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OPERA
Alberto Iannelli
Il Potere del nostro Tempo
Alberto Iannelli
Il Potere del nostro Tempo
Febbraio 2020
OPERA
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Riesumando le metafore venatorie disseminate lungo il testo del Sofista platonico, nonché repuerescendone il pathos strenuo che ne anima lo scandirsi dialogico, saldi seduti e protetti all’ombra sepolcrale di essa auctoritas e del suo di patria fronda perenne protendersi di parola sempreviride in lascito e di sangue almo insieme, vivificante ogn’ora e vaticinante a scorrere sovra il suolo nostro sativo molto e di vestigia sitibondo, dichiariamo da principio essere preda di questa prossima e ardimentosa e alacre caccia il “Potere del nostro tempo”.

Potere a noi coevo certamente e per costituzione identitaria sfuggente ed equoreo, scaltro e politropo, magmatico e latebroso, ostile a qualsivoglia definizione e recalcitrante per ogni imposizione di forma e di cosmo, esoterico e “malebolgico” Potere che nondimeno verrà e con fermezza atremida stanato e spinto nell’aprico e nell’aperto, braccato senza posa né pietà in ogni suo latibolo e chiuso nell’angolo di Verità dal fermo petto. Potere, infine, di cui verrà ostensa l’essenza, l’origine, la teleologia, la destinazione ultima.

Ebbene, per sottomettere alla determinazione essa aoristia astuta, occorre certamente principiare dal tentativo d’impressione definitoria, per poi verificarne l’ipotesi originaria contro la diafania della Storia stessa. È nostra profonda convinzione, infatti, che ogni realtà che si fa evento nel tempo e prende posizione nel mondo, partendo l’Essere medesimo con essa sua propria e precisa positività, debba anzitutto venir analizzata nell’orizzonte della propria filogenesi, particolare perimetro di sviluppo a sua volta e con necessità iscritto nell’Orizzonte categoriale della Seinsgeschichte.

Giacché, in ultimo, il tracciamento di detta assialità templare sul cui sfondo verrà proiettato e stagliato distinto il volo del sovraevocato Potere nostro contemporaneo, non può che originare dall’eziologia, dall’analisi ossia del primo manifestarsi suo e delle motivazioni di essa comparsa aurorale, si renderà d’obbligo il rimontare ante l’epifenomeno archeo, prendendo epperò dimora nell’intorno dal quale è sorto tale apparire prisco, volgendosi pertanto verso le ragioni seminali della nostra Kultur e forse financo della Civiltà umana tutta, nella presupposizione che dette due radici convergano in una medesima Origine e ivi coincidano.


Per una definizione preliminare

Dappertutto assistiamo alla preordinata e sistematica distruzione di ogni statuizione identitaria, di qualsivoglia individuazione distintiva, di tutte le differenze e anzitutto della Differenza stessa, tanto che è proprio esso impeto iconoclasta e riottoso a ogni adersione eidetica, a ogni posizione precisa o decisa partizione dell’insé, a ogni altresì appropriativa o immedesimativa individuazione d’alterità contro l’altro tutto, a definirne la Forma, l’Aspetto essenziale che pertanto non può non essere determinato se non giacché Indeterminatezza in se stessa e Indeterminatezza omniavvolgente.[1]


Snidare l’essenza

Sembrerebbe dunque che la categoria dell’Identità o della Sostanza (nell’accezione a punto di Essenza, Ousía) sia capitale nello stanare il fondamento ultimo di esso particolare Potere. Eccoci epperò nella necessità di compiere un passo eccentrico lungo questa nostra battuta di caccia per porre detta categoria sotto indagine e giudizio.

In Diá (cap. Θ, Differenz und Identität, e cap. B, Tò Eînai kaì ē Tautótēs: Sýn-olon), venivano poste e fondate le seguenti evidenze:

  • Si dà coimplicazione necessaria – nella struttura del Deuteriore – tra essere e identità, esistenza ed essenza: è impossibile essere (Sein) senza essere qualcosa (Dasein).
  • Si dà coimplicazione necessaria – nella struttura dell’Originario – tra identità e alterità: è impossibile essere sé senza essere il non essere dell’altro, del contraddittorio; “Il fuoco vive la morte della terra”.
  • L’Alterità è l’Orizzonte diafano di ogni realtà o posizione di identità: è impossibile che qualcosa sia sé, e dunque semplicemente che sia, senza l’esserci del Negativo, esserci del Non-essere sempre epperò e viepiù (élenchos) autodimostrantesi panpreliminare a ogni ostensione ontica e per ogni posizione di medesimezza.
  • La stessa posizione identitaria dell’Identità consegue alla pro-posizione identitaria – trascendentale – dell’Alterità.
  • Si dà distinzione, entro ogni posizione identitaria, tra contenuto o inseità (A) e struttura o seità (A=A).
  • È la Differenza (in sé) originaria e orizzontale a determinare – autenticamente, cioè per contraddittorietà o negazione rispetto alla positività identitaria del sé – il contenuto dell’identità di ogni posizione ulteriore, mentre l’Identità (in sé) ne consente il sempre eguale o indistinto co-ereire del sé al sé di contro all’altro tutto: ogni sinolo di identità-e-realtà si dà intrascendibilmente nella Storia, ossia nel processo deittico o apofatico di coerentizzazione della pro-posizione pristina o autoctica della Contraddizione assoluta o immediatamente automediale.
  • La stessa posizione distinta della tautologia o identità di grado primo, non può stare (= essere) senza la posizione preliminare dell’Orizzonte della Partizione: l’identità, lasciata a se stessa, è in verità Indeterminatezza, la notte dell’Indistinto hegeliano.
  • La chiarezza della distintività di ogni posizione particolare, cioè la saldezza della sua propria identità, è pertanto direttamente proporzionale alla diafania o kénōsis dell’Orizzonte dell’Alterità: più saldamente si tiene fermo lo sfondo della Dia-ferenza, più pienamente ossia si sostiene la nientità dell’Originario, in quell’autenticità esistenziale correlata alla situazione emotiva della gravitas, più chiaramente appare lo staglio dell’identità particolare, più – coimplicativamente, come detto –, ciascuna realtà determinata conquista pienezza di fondamento od onticità inconcussa e compiuta; all’opposto, più turgescente s’effonde e abbacinante l’Identità, più torbide e oscure appaiono le parvenze delle identità individuali, più instabili i loro confini epperò maggiormente nientificate le rispettive posizioni o sostanze singole: è questo il tempo del nichilismo inautentico, il tempo della notte del mondo, quando le singole realtà o posizioni di identità particolari sono nulla e del Nulla non ne è più nulla.
  • Se pertanto il fondamento del Tutto si dà giacché distintività di ogni cosa (tà ónta) da ogni cosa (Pólemos), ebbene, e anzitutto, Distintività-in-se-stessa o Dif-ferenza assoluta, Contraddizione auto-relazionale parimenti, quale può essere il posizionamento – sul piano dell’Essere, ossia sul piano della Storia – di questo Potere noi contemporaneo se esso, al contrario, tutto a tutto accomuna e indistintamente identifica?

    Qual è ovvero, detto altrimenti, la collocazione della sua essenza nella struttura della Notte originaria e lungo il sentiero enantiodromico del Giorno?

    Immediatamente ci si potrebbe lasciare andare al seguente sillogismo: se l’essenza dell’Originario è Diversità, e l’essenza del Potere contemporaneo è omologazione o riduzione all’Uno di ogni alterità, allora l’essenza di questo Potere rappresenta l’opposizione stessa dell’Originario.

    Nondimeno, se così affrettatamente concludessimo la nostra venagione, conferiremmo a detta essenza escussa una statura “arimanica” che non può con necessità possedere, e il darsi suo concreto ci sfuggirebbe. Il sole non mai travalicherà le proprie misure, altrimenti le Erinni, ministre di Giustizia, lo scoveranno: nulla può capaneicamente adergersi contro l’Orizzonte della Diversità se non già immediatamente venendo risospinto entro l’omni-sussunzione al sé che la Dia-vergenza stessa estrema da principio perimetra e inoltrepassabilmente, precisamente nella propria autocausativa dissecazione tra la posizione originaria del sé e il di essa contenuto identitario pro-posizionale o escate.

    Ogni posizione ovvero, e financo la posizione della contrarietà estrinseca, cioè la posizione inseitale dell’Identità seconda, trova necessariamente già dimora oltre la deposizione prima della Contrarietà-in-sé, trova ossia già e sempre collocazione nella dia-tesi trascendentale o di-varicazione originaria (Ur-Theilung), ebbene nel framezzo (das Zwischen) assoluto (= inseitale), tra la posizione della Contrarietà e il suo contenuto: nulla si dà al di là dell’Orizzonte del Pólemos, nulla si dà che non sia storico e ogni elevazione di opposizione o contraddizione non scuote l’Opposizione o Contraddizione originaria, bensì la compie o concreta via via con il proprio semplice darsi distintamente e a sé eguale, semplice stare medesimo del sé che per destino ne eleva a punto e contesa e contrasto.

    L’essenza del Potere del nostro tempo rappresenterà pertanto la contrarietà estrinseca in via di adempimento, cioè l’approssimarsi del compimento dell’Era del Deuteriore, ovvero ciò che egualmente è stato definito, nell’Eisagōgé, civilizzazione dell’epoca faustiana.


    Il pastore dell’Indistinto

    Stanata dunque e imposta entro definizione l’essenza di questo Potere, non ci rimane ora che cacciare dalle proprie latebre colui che, forse da principio, l’incarna, l’archetipo umano ossia che alligna e s’avviticchia a quel terreno, nutrendosi, rafforzandosi e proliferando in esso.

    Tuttavia, prima di assolvere a ciò, occorre compiere un’ulteriore prospezione, quella rivolta ovvero alla radice dell’Umano e del suo fomite affiorativo.

    In Diá (cfr. Eisagōgé), l’origine dell’Uomo si afferma essere coimplicata nell’evento autoctico del Nulla (Nýx), e la deissi (Hématos) più remota del suo – già – esserci categoriale o filogenetico, ritrovarsi nella segnatura della morte individuale od ontogenetica dell’altro dal segnante che permane nell’esserci.

    Carattere preminente dell’Umano è apparsa pertanto essere l’anticipazionalità o la progettualità (= Dýnamis) fondata nell’escatia inconcussibile di essa destinazione originaria alla finitudine (Bestimmtheit) che tutto retrodetermina e trascendentalmente possibilizza (Sein-zum-Tode).

    Ebbene, poiché la struttura dell’Originario è stata poc’anzi assegnata alla forma dell’en-dia-di (En-dia-pheron-eautô), l’aprirsi della con-rispondenza eliaca a questo evento primiero non può che triplicemente articolarsi:

    1. Con-rispondenza all’unità o all’immanenza: si affissa esclusivamente il mantenimento presso coerenza (seità) e si oblia il contenuto di ciò che sta presso unità (inseità).
    2. Con-rispondenza alla diade o alla trascendenza: è l’aspetto della Divergenza, ovvero del contenuto dell’ipseità, qui a emergere alla luce, nell’inverso adombrarsi dell’essere sé della Differenza, dell’essere ossia l’Orizzonte panico questa distinta individualità, e non altra.
    3. Con-rispondenza endiadica o autentica: l’Eterno dimora giacché de-terminato assolutamente: eph' oson òn anthropos oîdas, epi tosoûton eî theos.

    Si tenti ora di trovare un’ulteriore simmetria di relazione tra questa tripartizione e i molti e differenti modi d’essere nel mondo dell’uomo. Ebbene, a distintamente considerarli, essi tutti egualmente in ultimo convergono in triade:

    1. Non si dà realtà oltre la materia del mondo, del mio corpo, del corpo dell’altro.
    2. La concretezza nostra è nulla e mendace, e la verità ultima dell’essere dimora aldilà di questo mondo effimero e illusorio, di questa mia individualità e di ogni altra parimenti caduca.
    3. Io sono Immortale.
    Si cerchi adesso, infine, di trovare biunivocità di relazione con l’insieme che include le archetipicità funzionali di molte comunità ancestrali – prima certamente di rinvenire l’Urheimat di detta ideologia tritomica –, e in ciascuna di essa la figura che ne ipostatizza lo scopo che la determina e definisce.

    Ecco ebbene innanzi a noi subite stagliarsi e differenziarsi le figure prototipiche della speculare tripartizione funzionale, nonché le loro finalità e i loro compiti destinali, ossia:
    1. Il Mercante: benessere dell'immanenza.
    2. Il Sacerdote: impetrare protezione e potenza dalla trascendenza.
    3. L’Eroe: gloria eterna.

