Orizzonte Altro
ORIZZONTE ALTRO
☰ KATEGORIAI
AUCTORITATES
OPERA
ARGUMENTA
INTERPRETATIONES
OI MATHETAI
RES GESATAE
OPERA
Werner Sombart
Mercanti ed Eroi

Händler und Helden. Patriotische Besinnungen, 1915.1
Werner Sombart
Mercanti ed Eroi
Händler und Helden. Patriotische Besinnungen, 1915.1
OPERA
Versione Pdf

Pressoché ogni storiografia evenemenziale redatta negli ultimi settant’anni concorda nell’applicare la ferrea legge newtoniana di azione-e-reazione ai due conflitti mondiali del Novecento con nettezza manichea e senza dubbio alcuno circa gli attori della relazione determinante-determinato: il bellicismo prussiano e la volontà di potenza hitleriana hanno causato l’aggressione alle democrazie liberali che, così e giacché assaltate, non altro hanno potuto se non a punto re-agire difensivamente.

Sentendoci parimenti certi nell’affermare l’arrestarsi, più o meno fazioso o superficiale, e anzitutto semplicistico, di dette sclerosi di verità viepiù universalmente riconosciute, presso ciò che immediatamente si mostra, tentiamo qui la prospezione di verità ulteriori, altre ossia maggiormente originarie, interrogandoci circa il possibile esserci, indubbiamente più atro e carsico, di un’antecedente causazione il rinvenimento della quale non differente risultato apporterebbe alla nostra indagine se non il trasdurre l’azione di detti due totalitarismi liberticidi in reazione (qui non si dà questione, ben inteso, circa la iusta pars, la Storia avendo ciò già decretato e deciso, bensì tentativo di inquadramento degli eventi entro una precisa linea di sviluppo che sola possa portare a manifestazione il rapporto causale qui posto sotto indagine, in modo che questo tracciato evolutivo possa disvelare precisamente di essa Storia la propria destinazione prossima).

Consentaneamente a quanto espresso nel manifesto stesso di questo spazio di prospettiva differente e ulteriore, non possiamo certamente ricercare in quei manuali alcuna verità più originaria giacché essi trovano fondamento proprio nell’orizzonte interpretativo di senso nostro coevo che pone anapoditticamente sé quale incontrovertibile, ultimo, definitivo, indefettibile, e che tutto precisamente avvolge e coinvolge in esse sue caratteristiche rese massimamente invitte e inconcusse intrascendibili proprio dall’essere la refutabilità relativistica di ogni posizione di verità l’indichiarato assoluto stesso della posizione del sé (“civilizzazione dell’epoca faustiana dell’Era della Deuteriorità”: si è scritto altrove).

Occorre pertanto – e consentaneamente al nostro dichiarato compito (Aufgabe) – volgere lo sguardo altrove, indietro.

E lo facciamo anzitutto ed elettivamente compulsando l’opera di Werner Sombart, Händler und Helden. Patriotische Besinnungen, scritta e pubblicata nel 1915, nel settimo mese di guerra, nel pieno ovvero del primo conflitto mondiale, e dedicata “ai giovani eroi, là fuori, davanti al nemico”.

Noi abbiamo riconosciuto, con assoluta chiarezza, i nostri nemici, quando annunciarono al mondo che ciò che ora è in guerra sono “la civiltà dell’Europa occidentale” e “le idee del 1789” contro il “militarismo” tedesco e la “barbarità” tedesca. In effetti, è qui espressa, in modo istintivo, ma corretto, la contrapposizione più profonda. Io preferisco coglierla soltanto in un modo un può diverso e dire: ciò che ora è in lotta sono il mercante e l’eroe, sono la concezione mercantile del mondo e la concezione eroica del mondo, con le loro rispettive civiltà.

“Come? Esiste allora una diretta filogenesi tra la Rivoluzione francese e la Prima guerra mondiale, quasi che essa ne rappresenti un’ulteriore battaglia? E perché i mercanti sono associati ai rivoluzionari giacobini, non sono forse essi eroi, i più grandi tra gli eroi, ossia colori i quali hanno donato al mondo libertà, uguaglianza e fratellanza?”

Ci domandiamo come potrebbe reagire uno studente liceale del 2020 a queste parole provenienti da un tempo che verosimilmente gli parrebbe parimenti a esse affatto e remoto e altro, dopo aver concluso con profitto e orgoglio il suo cursus studiorum storico. Forse i più, eccessivamente destabilizzati, chiuderebbero semplicemente questo pamphlet di Sombart, addittando questi come folle, sovversivo, reazionario. Ma noi ci rivolgiamo ai migliori tra loro, ai più intrepidi, a coloro ossia che sanno osare anche e soprattutto contro le più inveterate e invitte evidenze.

Avanziamo dunque ancora nella lettura per trovare subito innanzi a noi l’ammonimento a non considerare esse due categorie antropologiche come stati professionali del tutto contingenti, bensì come “disposizioni d’animo” che sottendono due differenti e antitetiche “concezioni del mondo” in lotta tra loro. Si tratta ora di comprendere quali popoli ipostatizzano esse Weltanschauung e soprattutto per quali loro caratteristiche, per poi riannodare i fili dell’indagine nostra scoprendo il fondamento che intreccia tra loro il mondo realizzato a immagine e somiglianza del mercante, la Rivoluzione francese e il primo conflitto mondiale, consapevoli come anticipato del fatto che l’eventuale rinvenimento di una “linea evolutiva” rivoluzionaria liberal-borghese non possa che immediatamente confutare la tesi dell’immotivata aggressione tedesca – immotivata proprio giacché non da altro e antecedente aítion fondata – e della reazione anglo-francese come cause del conflitto 1914-1918.

