei secoli precedenti e anche, come dimostrato, dell’imprenditore agli albori del capitalismo. I nuovi soggetti economici sono in quanto tali liberi dal riguardo verso la tradizione della famiglia, dell’azienda, degli usi commerciali […]. Questi soggetti economici sono dotati di “propensione ai mutamenti” […]. Gli imprenditori nel complesso […] sono liberi dai pesanti vincoli imposti dalla religione o da una morale di fondamento religioso […]. La secolarizzazione dello spirito capitalista […] deve essere considerata come una delle espressioni più importanti dell’epoca moderna, poiché ha lasciato via libera a quel demone di passioni che è penetrato oggi nell’economia […]. Oggi il principio fondamentale di ogni agire economico è la “mancanza di scrupoli”, la quale si accorda difficilmente con qualsiasi sistema religioso che voglia fissare le norme della morale borghese.

***

Potremmo così perseverare sino al crepuscolo degli Dei, ma preferiamo lasciare alla capacità inferenziale del nostro cortese lettore la riduzione delle molte occorrenze in cui si dà, nell’oggi, la frode della “metastoricità antropica”, all’Uno dell’essenza del nostro tempo, all’Uno ovvero della nostra precisa e puntuale storica gettatezza.

Ebbene, dopo avere elevato i fondamenti che disvelano il dimorare presso non-verità dell’apofansi che predica l’universalità über-kultural nostra, che falsamente afferma ovvero, altrimenti, l’“Hominità” (Physis) dell’Uomo (Geist), è ora nostro compito (Aufgabe) dare fondazione all’aponfansi antitetica, alla posizione ebbene che dice della puntuale e particolare determinazione storica dell’odierno trionfante universalismo metastorico, teticità certamente inscritta nell’affermazione fondamentale, qui solo anapoditticamente accennata e abissalmente, che pone l’intrascendibilità o destinalità dell’orizzonte storico quale e autentica e unica e originaria omniavvolgenza.

Per ciò adeguatamente adempiere nondimeno, dobbiamo anzitutto indicare la dimora dell’oggi lungo il Sentiero del Giorno (Seinsgeschichte), e dobbiamo ciò compiere con fondatezza, ossia precisamente indicando dell’oggi genealogia ed eziologia, il “da dove” proviene e principia e il “perché”.

E tuttavia, pur l’origine dell’oggi non è l’origine dell’Uomo, non è, ovvero, come già sappiamo, giacché l’Uomo non può esserci senza l’esserci del Destino, l’Origine della Storia. Pertanto, per non lasciare senza fondamento il fondamento medesimo dell’oggi, ci vediamo costretti a ulteriormente retrocedere, indicando genealogia ed eziologia della stessa origine e della stessa prima causale scaturigine dell’oggi.