    Snidata ebbene l'essenza del Potere del nostro tempo e additato il fondamento della sua necessità d'emersione deittica entro l'articolazione immanente la struttura endiadica dell'Originario, prima di stanarne la figura modellare e porne entro relazione modo d’essere, funzione e finalità – determinatesi a punto in corrispondenza del dispiegarsi in trivio dell’Uno principiale in-sé-diviso –, con lo spirito di ciò che poc’anzi si è definita civilizzazione dell’epoca faustiana o gotica, ossia col riflusso senescente della Kultur che – entro la contro-referenzialità diurna dell’Era deuteriore dell’Alterità trascendentale – tras-duce l’Eternità seconda dallo stare entelechiale sempre salvo (phýsis aeì sozoméne), al protendersi perenne, cioè eleva l’In-finito di essa Era conseguente a télos del proprio incedere (Streben), tracciamo più stretto il perimetro delle risultanze sin qui ottenute, affinché nella caccia ulteriore alla cronotopizzazione della sua genesi, al suo stadio attuale e alla sua ultima destinazione, né detto Potere politropo ci sfugga, né il suo scaltro Pastore.

    Ebbene: l'essenza del Potere del nostro tempo è l'Indistinzione. L'Indeterminatezza-in-sé di null'altro è figurazione se non dell'emancipazione inseitale deuteriore dell'Identità (= Eternità, Essere, Pienezza, Atto, Necessità, Identità etc...), giacché l'identità autentica è il processo di coerentizzazione o identificazione del contenuto della pro-posizione sinolare prima d'essere-e-ipseità, ossia dell'Orizzonte trascendentale dell'Alterità o dell'in-sé Distacco-dal-sé (= Determinatezza, Nulla, Vacuità, Potenza, Contingenza etc...). L'Era seconda dell'Indistinzione-in-sé è il tempo in cui ogni identità particolare diviene niente, in quanto si sospende massimamente il Framezzo nullo contro cui ogni posizione ontotautotetica si staglia e per essere e per essere sé. All'eclissi dell'insé dell'Originario corrisponde la sorgenza della seità sua fattasi distinta e individua inseità seconda.

    Se dunque noi abitatori del tempo stiamo ora attraversando l’Epoca dell’Identità o dell’Indistinto (nella sua fase, come detto, crepuscolare o senescente, ove l’energia ovvero dell’egressione e del distacco originario rifluisce stanca e sterile, tutto tutt’intono mutando e di senso e di scopo), predominante qui sarà con necessità quella con-rispondenza all’evento originario che parimenti tace e della trascendenza o diadità dell’ediadi, e certamente dell’endiadità stessa, per far di contro manifesto il clamore dell'immanenza o unità dell'endiadi.

    Partendo epperò dall’evidenza del nostro orizzonte coevo, dal continuo ovvero insorgere in esso della tensione icono-clasta, e poste coimplicazioni e corrispondenze di ciò lungo i contro-correnti o contraddittori sentieri della Notte e del Giorno, non possiamo adesso non ipotizzare che paredro e pastore del Potere del nostro tempo sia quella figura la cui funzione è deputata al­l’accrescimento – qui infinito o a-oristico proprio giacché faustiano (Pleonekteìn) – dell’immanenza o seità dell’Originario (Apollo, infatti, sa perfettamente che l’eternità della Phýsis non può essere eternamente espansa: ecco pertanto che sotto la sacra ombra e saettante lontano del suo tempio, colui che è deputato alla cura dell’ubertosa abbondanza di Tellus, inquadrato nella categoria della quantità [2], parimenti sa che non mai deve né può travalicare il “giusto” limite, protetto dall’interdetto del Dio: métron áriston, medèn ágan).


    Profligazione del Pomerium

    Stretto e più stretto l'assedio, non ci rimane quindi, in conclusione di questo nostro tentativo di cattura dell’agente rappresentante il Potere nel nostro tempo, che porre contro diafania il principio di quest'epoca in cui noi oggi ci troviamo gettati, per poi determinarne lo stadio attualmente raggiunto dal di essa processo ineluttabile di compimento e accennare infine alla direzione di un suo eventuale superamento.

    Prima di poter ciò adempiere, nonpertanto, dobbiamo chiederci entro quale storia andare alla ricerca di un tale inizio. Certamente, si dirà, occorre rintracciarlo entro la Storia dell'Originario, ebbene entro la contro-storia, vestigiale o apofaticamente referenziale, dell'Umano tutto.

    E tuttavia, si dà realmente l'unicità meta-storica e trans-culturale dell'Umano? E se sì, da quando si dà, entro quale giro d'Orizzonte essa appare? Forse proprio entro quell'Orizzonte globale in cui ogni distintività identitaria tramonta? Possiamo dunque rimontare al di là del nostro intorno di spazio e di tempo, per cercarne la genesi, afferrandoci a ciò che trova principio e fondamento al di qua di esso?

    Ma se esclusivamente noi abitatori di quest'epoca dell'Indistinto pensiamo all'Umanità quale unicità universale in cui le differenze storico-culturali di lingua e di altare, di suolo e di sangue, di spazio e di tempo, appaiono adiaforiche, verso quale tempo e quale spazio, verso quale civiltà e quale popolo dobbiamo rivolgerci – elettivamente dunque – per rintracciare l'origine e dell'epoca nostra, e della Storia stessa dell’Originario in cui essa trova principio e posizione?

    Non possiamo che rimandare ulteriormente a Diá (cfr. Eisagōgé) coloro i quali reclamassero il fondamento della tesi che afferma la coimplicazione tra la storia (Geschichte) del popolo indoeuropeo e il destino (Geschick) dell’evento aurorale dell’Umano, ovvero la contro-storia sua deittica o Seinsgeschichte. È pertanto la vicenda tutta di tale civiltà essenziale l'oracolo verso cui impetrare la risposta al nostro interrogare circa la genesi dell’orizzonte nel quale oggi – incipientemente ogni uomo – si trova gettato.

    Volgendoci dunque alla struttura della proto-società definita indo-germanica, non possiamo anzitutto non rinvenire in essa la suddetta tripartizione funzionale, e non possiamo non rintraccarvela giacché qui esclusivamente o autenticamente capitale e fondativa[3], così distintivamente costitutiva da domandarci se non sia proprio l’evento del suo abbandono il principio dell’avvento del tempo nostro.

    Quale altra può infatti essere la distruzione identitaria veteriore se non proprio quell’originaria dissoluzione che libera ed emancipa dal proprio confinamento distintivo, dal proprio limes, la funzione destinata al compimento estremo dell’Era deuteriore dell’Indistinto?

    Se così fosse, per validare – alla luce di essa precisa cesura, e in questa precisa epopea – l’ipotesi sopra espressa che vuole il Mercante quale agente elettivo del Potere del nostro tempo, non ci resterebbe che indagare:

  • Quale delle tre funzioni abbia proteso e concentrato – da un certo punto della propria vicenda in poi – tutta la sua energia storica verso l’abbattimento e il dissolvimento di essa demarcazione funzionale fondativa;
  • Dove cada la collocazione di esso punto, ovverosia da quando questa funzione abbia elevato contesa alla tripartizione;
  • Perché abbia posto in essere detto specifico annientamento di solco, cioè quale relazione intercorra tra il compito destinale della propria funzione, e il compito destinale della Deuteriorità quale dissoluzione di ogni identità particolare e anzitutto delle distintività che corrispondono alla struttura entro sé distinta o uniduale dell’Originario;
  • Quale sia, da ultimo, il fondamento autentico di esso preciso punto di rottura, ossia quale evento vi corrisponda lungo il sentiero della Notte, e pertanto se sia davvero esclusivamente da questo determinato stigma della propria vicenda che essa funzione attenti alla tripartizione, ebbene se sia accidentale o adiaforica per essa la distruzione e di detta peculiare distintività, e di tutte le ulteriori, o se non le sia invece consustanziale, epperò se non sia sempre e da sempre pulsante in questa funzione la pruriginosità alla profligazione di ogni identità particolare, ovvero di ogni posizione di delimitazione, avversione alla forma e sua perenne sovversione ora nondimeno, ossia nel concentro d’emersione qui in oggetto, finalmente trionfante per il simmetrico adombrarsi di ciò che sino ad allora permaneva a fondamento inconcusso e di essa determinazione distintiva e di tutte le altre, sempre vegliando su ogni soglia sacra (Athena Skeptómene).
  • Non volendo il seguente trattato essere evenemenziale, essendosi al contrario votato all’indagine circa le linee carsiche di sviluppo dei processi storici e destinali, ontici e meontici altresì, non possiamo soffermarci nell’elencazione dei singoli avvenimenti che hanno portato alla distruzione ultima dell’originaria tripartizione funzionale riscontrata dagli studiosi di comparatistica innervare ogni popolazione ancestrale e “storica” della famiglia indoeuropea[4]. Non possiamo ossia rallentare la nostra agile caccia a questa fiera e scarna e presta molto, né trattenendoci nel dettaglio di quell’accadimento cesurale che la storiografia ha eletto per decretare la fine del cosiddetto Ancien Régime, né indugiando presso l’analisi della più prossima causazione propria o del cronotopo suo di coltura e incubazione estrema, votati viceversa come siamo alla ricerca sia di quel preciso e forse remoto punto in cui principia l’elevazione di detta contesa contro la tripartizione – ebbene, si riafferma, di quella proto-distruzione eidetica che si è decretata essere principio del tempo nostro in cui l’Indistinzione-in-sé diviene essenza viepiù essoterica del Tutto –, sia dell’identità categoriale, o piuttosto prototipica, di colui che proprio da esso punto primo manifesta la convergenza di tutta la sua ragion d’essere storica verso la volontà di un tale annientamento demarcativo.

    Procedendo nonpertanto a ritroso lungo le vestigia impresse dal camminamento eliaco o deittico, ci sembra di venire costantemente risospinti più indietro. Non appena proviamo ad arrestarci, certi di aver finalmente scoperto l’origine di questa specifica tensione alla delezione formale, ecco infatti che veniamo subito abbagliati da un ritrovamento anteriore, così da non mai riuscire a rimontarne il principio e conficcarci con precisione presso quel punto, terminus a quo si manifesta la volontà della terza funzione (e della sua ipostasi archetipale) di annichilire ogni determinazione[5].

    Se dunque un preciso avvenimento si ostende preclarmente, se ossia si dà patente – in una specifica unità di spazio-e-tempo – la dissoluzione della tripartizione funzionale indoeuropea, e se l’agente della sua concretizzazione sin dal proprio aurorale essere nel mondo vi attenta, non possiamo non già fissare esse ulteriori conclusioni del nostro percorso di predazione:

  • Nell’essenza del Mercante, nonché nel suo destino o compito storico-funzionale, vi è co-immorsata la pulsione alla distruzione della stessa differenziazione tra le funzioni, quale prodromica condizione necessaria alla delezione ulteriore di ogni alterità;
  • Se la tensione alla soppressione di ogni distintività o posizione di delimitazione della quantità astratta dimora nell’essenza stessa della terza funzione tanto da definirne il perimetro identitario, e se la dissoluzione della tripartizione conquista citoyenneté precisa nel cronotopo eliaco dell’umano, ciò significa che vi è sempre stata, e da principio, un’opposizione (tò katéchon) che, per qualche ragione, in quel preciso punto, è venuta meno.
  • Dandosi la suddetta coimplicazione nittemerale nell’enantio-dromia dell’Uno-in-sé-diviso da cui tutto – autenticamente o apofaticamente – discende, ciò significa che nella stessa struttura dell’Originario è destino che l’opposizione a quella tensione – a un certo punto – divenga nulla.
  • Saldi all’appicco testé raggiunto, tentiamo epperò con coraggio di innalzare le seguenti ulteriori interrogazioni, consapevoli che un loro eventuale compimento segnerà la fine della nostra caccia e della costitutiva esoteria latebrosa stessa del cacciato:
  • Dove dimora il fondamento della smania sovversiva e dissolutrice dal Mercante diretta contro ogni differenziazione identitaria? Ovvero, altrimenti a porsi il questito, se l’archetipo della terza funzione si caratterizza o staglia nella storia per la volontà di sopprimere tutte le distintività, quindi per bramare un’universale omologazione, in cui l’astrattezza quantitativa dell’enfiagione trionfi, qual è l’ubi consistam della correlazione tra il manifestarsi storico di questa volontà infine vittoriosa; la finalità e il compito destinale del suo agente (“benessere dell'immanenza”); e il modo d’essere nel mondo (“non si dà realtà oltre la materia del mondo, del mio corpo, del corpo dell’altro”) stabilitosi in corrispondenza all’unità o immanenza dell’Endiadi pro-postasi in principio (“si affissa esclusivamente il mantenimento presso coerenza [seità] e si oblia il contenuto di ciò che sta presso unità [inseità]”)? Ossia, ancora a porsi nella differenza l’eguale, qual è la relazione tra l’archetipo del Mercante, l’essenza del Potere del nostro tempo e l’essenza dell’Era deuteriore dell’Originario?
  • Quale relazione intercorre dunque tra la tensione faustiana al perenne superamento di ogni posizione di finitezza, nella già accennata trasposizione dell’eternità seconda dallo stare apollineo al tendere gotico, e la tensione costitutiva del Mercante all’accrescimento – quantitativamente indistinto – dell’immanenza?
  • Non sarà pertanto l’immanenza stessa ad aver lì e allora – ovvero tra le remotezze diuturnamente ascensionali di Faust – sospeso (Epoché), lungo lo strutturarsi notturno dell’Originario, la propria sacra delimitazione che incatenava la perenne pulsione alla turgescenza del Mercante, mostrandogli ora una Phýsis infinitamente disponibile e per i suoi mezzi (Téchne) e per le sue brame indeterminatamente accrescitive?
  • Si ritorni dunque a quell’interrogare esistenziale che fonda l’esserci stesso dell’Uomo nel proprio domandare circa il fondamento del suo essere e del suo scopo, tripartendone archetipicamente l’essere-nel-mondo in relazione alla risposta offerta al­l’evento dell’escatia atremida dell’Originario che tutto anticipativamente avvolge.