Innanzitutto, ogni singolo uomo ha una concezione del mondo e così infatti vivono, l’una accanto all’altra, anche le anime da mercante e le anime da eroe, nello stesso popolo, nella medesima città. Però, io sostengo una guerra dei popoli per le loro concezioni del mondo e affermo, dunque, che mercanti ed eroi sono ora in lotta […]. In questo senso i popoli possono essere anche distinti in popoli di mercanti e popoli di eroi, cosicché in questa grande guerra sono tra loro in lotta per il predominio la concezione mercantile del mondo e la concezione eroica del mondo. Ma i loro portatori, i due popoli che rappresentano in modo netto la contrapposizione, sono gli Inglesi e i Tedeschi. E soltanto concepita come guerra anglo-tedesca, la guerra mondiale del 1914 ritrova il suo più profondo significato storico-universale. Si analizzino dunque e anzitutto “gli elementi dello spirito – mercantile – inglese” (capitolo II°):
Con spirito da mercanti io intendo quella concezione del mondo che si rivolge alla vita, domandando: “che cosa puoi darmi tu, o Vita?", che dunque guarda a tutta l’esistenza degli individui sulla terra come a una somma di negozi commerciali, che viene a patti, nel modo possibilmente più vantaggioso per se stessi, con il destino o con il Dio amato […] o con i propri simili, come singoli individui o nel loro complesso (vale a dire, con lo Stato). Il guadagno, che ne deve derivare dalla vita di ciascun individuo, è il maggiore piacere possibile, di cui fa parte una corrispondente provvista di beni materiali, idonea ad allietare l’esistenza. Nell’ambito di tale considerazione della vita, dunque, sarà riservato ai valori materiali uno spazio sempre più ampio e perciò sarà fonte di onore e gloria anche quell’attività che si preoccupa di produrre i mezzi per il piacere – i beni materiali –, cioè l’attività economica e soprattutto l’attività mercantile. Gli interessi economici otterranno dunque il predominio e gradualmente a essi verranno subordinate tutte le altre occupazioni della vita. Appena conquistata l’egemonia in un Paese, i rappresentanti dell’economia trasferiranno facilmente le concezioni proprie della loro vita professionale su tutte le altre attività della vita e l’immagine mercantile del mondo conoscerà un notevole rafforzamento e consolidamento, finché la concezione mercantile del mondo e la pratica commerciale non si confonderanno in un’unità in cui sarà impossibile distinguerle, come sta infatti accadendo nell’odierna Inghilterra. E se ne tenti di poi la collocazione puntuale della sua genesi storica, nient’affatto secondaria rispetto al nostro tentativo di disporre il primo conflitto mondiale lungo un tracciato di sviluppo che ridefinisca correttamente il rapporto di azione e reazione tra i confliggenti o, piuttosto, tra le visioni del mondo archetipicamente lì e allora contrapposte:
Occorreva solo attendere un brillante sviluppo della vita economica capitalistica e, soprattutto, la nascita di una lesta razza di mercanti dediti al commercio, come accadde in Inghilterra alla fine del XVI sec. (nel 1591 le prime navi inglesi salpano per le Indie, nel 1600 viene già fondata la Compagnia delle Indie Orientali), per costruire con questi elementi quella robusta concezione mercantile del mondo, che già da un paio di secoli caratterizza l’essenza inglese nel suo complesso. Torniamo ora per un attimo a porci nell’ottica del nostro promettente e ardimentoso studente liceale per provare a esplicitarne le possibili inferenze sorte dalla collazione dei passi citazionali sin qui espressi:

“Se i mercanti inglesi in lotta contro gli eroi tedeschi nel secondo decennio del Novecento sono gli epigono dei rivoluzionari francesi, e se la concezione mercantile del mondo, attestata almeno a partire dall’Inghilterra di fine Seicento, antecede quell’evento cesurale tra modernità e contemporaneità, quale relazione intercorre tra lo sviluppo di questo spirito e lo scoppio di quella rivoluzione?”

Lasciamo per un momento in sospeso lo sviluppo di essa – capitale – interrogazione congetturale, per riedere al nostro Sombart e capire meglio con lui e grazie a lui le ulteriori caratteristiche dello spirito, della società e della cultura, latamente intesa, dei mercanti.

La scienza inglese (capitolo III°)
È stato recentemente rilevato da studiosi competenti, e di nuovo a ragione, come la biologia inglese e la dottrina dell’evoluzione, divenute così famose, in fondo, altro non siano che la trasposizione della concezione borghese e liberale sui processi della vita umana.

Il mercante non riesce a rappresentarsi neppure lo Stato se non ricorrendo all’immagine di un gigantesco contratto commerciale che tutti stipulano con tutti.

La posizione teoretica del mercante di fronte alla guerra deriva senz’altro dalle sue opinioni fondamentali: il suo ideale deve essere la pace universale ed “eterna” […]. Che gli investimenti internazionali, che il commercio, e in particolar modo il grande commercio d’oltremare (beninteso, nelle forme assunte dall’odierna civilizzazione), abbiano bisogno della pace per poter prosperare, lo capisce persino un bambino. Da che il lardo e il cotone possono essere trasportati, senza pericolo, da una parte all’altra della terra e da quando questo fatto ha assunto, nella realtà storica, una così grande importanza, si deve considerare anche la più breve interruzione del traffico commerciale, a causa dello scoppio di una guerra, come un evento incompatibile con il progresso della civilizzazione. Poiché, anzi, la progressiva commercificazione dell’umanità viene spacciata come un’evoluzione verso forme di esistenza superiori, allora l’esigenza morale della pace perpetua ed eterna si pone proprio come una conclusione ovvia e naturale.
Lo Stato e la civiltà inglese (capitolo IV°)
Gli Inglesi sono persino diventati “tolleranti” nelle questioni religiose: infatti la tolleranza si accorda molto meglio con il guadagnare e il vivere comodamente di quanto non possa fare un’ostinata ortodossia […]. Non dobbiamo neppure dimenticare che nella celebre Dichiarazione d’Indulgenza di Giacomo II, dell’anno 1687, che viene ammirata come la Magna Charta della tolleranza religiosa, è detto espressamente: persecution was unfavourable to population and to trade, le persecuzioni religiose non favoriscono gli interessi dell’industria e del commercio. Consideriamo ora – in modo da ulteriormente cogliere, ma questa volta per contrasto, lo spirito del mercante – le caratteristiche spirituali, sociali e culturali degli eroi e della loro civiltà. Il pensiero tedesco e il sentimento tedesco si manifestano innanzitutto nel rifiuto unanime di tutto ciò che, anche solo lontanamente, si avvicina al pensiero e al sentimento inglese o in generale dell’Europa occidentale. Con avversione dell’animo, con sdegno, con senso di ribellione, “con profondo schifo”, lo spirito tedesco si è sollevato contro le “idee del XVIII sec.”, che erano di origine inglese; con risolutezza, ogni pensatore tedesco, ma anche ogni Tedesco capace di pensare in modo tedesco, ha rifiutato in ogni tempo l’utilitarismo, l’eudaimonismo e dunque ogni filosofia dell’utilità, della felicità e del piacere: in ciò furono concordi i fratelli nemici Schopenhauer e Hegel, e Fichte e Nietzsche, in ciò furono d’accorco classici e romantici, potsdamiani e weimeriani, Tedeschi antichi e moderni. Sunteggiamo per punti inferenziali il passo:

  • Le idee che hanno condotto alla fine dell’Ancien Régime “erano di origine inglese”, e basterebbe leggere le Lettres anglaises di Voltaire per ciò comprendere e sottoscrivere.
  • Pressocché tutta l’Europa occidentale – Germania esclusa – è avvolta (qui, belli ante) entro l’orizzonte peculiarmente contraddistinguente l’Inghilterra.
  • E cosa noi possiamo opporre all’ideale del bottegaio? Vi è un’affermazione che può ritrovarsi, sempre e comunque, in ogni concezione del mondo che voglia dirsi tedesca? Io credo di sì. E se devo esprime con una frase qual è tale affermazione, vorrei citare l’antico motto del marinaio, che è scolpito sulla Casa della Marina a Brema e che dice:

    Navigare necesse, vivere non est

    “Noi non abbiamo bisogno di vivere; se però viviamo, dobbiamo fare il nostro dannato dovere e adempiere i nostri obblighi”; oppure: “l’uomo deve compiere la propria opera finché vive”; oppure: “la vita del singolo è cosa importante, ma impegnarsi per la collettività è la nostra determinazione”; oppure: “il benessere dell’uomo non è per nulla importante, se serve solo a se stesso”.