Se dunque nell’Era che precede la sorgenza della Deuteriorità, ossia del tempo in cui l’Eterno si emancipa e impone quale fondamento di ogni realtà, la categoria della quantità, immorsata nell’essenza della funzione terza del Mercante, trovava qualità, cioè partizione o individuazione, egualmente argine e confine, pomerium e centuriazione, nell’Orizzonte stesso che tutto destinava a perentoria determinazione e anzitutto se stesso (che questo fondamento perimetrale primo non potesse con necessità non stare – in ciò che è stato definito “momento originario o proletico–formale dell’Originario” – se non nel modo dell’in-sé, cioè giacché ipotesi e anticipazione del sé a venire, ebbene preconizzandosi o dandosi via via per annuncio e sim–bolo, per conseguire solo in ultimo la propria compiutezza escate precisamente passando attraverso essa seconda Era tutta della propria contraddittorietà estrinseca, è ugualmente posto con nitore in Diá); e se nell’epoca prima o apollinea dell’Era seconda, l’Eterno, come detto necessariamente emancipantesi, ovvero conseguente autonomia posizionale per la cogenza destinazionale iscritta nella stessa struttura identitaria – apofatica e processiva, contraddistintiva e storica – dell’Originario in sé Negazione-di-ogni-éxis, si concentra sulla propria posizionalità, per cui l’accrescimento quantitativo dell’Immanenza trovava qualità e determinazione nel divieto febico all’aoristia o incompiutezza dell’Essere (“Necessità possente lo tiene nei legami del limite, rinchiudendo d’intorno, poiché è stabilito che l’Essere non sia incompiuto”); ecco allora che la trasposizione faustiana – parimenti necessaria – dell’Infinità seconda dal permanere al divenire, consente l’eliminazione di ogni delimitazione all’accrescimento quantitativo dell’Immanenza (giacché l’Eterno non è l’Originario, con necessità l’Originario diviene via via verso la riconquista del proprio contenuto di Protendimento estremo quale fondamento autentico di ogni essere e stare, e lo stare dell’Eterno perde, con il tramonto di Delfi, il modo dell’insé per conseguire il modo dell’altro dal sé, ovvero dell’oltre-passamento stesso; ma l’Originario non ancora può essere o stare nel modo dell’insé, giacché l’insé suo s’eventua Non-essere, Alterità-da-ogni-stare, epperò lì e allora, tra le nebbie di Faust, è il protendente a smarrire l’individualità distinta del sé [= dell’Io], dissoltasi nella permanente sconfinatezza infinita seconda, l’individualità determinata del sé o, egualmente, il punto finito [télos] del pro-tendimento suo ultimo).

[Il Potere del nostro Tempo]


Così furono altrimenti ostense, entro il disvolgimento trascendentale dell’Originario endiadico, origine e scaturigine necessarie del nostro Tempo e del bio-tipo antropico funzionalmente in esso elettivo.

Partendo epperò dall’evidenza del nostro orizzonte coevo, dal continuo ovvero insorgere in esso della tensione icono-clasta, e poste coimplicazioni e corrispondenze di ciò lungo i contro-correnti o contraddittori sentieri della Notte e del Giorno, non possiamo adesso non ipotizzare che paredro e pastore del Potere del nostro tempo sia quella figura la cui funzione è strutturalmente (determinazione destinale) deputata all’accrescimento – qui (determinazione storica) infinito o a-oristico proprio giacché faustiano (Pleonekteìn) – dell’immanenza o seità dell’Originario (Apollo, infatti, sa perfettamente che l’eternità della Phýsis non può essere eternamente espansa: ecco pertanto che sotto la sacra ombra e saettante lontano del suo tempio, colui che è deputato alla cura dell’ubertosa abbondanza di Tellus, inquadrato nella categoria della quantità, parimenti sa che non mai deve né può travalicare il “giusto” limite, protetto dall’interdetto del Dio: métron áriston, medèn ágan).

[Il Potere del nostro Tempo]


Ritorniamo adesso – dalla posizione dell’origine dell’oggi lungo il corso dell’Originario – all’urlo di Sombart, ora circonfulgente nell’analisi genealogica del Capitalismo moderno: proprio qui dimora, infatti, si ritiene, concludendo, il più grande lascito di quest’opera, capitale per comprendere il ’900 tutto e l’odierno stesso nostro tempo, giacché quest’ultimo a passi viepiù svelti si approssima all’adempimento estremo del Deuteriore, qui, ovvero nell’intuizione che rintraccia la nascita del Capitalismo moderno nella fusione tra lo spirito del tempo, faustiano, tra l’epoca raggiunta ossia dall’Originario lungo il Sentiero del Giorno (Geschichte), e la funzione terza (Chrematistikón) coimplicata nel Destino (Geschick) archegene stesso, nell’Uno(Immanenza)-Diade-(Trascendenza) epperò richiedente una corresponsione con necessità triplicemente articolantesi: “indistinto accrescimento quantitativo dell’immanenza [Thetoí]” (ove la funzione seconda [Bouleutikón], si accenna, cor-risponde alla diade o trascendenza [(A-thánatoi], e la prima [Epikouretikón] all’en-diadi o immanenza-trascendenza [(A-thánatoi–Thetoí])

