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Martin Heidegger
Quaderni Neri
Critica della ricezione
Martin Heidegger
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Critica della ricezione
INTERPRETATIONES
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Andrea Zhok, Rileggere Heidegger alla luce dei Quaderni neri 1

Gentile Prof. Andrea Zhok,
avendo di recente incontrato il suo “Rileggere Heidegger alla luce dei Quaderni neri”, nel condividere senz’altro lo ‘spirito’ di questo scritto, che esorta a un’analitica, sì affatto (politicamente) apregiudiziale, ma, nondimeno, e a punto, astringentemente (filosoficamente) critica e per nulla “devozionale”, tentativo precisamente concludentesi con l’esortazione a “chieder conto” ad Heidegger stesso, come si è fatto e si fa con qualunque altro “autore della «metafisica occidentale»”, del fondamento delle proprie asserzioni – e ‘teoretiche’ e di più libera ‘chiacchiera’ (mi riferisco qui alla sua esemplificativa collazione dei passi dei QN in cui si attribuiscono funzioni e compiti storico-destinali a ‘popoli’ interi) –, così deprivando la loro ricezione da qualsivoglia atteggiamento epigonale-reverenziale, dal momento che queste stesse asserzioni, almeno apparentemente, rifuggo non solo il ‘metodo scientifico’, ma addirittura la ‘concettualità logica oggettivante’; mi permetto, sperando di far cosa gradita, di esortarla alla prospezione completa dell’essenza della ‘costruzione teoretica’ heideggeriana, profondità ultima raggiunta la quale esse critiche di “soggettivistica infondatezza” troverebbero la loro più idonea collocazione, perdendo così l’altrimenti propria ineradicabile atremia posizionale di Verità, che, ante ciò, le riconosco.

Ritengo che il passaggio di Oltre la linea, in cui Heidegger stesso ‘confessa’ le intenzioni a monte della sua prolusione Che cos’è la metafisica, possa agevolare tale compito prospezionale, giacché particolarmente – e qui raramente – essoteriche.

Se l’Orizzonte è tracciato ponendo a fondamento dell’ente l’Essere ‘metafisicamente’ inteso, le sue richieste non possono che trovare condivisione unanime, e, come detto, in me la trovano. Nonpertanto, tutta l’opera heideggeriana ci esorta a costruire un Dia-ferente Orizzonte, in cui l’Essere della Meta-fisica, il Tutto-della-positività-presente, non è l’Originario. In questo ‘nuovo’ orizzonte ‘teoretico’, trova dimora l’‘accusa’ heideggeriana alle scienze del particolare: tutte esse, infatti, considerano esclusivamente ciò che si dà nella presenza, anche quando, come la Metafisica classica, non considerano alcun darsi parcellizzato dell’ente, bensì il suo darsi nella presenza in quanto Essere-presso-la-presenza(in-sé), così obliando l’Essere, ovvero – e lo si comprenda a fondo e dichiari senza troppi giri di parole o espedienti tipografici (Essere) –, l’essere-del-Nulla, ebbene del Nulla assoluto la storia della propria contraddittorietà: questa è la Seinsgeschichte, a ben comprenderla, e null’altro.

Ora, richiedere a colui che si è prefisso come scopo la “rifondazione” dell’orizzonte della Meta-fisica, rimontandone ante l’origine, ebbene di quell’orizzonte interpretativo dell'Essere come essere-presente che da ultimo si conclude nella scienza moderna e nel ‘pensiero calcolante’ che non ‘rammemora’, cioè, ancora, che oblia la Phýsis come essere-del-Nulla (e, per chi scrive, sia detto parenteticamente, adiaforica importanza hanno sia le “accuse” heideggeriane rivolte a un determinato popolo o una determinata tradizione culturale di esserne il vettore o l’ipostasi, sia le accuse di coloro che accusano esse accuse, l'essenza dimorando piuttosto nel darsi stesso di esso pensiero), di usare i metodi fondativi di quella stessa scienza e di quel medesimo orizzonte ontologico di senso, mi sembra alquanto contraddittorio, epperò violante proprio quel principio fermissimo che rappresenta il fondamento stesso di esso medesimo pensiero occidentale tutto, ovvero – citando Gentile, altro pensatore ‘oltrepassante’ – le sue colonne d’Ercole: come si può trans-scendere l’orizzonte della Meta-fisica attraverso metodi dialettici, ‘apparato’ nomenclare e premesse anapodittiche della stessa Metafisica? Rammenti il Barone di Münchhausen e non chieda ad Heidegger di ex-trarsi dal pantano della Metafisica tirandosi-fuori coi più propri strumenti di essa.

