Orizzonte Altro
Proclesi del Conflitto
Prolegomeni del Pólemos panonomatoteta
o isagogia dell’Oíkisis archegene
"Audit, Iuppiter; audite, Fines"
I.
Noi proclamiamo la Potenza in principio, l’autoctisi della Negazione, l’abissale e immediatamente autodischiusiva o endo-ΔIA-partitiva De-cisione dell'Enantiosi-in-sé di essere e di essere-sé.

II.
Noi riconosciamo nell’infondata pro-posizione del Nulla l’E-vento Originario, l’entificazione autentica, l’ontogonia assoluta; noi ritroviamo nella Contraddizione il fondamento della Coerenza del Tutto.

III.
Noi indichiamo nella Differenza la dimora prima di ogni Medesimezza, nella Contingenza la sostanza di ogni Necessità, nel punto di preda dell’ultimo Orizzonte la premessa di ogni Atto, nel Dover-Essere l’essenza dell’Essere, nell’Ulteriorità l’inconcussione di ogni Posizione, nella Steresi escato-sottrazionale la pienezza di ogni Possesso presente.

IV.
Noi designamo nella ΔIA-vergenza archea o Framezzo autofanico lo Spazio massimo, il proscenio trascendentale, epperò omniafferrante, in cui si dà Avvento, secondo l’ordine del Tempo, al compimento estremo del contraddittorio dell'Alterità ipseitalmente promanativa.

V.
Noi professiamo l’autenticità dell’Eterno quale Divaricazione della massima durata, egualmente quale esplosione postrema del Caos primigeneo in cui protista appare l’instituzione dell'inestensione che coalesce progettualmente in unità individua l’identità diadica od orizzontale dell’Io.

VI.
Noi mostriamo nella volontà del Non-essere di imprimere all’estensione del proprio esserci, nell’intensificazione dell’essere del proprio non-essere ente presente alcuno o contraddittorio d’Ente estremo, il carattere definitivo - ovvero inoltreprocedibile nell'emanazione dell'onto-eccezione - della Sostanza e della Coerenza, la teleologia dell’accadere incontrovertibile del Mondo.

VII.
Noi ritroviamo nel camminamento dell’Essere, nel Sentiero del Giorno, nell’estroflessione indomita dell’ente distinto, nella perpetua teoria tetica, nel processo di istituzione di ogni differenza e dell’Identità stessa seconda, il contro-movimento della Presupposizione estrema o prima.

VIII.
Noi rinveniamo nell’instaurazione processiva dell’altro tutto, l’apofansi o contraddistinzione del compito di plenaria conquista del sé dell'Avversità immanentemente autocausativa.

IX.
Noi sappiamo che la Prolessi principiale è destinata, secondo Necessità, all’affermazione entelechiale del sé nella plenitudine del non sé.

X.
Noi chiamiamo l'emiciclo dell'apparire, nell’enatiodromia dell’Originario, Storia dell’Uomo, e riconosciamo in essa il nostro Destino comune, la nostra dimora elettiva, la matrice di ogni tremenda e meravigliosa dignità divina o evemeristica apoteosi antropica.

XI.
Noi sostiamo presso l’atremia anapodittica che afferma l’impossibilità immediatamente autocontraddittoria dell’esserci di alcuna infinità che ecceda la figurazione eidetica della ΔIA-ferenza intrinsecamente autogena, che stia ebbene emancipata dall’incrementale entificazione o accrescimento teleologico del Non-essere originario, dall’omniavvolgente intensificazione altresì o costruzione di compiutezza del proprio perimetro di contraddittorietà. Noi permaniamo pertanto nell’inconcussione di Verità che annuncia quale unica universalità e certezza dell’Umano la Differenziazione di tutto da tutto e la di essa Polemicità progressiva instaurazione d’identità distinte viepiù coimplicantila nella pleromica Necessità dello Stare.

XII.
Noi abbiamo indagato la scaturigine del Mortale e ne abbiamo indicato la proto-deissi eliaca nel segno che ad-ferma l’essere-oltre-l’esserci dell’altro dal segnante non più essenteci, e l'abbiamo designata ipostasi indiretta, attuatasi ossia attraverso il non-sé, ebbene nell'essere-che-ancora-permane-nella-presenza, della volontà categorialmente fondativa di ogni Io individuale di massimamente protendere la permanenza del sé al di là dell'essere-presente-del-sé, di esso sé oltre-protendentesi nell'acme della determinazione o esatta distinzione-dall'altro-tutto-oltre-il-sé.

XIII.
Noi abbiamo reperito nelle relazioni tra Eroe-e-Comunità, Antenati-e-Posteri, Mortali-e-Immortali, le diatesi capitali o estremi vettoriali della spazialità, della temporalità e della spiritualità o profondità antropiche, il darsi ovvero inverso nel dominio storico o eliaco della direttrice trascendentale di sviluppo, dal Punto-al-Perimetro, dall'Io-all'Orizzonte, dall'Origine-al-Compimento, dall'Immanenza-alla-Trascendenza.