Spirito faustiano

Il capitalismo è nato dal profondo dell’anima europea. Lo stesso spirito, da cui è sorto il nuovo stato e la nuova religione, la nuova scienza e la nuova tecnica, crea anche la nuova vita economica. Si tratta di uno spirito terreno e mondano; uno spirito che dispone di una immensa forza distruttrice di tutte le vecchie formazioni naturali, dei vecchi legami, delle vecchie barriere, ma forte anche perché capace di costruire nuove forme di vita, nuove creazioni, artistiche e artificiali. È quello spirito che dalla fine del Medio Evo strappa i vincoli che, formatisi in modo organico nella quiete del tempo, legano gli uomini alla cerchia degli affetti e alla comunità e li getta sulla via dell’egoismo insaziabile e dell’autodeterminazione.

È lo spirito di Faust: lo spirito dell’irrequietezza, dell’ansia, che anima ora gli uomini. “Il fermento lo spinge lontano...” […]. A ragione questo fenomeno è chiamato aspirazione all’infinito, perché la mèta è fissata fuori dai confini, nell’immenso, perché ogni dimensione naturale, ogni vincolo organico sembra inadeguato, anzi opprimente allo slancio di questi uomini d’avanguardia. Non si sbaglia neppure chiamandolo aspirazione al potere, perché infatti dal più profondo dell’anima, dove la nostra mente è incapace di penetrare, scaturisce quest’indescrivibile spinta dell’uomo forte a imporsi, a sottomettere gli altri alla sua volontà e alla sue azioni, che noi possiamo definire volontà di potere.

In altro luogo ho parlato dettagliatamente del modo in cui questa cupidigia di oro e denaro, in epoca precedente e per lungo tempo, si sia inserita a lato della vita economica e si sia manifestata in una serie di fenomeni che non hanno nulla a che fare con la vita economica. Agli inizi, infatti, la gente tende a procurarsi l’oro o il denaro al di fuori della propria normale attività economica. Ricordiamo quei fenomeni di massa caratteristici degli ultimi secoli del Medio Evo e dei primi della nuova èra, noti come cavalleria rapinatrice, ricerca di tesori sepolti, alchimia, progettistica, usura. In seguito però questo spirito di conquista penetra anche nella vita economica ed è allora che emerge il capitalismo: quel sistema economico che dischiude all’azione dell’uomo, un campo meraviglioso e particolarmente fertile dove l’aspirazione all’infinito, la volontà di potere, lo spirito d’intrapresa si impongono anche e proprio sul terreno dell’attività quotidiana volta al soddisfacimento dei bisogni. L’economia capitalistica è tutto questo, perché al centro del fine da cui è dominata non si trova una persona viva con i suoi bisogni naturali, ma una cosa astratta: il capitale. Nell’astrattezza dello scopo è insita la sua illimitatezza. Nel superamento della concretezza di tutti gli scopi individuali è insito il superamento della sua illimitatezza. Aspirazione al potere e al profitto diventano una cosa sola: l’imprenditore capitalistico (questo è il nome dei nuovi soggetti economici), tende al potere per guadagnare e chi guadagna, accresce il suo potere.