    Ebbene, dinnanzi all’essere-del-Nulla, ossia dinnanzi al suo irreversibile e intrascendibile presentarsi autoctico, meraviglia a vedersi e inquietudine (Thaúma Idésthai), si dà all’Umano esclusivamente decisione circa l’entificazione o la nientificazione del Nulla stesso che anzitutto e omniafferrabilmente essa deissi porta nella presenza: o il Nulla si annulla, cioè nega, egualmente oblia, inautenticamente, e permane solo quell’Essere – secondo – che trova fondamento nell’essere-del-Nulla originario divenuto inseità distinta (se il contenuto dell’Originario diviene nulla, permane esclusivamente la sua posizione, ma non certamente quale posizione-del-Nulla, bensì come posizione di sé, cioè quale Posizione-in-sé, ovvero Pienezza, Attualità, Presenza [non potendosi ovviamente dare in origine altra posizione di inseità rispetto all’Originario, altrimenti esso non sarebbe tale, la posizione dell’inseità seconda non può che acquisire per proprio contenuto distintivo/identitario la posizione del contenuto primo, ossia a punto la Statuità-in-sé]: ecco che l’essere-del-Nulla diventa – nell’impressione deuteriore del procedere posizionale o inseitale – Essere-in-sé, Eternità endocompatta altresì senza alcuna possibilità di partibilità ulteriore), o il Nulla si entifica, cioè afferma, egualmente affissa, autenticamente, e permane sia l’essere-del-Nulla, sia il contenuto orizzontale a cui detta deissi dà manifestazione ontica.

    L’unica corresponsione autentica – facitrice di Storia –, si è posto sempre in Diá, consiste nell’affermare e nel sostenere la posizione di definitezza assoluta del Nulla stesso, consentendo così l’individuazione distintiva o partitiva dell’eterno (Eroe), giacché la stessa corresponsione sacerdotale, nientificando la definitività del Nulla, ovvero annullandone la posizione distintiva o partizione individuale propria, dunque l’essere-presso-sé del Nulla, lascia che del Nulla permanga esclusivamente la nullità, cioè la Trascendenza pura, ebbene lascia che del Nulla non ne permanga nulla.

    Nonpertanto, poiché oggetto di questa nostra spedizione captazionale è l’individuazione, si ricordi, del fondamento del Potere del nostro tempo, ci soffermeremo esclusivamente sulla corresponsione inautentica rappresentante la possibilità esistenziale che determina l’archetipo del Mercante e del suo essere nel mondo, la risposta ovvero che lascia permanere esclusivamente il pertenimento in coerenza dell’endiadi originaria, cioè a punto l’Immanenza divenuta conseguentemente inseità autonoma e distinta: colui che annulla il Nulla quale fondamento dell’Essere, non può che avere quale unico scopo dell’esserci il potenziamento o l’accrescimento di quell’unica realtà concepita come essenteci (non certamente, si precisa, ciò lascia intendere che il Mercante concepisca la realtà dell’Essere giacché eterna, così come l’Uomo-del-Sacro, né tantomeno giacché distinta e peritura, così come l’Uomo-della-Gloria; il Mercante, quale Uomo-della-Materia, concepisce infatti esclusivamente l’estensione dell’Essere, ossia la sua quantità indefinita).

    Se dunque nell’Era che precede la sorgenza della Deuteriorità, ossia del tempo in cui l’Eterno si emancipa e impone quale fondamento di ogni realtà (tà pánta, tà ónta), la categoria della quantità, immorsata nell’essenza della funzione terza del Mercante, trovava qualità, cioè partizione o individuazione, egualmente argine e confine, pomerium e centuriazione, nell’Orizzonte stesso che tutto destinava a perentoria determinazione e anzitutto se stesso (che questo fondamento perimetrale primo non potesse con necessità non stare – in ciò che è stato definito “momento originario o proletico–formale dell’Originario” – se non nel modo dell’in-sé, cioè giacché ipotesi e anticipazione del sé a venire, ebbene preconizzandosi o dandosi via via per annuncio e sim–bolo, per conseguire solo in ultimo la propria compiutezza escate precisamente passando attraverso essa seconda Era tutta della propria contraddittorietà estrinseca, è ugualmente posto con nitore in Diá); e se nell’epoca prima o apollinea dell’Era seconda, l’Eterno, come detto necessariamente emancipantesi, ovvero conseguente autonomia posizionale per la cogenza destinazionale iscritta nella stessa struttura identitaria – apofatica e processiva, contraddistintiva e storica – dell’Originario in sé Negazione, si concentra sulla propria posizionalità (cioè esattamente, nel principio del sé, su questo medesimo “stutturale” stare-in-coerenza-presso-sé che lì e allora diviene “contenuto” autonomo: inizialmente l’Eterno non può che essere o stare nel modo coerente all’in-sé, ovvero precisamente nel modo dello Stare e dello Stare-in-Coerenza-presso-sé, egualmente del sempre essere [e del sempre essere eguale a sé]), per cui l’accrescimento quantitativo dell’Immanenza trovava qualità e determinazione nel divieto all’aoristia o incompiutezza dell’Essere (“Necessità possente lo tiene nei legami del limite, rinchiudendo d’intorno, poiché è stabilito che l’Essere non sia incompiuto”); ecco allora che la trasposizione faustiana – parimenti necessaria – dell’Infinità seconda dal permanere al divenire, consente l’eliminazione di ogni delimitazione all’accrescimento quantitativo dell’Immanenza (giacché l’Eterno non è l’Originario, con necessità l’Originario diviene via via verso la riconquista del proprio contenuto di Protendimento estremo quale fondamento autentico di ogni essere e stare, e lo stare dell’Eterno perde, con il tramonto di Delfi, il modo dell’insé per conseguire il modo dell’altro dal sé, ovvero dell’oltre-passamento stesso; ma l’Originario non ancora può essere o stare nel modo dell’insé, giacché l’insé suo è Non-essere, Alterità-da-ogni-stare, epperò lì e allora, tra le nebbie di Faust, è il protendente a smarrire l’individualità distinta del sé [= dell’Io], dissoltasi nella permanente sconfinatezza infinita seconda, l’individualità determinata del sé o, egualmente, il punto finito [télos] del pro-tendimento suo ultimo).


    Lucis ante terminum

    Ebbene, estrutte nell’aprico e nel manifesto le nostre fiere, e ridotte là ove ciò che distinto si dimostra (Phainómenon) offrendo sé all’inambigua presa deittico-referenziale (Deiknýnai), quale compito essenziale a noi, abitatori dell’odierno, ancora permane? Ossia, altrimenti a domandarsi, dovremmo noi – oggi – adire reazione e adergere il vessillo della contesa contro questo Potere e il suo archetipo antropico? Ovvero, ancora, finalmente consapevoli del reale fondamento e del verace scopo (Pleonexía, Cupiditia, Quantität, Aúxesis, Súllexis) che sostiene l’universalizzazione giuridica dell’individuo, nonché l’eradicazione globalizzatrice e omologatrice di ogni allignamento avito e patrio, d’ogni ara e d’ogni glossa, d’ogni polarità e d’ogni genere, d’ogni precettistica e d’ogni tradizione, d’ogni linea d’inimicizia e d’ogni d’alleanza, d’ogni ordinamento (Ordnung) e d’ogni localizzazione (Ortung), d’ogni esclusività e d’ogni pathos della distanza, d’ogni mos maiorum e d’ogni maiestas, d’ogni fascinoso mistero e d’ogni tremenda trascendenza, d’ogni pomerium e d’ogni templum, d’ogni centuria e d’ogni enomotìa, d’ogni confine e d’ogni tradizione, dovremmo noi – qui – abbandonarci a una nostalgica e melancolica laudatio temporis acti, o accenderci in progetti di restaurazione dell’antico, o, ancora, slanciarci innanzi in cerca di un ulteriore e altro omniavvolgente orizzonte di senso, ben consci che qualsivoglia pur apparentemente e legittima e giusta posizione o istanza emancipativo-progressiva muta radicalmente di significato in relazione allo sfondo contro il quale si staglia e in cui prende dimora[6]?

    Ebbene, non possiamo e con necessità non tornare, in conclusione, all’evento dell’Originario e al nostro corrispondervi di Uomini, per cercare in ciascuno dei nostri cuori non tremanti la via di verità di questo ultimo interrogare, certi che ogni autentico esistere accettante e concentrante su di sé la gravità e la tragicità del Nulla, null’altro – qui e ora e sempre – coimplica se non l’avanzamento stesso del processo d’impressione d’incontraddittorietà allo stare o all’essere suo, lo stesso incremento ossia della di esso teoria contraddistintiva, ebbene la deposizione di un’ulteriore pietra lungo l’irreversibile sentiero del Giorno in fondo al quale la Notte trova l’incontrovertibile essere e stare pienamente e giacché se stessa.

    E nondimeno, se è vero che “lì dove cresce il pericolo cresce anche ciò che salva[7]”, non dovremmo forse intendere, sul fondamento dell’essenza dell’Originario qui solo adombrata per cenno e annuncio, la Weltnacht del nostro tempo giacché conquista dell’Estremo dell’estremità dal sé, ovvero quale lo stesso suo prodromico portarsi presso la massima concentrazione e completezza della propria contraddittorietà al fine di lungi-rifrangereda lì, cioè a punto estremamente – la somma solo propria possibilità di essere? Non è, altresì, esattamente nell’attimo sogliale del Crepuscolo che l’Originario trova la massima approssimazione al contenuto del sé, ebbene il massimo suo asintotico esserci possibile?