Lei conclude, come anticipato: “è giunto il momento di […] cominciare a chiedergli conto, senza particolare riverenza, delle proprie asserzioni, così come accade ed è sempre accaduto per qualunque altro autore della «metafisica occidentale»”.

Ebbene, che colui che ha per compito l’e-manciparsi dalla Meta-fisica per abbracciarla tutta d’intorno e superarla, ritornando alla sue origini, in cui l’Essere-dell’ente non era l’Originario fondamento del Tutto che si dimostra via via (Geschehen), non sia - e non possa essere - qualunque altro autore di essa stessa “metafisica occidentale” appare – egualmente usando gli ‘strumenti’ di detta concettualità e della sua tradizione storica – semplicemente tautologico.

Che, da ultimo, l’Aufage heideggeriano sia ciò, non possiamo senz’altro misconoscerlo, giacché ampiamente e reiteratamente esplicitato. Certo, prefiggersi un compito non significa immediatamente e per ciò stesso raggiungerlo. Ma, se concediamo ascolto alle parole di Heidegger – e forse esso ascolto glielo dobbiamo e senza pregiudizi, qui concordando ulteriormente con lei –, per il quale la grandezza di un uomo non sta nel raggiungimento di un obiettivo, bensì nella perseveranza con cui insiste presso il sentiero che a esso conduce, non possiamo non tributargli almeno questa conquista.

Ma forse ciò fa già di me un acritico epigono e di lui un pensatore oracolare e a-scientifico.

La saluto cordialmente e ringrazio per il suo lavoro di studioso.

Alberto Iannelli

1 Per la lettura del testo qui discusso: Andrea Zhok, Rileggere Heidegger alla luce dei Quaderni neri, su Academia.edu


Francesca Brencio, I Quaderni Neri di Martin Heidegger. Osservazioni ‘inutili’ eppure necessarie 2

Gentile Prof.ssa Francesca Brencio,
vengo con sincera e per me insolita aconcettuale im-mediatezza mosso a pubblico tributo dalla lettura del suo I Quaderni Neri di Martin Heidegger. Osservazioni ‘inutili’ eppure necessarie, riconoscimento e coimplicato ringraziamento preminentemente, a mio modesto parere, da conferirsi non già per la pur indubbia accuratezza documentale ed esegetica in esso scritto ostensa e doviziosamente, e forse neppure per la parimenti lodevole e parimenti dimostrata conclusione “intelligentemente semplice” – giacché anzitutto genuinamente apregiudiziale – a cui giunge allorché affronta l’interpretazione dell’“essenziale” questione dei QN (Judenfrage), su cui solo tangenzialmente interverrò in quanto per me di solo tangenziale interesse (tangenziale almeno quanto essa è adiaforica nell’afferramento del discorso “di” Heidegger, residuale almeno quanto è tremido il tentativo – su di essa fondato – di espungere tale pensiero dall’“Accademia” e dalla moda della chiacchiera dotta, proprio poiché, e lei stessa lo ricorda ricordando dell’insofferenza heideggeriana verso l’attribuzione “possessiva” di un pensiero e di una parola, principiando certamente dalla recalcitranza per l’attribuzione possessiva dei propri [“il pensiero è dell’Essere”, “è al Linguaggio che va lasciata la parola”], esso discorso appartiene già alla Seins-geschichte, e irreversibilmente), bensì per quella fondativa pietas che accorata traspare dalla quieta argomentazione sua e dal di essa per noi “mortali” destinale darsi alla lettura dell’altro – von Mensch zu Mensch -, pietà per l’uomo e, ancor prima e con ancor più sacrale interdetto arrestativo, pietas erga Manes, pietà ebbene per il non più suo esserci a cui non possiamo che augurare levità di terra e, se non di pianto, a punto pietà almeno di cura e rammemorazione.