È chiaro, in tutti i campi della vita umana questo spirito d’intrapresa si fa largo combattendo. Soprattutto nello stato dove la mèta si chiama conquista e dominio. Ma con la stessa forza di esprime nella religione e nella chiesa, dove vuole liberare, sprigionare; nella scienza dove vuole spiegare; nella tecnica dove vuole inventare; sulla superficie della terra dove vuole scoprire […]. Questo spirito comincia a dominare anche nella vita economica. Esso spezza le barriere dell’economia tendente alla copertura del fabbisogno, fondata sulla moderazione e l’equilibrio, statica, feudale e artigianale, e sospinge gli uomini nel vortice dell’economia acquisitiva. Nel campo delle mire materiali conquistare significa acquisire: incrementare una somma di denaro. L’aspirazione all’infinito, l’aspirazione al potere non trova alcun campo di attività più congeniale di quello della caccia al danaro, a questo simbolo di valore assolutamente astratto, esente da qualsiasi limitazione organico-naturale, il cui possesso rappresenta sempre più il simbolo del potere.

L’anima del calcolo, del meccanismo, della trattativa, del contratto: il bio-tipo del mercante

Le relazioni che l’imprenditore allaccia con altri individui sono anche di natura diversa da quella che si suole definire col temine “organizzazione”. Egli deve dapprima reclutare i suoi collaboratori, poi deve continuamente asservire ai suoi scopi persone estranee, inducendole a fare o a tralasciare determinate azioni, senza tuttavia usare mezzi di costrizione. A questo scopo egli deve “trattare”, deve condurre colloqui con altri per indurli, facendo valere le proprie ragioni e confutando le obiezioni altrui, ad accettare una certa proposta, ad eseguire o tralasciare una certa azione. La trattativa è un incontro di lotta con armi psichiche. L’imprenditore deve quindi essere anche un buon negoziatore, mediatore, mercante, tutti termini che esprimono la stessa cosa con diverse sfumature. Il mercante in senso stretto, cioè il negoziatore in questioni di affari, è solo una delle molte forme sotto le quali si presenta il negoziatore. Il problema è sempre quello di convincere i compratori (o i venditori) del vantaggio insito nella stipulazione di un certo contratto. L’ideale del venditore si realizza, quando tutta la popolazione ritiene che nulla sia più importante dell’acquisto dell’articolo che egli sta magnificando in quel momento, quando massa di persone si lasciano prendere dal panico di non arrivare più in tempo per l’acquisto (come succede nei casi di febbrile eccitazione sul mercato dei valori).

Suscitare interesse, conquistare la fiducia, risvegliare la voglia di acquistare: in questo crescendo si manifesta l’efficacia del mercante di successo. Non importa quali mezzi vengono usati a tal fine, basta che non vi sia costrizione esterna, ma solo interiore, che la controparte non accondiscenda al patto di malavoglia, ma per propria decisione. Il risultato dell’azione del venditore deve essere la suggestione.

Capitalismo come sintesi
dello spirito di Faust (storico)
e del bio-tipo (destianale) del mercante o borghese

Chiamiamo spirito capitalistico quello stato d’animo risultante dalla fusione in un tutto unico dello spirito imprenditoriale e dello spirito borghese. Esso ha creato il capitalismo.

Audace, fresco, provocante, disinvolto, ma anche avventuroso, pieno di illusioni e pregiudizi, completamente irrazionale: ecco come si presenta nella storia il nuovo soggetto economico, da cui si svilupperà l’imprenditore capitalista. Avventurieri di commercio o commercianti avventurosi (merchants adventurers) vennero chiamati significativamente coloro che abbandonarono le solide strade tracciate dal Medio Evo e imboccarono nuove vie di guadagno. Essi miravano ad ottenere nel più comune dei commercio quel che i loro padri e fratelli avevano tentato di trovare nella ricerca dell’oro, nell’alchimia o nel brigantaggio. Si tratta soprattutto di spirito di avventura che si manifesta in quegli imprenditori del XVII e XVIII secolo, progettisti e speculatori che pullulano in tutti i paesi. Lo stesso spirito di avventura anima anche grandi mercanti d’oltremare, di cui il XVI e il XVII secolo sono ricchissimi, che portano una nota particolare nello spirito del primo capitalismo: lo spirito della pirateria […]. Gli uomini che partivano in cerca di bottino sul mare o sull’altra sponda del mare erano animati da uno spirito particolare. Sono dei conquistatori spavaldi, avventurosi, avvezzi alle vittorie, brutali e rozzi. Questi pirati geniali e senza scrupoli, di cui abbonda l’Inghilterra del XVI secolo […], sono della stessa stoffa dei capitani di ventura italiani come i Can Grande, i Francesco Sforza, i Cesare Borgia, solo che più di questi mirano alla conquista di beni e denaro e sono quindi più vicini agli imprenditori capitalistici […]. Erano dei filibustieri; ma lo spirito che li animava era lo stesso che ha stimolato il grande commercio e i traffici coloniali fino al XVIII secolo. Avventurieri, pirati e commercianti in grande stile (e questo lo diventa solo chi va sul mare) si confondono impercettibilmente gli uni con gli altri.