    Per nove giorni portarono legna infinita:
    e quando la decima aurora, luce ai mortali, comparve,
    portarono fuori Ettore audace, piangendo,
    e posero il corpo in cima al rogo e attaccarono il fuoco.
    Ma quando figlia di luce brillò l’Aurora dita rosate
    il popolo si raccolse intorno al rogo d’Ettore luminoso;
    e come convennero e furono riuniti
    prima spensero il rogo con vino scintillante,
    tutto, là dove aveva regnato la furia del fuoco: poi
    raccolsero l’ossa bianche i fratelli e i compagni,piangendo:
    grosse lacrime per le guance cadevano.
    Raccolte, le misero dentro un’urna d’oro,
    avvolgendole in morbidi pepli purpurei:
    subito le deposero in una buca profonda,
    molte e grandi pietre vi posero sopra,
    e in fretta versarono il tumulo; v’erano guardie per tutto
    ché non li assalissero prima gli Achei buoni schinieri.
    Versato il tumulo, tornarono indietro: essi, poi,
    raccolti come conviene, banchettarono glorioso banchetto
    in casa di Priamo, il re stirpe di Zeus.
    Così onorarono la sepoltura d’Ettore domatore di cavalli.[8]

    Cade riverso e muore. Immobilità e cordoglio di coloro che l’attorniano. È scesa la notte. Ad un muto comando di Gunther, i guerrieri sollevano il cadavere di Siegfried e, durante quel che segue, lo accompagnano in corteo solenne su per i dirupi, lentamente allontanandosi. Gunther segue per primo il cadavere. La luna rompe tra le nubi e illumina con luce sempre più viva il corteo funebre, che va raggiungendo la sommità dell’altura. Salgono quindi le nebbie dal Reno, le quali a poco per volta riempiono fin sul davanti tutto il palcoscenico, dove il corteo funebre s’è già reso invisibile. Durante l’intermezzo, quello ne rimane interamente avvolto. Al nuovo dissiparsi delle nebbie, appare sempre meglio riconoscibile, la reggia dei Ghibicunghi, come nel primo atto.[9]

    Occorre tuttavia, in clausola, provare parenteticamente a ostendere, pur se in succinta sommarietà, che cosa essa destinazione necessaria dell’Originario implichi e per l’Uomo e per l’Essere stesso, così come comunemente e tradizionalmente (fra-)inteso (Phýsis), in modo da non lasciare adito alcuno a corrispondenze non ortodosse (Orthótes). Per ciò compiere, non possiamo non ritornare ulteriormente a Diá, ove si conferisce fondamento all’indicazione circa la relazione di coimplicazione necessaria tra Seinsgeschichte e Menschengeschichte: non si dà nulla, per l’Umano, al di fuori dell’Orizzonte intrascendibile dell’Umano, nulla, ovvero, può essere sé, epperò semplicemente essere, emancipato da essa omniavvolgenza prospettico-perimetrale nel cui proscenio ogni distinta sopraggiungenza (tà ónta) trova il proprio autentico fondamento a punto onto-tautotetico. E qualsivoglia epperò proiezione d’antecedenza, e qualsivoglia progettazione d’ulteriorità rispetto a detto intorno ineccepibile, non è se non e giacché riportata al di qua di esso, in esso. Pertanto, così come nell’ontogenesi non alcuna affermazione di anteriorità o posteriorità rispetto a questo nostro esserci individuale può essere affermata con stabilità di certezza, parimenti nella filogenesi o categorialità dell’Umano, non alcun annuncio può dimorare presso di verità l’atremia precordiale se non lo stesso proclama che dice dell’ineluttabilità – già archea – della destinazione ultima dell’Originario a sé. Non dunque è possibile parlare, in termini di compiutezza entelechiale, ovvero di perfezione d’atto in cui della Potenza non ne è più nulla, di End of History[10], se e poiché semplicemente parliamo e siamo: l’Uomo non può essere sé – epperò semplicemente essere – senza l’esserci della Storia (Geschichte), posto, come si è fatto, che la Storia è la sua più propria Essenza, ovvero il nostro stesso Destino comune (Geschick).

    Ciò, nonpertanto, di cui si dà liceità di parola – anzi, ciò di cui siamo cogentemente chiamati a dare testimonianza di verità, come qui si è cercato di compiere – è la tensione del nostro tempo verso la fine della Storia, tensione la cui diacronia si apre dinnanzi a noi senza alcuna pre-determinazione sua possibile (la potenza residua della Potenza è potenza non ulteriormente partibile), ma è, e sarà compiuta, con necessità (kata to Chreón) e secondo l’ordine del tempo (kata tèn toû Chronou Taxis), e così si è scritto.


    Alberto Iannelli



    Note al testo:

    1 Circa l’articolarsi epifenomenico di detto ubi consistam nei differenti settori dell'orizzonte dell’umano al tempo nostro, se ne dà elenco in Tò Éschaton, Ω. Tà Ákra (apò Archês), in Diá, A. Iannelli, Aracne Editrice, 2020.

    2 «Quanto alla terza funzione, che può essere anche ricavata per negazione dalle prime due, essa trova probabilmente i suoi princìpi originari nei momenti legati all’attività di produzione: in primo luogo la tecnica fertile (quindi l’agricoltura) che dà luogo alla ricchezza materiale. La terza funzione viene così ad essere posta in relazione con l’idea stessa di quantità, di gran numero, e trova la sua regola e il suo criterio nel concetto di misura, temperanza, moderazione. Non a caso, gli dèi che la rappresentano non sono mai posti come singolarità: così i gemelli Nâsatya, o la triade Niördhr, Freya, Freyr». E. Castrucci, La teoria indoeuropea delle tre funzioni in Georges Dumézil alle origini dell’antropologia giuridica, in, La teoria indoeuropea delle tre funzioni in Georges Dumézil e altri saggi, Giuffrè Francis Lefebvre, 2019.

    3 «La scoperta, cioè, del fatto che non solo e non tanto i nostri progenitori praticavano una sorta di “divisione del lavoro” in tre ordini o ripartivano la società e il loro pantheon in tre classi, ma che oltre a ciò avevano definito e teorizzato questa divisione facendone un’ideologia, ovvero, secondo il senso già chiarito in cui Dumézil usa questo termine, una concezione globale dell’universo, dell’uomo e delle forze e tendenze che li creano e li sottendono, una riflessione sugli equilibri, le tensioni e i conflitti necessari al buon funzionamento del mondo così come della città, degli uomini così come degli dèi. L’ideologia “tripartita” appare infatti come il mito principale, la trama stessa della cultura indoeuropea […]. Una domanda che ci si è tradizionalmente posti di fronte alla costanza di questi dati è quella relativa alla possibile natura universale e in qualche maniera “ontologica” del modello tripartito: non sono forse le tre esigenze fondamentali, e perciò “elementari”, di ogni popolo quelle di essere governato, difeso e nutrito? Dumézil ha risposto in più contesti con chiarezza a questa obiezione: “Nel mondo antico né gli Egizi, prima dei contatti avuti con i popoli del mare, né gli Asianici, né gli Hurriti, popoli condotti essi stessi da aristocrazie indoeuropee o segnati dall’influenza degli indoeuropei, né le popolazioni mesopotamiche prima della dominazione dei Cassiti, questi ultimi a componente indoeuropea, né più in generale i semiti, i siberiani o i cinesi, o qualunque altro popolo non indoeuropeo o che non sia stato esposto ad influenza indoeuropea certa e documentabile, ha mai compreso una tale struttura quale sostegno e spina dorsale della sua ideologia e della sua vita sociale”. E ancora, in altro contesto: “Invano si sono ricercate repliche agli schemi concordanti della tripartizione nella pratica o nelle tradizioni delle società ugro-finniche o siberiane, presso i cinesi o gli ebrei biblici, in Fenicia o nella Mesopotamia sumera e semita […]. Ciò che si osserva invece sono sia organizzazioni indifferenziate di nomadi, dove ciascuno è nello stesso tempo combattente e pastore, sia organizzazioni teocratiche di popoli sedentari in cui un re-sacerdote o un imperatore divino è bilanciato da una massa infinitamente frammentaria ma indifferenziata, sia – ancora – società in cui lo stregone non è che uno specialista in mezzo a molti altri, malgrado il timore che il suo specialismo ispira. Niente di tutto ciò ricorda insomma la struttura delle tre classi funzionali gerarchizzate. Non ci sono eccezioni”». E. Castrucci, op. cit.

    4 Iuppiter, Mars, Quirinus; Bouleutikón/Phylakikoû (Logistikón), Epikouretikón/Polemikoû (Thymoeidés), Chrematistikón (Epithymetikón); Oratores, Bellatores, Laboratores; Clergé, Noblesse, Tiers état.

    5 «Fiorenza dentro da la cerchia antica, / ond’ ella toglie ancora e terza e nona, /si stava in pace, sobria e pudica. // Non avea catenella, non corona, / non gonne contigiate, non cintura / che fosse a veder più che la persona. // Non faceva, nascendo, ancor paura / la figlia al padre, ché ’l tempo e la dote / non fuggien quinci e quindi la misura. // Non avea case di famiglia vòte; / non v’era giunto ancor Sardanapalo / a mostrar ciò che ’n camera si puote. / Non era vinto ancora Montemalo / dal vostro Uccellatoio, che, com’ è vinto / nel montar sù, così sarà nel calo. // Bellincion Berti vid’ io andar cinto / di cuoio e d’osso, e venir da lo specchio / la donna sua sanza ’l viso dipinto; // e vidi quel d’i Nerli e quel del Vecchio / esser contenti a la pelle scoperta, / e le sue donne al fuso e al pennecchio.// Oh fortunate! ciascuna era certa / de la sua sepultura, e ancor nulla /era per Francia nel letto diserta. // L’una vegghiava a studio de la culla, / e, consolando, usava l’idïoma / che prima i padri e le madri trastulla; // l’altra, traendo a la rocca la chioma, favoleggiava con la sua famiglia / d’i Troiani, di Fiesole e di Roma. // Saria tenuta allor tal maraviglia / una Cianghella, un Lapo Salterello, / qual or saria Cincinnato e Corniglia. //A così riposato, a così bello / viver di cittadini, a così fida / cittadinanza, a così dolce ostello, // Maria mi diè, chiamata in alte grida; / e ne l’antico vostro Batisteo / insieme fui cristiano e Cacciaguida». D. Alighieri, Divina Commedia, Paradiso, canto XV°, vv. 97–135. L’antica cerchia muraria fiorentina, con melancolica nostalgia rammemorata dall’antenato, non rappresenta infatti per Dante null’altro se non l’ipostasi stessa del Katéchon paolino, e ci fornisce agile adito alla correlazione necessaria tra distinzione, limite e contenimento da un lato, e preservazione dello Iustus Ordo, del cosmico métron, dall’altro, di quel Nomos der Erde che solo può conferire armonia e rettitudine sia all’uomo che alla pólis, tanto che la sua rottura, conseguenza dell’accrescimento patologico del suburbio e dell’inurbazione delle genti non fiorentine («Tutti color ch'a quel tempo eran ivi / da poter arme tra Marte e ‘l Batista, / eran il quinto di quei ch’or son vivi. // Ma la cittadinanza, ch’è or mista / di Campi, di Certaldo e di Fegghine, / pura vediesi ne l’ultimo artista»), enfiagione a sua volta determinata dalla tracotanza del mercante non più raffrenato, come un tempo, dal potere dei Cesari («Se la gente ch’al mondo più traligna / non fosse stata a Cesare noverca, / ma come madre a suo figlio benigna, // tal fatto è fiorentino e cambia e merca, / che si sarebbe vòlto a Simifonti, / là dove andava l’avolo a la cerca») rappresenta a punto la distruzione dell’ordine cosmico, secolare e dunque celeste.

    6 «La mia opinione è che il cinquantanove per cento dei “no”, non sta a dimostrare, miracolisticamente, una vittoria del laicismo, del progresso e della democrazia: niente affatto: esso sta a dimostrare invece due cose:
    1) che i “ceti medi” sono radicalmente – direi antropologicamente – cambiati: i loro valori positivi non sono più i valori sanfedisti e clericali ma sono i valori (ancora vissuti solo esistenzialmente e non “nominati”) dell'ideologia edonistica del consumo e della conseguente tolleranza modernistica di tipo americano. È stato lo stesso Potere – attraverso lo “sviluppo” della produzione di beni superflui, l'imposizione della smania del consumo, la moda, l'informazione (soprattutto, in maniera imponente, la televisione) – a creare tali valori, gettando a mare cinicamente i valori tradizionali e la Chiesa stessa, che ne era il simbolo.
    2) che l'Italia contadina e paleoindustriale è crollata, si è disfatta, non c'è più, e al suo posto c'è un vuoto che aspetta probabilmente di essere colmato da una completa borghesizzazione, del tipo che ho accennato qui sopra (modernizzante, falsamente tollerante, americaneggiante ecc.). P.P.Pasolini, Gli italiani non sono più quelli, in, Corriere della Sera, 10 giugno 1974, e poi in, Scritti Corsari, Studio sulla rivoluzione antropologica in Italia, Garzanti, 1975.

    7 «Wo aber Gefahr ist, waechst das Rettende auch», F. Hölderlin, Patmos, 1803.

    8 OMERO, Iliade, libro 24, vv. 784–804, versione di Rosa Calzecchi Onesti, Einaudi, Torino 1990, pp. 885–887.

    9 R. Wagner, Götterdämmerung, Der Ring des Nibelungen, trad. it. Guido Manacorda.

    10 «What we may be witnessing is not just the end of the Cold War, or the passing of a particular period of post-war history, but the end of history as such: that is, the end point of mankind's ideological evolution and the universalization of Western liberal democracy as the final form of human government». Y.F.Fukuyama, The End of History and the Last Man, 1992.