    Nella lingua tedesca […] solo una parola, mi sembra, racchiude tutto il senso di ogni nostro pensiero, di ogni nostra poesia e di ogni nostra aspirazione: questa parola è Aufgabe, cioè compito, dovere, ma anche rinunzia, abbandono […]. Raggiungere già sulla terra l’unione con la divinità è la caratteristica più luminosa del pensiero tedesco: e raggiungerla non con la mortificazione della carne e della volontà, bensì attraverso l’agire e il creare pieni di forza ed energia. Il nostro stesso compito deriva dal continuo porre e portare a termine nuovi compiti della vita attiva: ciò dà alla nostra concezione del mondo la forza trionfante, ciò le conferisce l’insuperabilità su questa terra. Per questo motivo io la chiamo una concezione eroica del mondo, una concezione del mondo propria degli eroi e ora il lettore può vedere sino a che punto io l’ho condotto: essere tedesco significa essere un eroe. Per questo noi, nella vita e nello spirito, contrapponiamo al mercantilismo inglese l’eroismo tedesco.

    La concezione eroica della vita sfocia direttamente e con necessità in un sentimento patriottico. Non c’è eroismo senza Patria e, come parimenti si deve dire, non c’è Patria senza eroismo […]. La concezione eroica del mondo, che può essere chiamata anche concezione idealistica, culmina, come abbiamo visto, nel disprezzo della vita meramente naturalistica del singolo individuo, la cui vocazione, invece, essa scorge nella rinuncia a se stessi per adempiere il proprio compito, nel sacrificio di sé offerto per raggiungere una superiore vita dello spirito […]. Così ciascuno è al servizio della causa, di un’entità sovrindividuale e, compiendo la propria opera, genera un mondo che si pone al di sopra e al di là dei singoli individui […]. Questa vita superindividuale, per la quale e nella quale il singolo vive, è rappresentata dall’idea del popolo o della Patria. La convinzione che noi siamo chiamati a vivere e a morire per questo Tutto, il quale vive sopra di noi, che esiste anche senza di noi e contro la nostra volontà; che soltanto la sua vita è vita reale, perché è una vita in Dio e nello spirito; ecco, questa consapevolezza morale costituisce il contenuto dell’idea di Patria e non ha nulla a che vedere con l’attaccamento sentimentale al “paese d’origine” e alla “terra natia”.
    Da una parte, ebbene, un individualismo centrato sulla conservazione oltranzistica del sé, della propria vita e dei suoi “comforts”, utilitaristicamente e pragmaticamente chiuso a ogni dimensione che trascenda la matericità della propria esistenza singola; dall’altra, la profonda consapevolezza dell’esserci – anzitutto – di una dimensione super-individuale sull’ara della cui pienezza e primaziale fondamentalità ontica l’individuo ha il compito di sacrificarsi, ove necessario, al fine di mantenere aperta la disponibilità di quella dimensione ulteriore che sola possa garantire e concedere a esso stesso singolo il suo più proprio ultimo compimento, l’adempimento epperò estremo del senso autentico dell’irripetibile e unico suo esistere.

    Ci sentiamo nondimeno in dovere di sceverare queste posizioni “spirituali” antipoidee e alternative dal nazionalismo di guerra e dai suoi eccessi, per ricondurle – come sovente in verità lo stesso Sombart compie – a due Weltanschauung di certo non e mai meta-storiche, ma senz’altro dal più vasto cronotopo: basterebbe rammentare, infatti, tra le moltissime occorrenze, le parole con cui Turno schernisce e disprezza Dracne dinnanzi all’assemblea dei Latini, a tacer poi dell’origine pompeiana del suddetto motto bremese, per comprendere come esse due opposte disposizioni d’animo immorsino con il loro confliggere “esistenziale”, nonché certamente con la concretezza degli ordinamenti e degli orientamenti politici e culturali da essi discesi, buona parte della storia tutta dei popoli indo-europei.

    Lituo educto, tentiamo dunque, sempre condotti da Sombart, la retta perimetrazione dell’orizzonte storico in cui il clangore dell’imminente battaglia principia il proprio elevamento qui ancora ecoico, in modo che, inseriti nell’ortogonia di esso tracciato templare, gli eventi che condurranno all’inevitabile scontro possano trovare la loro fondata interpretazione.
    La vita prima della guerra (capitolo IX°)

    Nessun dubbio: prima della guerra, la civiltà dei mercanti era sul punto di conquistare il mondo. Come lo spirito dei mercanti si era creato un sistema economico adeguato alle proprie esigenze, cioè il capitalismo, così del resto lo utilizzò per trovare con esso uno sbocco in tutti i Paesi. Anzi – vi erano circoli in cui dominava la profonda convinzione che, nella misura in cui il sistema economico capitalistico si fosse diffuso sulla terra, allo stesso modo anche lo spirito dei mercanti e con esso la civiltà mercantile sarebbero diventati dominanti su tutte le altre culture, una visione secondo la quale dunque il problema di un’umanità comune sarebbe dovuto finalmente giungere a risoluzione […]. Solo questo è certo: in Inghilterra, per prima, l’umanità si ammalò dello spirito dei mercanti.
    E ancora, ma con maggiore pathos crepuscolare, Te lucis ante terminum, Rerum Creator poscimus:
    La redenzione dal male (capitolo XI°)