XIV.
Noi abbiamo designato l’eccedenza estatico-dischiusiva dalla datità tutta, il diritto potestativo alla determinazione della propria posizionalità, l’ulteriorità anticipativo-proiettiva rispetto a ogni attualità non ultimativa, quali caratteri essenziali dell’esistenza umana autentica.

XV.
Noi riduciamo l’Uno del principio all’Uno-in-se-stesso-diviso del Conflitto inseitale ed eleviamo la coimplicazione tra l’epocalità dell’En-ΔIA-di primordiale e il suo darsi diurno per triumvirato d’Era.

XVI.
Noi non ignoriamo l’impossibilità che l’Era originaria non si dia per figurale proponimento del sé, in quello slancio epperò estremo dell’insé in cui con immediatezza procombe precisamente essa solo sua propria coalescenza seitale nell’essere della contraddittorietà, che esattamente così e qui prende e vacuo avvio e diafania partenia, ogni ultrasopraggiungente ontomedesimezza da principio preafferrando e sempre in essa radura circonfulgente. Noi conseguentemente non rimuoviamo la consapevolezza che esso proposito prisco non sia precordiale attesa dell’attimo asintotico di conquista dell’entelechiale o escate esclusività posizionale del sé, noi non obliamo ossia l’esserci perenne di esso stesso compito quale ipogeo pergiungimento verso il sé attraverso l’estrinsecazione dell’altro tutto dal sé in sé da tutto Altro. Noi epperò non rinneghiamo il sapere che indica il coincidere dell'estensione dell'Era terza nell'inestensione perfetta o protista dell'Orizzonte originario o Potenza dell'Ulteriore.

XVII.
Noi fondiamo la necessità del dominio dell’Identità o dell’Essere, dell’Incontraddittorietà e della Conciliazione, quale Forma dell’Era Deuteriore e ostendiamo il proprio ineccepibile estroflettersi in epocale alternanza di coerenza e contrasto tra modo d’essere o seità di tale Contrarietà estrinseca o incontraddittoriamente conseguente e contenuto di questo stare suo stesso o inseità seconda, e riscontriamo in ambo le estasi eliache di tale sizigiale antinomia d’epoche dell’Era etero-sopraggiungente l’ulteriore discorde concento che cadenza il contrasto tra Sorgenza e Senescenza, Civiltà e Civilizzazione.

XVIII.
Noi affermiamo l’immorsatura che congiunge l’inaudita essenza dell’Umano con l’Evento del Ni-ente pristino o della Contraddizione pantocrate, e ravvisiamo nell’avanguardia di ogni attimo autenticamente decisionale l’incentro della Quadratura trascendentale, il coincidersi ebbene della (contro-)Storia stessa dell’Originario.

XIX.
Noi non apriamo alla possibilità che l’Umano possa corrispondere a tale Ad-vento autogenerativo del Non-essere dischiudendo tracciati eccedenti la speculare tripartizione diurna. Noi individuiamo in essa triatomia corresponsiva il solco pomeriale di ogni divisione sociale antropica.

XX.
Noi rinveniamo nella soppressione di essa Ur-fenditura funzionale il principio del nostro Mondo, ossia della civilizzazione manchesteriana dell’Epoca di Faust, sorta quale movimento contro-apollineo dell’Era seconda.

XXI.
Noi confrontiamo l’origine della civiltà umana e della civiltà indoeuropea e non scorgiamo sorgere dalla loro sovrapposizione il bagliore della differenza. Noi non recediamo dinnanzi al pensiero dell’impossibilità che la convergenza nel principio sfoci in divergenza destinazionale.

XXII.
Noi vediamo nel nostro Tempo il pressoché ultimo compiersi della Notte del Mondo, dell'inverso o inautentico nichilismo, in cui le singole realtà o posizioni di identità particolari sono nulla e, specularmente, pressoché più nulla ne è del Nulla stesso, e rintracciamo in esso contro-punto del Destino l’apogeo dell’Aoristia seconda, il trionfo dell’Uno universale conseguente, del deuteriore Dio continuo e indistintamente ricolmo d’essere, della Monade controdedotta compatta impartibile o non innanzi determinabile, dell'impressione in limine globale del sempre eguale o Nomos dell'omologazione planetaria.

XXIII.
Noi siamo certamente consapevoli, in fine, che elevare contesa e contraddizione al Tempo compiuto della Conciliazione contrariamente conseguente evochi l’avvento della compiutezza del Conflitto originario, il divampare dell’ultima sua corrusca affermazione e, completa, incontraddittoria.

Ma questo nondimeno noi qui professiamo, questo con gravità qui adempiamo.