    Riesumando le metafore venatorie disseminate lungo il testo del Sofista platonico, nonché repuerescendone il pathos strenuo che ne anima lo scandirsi dialogico, saldi seduti e protetti all’ombra sepolcrale di essa auctoritas e del suo di patria fronda perenne protendersi di parola sempreviride in lascito e di sangue almo insieme, vivificante ogn’ora e vaticinante a scorrere sovra il suolo nostro sativo molto e di vestigia sitibondo, dichiariamo da principio essere preda di questa prossima e ardimentosa e alacre caccia il “Potere del nostro tempo”.

    Potere a noi coevo certamente e per costituzione identitaria sfuggente ed equoreo, scaltro e politropo, magmatico e latebroso, ostile a qualsivoglia definizione e recalcitrante per ogni imposizione di forma e di cosmo, esoterico e “malebolgico” Potere che nondimeno verrà e con fermezza atremida stanato e spinto nell’aprico e nell’aperto, braccato senza posa né pietà in ogni suo latibolo e chiuso nell’angolo di Verità dal fermo petto. Potere, infine, di cui verrà ostensa l’essenza, l’origine, la teleologia, la destinazione ultima.

    Ebbene, per sottomettere alla determinazione essa aoristia astuta, occorre certamente principiare dal tentativo d’impressione definitoria, per poi verificarne l’ipotesi originaria contro la diafania della Storia stessa. È nostra profonda convinzione, infatti, che ogni realtà che si fa evento nel tempo e prende posizione nel mondo, partendo l’Essere medesimo con essa sua propria e precisa positività, debba anzitutto venir analizzata nell’orizzonte della propria filogenesi, particolare perimetro di sviluppo a sua volta e con necessità iscritto nell’Orizzonte categoriale della Seinsgeschichte.

    Giacché, in ultimo, il tracciamento di detta assialità templare sul cui sfondo verrà proiettato e stagliato distinto il volo del sovraevocato Potere nostro contemporaneo, non può che originare dall’eziologia, dall’analisi ossia del primo manifestarsi suo e delle motivazioni di essa comparsa aurorale, si renderà d’obbligo il rimontare ante l’epifenomeno archeo, prendendo epperò dimora nell’intorno dal quale è sorto tale apparire prisco, volgendosi pertanto verso le ragioni seminali della nostra Kultur e forse financo della Civiltà umana tutta, nella presupposizione che dette due radici convergano in una medesima Origine e ivi coincidano.

    Per una definizione preliminare

    Dappertutto assistiamo alla preordinata e sistematica distruzione di ogni statuizione identitaria, di qualsivoglia individuazione distintiva, di tutte le differenze e anzitutto della Differenza stessa, tanto che è proprio esso impeto iconoclasta e riottoso a ogni adersione eidetica, a ogni posizione precisa o decisa partizione dell’insé, a ogni altresì appropriativa o immedesimativa individuazione d’alterità contro l’altro tutto, a definirne la Forma, l’Aspetto essenziale che pertanto non può non essere determinato se non giacché Indeterminatezza in se stessa e Indeterminatezza omniavvolgente.[1]

    Snidare l’essenza

    Sembrerebbe dunque che la categoria dell’Identità o della Sostanza (nell’accezione a punto di Essenza, Ousía) sia capitale nello stanare il fondamento ultimo di esso particolare Potere. Eccoci epperò nella necessità di compiere un passo eccentrico lungo questa nostra battuta di caccia per porre detta categoria sotto indagine e giudizio.

    In Diá (cap. Θ, Differenz und Identität, e cap. B, Tò Eînai kaì ē Tautótēs: Sýn-olon), venivano poste e fondate le seguenti evidenze:

  • Si dà coimplicazione necessaria – nella struttura del Deuteriore – tra essere e identità, esistenza ed essenza: è impossibile essere (Sein) senza essere qualcosa (Dasein).

  • Si dà coimplicazione necessaria – nella struttura dell’Originario – tra identità e alterità: è impossibile essere sé senza essere il non essere dell’altro, del contraddittorio; “Il fuoco vive la morte della terra”.

  • L’Alterità è l’Orizzonte diafano di ogni realtà o posizione di identità: è impossibile che qualcosa sia sé, e dunque semplicemente che sia, senza l’esserci del Negativo, esserci del Non-essere sempre epperò e viepiù (élenchos) autodimostrantesi panpreliminare a ogni ostensione ontica e per ogni posizione di medesimezza.

  • La stessa posizione identitaria dell’Identità consegue alla pro-posizione identitaria – trascendentale – dell’Alterità.

  • Si dà distinzione, entro ogni posizione identitaria, tra contenuto o inseità (A) e struttura o seità (A=A).

  • È la Differenza (in sé) originaria e orizzontale a determinare – autenticamente, cioè per contraddittorietà o negazione rispetto alla positività identitaria del sé – il contenuto dell’identità di ogni posizione ulteriore, mentre l’Identità (in sé) ne consente il sempre eguale o indistinto co-ereire del sé al sé di contro all’altro tutto: ogni sinolo di identità-e-realtà si dà intrascendibilmente nella Storia, ossia nel processo deittico o apofatico di coerentizzazione della pro-posizione pristina o autoctica della Contraddizione assoluta o immediatamente automediale.

  • La stessa posizione distinta della tautologia o identità di grado primo, non può stare (= essere) senza la posizione preliminare dell’Orizzonte della Partizione: l’identità, lasciata a se stessa, è in verità Indeterminatezza, la notte dell’Indistinto hegeliano.

  • La chiarezza della distintività di ogni posizione particolare, cioè la saldezza della sua propria identità, è pertanto direttamente proporzionale alla diafania o kénōsis dell’Orizzonte dell’Alterità: più saldamente si tiene fermo lo sfondo della Dia-ferenza, più pienamente ossia si sostiene la nientità dell’Originario, in quell’autenticità esistenziale correlata alla situazione emotiva della gravitas, più chiaramente appare lo staglio dell’identità particolare, più – coimplicativamente, come detto –, ciascuna realtà determinata conquista pienezza di fondamento od onticità inconcussa e compiuta; all’opposto, più turgescente s’effonde e abbacinante l’Identità, più torbide e oscure appaiono le parvenze delle identità individuali, più instabili i loro confini epperò maggiormente nientificate le rispettive posizioni o sostanze singole: è questo il tempo del nichilismo inautentico, il tempo della notte del mondo, quando le singole realtà o posizioni di identità particolari sono nulla e del Nulla non ne è più nulla.

  • Se pertanto il fondamento del Tutto si dà giacché distintività di ogni cosa (tà ónta) da ogni cosa (Pólemos), ebbene, e anzitutto, Distintività-in-se-stessa o Dif-ferenza assoluta, Contraddizione auto-relazionale parimenti, quale può essere il posizionamento – sul piano dell’Essere, ossia sul piano della Storia – di questo Potere noi contemporaneo se esso, al contrario, tutto a tutto accomuna e indistintamente identifica?

    Qual è ovvero, detto altrimenti, la collocazione della sua essenza nella struttura della Notte originaria e lungo il sentiero enantiodromico del Giorno?

    Immediatamente ci si potrebbe lasciare andare al seguente sillogismo: se l’essenza dell’Originario è Diversità, e l’essenza del Potere contemporaneo è omologazione o riduzione all’Uno di ogni alterità, allora l’essenza di questo Potere rappresenta l’opposizione stessa dell’Originario.

    Nondimeno, se così affrettatamente concludessimo la nostra venagione, conferiremmo a detta essenza escussa una statura “arimanica” che non può con necessità possedere, e il darsi suo concreto ci sfuggirebbe. Il sole non mai travalicherà le proprie misure, altrimenti le Erinni, ministre di Giustizia, lo scoveranno: nulla può capaneicamente adergersi contro l’Orizzonte della Diversità se non già immediatamente venendo risospinto entro l’omni-sussunzione al sé che la Dia-vergenza stessa estrema da principio perimetra e inoltrepassabilmente, precisamente nella propria autocausativa dissecazione tra la posizione originaria del sé e il di essa contenuto identitario pro-posizionale o escate.

    Ogni posizione ovvero, e financo la posizione della contrarietà estrinseca, cioè la posizione inseitale dell’Identità seconda, trova necessariamente già dimora oltre la deposizione prima della Contrarietà-in-sé, trova ossia già e sempre collocazione nella dia-tesi trascendentale o di-varicazione originaria (Ur-Theilung), ebbene nel framezzo (das Zwischen) assoluto (= inseitale), tra la posizione della Contrarietà e il suo contenuto: nulla si dà al di là dell’Orizzonte del Pólemos, nulla si dà che non sia storico e ogni elevazione di opposizione o contraddizione non scuote l’Opposizione o Contraddizione originaria, bensì la compie o concreta via via con il proprio semplice darsi distintamente e a sé eguale, semplice stare medesimo del sé che per destino ne eleva a punto e contesa e contrasto.

    L’essenza del Potere del nostro tempo rappresenterà pertanto la contrarietà estrinseca in via di adempimento, cioè l’approssimarsi del compimento dell’Era del Deuteriore, ovvero ciò che egualmente è stato definito, nell’Eisagōgé, civilizzazione dell’epoca faustiana.

    Il pastore dell’Indistinto

    Stanata dunque e imposta entro definizione l’essenza di questo Potere, non ci rimane ora che cacciare dalle proprie latebre colui che, forse da principio, l’incarna, l’archetipo umano ossia che alligna e s’avviticchia a quel terreno, nutrendosi, rafforzandosi e proliferando in esso.

    Tuttavia, prima di assolvere a ciò, occorre compiere un’ulteriore prospezione, quella rivolta ovvero alla radice dell’Umano e del suo fomite affiorativo.

    In Diá (cfr. Eisagōgé), l’origine dell’Uomo si afferma essere coimplicata nell’evento autoctico del Nulla (Nýx), e la deissi (Hématos) più remota del suo – già – esserci categoriale o filogenetico, ritrovarsi nella segnatura della morte individuale od ontogenetica dell’altro dal segnante che permane nell’esserci.

    Carattere preminente dell’Umano è apparsa pertanto essere l’anticipazionalità o la progettualità (= Dýnamis) fondata nell’escatia inconcussibile di essa destinazione originaria alla finitudine (Bestimmtheit) che tutto retrodetermina e trascendentalmente possibilizza (Sein-zum-Tode).

    Ebbene, poiché la struttura dell’Originario è stata poc’anzi assegnata alla forma dell’en-dia-di (En-dia-pheron-eautô), l’aprirsi della con-rispondenza eliaca a questo evento primiero non può che triplicemente articolarsi:
    1. Con-rispondenza all’unità o all’immanenza: si affissa esclusivamente il mantenimento presso coerenza (seità) e si oblia il contenuto di ciò che sta presso unità (inseità).

    2. Con-rispondenza alla diade o alla trascendenza: è l’aspetto della Divergenza, ovvero del contenuto dell’ipseità, qui a emergere alla luce, nell’inverso adombrarsi dell’essere sé della Differenza, dell’essere ossia l’Orizzonte panico questa distinta individualità, e non altra.

    3. Con-rispondenza endiadica o autentica: l’Eterno dimora giacché de-terminato assolutamente: eph' oson òn anthropos oîdas, epi tosoûton eî theos.

    Si tenti ora di trovare un’ulteriore simmetria di relazione tra questa tripartizione e i molti e differenti modi d’essere nel mondo dell’uomo. Ebbene, a distintamente considerarli, essi tutti egualmente in ultimo convergono in triade:

    1. Non si dà realtà oltre la materia del mondo, del mio corpo, del corpo dell’altro.

    2. La concretezza nostra è nulla e mendace, e la verità ultima dell’essere dimora aldilà di questo mondo effimero e illusorio, di questa mia individualità e di ogni altra parimenti caduca.

    3. Io sono Immortale.

    Si cerchi adesso, infine, di trovare biunivocità di relazione con l’insieme che include le archetipicità funzionali di molte comunità ancestrali – prima certamente di rinvenire l’Urheimat di detta ideologia tritomica –, e in ciascuna di essa la figura che ne ipostatizza lo scopo che la determina e definisce.

    Ecco ebbene innanzi a noi subite stagliarsi e differenziarsi le figure prototipiche della speculare tripartizione funzionale, nonché le loro finalità e i loro compiti destinali, ossia:
    1. Il Mercante: benessere dell'immanenza.