    Chi ha letto i due capitoli precedenti avrà compreso, anche senza conoscere i miei scritti anteriori, perché io e molti altri, e non certo i peggiori, fossimo caduti in preda, prima della guerra, a un profondo pessimismo sulla nostra civiltà. Eravamo pervenuti alla precisa convinzione che per l’umanità si fosse giunti alla fine, che il resto della sua esistenza su questa terra sarebbe consistito in una situazione oltremodo sgradevole di plebeizzazione, nella trasformazione di tutti in formiche; eravamo convinti che lo spirito dei mercanti fosse in procinto di annidarsi dovunque e che vicino fosse l’avvento degli “ultimi uomini”, i quali parlano così: noi abbiamo inventato la felicità, dicono, e strizzano l’occhio.
    Ed ecco l’evento soterico o, piuttosto, ostativo, resistenziale, restaurativo:
    Qui si compì il miracolo. Venne la guerra. E da mille e mille fonti, da sorgenti infinite, proruppe un nuovo spirito: no – nessun nuovo spirito! Era l’antico spirito tedesco degli eroi, che aveva continuato ad ardere sotto la cenere e che ora, improvvisamente, brillava splendendo in una nuova fiamma.
    Un mondo millenario al tramonto, l’arida ombra della reificazione nichilista – che per Sombart assume l’effige della riduzione a mercato del mondo e a merce dell’uomo – avanza tutto tutt’intorno insterilendo col circonfondersi del proprio tocco meontificante, invitta nel proprio eudaimonismo universalista e sì d’ansito eleuteristico e d’anelito emancipativo tanto pervasiva e omniafferrante da non lasciare spazio d’evasione e d’eccezione alcuno: ipotizzando, ma in verità ponendo con certezza pressoché inconcussa, che questa fosse la “situazione emotiva fondamentale” percepita e vissuta, con Sombart, da buona parte dell’intellighenzia e dell’ardimentosa gioventù germanica del tempo, si può davvero con leggiadra liceità parlare d’immotivata aggressione imperialista o d’antiumano militarismo prussiano? O non piuttosto Guglielo II° incarnerà, in menti e in cuori assediati, attaccati e minacciati in ciò che avevano di più sacro, ossia la propria millenaria Kultur, la propria Origine e la propria Storia, quella “forza frenante” paolina recuperata qualche decennio più tardi da un altro grande tedesco del proprio tempo nemico?

    Torniamo ancora per un attimo all’esegesi sombartiana, prima di esplicitare in clausola la nostra qui escussa disposizione causale degli eventi che hanno – destinalmente – condotto verso quella prima conflagrazione novecentesca, per cogliere ancora più da presso l’importanza – anzitutto spirituale – della posta in gioco, tanto sincronica quanto diacronica:
    Ma che fine farà, si domandano quegli animi pavidi a cui la germanità è ancora qualcosa di estraneo, che fine farà il lodato “internazionalismo”, a favore del quale abbiamo lavorato da secoli con tanto zelo e che in fondo per noi assume il significato dell’unico e vero valore? Io non voglio essere così grossolano da rispondere a questa domanda senza troppi giri di parole: “Che il diavolo se lo porti!” (e colga l’occasione per portarsi via pure voi, animi pavidi!)”, ma voglio riflettere per un attimo su cosa propriamente si deve intendere con questo “internazionalismo” e quali faccende hanno a che fare con esso […]. Gli appartenenti a diversi popoli si sono trasformati, per così dire, in tipi particolari. E così come non si dà un albero astratto se non nella nostra rappresentazione ideale, allo stesso modo neanche un uomo astratto esiste in un senso diverso. E soprattutto non esiste l’idea di un uomo oltrenazionale, la realizzazione della quale possa costituire il compimento dell’uomo nazionale. Significa distruggere tutti i valori dell’umanità, se si vogliono mescolare o cancellare le peculiarità nazionali […]. Ancora, è impensabile un Superuomo meta-nazionale come creatore di valori culturali. In quale lingua, infatti, il Superuomo, che non è né tedesco né inglese, dovrebbe poetare? Forse in esperanto? Buon appetito, questo è il mio augurio.
    E ancora, immediatamente disvelando a noi, figli del globalismo capitalistico-consumista odierno - eudaimonico-edonistico-eleuteromane –, il vero fondamento dell’universalismo e del cosmopolitismo settecentesco oggi viepiù mondialmente adempiuto (“l’anti-tipicità dell’Indistinzione posta a sostrato del tutto obstende l’orizzonte più fertile all’eteronoma acquisizione – contingente, provvisoria, cangiante – di qualsivoglia sempre e fluida e transeunte identità particolare il Potere voglia fare di volta in volta mercimonio”):
    Noi non vogliamo conquistare il mondo. Non abbiate paura, voi cari vicini: non v’inghiottiremo. Come potremmo vivere con un tale indigesto boccone nello stomaco? Inoltre, neppure la conquista di popoli primitivi o solo per metà civilizzati, al fine di colmarli di spirito tedesco, rientra nei nostri desideri. Una tale “germanizzazione” non è assolutamente possibile. L’inglese può semmai colonizzare in tal guisa tutti i popoli stranieri e riversare su di loro il suo spirito. Proprio perché non ne ha nessuno. Si tratta infatti dello spirito bottegaio. In un mercante [e in un consumatore, nostra, di contemporanei, aggiunta] posso trasformarci qualsiasi uomo, e diffondere così la civilizzazione inglese: non si tratta certo di un gioco di prestigio. Il grande “talento colonizzatore” che si loda negli Inglesi non è nient’altro che un’espressione per indicare la loro povertà spirituale. Impiantare negli altri popoli la cultura tedesca: chi potrebbe averne l’ardire? L’eroismo non può essere instillato in qualsivoglia posto della terra come una conduttura del gas. Ed ecco, nell’estremo, l’ipercalisse che consustanzia l’investitura storico-destinale da Sombart conferita ai “giovani eroi, là fuori, davanti al nemico”, nonché il compito (l'Aufgabe appunto) del popolo tedesco tutto:
    La Germina è l’ultimo argine, l’ultima diga contro il fiume di melma e di fango del commercialismo, che o si è già riversato su tutti gli altri popoli oppure ha in mente di riversarsi in modo inarrestabile su di loro, perché nessuno di questi può difendersi dal pericolo che avanza impetuoso, opponendogli la corazza della concezione eroica del mondo, che è la sola, come abbiamo visto, in grado di promettere salvezza e protezione.
    ***

    Torniamo dunque, in conclusione, al nostro studente e alle sue ancor sospese inferenze, per colmarle, ampliandole:

    Vi è una linea diretta e incontrovertibile di sviluppo che collega e coalesce tra loro la fioritura tardomedievale e protorinascimentale dei Comuni dell’Italia centro-settentrionale e della Germania meridionale, la nascita delle banche private e l’uso della partita doppia contabile, i capitali viepiù ingenti accumulati dalle compagnie commerciali e dalle nuove società per azioni nell’aprirsi delle rotte transoceaniche, con il razionalismo, il parlamentarismo e la rivoluzione inglese del ‘600, l’illuminismo, l’universalismo e la rivoluzione francese del secolo successivo, nonché, ulteriormente, con la democrazia liberale anglo-franco-americana del primo ‘900 e il suo portato sociale, economico, giuridico, culturale, spirituale.

    Contro tutto ciò, la Germania si erse a difesa dell’antico deposto. A ciò re-agendo cadde sconfitta, trascinando nella polvere l’antico stesso.

    Non si tratta, per noi, ora, s’è detto, di piangere o di celebrare la sconfitta o la vittoria: così è andata, epperò così doveva andare, la Storia su tutto ha paternità e su tutto signoria, e degl’uni decreta il trionfo, degl’altri la disfatta.

    Si tratta piuttosto di comprendere – ed è precisamente questa la nostra “missione di dotti” – quale sia la filogenesi del nostro attuale orizzonte, quali i suoi fondamenti e le sue premesse, quale la sua origine: solo così potremmo, infatti, compiere il nostro destino storico, se ancora uno ne rimane.