Come, il primato dell’uomo sul pensiero dell’uomo, il primato dell’etica sulla dianoetica (il primato della pietà per l’uomo sul concetto dell’uomo) non rappresenta forse il fondamento - “se l’uomo si decide per l’orrore verso l’uomo, il suo pensiero dimora immediatamente nell’errore” - su cui si cerca di sconfessare e destinare a pubblico oblio il pensiero “di” Heidegger? Può avere valore un uomo, se il pensiero di quest’uomo è stato sì tanto correo di un peccato sì tanto inemendabile e irredimibile? Si concede realmente la pietà della remissione all’uomo, infliggendo nondimeno e al contempo al pensiero dell’uomo il castigo dell’evanescenza, se il delitto dell’uomo è il pensiero dell’uomo? Queste riposte giacciono nella coscienza di ciascuno di noi e a essa, all’infinito riverbero del suo atro silenzio d’antro, devono essere rimesse e lasciate, a parer mio.

E, nonpertanto, la perniciosità dell’ostracismo – tentato – risiede proprio, come lei puntualmente indica, nell’elevare coimplicazione necessaria tra quella specifica costruzione concettuale e quelle posizioni politiche, personali (“umane”), superficiali, metaforiche, allusive e financo, come si dirà, “sineddottiche”, ovvero in ciò che nel suo stesso scritto è definito “antisemitismo ontologico”, tanto che – e di ciò si insignisce l’inferenza del lettore degli “espungenti” – se non si pensa l’Essere anzitutto e originariamente come essere-presente, atto, identità, necessità o, e ancor più, se si pensa la condizione della gettatezza nella modernità come e-radicamento-dal-suolo, la deriva, a punto incontrovertibile e immediata, sarebbe Auschwitz.

Lei scrive:

Come ha osservato correttamente F.-W. von Herrmann in più occasioni, se si fosse proceduto ad una interrogazione filosofica sistematica della domanda sul senso dell’essere (Seinsfrage) e non ad un ‘taglia e cuci’ di citazioni unite fra loro da personali opinioni, non si sarebbe prodotto tutto il rumore mediatico che ha caratterizzato la ricezione dei Quaderni Neri. Piuttosto, sarebbe stato evidente che comprendere filosoficamente il significato di alcune proposizioni, nello specifico quelle in cui Heidegger nomina di ebrei, non ha nulla a che vedere con l’antisemitismo, né nella sua variante ontologica né metafisica, bensì con quei tratti della modernità che Heidegger critica aspramente sia nei ‘quaderni di lavoro’ che in altre opere. E ancora: Tuttavia ci sono dei temi comuni che attraversano questi volumi e che si riannodano alla meditazione filosofica heideggeriana quale la conosciamo dalle opere sino ad oggi pubblicate Si tratta della critica al cattolicesimo ed al cristianesimo nel loro movimento storico (e politico) - tema che affonda le sue radici nella formazione teologica del giovane Heidegger, per poi svincolarsene in direzione di un approfondimento teso a smantellare la metafisica occidentale e il “mandarinato” della neoscolastica sul pensiero greco delle origini -, la critica al nichilismo, la critica alla tecnica, alla Machenschaft (macchinazione) ed alla modernità. È in questo orizzonte concettuale che compaiono le quattordici proposizioni in cui Heidegger nomina gli ebrei e che hanno dato avvio all’interpretazione dell’antisemitismo ontologico, interpretazione non immune da contraddizioni e fraintendimenti […] Gli ebrei sono citati in contesti differenti che spesso appaiono anche ripetitivi. L’aggettivo ebraico compare quasi sempre unitamente a locuzioni tipo “giudeo-cristiana” o “giudeo-ellenica” con l’intento di nominare quella tradizione di pensiero che assolutizza l’impostazione antropocentrica a svantaggio della comprensione dell’essere […]. Il termine “carattere ebraico” (Judentum) viene usato per definire una modalità di pensiero caratterizzata dal “mero calcolo” (cliché’ abbastanza noto in quegli anni, cosa che la Arendt ricorda ed esamina ne Le origini del totalitarismo). E con maggiore disvelatezza, sub finem: Il curatore tedesco attribuisce ad Heidegger una serie di caratteristiche con cui egli descriverebbe l’‘ebraismo internazionale’, come la mancanza di radicamento al suolo, ciò che non ha storia, il mero fare i conti con l’ente, il gigantesco, l’assenza di mondo, la vuota razionalità e la capacità di calcolo, l’oblio della questione dell’essere, la macchinazione dell’ente, l’assoluta mancanza di legami, lo sradicamento di ogni ente dall’essere. Eppure, come correttamente osserva von Herrmann, quelle caratteristiche non sono tipiche dell’ebraismo in quanto tale, bensì della modernità tutta, in cui gli ebrei, al pari dei cristiani, dei russi, dei bolscevichi, degli americani, dei cinesi e di molti altri popoli – o più esattamente, caratteri - sono inclusi […]. Tenendo sullo sfondo queste considerazioni, credo sia opportuno puntualizzare come interpretare il tanto discusso passo contenuto nelle Überlegungen XIV in cui si legge «la questione del ruolo dell’ebraismo mondiale non è razziale, bensì è metafisica» nei termini di un antisemitismo metafisico è un’operazione abbastanza discutibile. In questo passo Heidegger sta dicendo che il ruolo dell’ebraismo mondiale si inserisce nel solco della metafisica occidentale e del conseguente oblio dell’essere, al pari di quanto faccia il cristianesimo, il nichilismo, la tecnica e la macchinazione, e non che gli ebrei posseggano uno statuto metafisico disancorato dalla modernità’ […]. Parlare di un antisemitismo metafisico significa qualificare gli ebrei di uno statuto metafisico a sé, separandoli dalla modernità, della quale, invece, fanno parte a pieno titolo. Non è Heidegger a considerare gli ebrei come soggetti metafisici in quanto ebrei; piuttosto, essi incarnano le caratteristiche dello spirito della modernità che Heidegger critica. Al cuore della riflessione heideggeriana non sta la Judenfrage né i vari tentativi di costruire una filosofia nazista o di far penetrare il nazismo in filosofia, men che mai di mettere il suo pensiero servizio del nazismo. Al cuore della sua filosofia sta e rimane la domanda sul senso dell’essere e sulla possibilità di rompere i ponti con la metafisica occidentale in vista di un nuovo pensiero. Nichilismo; tecnica; “macchinazione dell’ente”; pensiero che sempre calcola e non mai rammenta; oblio dell’Essere (dunque – aggiunta mia – dimenticanza dell’irriducibile di(a)-vergenza tra la pro-posizione trascendentale o prima dell’Assolutamente-altro-da-ogni-ente e ogni posizione d’auto-medesimezza e concordia viepiù sopraggiungente alla presa autentica o apofatica – cioè dantesi precisamente ad-traverso la di(a)-ferenza o per via di contraddizione – dell’haecceitas distintivamente solo propria); perdita dell’Orizzontalità o della Distanza, egualmente della dia-tesi crono-topica rispetto all’ente-qui-presente, pertanto e-radicamento – o, piuttosto, immanente tentativo di e-radicamento – dalla Storia (dall’articolarsi ossia – ulteriore mia aggiunta, espressa per com-plementare enantio-dromia rispetto alla prima – nel Tempo o nella Successione del De-stino, di essa Alterità autoctica identitariamente compientesi nel darsi completo o escate dell’altro [eminentemente suo]): dove tutto ciò può trovare comunanza di fondamento se non nell’omniavvolgenza della Modernità?