    2. Il Sacerdote: impetrare protezione e potenza dalla trascendenza.

    3. L’Eroe: gloria eterna.

    Snidata ebbene l'essenza del Potere del nostro tempo e additato il fondamento della sua necessità d'emersione deittica entro l'articolazione immanente la struttura endiadica dell'Originario, prima di stanarne la figura modellare e porne entro relazione modo d’essere, funzione e finalità – determinatesi a punto in corrispondenza del dispiegarsi in trivio dell’Uno principiale in-sé-diviso –, con lo spirito di ciò che poc’anzi si è definita civilizzazione dell’epoca faustiana o gotica, ossia col riflusso senescente della Kultur che – entro la contro-referenzialità diurna dell’Era deuteriore dell’Alterità trascendentale – tras-duce l’Eternità seconda dallo stare entelechiale sempre salvo (phýsis aeì sozoméne), al protendersi perenne, cioè eleva l’In-finito di essa Era conseguente a télos del proprio incedere (Streben), tracciamo più stretto il perimetro delle risultanze sin qui ottenute, affinché nella caccia ulteriore alla cronotopizzazione della sua genesi, al suo stadio attuale e alla sua ultima destinazione, né detto Potere politropo ci sfugga, né il suo scaltro Pastore.

    Ebbene: l'essenza del Potere del nostro tempo è l'Indistinzione. L'Indeterminatezza-in-sé di null'altro è figurazione se non dell'emancipazione inseitale deuteriore dell'Identità (= Eternità, Essere, Pienezza, Atto, Necessità, Identità etc...), giacché l'identità autentica è il processo di coerentizzazione o identificazione del contenuto della pro-posizione sinolare prima d'essere-e-ipseità, ossia dell'Orizzonte trascendentale dell'Alterità o dell'in-sé Distacco-dal-sé (= Determinatezza, Nulla, Vacuità, Potenza, Contingenza etc...). L'Era seconda dell'Indistinzione-in-sé è il tempo in cui ogni identità particolare diviene niente, in quanto si sospende massimamente il Framezzo nullo contro cui ogni posizione ontotautotetica si staglia e per essere e per essere sé. All'eclissi dell'insé dell'Originario corrisponde la sorgenza della seità sua fattasi distinta e individua inseità seconda.

    Se dunque noi abitatori del tempo stiamo ora attraversando l’Epoca dell’Identità o dell’Indistinto (nella sua fase, come detto, crepuscolare o senescente, ove l’energia ovvero dell’egressione e del distacco originario rifluisce stanca e sterile, tutto tutt’intono mutando e di senso e di scopo), predominante qui sarà con necessità quella con-rispondenza all’evento originario che parimenti tace e della trascendenza o diadità dell’ediadi, e certamente dell’endiadità stessa, per far di contro manifesto il clamore dell'immanenza o unità dell'endiadi.

    Partendo epperò dall’evidenza del nostro orizzonte coevo, dal continuo ovvero insorgere in esso della tensione icono-clasta, e poste coimplicazioni e corrispondenze di ciò lungo i contro-correnti o contraddittori sentieri della Notte e del Giorno, non possiamo adesso non ipotizzare che paredro e pastore del Potere del nostro tempo sia quella figura la cui funzione è deputata al­l’accrescimento – qui infinito o a-oristico proprio giacché faustiano (Pleonekteìn) – dell’immanenza o seità dell’Originario (Apollo, infatti, sa perfettamente che l’eternità della Phýsis non può essere eternamente espansa: ecco pertanto che sotto la sacra ombra e saettante lontano del suo tempio, colui che è deputato alla cura dell’ubertosa abbondanza di Tellus, inquadrato nella categoria della quantità [2], parimenti sa che non mai deve né può travalicare il “giusto” limite, protetto dall’interdetto del Dio: métron áriston, medèn ágan).

    Profligazione del Pomerium

    Stretto e più stretto l'assedio, non ci rimane quindi, in conclusione di questo nostro tentativo di cattura dell’agente rappresentante il Potere nel nostro tempo, che porre contro diafania il principio di quest'epoca in cui noi oggi ci troviamo gettati, per poi determinarne lo stadio attualmente raggiunto dal di essa processo ineluttabile di compimento e accennare infine alla direzione di un suo eventuale superamento.

    Prima di poter ciò adempiere, nonpertanto, dobbiamo chiederci entro quale storia andare alla ricerca di un tale inizio. Certamente, si dirà, occorre rintracciarlo entro la Storia dell'Originario, ebbene entro la contro-storia, vestigiale o apofaticamente referenziale, dell'Umano tutto.

    E tuttavia, si dà realmente l'unicità meta-storica e trans-culturale dell'Umano? E se sì, da quando si dà, entro quale giro d'Orizzonte essa appare? Forse proprio entro quell'Orizzonte globale in cui ogni distintività identitaria tramonta? Possiamo dunque rimontare al di là del nostro intorno di spazio e di tempo, per cercarne la genesi, afferrandoci a ciò che trova principio e fondamento al di qua di esso?

    Ma se esclusivamente noi abitatori di quest'epoca dell'Indistinto pensiamo all'Umanità quale unicità universale in cui le differenze storico-culturali di lingua e di altare, di suolo e di sangue, di spazio e di tempo, appaiono adiaforiche, verso quale tempo e quale spazio, verso quale civiltà e quale popolo dobbiamo rivolgerci – elettivamente dunque – per rintracciare l'origine e dell'epoca nostra, e della Storia stessa dell’Originario in cui essa trova principio e posizione?

    Non possiamo che rimandare ulteriormente a Diá (cfr. Eisagōgé) coloro i quali reclamassero il fondamento della tesi che afferma la coimplicazione tra la storia (Geschichte) del popolo indoeuropeo e il destino (Geschick) dell’evento aurorale dell’Umano, ovvero la contro-storia sua deittica o Seinsgeschichte. È pertanto la vicenda tutta di tale civiltà essenziale l'oracolo verso cui impetrare la risposta al nostro interrogare circa la genesi dell’orizzonte nel quale oggi – incipientemente ogni uomo – si trova gettato.

    Volgendoci dunque alla struttura della proto-società definita indo-germanica, non possiamo anzitutto non rinvenire in essa la suddetta tripartizione funzionale, e non possiamo non rintraccarvela giacché qui esclusivamente o autenticamente capitale e fondativa[3], così distintivamente costitutiva da domandarci se non sia proprio l’evento del suo abbandono il principio dell’avvento del tempo nostro.

    Quale altra può infatti essere la distruzione identitaria veteriore se non proprio quell’originaria dissoluzione che libera ed emancipa dal proprio confinamento distintivo, dal proprio limes, la funzione destinata al compimento estremo dell’Era deuteriore dell’Indistinto?

    Se così fosse, per validare – alla luce di essa precisa cesura, e in questa precisa epopea – l’ipotesi sopra espressa che vuole il Mercante quale agente elettivo del Potere del nostro tempo, non ci resterebbe che indagare:

  • Quale delle tre funzioni abbia proteso e concentrato – da un certo punto della propria vicenda in poi – tutta la sua energia storica verso l’abbattimento e il dissolvimento di essa demarcazione funzionale fondativa;

  • Dove cada la collocazione di esso punto, ovverosia da quando questa funzione abbia elevato contesa alla tripartizione;

  • Perché abbia posto in essere detto specifico annientamento di solco, cioè quale relazione intercorra tra il compito destinale della propria funzione, e il compito destinale della Deuteriorità quale dissoluzione di ogni identità particolare e anzitutto delle distintività che corrispondono alla struttura entro sé distinta o uniduale dell’Originario;

  • Quale sia, da ultimo, il fondamento autentico di esso preciso punto di rottura, ossia quale evento vi corrisponda lungo il sentiero della Notte, e pertanto se sia davvero esclusivamente da questo determinato stigma della propria vicenda che essa funzione attenti alla tripartizione, ebbene se sia accidentale o adiaforica per essa la distruzione e di detta peculiare distintività, e di tutte le ulteriori, o se non le sia invece consustanziale, epperò se non sia sempre e da sempre pulsante in questa funzione la pruriginosità alla profligazione di ogni identità particolare, ovvero di ogni posizione di delimitazione, avversione alla forma e sua perenne sovversione ora nondimeno, ossia nel concentro d’emersione qui in oggetto, finalmente trionfante per il simmetrico adombrarsi di ciò che sino ad allora permaneva a fondamento inconcusso e di essa determinazione distintiva e di tutte le altre, sempre vegliando su ogni soglia sacra (Athena Skeptómene).

  • Non volendo il seguente trattato essere evenemenziale, essendosi al contrario votato all’indagine circa le linee carsiche di sviluppo dei processi storici e destinali, ontici e meontici altresì, non possiamo soffermarci nell’elencazione dei singoli avvenimenti che hanno portato alla distruzione ultima dell’originaria tripartizione funzionale riscontrata dagli studiosi di comparatistica innervare ogni popolazione ancestrale e “storica” della famiglia indoeuropea[4]. Non possiamo ossia rallentare la nostra agile caccia a questa fiera e scarna e presta molto, né trattenendoci nel dettaglio di quell’accadimento cesurale che la storiografia ha eletto per decretare la fine del cosiddetto Ancien Régime, né indugiando presso l’analisi della più prossima causazione propria o del cronotopo suo di coltura e incubazione estrema, votati viceversa come siamo alla ricerca sia di quel preciso e forse remoto punto in cui principia l’elevazione di detta contesa contro la tripartizione – ebbene, si riafferma, di quella proto-distruzione eidetica che si è decretata essere principio del tempo nostro in cui l’Indistinzione-in-sé diviene essenza viepiù essoterica del Tutto –, sia dell’identità categoriale, o piuttosto prototipica, di colui che proprio da esso punto primo manifesta la convergenza di tutta la sua ragion d’essere storica verso la volontà di un tale annientamento demarcativo.

    Procedendo nonpertanto a ritroso lungo le vestigia impresse dal camminamento eliaco o deittico, ci sembra di venire costantemente risospinti più indietro. Non appena proviamo ad arrestarci, certi di aver finalmente scoperto l’origine di questa specifica tensione alla delezione formale, ecco infatti che veniamo subito abbagliati da un ritrovamento anteriore, così da non mai riuscire a rimontarne il principio e conficcarci con precisione presso quel punto, terminus a quo si manifesta la volontà della terza funzione (e della sua ipostasi archetipale) di annichilire ogni determinazione[5].

    Se dunque un preciso avvenimento si ostende preclarmente, se ossia si dà patente – in una specifica unità di spazio-e-tempo – la dissoluzione della tripartizione funzionale indoeuropea, e se l’agente della sua concretizzazione sin dal proprio aurorale essere nel mondo vi attenta, non possiamo non già fissare esse ulteriori conclusioni del nostro percorso di predazione:

  • Nell’essenza del Mercante, nonché nel suo destino o compito storico-funzionale, vi è co-immorsata la pulsione alla distruzione della stessa differenziazione tra le funzioni, quale prodromica condizione necessaria alla delezione ulteriore di ogni alterità;

  • Se la tensione alla soppressione di ogni distintività o posizione di delimitazione della quantità astratta dimora nell’essenza stessa della terza funzione tanto da definirne il perimetro identitario, e se la dissoluzione della tripartizione conquista citoyenneté precisa nel cronotopo eliaco dell’umano, ciò significa che vi è sempre stata, e da principio, un’opposizione (tò katéchon) che, per qualche ragione, in quel preciso punto, è venuta meno.

  • Dandosi la suddetta coimplicazione nittemerale nell’enantio-dromia dell’Uno-in-sé-diviso da cui tutto – autenticamente o apofaticamente – discende, ciò significa che nella stessa struttura dell’Originario è destino che l’opposizione a quella tensione – a un certo punto – divenga nulla.

  • Saldi all’appicco testé raggiunto, tentiamo epperò con coraggio di innalzare le seguenti ulteriori interrogazioni, consapevoli che un loro eventuale compimento segnerà la fine della nostra caccia e della costitutiva esoteria latebrosa stessa del cacciato:

  • Dove dimora il fondamento della smania sovversiva e dissolutrice dal Mercante diretta contro ogni differenziazione identitaria? Ovvero, altrimenti a porsi il questito, se l’archetipo della terza funzione si caratterizza o staglia nella storia per la volontà di sopprimere tutte le distintività, quindi per bramare un’universale omologazione, in cui l’astrattezza quantitativa dell’enfiagione trionfi, qual è l’ubi consistam della correlazione tra il manifestarsi storico di questa volontà infine vittoriosa; la finalità e il compito destinale del suo agente (“benessere dell'immanenza”); e il modo d’essere nel mondo (“non si dà realtà oltre la materia del mondo, del mio corpo, del corpo dell’altro”) stabilitosi in corrispondenza all’unità o immanenza dell’Endiadi pro-postasi in principio (“si affissa esclusivamente il mantenimento presso coerenza [seità] e si oblia il contenuto di ciò che sta presso unità [inseità]”)? Ossia, ancora a porsi nella differenza l’eguale, qual è la relazione tra l’archetipo del Mercante, l’essenza del Potere del nostro tempo e l’essenza dell’Era deuteriore dell’Originario?