    Alberto Iannelli


    1 Si fa qui riferimento all’edizione italiana, pubblicata da Aracne Editore, Roma 2012. Prefazione di Francesco Ingravalle. Traduzione di Enrico Daly.
    Pressoché ogni storiografia evenemenziale redatta negli ultimi settant’anni concorda nell’applicare la ferrea legge newtoniana di azione-e-reazione ai due conflitti mondiali del Novecento con nettezza manichea e senza dubbio alcuno circa gli attori della relazione determinante-determinato: il bellicismo prussiano e la volontà di potenza hitleriana hanno causato l’aggressione alle democrazie liberali che, così e giacché assaltate, non altro hanno potuto se non a punto re-agire difensivamente.

    Sentendoci parimenti certi nell’affermare l’arrestarsi, più o meno fazioso o superficiale, e anzitutto semplicistico, di dette sclerosi di verità viepiù universalmente riconosciute, presso ciò che immediatamente si mostra, tentiamo qui la prospezione di verità ulteriori, altre ossia maggiormente originarie, interrogandoci circa il possibile esserci, indubbiamente più atro e carsico, di un’antecedente causazione il rinvenimento della quale non differente risultato apporterebbe alla nostra indagine se non il trasdurre l’azione di detti due totalitarismi liberticidi in reazione (qui non si dà questione, ben inteso, circa la iusta pars, la Storia avendo ciò già decretato e deciso, bensì tentativo di inquadramento degli eventi entro una precisa linea di sviluppo che sola possa portare a manifestazione il rapporto causale qui posto sotto indagine, in modo che questo tracciato evolutivo possa disvelare precisamente di essa Storia la propria destinazione prossima).

    Consentaneamente a quanto espresso nel manifesto stesso di questo spazio di prospettiva differente e ulteriore, non possiamo certamente ricercare in quei manuali alcuna verità più originaria giacché essi trovano fondamento proprio nell’orizzonte interpretativo di senso nostro coevo che pone anapoditticamente sé quale incontrovertibile, ultimo, definitivo, indefettibile, e che tutto precisamente avvolge e coinvolge in esse sue caratteristiche rese massimamente invitte e inconcusse intrascendibili proprio dall’essere la refutabilità relativistica di ogni posizione di verità l’indichiarato assoluto stesso della posizione del sé (“civilizzazione dell’epoca faustiana dell’Era della Deuteriorità”: si è scritto altrove).

    Occorre pertanto – e consentaneamente al nostro dichiarato compito (Aufgabe) – volgere lo sguardo altrove, indietro.

    E lo facciamo anzitutto ed elettivamente compulsando l’opera di Werner Sombart, Händler und Helden. Patriotische Besinnungen, scritta e pubblicata nel 1915, nel settimo mese di guerra, nel pieno ovvero del primo conflitto mondiale, e dedicata “ai giovani eroi, là fuori, davanti al nemico”.

    Noi abbiamo riconosciuto, con assoluta chiarezza, i nostri nemici, quando annunciarono al mondo che ciò che ora è in guerra sono “la civiltà dell’Europa occidentale” e “le idee del 1789” contro il “militarismo” tedesco e la “barbarità” tedesca. In effetti, è qui espressa, in modo istintivo, ma corretto, la contrapposizione più profonda. Io preferisco coglierla soltanto in un modo un può diverso e dire: ciò che ora è in lotta sono il mercante e l’eroe, sono la concezione mercantile del mondo e la concezione eroica del mondo, con le loro rispettive civiltà.

    “Come? Esiste allora una diretta filogenesi tra la Rivoluzione francese e la Prima guerra mondiale, quasi che essa ne rappresenti un’ulteriore battaglia? E perché i mercanti sono associati ai rivoluzionari giacobini, non sono forse essi eroi, i più grandi tra gli eroi, ossia colori i quali hanno donato al mondo libertà, uguaglianza e fratellanza?”

    Ci domandiamo come potrebbe reagire uno studente liceale del 2020 a queste parole provenienti da un tempo che verosimilmente gli parrebbe parimenti a esse affatto e remoto e altro, dopo aver concluso con profitto e orgoglio il suo cursus studiorum storico. Forse i più, eccessivamente destabilizzati, chiuderebbero semplicemente questo pamphlet di Sombart, addittando questi come folle, sovversivo, reazionario. Ma noi ci rivolgiamo ai migliori tra loro, ai più intrepidi, a coloro ossia che sanno osare anche e soprattutto contro le più inveterate e invitte evidenze.

    Avanziamo dunque ancora nella lettura per trovare subito innanzi a noi l’ammonimento a non considerare esse due categorie antropologiche come stati professionali del tutto contingenti, bensì come “disposizioni d’animo” che sottendono due differenti e antitetiche “concezioni del mondo” in lotta tra loro. Si tratta ora di comprendere quali popoli ipostatizzano esse Weltanschauung e soprattutto per quali loro caratteristiche, per poi riannodare i fili dell’indagine nostra scoprendo il fondamento che intreccia tra loro il mondo realizzato a immagine e somiglianza del mercante, la Rivoluzione francese e il primo conflitto mondiale, consapevoli come anticipato del fatto che l’eventuale rinvenimento di una “linea evolutiva” rivoluzionaria liberal-borghese non possa che immediatamente confutare la tesi dell’immotivata aggressione tedesca – immotivata proprio giacché non da altro e antecedente aítion fondata – e della reazione anglo-francese come cause del conflitto 1914-1918.