Ovunque risalta quest’inclinazione infantile e impulsiva, ovunque sentiamo lo stesso spirito fantastico e amante dell’avventura, ovunque si tratta di un’improvvisa fiammata di avidità che sospinge gli uomini verso audaci imprese,anche se poi abbastanza di frequente lasciano l’opera a metà. Quel che manca ancora è l’agire in base a un piano sistematico lungimirante, ponderato, perseverante, nato da uno spirito profondamente razionale, tipico delle epoche posteriori […]. Questo elemento venne portato da un altro affluente allo spirito capitalistico.

Se le idee fondamentali da cui si era sviluppato lo spirito romantico-capitalistico riecheggiavano l’idea medievale del commercio comunitario e corporativo, l’idea nobiliare del diritto di preda, l’idea della violenza, un altro indirizzo di pensiero si faceva strada fra gli imprenditori degli albori del capitalismo, partendo dalle idee della responsabilità del singolo e del legame contrattuale degli individui fra di loro, che si rifaceva a una mentalità fondamentalmente diversa, anzi diametralmente opposta.

Basta qui ricordare che l’idea di contratto ha cominciato ad affermarsi in tutti i settori della vita pubblica e privata sin dalla fine del Medio Evo e che – ciò che qui soprattutto ci interessa – la sua diffusione è senz’altro parallela allo spostamento avvenuto nell’idea di potere, dalla ricchezza fondata sul potere al potere fondato sulla ricchezza in conseguenza del rapido aumento della ricchezza borghese […]. Mentre l’idea della forza, a cui una buona parte del capitalismo deve la sua origine, è di natura prevalentemente aristocratica, l’idea di contratto si radicò soprattutto in quegli strati della popolazione che erano rimasti esclusi dal potere nello stato e in particolar modo nei casi dove il singolo era uscito dai legami della comunità ed era stato costretto a percorrere la propria strada. In primo luogo si trattava di determinati circoli borghesi che esercitavano professionalmente il commercio per terra. Già durante il Medio Evo questi circoli avevano sviluppato un loro tipico modo di vedere la vita che io chiamo spirito borghese e che di per sé non ha nulla a che vedere con l’idea di contratto o con il capitalismo, ma può dominare anche tra artigiani o redditieri. Ma combinandosi all’idea di contratto e unendosi allo spirito imprenditoriale dà luogo a una nuova forma caratteristica dello spirito capitalistico che si differenzia profondamente dalla variante presa in considerazione prima dello spirito avventuroso e piratesco indirizzato al guadagno e che costituisce lo spirito specificamente borghese e capitalistico che si è andato sempre più affermando ai giorni nostri.

L’epoca del capitalismo maturo è del tutto unica nella storia, nessun’epoca precedente ha con essa qualcosa in comune. Non si ripeterà mai di nuovo nella stessa misura e non potrà neppure venire prolungata; è un episodio isolato nella storia dell’umanità, che questa ha forse solo sognato.