  • Quale relazione intercorre dunque tra la tensione faustiana al perenne superamento di ogni posizione di finitezza, nella già accennata trasposizione dell’eternità seconda dallo stare apollineo al tendere gotico, e la tensione costitutiva del Mercante all’accrescimento – quantitativamente indistinto – dell’immanenza?

  • Non sarà pertanto l’immanenza stessa ad aver lì e allora – ovvero tra le remotezze diuturnamente ascensionali di Faust – sospeso (Epoché), lungo lo strutturarsi notturno dell’Originario, la propria sacra delimitazione che incatenava la perenne pulsione alla turgescenza del Mercante, mostrandogli ora una Phýsis infinitamente disponibile e per i suoi mezzi (Téchne) e per le sue brame indeterminatamente accrescitive?

  • Si ritorni dunque a quell’interrogare esistenziale che fonda l’esserci stesso dell’Uomo nel proprio domandare circa il fondamento del suo essere e del suo scopo, tripartendone archetipicamente l’essere-nel-mondo in relazione alla risposta offerta al­l’evento dell’escatia atremida dell’Originario che tutto anticipativamente avvolge.

    Ebbene, dinnanzi all’essere-del-Nulla, ossia dinnanzi al suo irreversibile e intrascendibile presentarsi autoctico, meraviglia a vedersi e inquietudine (Thaúma Idésthai), si dà all’Umano esclusivamente decisione circa l’entificazione o la nientificazione del Nulla stesso che anzitutto e omniafferrabilmente essa deissi porta nella presenza: o il Nulla si annulla, cioè nega, egualmente oblia, inautenticamente, e permane solo quell’Essere – secondo – che trova fondamento nell’essere-del-Nulla originario divenuto inseità distinta (se il contenuto dell’Originario diviene nulla, permane esclusivamente la sua posizione, ma non certamente quale posizione-del-Nulla, bensì come posizione di sé, cioè quale Posizione-in-sé, ovvero Pienezza, Attualità, Presenza [non potendosi ovviamente dare in origine altra posizione di inseità rispetto all’Originario, altrimenti esso non sarebbe tale, la posizione dell’inseità seconda non può che acquisire per proprio contenuto distintivo/identitario la posizione del contenuto primo, ossia a punto la Statuità-in-sé]: ecco che l’essere-del-Nulla diventa – nell’impressione deuteriore del procedere posizionale o inseitale – Essere-in-sé, Eternità endocompatta altresì senza alcuna possibilità di partibilità ulteriore), o il Nulla si entifica, cioè afferma, egualmente affissa, autenticamente, e permane sia l’essere-del-Nulla, sia il contenuto orizzontale a cui detta deissi dà manifestazione ontica.

    L’unica corresponsione autentica – facitrice di Storia –, si è posto sempre in Diá, consiste nell’affermare e nel sostenere la posizione di definitezza assoluta del Nulla stesso, consentendo così l’individuazione distintiva o partitiva dell’eterno (Eroe), giacché la stessa corresponsione sacerdotale, nientificando la definitività del Nulla, ovvero annullandone la posizione distintiva o partizione individuale propria, dunque l’essere-presso-sé del Nulla, lascia che del Nulla permanga esclusivamente la nullità, cioè la Trascendenza pura, ebbene lascia che del Nulla non ne permanga nulla.

    Nonpertanto, poiché oggetto di questa nostra spedizione captazionale è l’individuazione, si ricordi, del fondamento del Potere del nostro tempo, ci soffermeremo esclusivamente sulla corresponsione inautentica rappresentante la possibilità esistenziale che determina l’archetipo del Mercante e del suo essere nel mondo, la risposta ovvero che lascia permanere esclusivamente il pertenimento in coerenza dell’endiadi originaria, cioè a punto l’Immanenza divenuta conseguentemente inseità autonoma e distinta: colui che annulla il Nulla quale fondamento dell’Essere, non può che avere quale unico scopo dell’esserci il potenziamento o l’accrescimento di quell’unica realtà concepita come essenteci (non certamente, si precisa, ciò lascia intendere che il Mercante concepisca la realtà dell’Essere giacché eterna, così come l’Uomo-del-Sacro, né tantomeno giacché distinta e peritura, così come l’Uomo-della-Gloria; il Mercante, quale Uomo-della-Materia, concepisce infatti esclusivamente l’estensione dell’Essere, ossia la sua quantità indefinita).

    Se dunque nell’Era che precede la sorgenza della Deuteriorità, ossia del tempo in cui l’Eterno si emancipa e impone quale fondamento di ogni realtà (tà pánta, tà ónta), la categoria della quantità, immorsata nell’essenza della funzione terza del Mercante, trovava qualità, cioè partizione o individuazione, egualmente argine e confine, pomerium e centuriazione, nell’Orizzonte stesso che tutto destinava a perentoria determinazione e anzitutto se stesso (che questo fondamento perimetrale primo non potesse con necessità non stare – in ciò che è stato definito “momento originario o proletico–formale dell’Originario” – se non nel modo dell’in-sé, cioè giacché ipotesi e anticipazione del sé a venire, ebbene preconizzandosi o dandosi via via per annuncio e sim–bolo, per conseguire solo in ultimo la propria compiutezza escate precisamente passando attraverso essa seconda Era tutta della propria contraddittorietà estrinseca, è ugualmente posto con nitore in Diá); e se nell’epoca prima o apollinea dell’Era seconda, l’Eterno, come detto necessariamente emancipantesi, ovvero conseguente autonomia posizionale per la cogenza destinazionale iscritta nella stessa struttura identitaria – apofatica e processiva, contraddistintiva e storica – dell’Originario in sé Negazione, si concentra sulla propria posizionalità (cioè esattamente, nel principio del sé, su questo medesimo “stutturale” stare-in-coerenza-presso-sé che lì e allora diviene “contenuto” autonomo: inizialmente l’Eterno non può che essere o stare nel modo coerente all’in-sé, ovvero precisamente nel modo dello Stare e dello Stare-in-Coerenza-presso-sé, egualmente del sempre essere [e del sempre essere eguale a sé]), per cui l’accrescimento quantitativo dell’Immanenza trovava qualità e determinazione nel divieto all’aoristia o incompiutezza dell’Essere (“Necessità possente lo tiene nei legami del limite, rinchiudendo d’intorno, poiché è stabilito che l’Essere non sia incompiuto”); ecco allora che la trasposizione faustiana – parimenti necessaria – dell’Infinità seconda dal permanere al divenire, consente l’eliminazione di ogni delimitazione all’accrescimento quantitativo dell’Immanenza (giacché l’Eterno non è l’Originario, con necessità l’Originario diviene via via verso la riconquista del proprio contenuto di Protendimento estremo quale fondamento autentico di ogni essere e stare, e lo stare dell’Eterno perde, con il tramonto di Delfi, il modo dell’insé per conseguire il modo dell’altro dal sé, ovvero dell’oltre-passamento stesso; ma l’Originario non ancora può essere o stare nel modo dell’insé, giacché l’insé suo è Non-essere, Alterità-da-ogni-stare, epperò lì e allora, tra le nebbie di Faust, è il protendente a smarrire l’individualità distinta del sé [= dell’Io], dissoltasi nella permanente sconfinatezza infinita seconda, l’individualità determinata del sé o, egualmente, il punto finito [télos] del pro-tendimento suo ultimo).

    Lucis ante terminum

    Ebbene, estrutte nell’aprico e nel manifesto le nostre fiere, e ridotte là ove ciò che distinto si dimostra (Phainómenon) offrendo sé all’inambigua presa deittico-referenziale (Deiknýnai), quale compito essenziale a noi, abitatori dell’odierno, ancora permane? Ossia, altrimenti a domandarsi, dovremmo noi – oggi – adire reazione e adergere il vessillo della contesa contro questo Potere e il suo archetipo antropico? Ovvero, ancora, finalmente consapevoli del reale fondamento e del verace scopo (Pleonexía, Cupiditia, Quantität, Aúxesis, Súllexis) che sostiene l’universalizzazione giuridica dell’individuo, nonché l’eradicazione globalizzatrice e omologatrice di ogni allignamento avito e patrio, d’ogni ara e d’ogni glossa, d’ogni polarità e d’ogni genere, d’ogni precettistica e d’ogni tradizione, d’ogni linea d’inimicizia e d’ogni d’alleanza, d’ogni ordinamento (Ordnung) e d’ogni localizzazione (Ortung), d’ogni esclusività e d’ogni pathos della distanza, d’ogni mos maiorum e d’ogni maiestas, d’ogni fascinoso mistero e d’ogni tremenda trascendenza, d’ogni pomerium e d’ogni templum, d’ogni centuria e d’ogni enomotìa, d’ogni confine e d’ogni tradizione, dovremmo noi – qui – abbandonarci a una nostalgica e melancolica laudatio temporis acti, o accenderci in progetti di restaurazione dell’antico, o, ancora, slanciarci innanzi in cerca di un ulteriore e altro omniavvolgente orizzonte di senso, ben consci che qualsivoglia pur apparentemente e legittima e giusta posizione o istanza emancipativo-progressiva muta radicalmente di significato in relazione allo sfondo contro il quale si staglia e in cui prende dimora[6]?

    Ebbene, non possiamo e con necessità non tornare, in conclusione, all’evento dell’Originario e al nostro corrispondervi di Uomini, per cercare in ciascuno dei nostri cuori non tremanti la via di verità di questo ultimo interrogare, certi che ogni autentico esistere accettante e concentrante su di sé la gravità e la tragicità del Nulla, null’altro – qui e ora e sempre – coimplica se non l’avanzamento stesso del processo d’impressione d’incontraddittorietà allo stare o all’essere suo, lo stesso incremento ossia della di esso teoria contraddistintiva, ebbene la deposizione di un’ulteriore pietra lungo l’irreversibile sentiero del Giorno in fondo al quale la Notte trova l’incontrovertibile essere e stare pienamente e giacché se stessa.

    E nondimeno, se è vero che “lì dove cresce il pericolo cresce anche ciò che salva[7]”, non dovremmo forse intendere, sul fondamento dell’essenza dell’Originario qui solo adombrata per cenno e annuncio, la Weltnacht del nostro tempo giacché conquista dell’Estremo dell’estremità dal sé, ovvero quale lo stesso suo prodromico portarsi presso la massima concentrazione e completezza della propria contraddittorietà al fine di lungi-rifrangereda lì, cioè a punto estremamente – la somma solo propria possibilità di essere? Non è, altresì, esattamente nell’attimo sogliale del Crepuscolo che l’Originario trova la massima approssimazione al contenuto del sé, ebbene il massimo suo asintotico esserci possibile?