    Innanzitutto, ogni singolo uomo ha una concezione del mondo e così infatti vivono, l’una accanto all’altra, anche le anime da mercante e le anime da eroe, nello stesso popolo, nella medesima città. Però, io sostengo una guerra dei popoli per le loro concezioni del mondo e affermo, dunque, che mercanti ed eroi sono ora in lotta […]. In questo senso i popoli possono essere anche distinti in popoli di mercanti e popoli di eroi, cosicché in questa grande guerra sono tra loro in lotta per il predominio la concezione mercantile del mondo e la concezione eroica del mondo. Ma i loro portatori, i due popoli che rappresentano in modo netto la contrapposizione, sono gli Inglesi e i Tedeschi. E soltanto concepita come guerra anglo-tedesca, la guerra mondiale del 1914 ritrova il suo più profondo significato storico-universale. Si analizzino dunque e anzitutto “gli elementi dello spirito – mercantile – inglese” (capitolo II°):
    Con spirito da mercanti io intendo quella concezione del mondo che si rivolge alla vita, domandando: “che cosa puoi darmi tu, o Vita?", che dunque guarda a tutta l’esistenza degli individui sulla terra come a una somma di negozi commerciali, che viene a patti, nel modo possibilmente più vantaggioso per se stessi, con il destino o con il Dio amato […] o con i propri simili, come singoli individui o nel loro complesso (vale a dire, con lo Stato). Il guadagno, che ne deve derivare dalla vita di ciascun individuo, è il maggiore piacere possibile, di cui fa parte una corrispondente provvista di beni materiali, idonea ad allietare l’esistenza. Nell’ambito di tale considerazione della vita, dunque, sarà riservato ai valori materiali uno spazio sempre più ampio e perciò sarà fonte di onore e gloria anche quell’attività che si preoccupa di produrre i mezzi per il piacere – i beni materiali –, cioè l’attività economica e soprattutto l’attività mercantile. Gli interessi economici otterranno dunque il predominio e gradualmente a essi verranno subordinate tutte le altre occupazioni della vita. Appena conquistata l’egemonia in un Paese, i rappresentanti dell’economia trasferiranno facilmente le concezioni proprie della loro vita professionale su tutte le altre attività della vita e l’immagine mercantile del mondo conoscerà un notevole rafforzamento e consolidamento, finché la concezione mercantile del mondo e la pratica commerciale non si confonderanno in un’unità in cui sarà impossibile distinguerle, come sta infatti accadendo nell’odierna Inghilterra. E se ne tenti di poi la collocazione puntuale della sua genesi storica, nient’affatto secondaria rispetto al nostro tentativo di disporre il primo conflitto mondiale lungo un tracciato di sviluppo che ridefinisca correttamente il rapporto di azione e reazione tra i confliggenti o, piuttosto, tra le visioni del mondo archetipicamente lì e allora contrapposte:
    Occorreva solo attendere un brillante sviluppo della vita economica capitalistica e, soprattutto, la nascita di una lesta razza di mercanti dediti al commercio, come accadde in Inghilterra alla fine del XVI sec. (nel 1591 le prime navi inglesi salpano per le Indie, nel 1600 viene già fondata la Compagnia delle Indie Orientali), per costruire con questi elementi quella robusta concezione mercantile del mondo, che già da un paio di secoli caratterizza l’essenza inglese nel suo complesso. Torniamo ora per un attimo a porci nell’ottica del nostro promettente e ardimentoso studente liceale per provare a esplicitarne le possibili inferenze sorte dalla collazione dei passi citazionali sin qui espressi:

    “Se i mercanti inglesi in lotta contro gli eroi tedeschi nel secondo decennio del Novecento sono gli epigono dei rivoluzionari francesi, e se la concezione mercantile del mondo, attestata almeno a partire dall’Inghilterra di fine Seicento, antecede quell’evento cesurale tra modernità e contemporaneità, quale relazione intercorre tra lo sviluppo di questo spirito e lo scoppio di quella rivoluzione?”

    Lasciamo per un momento in sospeso lo sviluppo di essa – capitale – interrogazione congetturale, per riedere al nostro Sombart e capire meglio con lui e grazie a lui le ulteriori caratteristiche dello spirito, della società e della cultura, latamente intesa, dei mercanti.

    La scienza inglese (capitolo III°)
    È stato recentemente rilevato da studiosi competenti, e di nuovo a ragione, come la biologia inglese e la dottrina dell’evoluzione, divenute così famose, in fondo, altro non siano che la trasposizione della concezione borghese e liberale sui processi della vita umana.

    Il mercante non riesce a rappresentarsi neppure lo Stato se non ricorrendo all’immagine di un gigantesco contratto commerciale che tutti stipulano con tutti.

    La posizione teoretica del mercante di fronte alla guerra deriva senz’altro dalle sue opinioni fondamentali: il suo ideale deve essere la pace universale ed “eterna” […]. Che gli investimenti internazionali, che il commercio, e in particolar modo il grande commercio d’oltremare (beninteso, nelle forme assunte dall’odierna civilizzazione), abbiano bisogno della pace per poter prosperare, lo capisce persino un bambino. Da che il lardo e il cotone possono essere trasportati, senza pericolo, da una parte all’altra della terra e da quando questo fatto ha assunto, nella realtà storica, una così grande importanza, si deve considerare anche la più breve interruzione del traffico commerciale, a causa dello scoppio di una guerra, come un evento incompatibile con il progresso della civilizzazione. Poiché, anzi, la progressiva commercificazione dell’umanità viene spacciata come un’evoluzione verso forme di esistenza superiori, allora l’esigenza morale della pace perpetua ed eterna si pone proprio come una conclusione ovvia e naturale.
    Lo Stato e la civiltà inglese (capitolo IV°)
    Gli Inglesi sono persino diventati “tolleranti” nelle questioni religiose: infatti la tolleranza si accorda molto meglio con il guadagnare e il vivere comodamente di quanto non possa fare un’ostinata ortodossia […]. Non dobbiamo neppure dimenticare che nella celebre Dichiarazione d’Indulgenza di Giacomo II, dell’anno 1687, che viene ammirata come la Magna Charta della tolleranza religiosa, è detto espressamente: persecution was unfavourable to population and to trade, le persecuzioni religiose non favoriscono gli interessi dell’industria e del commercio. Consideriamo ora – in modo da ulteriormente cogliere, ma questa volta per contrasto, lo spirito del mercante – le caratteristiche spirituali, sociali e culturali degli eroi e della loro civiltà. Il pensiero tedesco e il sentimento tedesco si manifestano innanzitutto nel rifiuto unanime di tutto ciò che, anche solo lontanamente, si avvicina al pensiero e al sentimento inglese o in generale dell’Europa occidentale. Con avversione dell’animo, con sdegno, con senso di ribellione, “con profondo schifo”, lo spirito tedesco si è sollevato contro le “idee del XVIII sec.”, che erano di origine inglese; con risolutezza, ogni pensatore tedesco, ma anche ogni Tedesco capace di pensare in modo tedesco, ha rifiutato in ogni tempo l’utilitarismo, l’eudaimonismo e dunque ogni filosofia dell’utilità, della felicità e del piacere: in ciò furono concordi i fratelli nemici Schopenhauer e Hegel, e Fichte e Nietzsche, in ciò furono d’accorco classici e romantici, potsdamiani e weimeriani, Tedeschi antichi e moderni. Sunteggiamo per punti inferenziali il passo:

  • Le idee che hanno condotto alla fine dell’Ancien Régime “erano di origine inglese”, e basterebbe leggere le Lettres anglaises di Voltaire per ciò comprendere e sottoscrivere.
  • Pressocché tutta l’Europa occidentale – Germania esclusa – è avvolta (qui, belli ante) entro l’orizzonte peculiarmente contraddistinguente l’Inghilterra.
  • E cosa noi possiamo opporre all’ideale del bottegaio? Vi è un’affermazione che può ritrovarsi, sempre e comunque, in ogni concezione del mondo che voglia dirsi tedesca? Io credo di sì. E se devo esprime con una frase qual è tale affermazione, vorrei citare l’antico motto del marinaio, che è scolpito sulla Casa della Marina a Brema e che dice:

    Navigare necesse, vivere non est

    “Noi non abbiamo bisogno di vivere; se però viviamo, dobbiamo fare il nostro dannato dovere e adempiere i nostri obblighi”; oppure: “l’uomo deve compiere la propria opera finché vive”; oppure: “la vita del singolo è cosa importante, ma impegnarsi per la collettività è la nostra determinazione”; oppure: “il benessere dell’uomo non è per nulla importante, se serve solo a se stesso”.