“Modernità”: è questo dunque l’esclusivo orizzonte di senso entro il quale i passi “incriminati” dei QN (incriminati e incriminanti o immediatamente espungenti il loro estensore da qualsivoglia consorzio di civiltà), trovano la localizzazione della propria essenza; i passi dei QN, i QN stessi e lo stesso pensiero heideggeriano tutto, nonché il cosiddetto pensiero rivoluzionario-conservatore del primo '900, pur anzitutto a qualcosa e non a niente re-agente.

E tuttavia non basta “evocare” - teurgicamente o goezicamente, secondo contrapposte Weltanschauung, re-azionarie o pro-gressiste a punto – il daímon della Modernità, bensì occorre scrutarne con parmenideo cuore non tremante ogni imo recesso, per esser certi, con incontrovertibilità epistemica, del non essere in verità, ciò che dappertutto ci avvolge, orizzonte di ombre ingannatrici.

Ma non è certo questo il luogo per condurre all’essoteria della deissi corrusca l’essenza altrimenti sfuggente della Modernità e scaltra e politropa; ciò si è già osato elevare nel sentiero del Giorno. Si è qui altresì, come dichiarato in principio, anzitutto in difesa dell’uomo, attraverso la difesa della pietà per l’uomo, nonché per di-mostrare, con la sintesi bastevole alla suddetta “semplicità dell’intelligenza”, l’essenziale Erörterung del pensiero dell’uomo, passi irricevibili compresi.

Se, pertanto, ciò che Heidegger “avversa” non è null’altro che la Modernità stessa e ciò che essa com-porta nella Storia-dell’Essere, perché egli ha sì colpevolmente “eletto” il popolo ebraico ad esserne il pastore, il vettore del compimento e quasi l’ipostasi dell’essenza, perché, altrimenti, egli ha confuso una delle – eventuali – parti del Tutto col Tutto stesso?

Perché egli stesso – sia detto a punto con quella concisione che la semplicità dell’intelligenza esige – esistette giacché “gettato”, e intrascendibilmente, in un orizzonte di senso che non poté, con necessità, non essere se non storico.

La saluto cordialmente e ringrazio per il suo lavoro di studioso.

Alberto Iannelli

2 Per la lettura del testo qui discusso: Francesca Brencio, I Quaderni Neri di Martin Heidegger. Osservazioni ‘inutili’ eppure necessarie, su Academia.edu
Andrea Zhok, Rileggere Heidegger alla luce dei Quaderni neri 1

Gentile Prof. Andrea Zhok,
avendo di recente incontrato il suo “Rileggere Heidegger alla luce dei Quaderni neri”, nel condividere senz’altro lo ‘spirito’ di questo scritto, che esorta a un’analitica, sì affatto (politicamente) apregiudiziale, ma, nondimeno, e a punto, astringentemente (filosoficamente) critica e per nulla “devozionale”, tentativo precisamente concludentesi con l’esortazione a “chieder conto” ad Heidegger stesso, come si è fatto e si fa con qualunque altro “autore della «metafisica occidentale»”, del fondamento delle proprie asserzioni – e ‘teoretiche’ e di più libera ‘chiacchiera’ (mi riferisco qui alla sua esemplificativa collazione dei passi dei QN in cui si attribuiscono funzioni e compiti storico-destinali a ‘popoli’ interi) –, così deprivando la loro ricezione da qualsivoglia atteggiamento epigonale-reverenziale, dal momento che queste stesse asserzioni, almeno apparentemente, rifuggo non solo il ‘metodo scientifico’, ma addirittura la ‘concettualità logica oggettivante’; mi permetto, sperando di far cosa gradita, di esortarla alla prospezione completa dell’essenza della ‘costruzione teoretica’ heideggeriana, profondità ultima raggiunta la quale esse critiche di “soggettivistica infondatezza” troverebbero la loro più idonea collocazione, perdendo così l’altrimenti propria ineradicabile atremia posizionale di Verità, che, ante ciò, le riconosco.