    Per nove giorni portarono legna infinita:
    e quando la decima aurora, luce ai mortali, comparve,
    portarono fuori Ettore audace, piangendo,
    e posero il corpo in cima al rogo e attaccarono il fuoco.
    Ma quando figlia di luce brillò l’Aurora dita rosate
    il popolo si raccolse intorno al rogo d’Ettore luminoso;
    e come convennero e furono riuniti
    prima spensero il rogo con vino scintillante,
    tutto, là dove aveva regnato la furia del fuoco: poi
    raccolsero l’ossa bianche i fratelli e i compagni,piangendo:
    grosse lacrime per le guance cadevano.
    Raccolte, le misero dentro un’urna d’oro,
    avvolgendole in morbidi pepli purpurei:
    subito le deposero in una buca profonda,
    molte e grandi pietre vi posero sopra,
    e in fretta versarono il tumulo; v’erano guardie per tutto
    ché non li assalissero prima gli Achei buoni schinieri.
    Versato il tumulo, tornarono indietro: essi, poi,
    raccolti come conviene, banchettarono glorioso banchetto
    in casa di Priamo, il re stirpe di Zeus.
    Così onorarono la sepoltura d’Ettore domatore di cavalli.[8]

    Cade riverso e muore. Immobilità e cordoglio di coloro che l’attorniano. È scesa la notte. Ad un muto comando di Gunther, i guerrieri sollevano il cadavere di Siegfried e, durante quel che segue, lo accompagnano in corteo solenne su per i dirupi, lentamente allontanandosi. Gunther segue per primo il cadavere. La luna rompe tra le nubi e illumina con luce sempre più viva il corteo funebre, che va raggiungendo la sommità dell’altura. Salgono quindi le nebbie dal Reno, le quali a poco per volta riempiono fin sul davanti tutto il palcoscenico, dove il corteo funebre s’è già reso invisibile. Durante l’intermezzo, quello ne rimane interamente avvolto. Al nuovo dissiparsi delle nebbie, appare sempre meglio riconoscibile, la reggia dei Ghibicunghi, come nel primo atto.[9]

    Occorre tuttavia, in clausola, provare parenteticamente a ostendere, pur se in succinta sommarietà, che cosa essa destinazione necessaria dell’Originario implichi e per l’Uomo e per l’Essere stesso, così come comunemente e tradizionalmente (fra-)inteso (Phýsis), in modo da non lasciare adito alcuno a corrispondenze non ortodosse (Orthótes). Per ciò compiere, non possiamo non ritornare ulteriormente a Diá, ove si conferisce fondamento all’indicazione circa la relazione di coimplicazione necessaria tra Seinsgeschichte e Menschengeschichte: non si dà nulla, per l’Umano, al di fuori dell’Orizzonte intrascendibile dell’Umano, nulla, ovvero, può essere sé, epperò semplicemente essere, emancipato da essa omniavvolgenza prospettico-perimetrale nel cui proscenio ogni distinta sopraggiungenza (tà ónta) trova il proprio autentico fondamento a punto onto-tautotetico. E qualsivoglia epperò proiezione d’antecedenza, e qualsivoglia progettazione d’ulteriorità rispetto a detto intorno ineccepibile, non è se non e giacché riportata al di qua di esso, in esso. Pertanto, così come nell’ontogenesi non alcuna affermazione di anteriorità o posteriorità rispetto a questo nostro esserci individuale può essere affermata con stabilità di certezza, parimenti nella filogenesi o categorialità dell’Umano, non alcun annuncio può dimorare presso di verità l’atremia precordiale se non lo stesso proclama che dice dell’ineluttabilità – già archea – della destinazione ultima dell’Originario a sé. Non dunque è possibile parlare, in termini di compiutezza entelechiale, ovvero di perfezione d’atto in cui della Potenza non ne è più nulla, di End of History[10], se e poiché semplicemente parliamo e siamo: l’Uomo non può essere sé – epperò semplicemente essere – senza l’esserci della Storia (Geschichte), posto, come si è fatto, che la Storia è la sua più propria Essenza, ovvero il nostro stesso Destino comune (Geschick).

    Ciò, nonpertanto, di cui si dà liceità di parola – anzi, ciò di cui siamo cogentemente chiamati a dare testimonianza di verità, come qui si è cercato di compiere – è la tensione del nostro tempo verso la fine della Storia, tensione la cui diacronia si apre dinnanzi a noi senza alcuna pre-determinazione sua possibile (la potenza residua della Potenza è potenza non ulteriormente partibile), ma è, e sarà compiuta, con necessità (kata to Chreón) e secondo l’ordine del tempo (kata tèn toû Chronou Taxis), e così si è scritto.

    Alberto Iannelli


    Note al testo:

    1 Circa l’articolarsi epifenomenico di detto ubi consistam nei differenti settori dell'orizzonte dell’umano al tempo nostro, se ne dà elenco in Tò Éschaton, Ω. Tà Ákra (apò Archês), in Diá, A. Iannelli, Aracne Editrice, 2020.

    2 «Quanto alla terza funzione, che può essere anche ricavata per negazione dalle prime due, essa trova probabilmente i suoi princìpi originari nei momenti legati all’attività di produzione: in primo luogo la tecnica fertile (quindi l’agricoltura) che dà luogo alla ricchezza materiale. La terza funzione viene così ad essere posta in relazione con l’idea stessa di quantità, di gran numero, e trova la sua regola e il suo criterio nel concetto di misura, temperanza, moderazione. Non a caso, gli dèi che la rappresentano non sono mai posti come singolarità: così i gemelli Nâsatya, o la triade Niördhr, Freya, Freyr». E. Castrucci, La teoria indoeuropea delle tre funzioni in Georges Dumézil alle origini dell’antropologia giuridica, in, La teoria indoeuropea delle tre funzioni in Georges Dumézil e altri saggi, Giuffrè Francis Lefebvre, 2019.

    3 «La scoperta, cioè, del fatto che non solo e non tanto i nostri progenitori praticavano una sorta di “divisione del lavoro” in tre ordini o ripartivano la società e il loro pantheon in tre classi, ma che oltre a ciò avevano definito e teorizzato questa divisione facendone un’ideologia, ovvero, secondo il senso già chiarito in cui Dumézil usa questo termine, una concezione globale dell’universo, dell’uomo e delle forze e tendenze che li creano e li sottendono, una riflessione sugli equilibri, le tensioni e i conflitti necessari al buon funzionamento del mondo così come della città, degli uomini così come degli dèi. L’ideologia “tripartita” appare infatti come il mito principale, la trama stessa della cultura indoeuropea […]. Una domanda che ci si è tradizionalmente posti di fronte alla costanza di questi dati è quella relativa alla possibile natura universale e in qualche maniera “ontologica” del modello tripartito: non sono forse le tre esigenze fondamentali, e perciò “elementari”, di ogni popolo quelle di essere governato, difeso e nutrito? Dumézil ha risposto in più contesti con chiarezza a questa obiezione: “Nel mondo antico né gli Egizi, prima dei contatti avuti con i popoli del mare, né gli Asianici, né gli Hurriti, popoli condotti essi stessi da aristocrazie indoeuropee o segnati dall’influenza degli indoeuropei, né le popolazioni mesopotamiche prima della dominazione dei Cassiti, questi ultimi a componente indoeuropea, né più in generale i semiti, i siberiani o i cinesi, o qualunque altro popolo non indoeuropeo o che non sia stato esposto ad influenza indoeuropea certa e documentabile, ha mai compreso una tale struttura quale sostegno e spina dorsale della sua ideologia e della sua vita sociale”. E ancora, in altro contesto: “Invano si sono ricercate repliche agli schemi concordanti della tripartizione nella pratica o nelle tradizioni delle società ugro-finniche o siberiane, presso i cinesi o gli ebrei biblici, in Fenicia o nella Mesopotamia sumera e semita […]. Ciò che si osserva invece sono sia organizzazioni indifferenziate di nomadi, dove ciascuno è nello stesso tempo combattente e pastore, sia organizzazioni teocratiche di popoli sedentari in cui un re-sacerdote o un imperatore divino è bilanciato da una massa infinitamente frammentaria ma indifferenziata, sia – ancora – società in cui lo stregone non è che uno specialista in mezzo a molti altri, malgrado il timore che il suo specialismo ispira. Niente di tutto ciò ricorda insomma la struttura delle tre classi funzionali gerarchizzate. Non ci sono eccezioni”». E. Castrucci, op. cit.

    4 Iuppiter, Mars, Quirinus; Bouleutikón/Phylakikoû (Logistikón), Epikouretikón/Polemikoû (Thymoeidés), Chrematistikón (Epithymetikón); Oratores, Bellatores, Laboratores; Clergé, Noblesse, Tiers état.

    5 «Fiorenza dentro da la cerchia antica, / ond’ ella toglie ancora e terza e nona, /si stava in pace, sobria e pudica. // Non avea catenella, non corona, / non gonne contigiate, non cintura / che fosse a veder più che la persona. // Non faceva, nascendo, ancor paura / la figlia al padre, ché ’l tempo e la dote / non fuggien quinci e quindi la misura. // Non avea case di famiglia vòte; / non v’era giunto ancor Sardanapalo / a mostrar ciò che ’n camera si puote. / Non era vinto ancora Montemalo / dal vostro Uccellatoio, che, com’ è vinto / nel montar sù, così sarà nel calo. // Bellincion Berti vid’ io andar cinto / di cuoio e d’osso, e venir da lo specchio / la donna sua sanza ’l viso dipinto; // e vidi quel d’i Nerli e quel del Vecchio / esser contenti a la pelle scoperta, / e le sue donne al fuso e al pennecchio.// Oh fortunate! ciascuna era certa / de la sua sepultura, e ancor nulla /era per Francia nel letto diserta. // L’una vegghiava a studio de la culla, / e, consolando, usava l’idïoma / che prima i padri e le madri trastulla; // l’altra, traendo a la rocca la chioma, favoleggiava con la sua famiglia / d’i Troiani, di Fiesole e di Roma. // Saria tenuta allor tal maraviglia / una Cianghella, un Lapo Salterello, / qual or saria Cincinnato e Corniglia. //A così riposato, a così bello / viver di cittadini, a così fida / cittadinanza, a così dolce ostello, // Maria mi diè, chiamata in alte grida; / e ne l’antico vostro Batisteo / insieme fui cristiano e Cacciaguida». D. Alighieri, Divina Commedia, Paradiso, canto XV°, vv. 97–135. L’antica cerchia muraria fiorentina, con melancolica nostalgia rammemorata dall’antenato, non rappresenta infatti per Dante null’altro se non l’ipostasi stessa del Katéchon paolino, e ci fornisce agile adito alla correlazione necessaria tra distinzione, limite e contenimento da un lato, e preservazione dello Iustus Ordo, del cosmico métron, dall’altro, di quel Nomos der Erde che solo può conferire armonia e rettitudine sia all’uomo che alla pólis, tanto che la sua rottura, conseguenza dell’accrescimento patologico del suburbio e dell’inurbazione delle genti non fiorentine («Tutti color ch'a quel tempo eran ivi / da poter arme tra Marte e ‘l Batista, / eran il quinto di quei ch’or son vivi. // Ma la cittadinanza, ch’è or mista / di Campi, di Certaldo e di Fegghine, / pura vediesi ne l’ultimo artista»), enfiagione a sua volta determinata dalla tracotanza del mercante non più raffrenato, come un tempo, dal potere dei Cesari («Se la gente ch’al mondo più traligna / non fosse stata a Cesare noverca, / ma come madre a suo figlio benigna, // tal fatto è fiorentino e cambia e merca, / che si sarebbe vòlto a Simifonti, / là dove andava l’avolo a la cerca») rappresenta a punto la distruzione dell’ordine cosmico, secolare e dunque celeste.

    6 «La mia opinione è che il cinquantanove per cento dei “no”, non sta a dimostrare, miracolisticamente, una vittoria del laicismo, del progresso e della democrazia: niente affatto: esso sta a dimostrare invece due cose:
    1) che i “ceti medi” sono radicalmente – direi antropologicamente – cambiati: i loro valori positivi non sono più i valori sanfedisti e clericali ma sono i valori (ancora vissuti solo esistenzialmente e non “nominati”) dell'ideologia edonistica del consumo e della conseguente tolleranza modernistica di tipo americano. È stato lo stesso Potere – attraverso lo “sviluppo” della produzione di beni superflui, l'imposizione della smania del consumo, la moda, l'informazione (soprattutto, in maniera imponente, la televisione) – a creare tali valori, gettando a mare cinicamente i valori tradizionali e la Chiesa stessa, che ne era il simbolo.
    2) che l'Italia contadina e paleoindustriale è crollata, si è disfatta, non c'è più, e al suo posto c'è un vuoto che aspetta probabilmente di essere colmato da una completa borghesizzazione, del tipo che ho accennato qui sopra (modernizzante, falsamente tollerante, americaneggiante ecc.). P.P.Pasolini, Gli italiani non sono più quelli, in, Corriere della Sera, 10 giugno 1974, e poi in, Scritti Corsari, Studio sulla rivoluzione antropologica in Italia, Garzanti, 1975.

    7 «Wo aber Gefahr ist, waechst das Rettende auch», F. Hölderlin, Patmos, 1803.

    8 OMERO, Iliade, libro 24, vv. 784–804, versione di Rosa Calzecchi Onesti, Einaudi, Torino 1990, pp. 885–887.

    9 R. Wagner, Götterdämmerung, Der Ring des Nibelungen, trad. it. Guido Manacorda.

    10 «What we may be witnessing is not just the end of the Cold War, or the passing of a particular period of post-war history, but the end of history as such: that is, the end point of mankind's ideological evolution and the universalization of Western liberal democracy as the final form of human government». Y.F.Fukuyama, The End of History and the Last Man, 1992.

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