    Nella lingua tedesca […] solo una parola, mi sembra, racchiude tutto il senso di ogni nostro pensiero, di ogni nostra poesia e di ogni nostra aspirazione: questa parola è Aufgabe, cioè compito, dovere, ma anche rinunzia, abbandono […]. Raggiungere già sulla terra l’unione con la divinità è la caratteristica più luminosa del pensiero tedesco: e raggiungerla non con la mortificazione della carne e della volontà, bensì attraverso l’agire e il creare pieni di forza ed energia. Il nostro stesso compito deriva dal continuo porre e portare a termine nuovi compiti della vita attiva: ciò dà alla nostra concezione del mondo la forza trionfante, ciò le conferisce l’insuperabilità su questa terra. Per questo motivo io la chiamo una concezione eroica del mondo, una concezione del mondo propria degli eroi e ora il lettore può vedere sino a che punto io l’ho condotto: essere tedesco significa essere un eroe. Per questo noi, nella vita e nello spirito, contrapponiamo al mercantilismo inglese l’eroismo tedesco.

    La concezione eroica della vita sfocia direttamente e con necessità in un sentimento patriottico. Non c’è eroismo senza Patria e, come parimenti si deve dire, non c’è Patria senza eroismo […]. La concezione eroica del mondo, che può essere chiamata anche concezione idealistica, culmina, come abbiamo visto, nel disprezzo della vita meramente naturalistica del singolo individuo, la cui vocazione, invece, essa scorge nella rinuncia a se stessi per adempiere il proprio compito, nel sacrificio di sé offerto per raggiungere una superiore vita dello spirito […]. Così ciascuno è al servizio della causa, di un’entità sovrindividuale e, compiendo la propria opera, genera un mondo che si pone al di sopra e al di là dei singoli individui […]. Questa vita superindividuale, per la quale e nella quale il singolo vive, è rappresentata dall’idea del popolo o della Patria. La convinzione che noi siamo chiamati a vivere e a morire per questo Tutto, il quale vive sopra di noi, che esiste anche senza di noi e contro la nostra volontà; che soltanto la sua vita è vita reale, perché è una vita in Dio e nello spirito; ecco, questa consapevolezza morale costituisce il contenuto dell’idea di Patria e non ha nulla a che vedere con l’attaccamento sentimentale al “paese d’origine” e alla “terra natia”.
    Da una parte, ebbene, un individualismo centrato sulla conservazione oltranzistica del sé, della propria vita e dei suoi “comforts”, utilitaristicamente e pragmaticamente chiuso a ogni dimensione che trascenda la matericità della propria esistenza singola; dall’altra, la profonda consapevolezza dell’esserci – anzitutto – di una dimensione super-individuale sull’ara della cui pienezza e primaziale fondamentalità ontica l’individuo ha il compito di sacrificarsi, ove necessario, al fine di mantenere aperta la disponibilità di quella dimensione ulteriore che sola possa garantire e concedere a esso stesso singolo il suo più proprio ultimo compimento, l’adempimento epperò estremo del senso autentico dell’irripetibile e unico suo esistere.

    Ci sentiamo nondimeno in dovere di sceverare queste posizioni “spirituali” antipoidee e alternative dal nazionalismo di guerra e dai suoi eccessi, per ricondurle – come sovente in verità lo stesso Sombart compie – a due Weltanschauung di certo non e mai meta-storiche, ma senz’altro dal più vasto cronotopo: basterebbe rammentare, infatti, tra le moltissime occorrenze, le parole con cui Turno schernisce e disprezza Dracne dinnanzi all’assemblea dei Latini, a tacer poi dell’origine pompeiana del suddetto motto bremese, per comprendere come esse due opposte disposizioni d’animo immorsino con il loro confliggere “esistenziale”, nonché certamente con la concretezza degli ordinamenti e degli orientamenti politici e culturali da essi discesi, buona parte della storia tutta dei popoli indo-europei.

    Lituo educto, tentiamo dunque, sempre condotti da Sombart, la retta perimetrazione dell’orizzonte storico in cui il clangore dell’imminente battaglia principia il proprio elevamento qui ancora ecoico, in modo che, inseriti nell’ortogonia di esso tracciato templare, gli eventi che condurranno all’inevitabile scontro possano trovare la loro fondata interpretazione.
    La vita prima della guerra (capitolo IX°)

    Nessun dubbio: prima della guerra, la civiltà dei mercanti era sul punto di conquistare il mondo. Come lo spirito dei mercanti si era creato un sistema economico adeguato alle proprie esigenze, cioè il capitalismo, così del resto lo utilizzò per trovare con esso uno sbocco in tutti i Paesi. Anzi – vi erano circoli in cui dominava la profonda convinzione che, nella misura in cui il sistema economico capitalistico si fosse diffuso sulla terra, allo stesso modo anche lo spirito dei mercanti e con esso la civiltà mercantile sarebbero diventati dominanti su tutte le altre culture, una visione secondo la quale dunque il problema di un’umanità comune sarebbe dovuto finalmente giungere a risoluzione […]. Solo questo è certo: in Inghilterra, per prima, l’umanità si ammalò dello spirito dei mercanti.
    E ancora, ma con maggiore pathos crepuscolare, Te lucis ante terminum, Rerum Creator poscimus:
    La redenzione dal male (capitolo XI°)

    Chi ha letto i due capitoli precedenti avrà compreso, anche senza conoscere i miei scritti anteriori, perché io e molti altri, e non certo i peggiori, fossimo caduti in preda, prima della guerra, a un profondo pessimismo sulla nostra civiltà. Eravamo pervenuti alla precisa convinzione che per l’umanità si fosse giunti alla fine, che il resto della sua esistenza su questa terra sarebbe consistito in una situazione oltremodo sgradevole di plebeizzazione, nella trasformazione di tutti in formiche; eravamo convinti che lo spirito dei mercanti fosse in procinto di annidarsi dovunque e che vicino fosse l’avvento degli “ultimi uomini”, i quali parlano così: noi abbiamo inventato la felicità, dicono, e strizzano l’occhio.
    Ed ecco l’evento soterico o, piuttosto, ostativo, resistenziale, restaurativo:
    Qui si compì il miracolo. Venne la guerra. E da mille e mille fonti, da sorgenti infinite, proruppe un nuovo spirito: no – nessun nuovo spirito! Era l’antico spirito tedesco degli eroi, che aveva continuato ad ardere sotto la cenere e che ora, improvvisamente, brillava splendendo in una nuova fiamma.
    Un mondo millenario al tramonto, l’arida ombra della reificazione nichilista – che per Sombart assume l’effige della riduzione a mercato del mondo e a merce dell’uomo – avanza tutto tutt’intorno insterilendo col circonfondersi del proprio tocco meontificante, invitta nel proprio eudaimonismo universalista e sì d’ansito eleuteristico e d’anelito emancipativo tanto pervasiva e omniafferrante da non lasciare spazio d’evasione e d’eccezione alcuno: ipotizzando, ma in verità ponendo con certezza pressoché inconcussa, che questa fosse la “situazione emotiva fondamentale” percepita e vissuta, con Sombart, da buona parte dell’intellighenzia e dell’ardimentosa gioventù germanica del tempo, si può davvero con leggiadra liceità parlare d’immotivata aggressione imperialista o d’antiumano militarismo prussiano? O non piuttosto Guglielo II° incarnerà, in menti e in cuori assediati, attaccati e minacciati in ciò che avevano di più sacro, ossia la propria millenaria Kultur, la propria Origine e la propria Storia, quella “forza frenante” paolina recuperata qualche decennio più tardi da un altro grande tedesco del proprio tempo nemico?