Lo sviluppo del capitalismo ha provocato una radicale trasformazione della vita economica. Questo è il fenomeno portentoso che si è realizzato nel nostro tempo: in base a un motivo dominante o in virtù di un obiettivo che, come già sapeva Aristotele, in fondo non ha nulla a che fare con la vita economica, l’aspirazione al guadagno, si è sprigionata una vita economica di tale portata, grandezza e potenza che nessu’epoca precedente ha mai visto; nel perseguimento di una mèta così poco economica come quella del guadagno è stato possibile garantire l’esistenza di centinaia di milioni di uomini, trasformare la cultura fin dalle radici, fondare e distruggere imperi, costruire i mondi magici della tecnica, cambiare l’aspetto stesso della terra. E tutto questo perché uno sparuto manipolo di uomini p stato conquistato dalla passione di guadagnare.

Il processo di trasformazione si è verificato quando il capitalismo, su un’area ristrettissima della superficie terrestre, a sviluppato in intensità le sue forme più evolute e di qui si è diffuso fecondando il resto del mondo.

Un aspetto comune delle tendenze proprie dell’epoca del capitalismo maturo è la spinta verso l’infinito, l’illimitatezza delle mète è la forza che va al di là di ogni misura organica. Questa è una delle contraddizioni interne di cui è ricca la cultura moderna: la vita al suo massimo grado di attività ed espressione va al di là di se stessa e, come vedremo, si autodistrugge. […]. Sono quelle forze che si proiettano nell’indefinito che conferiscono all’economia di questo periodo il suo inimitabile carattere dinamico. Anche ciò è intrinseco all’essenza di ogni forma di capitalismo: portare a compimento gli elementi di quest’essenza, costituisce l’opera di quelle forze vitali che arrivano a maturazione nell’epoca moderna.

Lo sviluppo dell’energia economica nell’epoca del capitalismo maturo non si esaurisce tuttavia nello sprigionamento degli impulsi appena indicati. Anzi, nella stessa direzione di questo sprigionamento agisce un fenomeno che è in singolare contrasto con la potente manifestazione di quelle forze altamente irrazionali; si tratta del grandioso sviluppo del razionalismo economico, vale a dire la penetrazione nell’economia dei più raffinati metodi del pensiero razionale.

Lo spirito del capitalismo, questo strano miscuglio di passionale impulso verso l’infinito e freddo calcolo razionale giunto (internamente) al massimo grado di purezza, si diffonde quindi (esternamente) in aree sempre più ampie. Questa realizzazione in intensità ed estensione dello spirito del capitalismo costituisce il carattere distintivo dell’epoca del capitalismo maturo da quella del primo capitalismo. La generalizzazione in senso estensivo di questo spirito deve essere considerata sotto diversi aspetti: in primo luogo esso conquista l’intero ceto imprenditoriale, quindi il contagio dilaga anche tra il ceto impiegatizio e infine in cerchie sempre più vaste del mondo operaio. Infine, dobbiamo intendere questa espansione in senso geografico: tutta la terra – fino all’interno dell’Africa, dell’India e della Cina – viene sottomessa al demone dello spirito del capitalismo.

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Proprio perché il Capitalismo è storico, esso non può darsi col carattere dell’eterno e dell’universale. Proprio perché sopraggiunge col carattere del contingente, esso è destinato al tramonto. Pertanto, a noi abitatori del tempo della notte del Mondo, del tempo ovvero in cui la lunga adunca mano del mercante si appresta ad artigliare i confini del Tutto, non rimane che prospicere se tali confini panici siano parimenti ultimi, se essi ossia coincidano con il compimento dell’Era Deuteriore, ovvero col raggiungimento del limite estremo del Giorno.

Se così fosse, infatti, oltre il Capitalismo non potrebbe che farsi evento storico l’entelechia della Notte originaria, ebbene l’asintotico adempimento corrusco dell’originario solo nostro Destino comune antropico: MENSCHEN-DÄMMERUNG.

Alberto Iannelli


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