    Torniamo ancora per un attimo all’esegesi sombartiana, prima di esplicitare in clausola la nostra qui escussa disposizione causale degli eventi che hanno – destinalmente – condotto verso quella prima conflagrazione novecentesca, per cogliere ancora più da presso l’importanza – anzitutto spirituale – della posta in gioco, tanto sincronica quanto diacronica:
    Ma che fine farà, si domandano quegli animi pavidi a cui la germanità è ancora qualcosa di estraneo, che fine farà il lodato “internazionalismo”, a favore del quale abbiamo lavorato da secoli con tanto zelo e che in fondo per noi assume il significato dell’unico e vero valore? Io non voglio essere così grossolano da rispondere a questa domanda senza troppi giri di parole: “Che il diavolo se lo porti!” (e colga l’occasione per portarsi via pure voi, animi pavidi!)”, ma voglio riflettere per un attimo su cosa propriamente si deve intendere con questo “internazionalismo” e quali faccende hanno a che fare con esso […]. Gli appartenenti a diversi popoli si sono trasformati, per così dire, in tipi particolari. E così come non si dà un albero astratto se non nella nostra rappresentazione ideale, allo stesso modo neanche un uomo astratto esiste in un senso diverso. E soprattutto non esiste l’idea di un uomo oltrenazionale, la realizzazione della quale possa costituire il compimento dell’uomo nazionale. Significa distruggere tutti i valori dell’umanità, se si vogliono mescolare o cancellare le peculiarità nazionali […]. Ancora, è impensabile un Superuomo meta-nazionale come creatore di valori culturali. In quale lingua, infatti, il Superuomo, che non è né tedesco né inglese, dovrebbe poetare? Forse in esperanto? Buon appetito, questo è il mio augurio.
    E ancora, immediatamente disvelando a noi, figli del globalismo capitalistico-consumista odierno - eudaimonico-edonistico-eleuteromane –, il vero fondamento dell’universalismo e del cosmopolitismo settecentesco oggi viepiù mondialmente adempiuto (“l’anti-tipicità dell’Indistinzione posta a sostrato del tutto obstende l’orizzonte più fertile all’eteronoma acquisizione – contingente, provvisoria, cangiante – di qualsivoglia sempre e fluida e transeunte identità particolare il Potere voglia fare di volta in volta mercimonio”):
    Noi non vogliamo conquistare il mondo. Non abbiate paura, voi cari vicini: non v’inghiottiremo. Come potremmo vivere con un tale indigesto boccone nello stomaco? Inoltre, neppure la conquista di popoli primitivi o solo per metà civilizzati, al fine di colmarli di spirito tedesco, rientra nei nostri desideri. Una tale “germanizzazione” non è assolutamente possibile. L’inglese può semmai colonizzare in tal guisa tutti i popoli stranieri e riversare su di loro il suo spirito. Proprio perché non ne ha nessuno. Si tratta infatti dello spirito bottegaio. In un mercante [e in un consumatore, nostra, di contemporanei, aggiunta] posso trasformarci qualsiasi uomo, e diffondere così la civilizzazione inglese: non si tratta certo di un gioco di prestigio. Il grande “talento colonizzatore” che si loda negli Inglesi non è nient’altro che un’espressione per indicare la loro povertà spirituale. Impiantare negli altri popoli la cultura tedesca: chi potrebbe averne l’ardire? L’eroismo non può essere instillato in qualsivoglia posto della terra come una conduttura del gas. Ed ecco, nell’estremo, l’ipercalisse che consustanzia l’investitura storico-destinale da Sombart conferita ai “giovani eroi, là fuori, davanti al nemico”, nonché il compito (l'Aufgabe appunto) del popolo tedesco tutto:
    La Germina è l’ultimo argine, l’ultima diga contro il fiume di melma e di fango del commercialismo, che o si è già riversato su tutti gli altri popoli oppure ha in mente di riversarsi in modo inarrestabile su di loro, perché nessuno di questi può difendersi dal pericolo che avanza impetuoso, opponendogli la corazza della concezione eroica del mondo, che è la sola, come abbiamo visto, in grado di promettere salvezza e protezione.
    ***

    Torniamo dunque, in conclusione, al nostro studente e alle sue ancor sospese inferenze, per colmarle, ampliandole:

    Vi è una linea diretta e incontrovertibile di sviluppo che collega e coalesce tra loro la fioritura tardomedievale e protorinascimentale dei Comuni dell’Italia centro-settentrionale e della Germania meridionale, la nascita delle banche private e l’uso della partita doppia contabile, i capitali viepiù ingenti accumulati dalle compagnie commerciali e dalle nuove società per azioni nell’aprirsi delle rotte transoceaniche, con il razionalismo, il parlamentarismo e la rivoluzione inglese del ‘600, l’illuminismo, l’universalismo e la rivoluzione francese del secolo successivo, nonché, ulteriormente, con la democrazia liberale anglo-franco-americana del primo ‘900 e il suo portato sociale, economico, giuridico, culturale, spirituale.

    Contro tutto ciò, la Germania si erse a difesa dell’antico deposto. A ciò re-agendo cadde sconfitta, trascinando nella polvere l’antico stesso.

    Non si tratta, per noi, ora, s’è detto, di piangere o di celebrare la sconfitta o la vittoria: così è andata, epperò così doveva andare, la Storia su tutto ha paternità e su tutto signoria, e degl’uni decreta il trionfo, degl’altri la disfatta.

    Si tratta piuttosto di comprendere – ed è precisamente questa la nostra “missione di dotti” – quale sia la filogenesi del nostro attuale orizzonte, quali i suoi fondamenti e le sue premesse, quale la sua origine: solo così potremmo, infatti, compiere il nostro destino storico, se ancora uno ne rimane.

    Alberto Iannelli


    1 Si fa qui riferimento all’edizione italiana, pubblicata da Aracne Editore, Roma 2012. Prefazione di Francesco Ingravalle. Traduzione di Enrico Daly.