Ritengo che il passaggio di Oltre la linea, in cui Heidegger stesso ‘confessa’ le intenzioni a monte della sua prolusione Che cos’è la metafisica, possa agevolare tale compito prospezionale, giacché particolarmente – e qui raramente – essoteriche.

Se l’Orizzonte è tracciato ponendo a fondamento dell’ente l’Essere ‘metafisicamente’ inteso, le sue richieste non possono che trovare condivisione unanime, e, come detto, in me la trovano. Nonpertanto, tutta l’opera heideggeriana ci esorta a costruire un Dia-ferente Orizzonte, in cui l’Essere della Meta-fisica, il Tutto-della-positività-presente, non è l’Originario. In questo ‘nuovo’ orizzonte ‘teoretico’, trova dimora l’‘accusa’ heideggeriana alle scienze del particolare: tutte esse, infatti, considerano esclusivamente ciò che si dà nella presenza, anche quando, come la Metafisica classica, non considerano alcun darsi parcellizzato dell’ente, bensì il suo darsi nella presenza in quanto Essere-presso-la-presenza(in-sé), così obliando l’Essere, ovvero – e lo si comprenda a fondo e dichiari senza troppi giri di parole o espedienti tipografici (Essere) –, l’essere-del-Nulla, ebbene del Nulla assoluto la storia della propria contraddittorietà: questa è la Seinsgeschichte, a ben comprenderla, e null’altro.

Ora, richiedere a colui che si è prefisso come scopo la “rifondazione” dell’orizzonte della Meta-fisica, rimontandone ante l’origine, ebbene di quell’orizzonte interpretativo dell'Essere come essere-presente che da ultimo si conclude nella scienza moderna e nel ‘pensiero calcolante’ che non ‘rammemora’, cioè, ancora, che oblia la Phýsis come essere-del-Nulla (e, per chi scrive, sia detto parenteticamente, adiaforica importanza hanno sia le “accuse” heideggeriane rivolte a un determinato popolo o una determinata tradizione culturale di esserne il vettore o l’ipostasi, sia le accuse di coloro che accusano esse accuse, l'essenza dimorando piuttosto nel darsi stesso di esso pensiero), di usare i metodi fondativi di quella stessa scienza e di quel medesimo orizzonte ontologico di senso, mi sembra alquanto contraddittorio, epperò violante proprio quel principio fermissimo che rappresenta il fondamento stesso di esso medesimo pensiero occidentale tutto, ovvero – citando Gentile, altro pensatore ‘oltrepassante’ – le sue colonne d’Ercole: come si può trans-scendere l’orizzonte della Meta-fisica attraverso metodi dialettici, ‘apparato’ nomenclare e premesse anapodittiche della stessa Metafisica? Rammenti il Barone di Münchhausen e non chieda ad Heidegger di ex-trarsi dal pantano della Metafisica tirandosi-fuori coi più propri strumenti di essa.

Lei conclude, come anticipato: “è giunto il momento di […] cominciare a chiedergli conto, senza particolare riverenza, delle proprie asserzioni, così come accade ed è sempre accaduto per qualunque altro autore della «metafisica occidentale»”.

Ebbene, che colui che ha per compito l’e-manciparsi dalla Meta-fisica per abbracciarla tutta d’intorno e superarla, ritornando alla sue origini, in cui l’Essere-dell’ente non era l’Originario fondamento del Tutto che si dimostra via via (Geschehen), non sia - e non possa essere - qualunque altro autore di essa stessa “metafisica occidentale” appare – egualmente usando gli ‘strumenti’ di detta concettualità e della sua tradizione storica – semplicemente tautologico.

Che, da ultimo, l’Aufage heideggeriano sia ciò, non possiamo senz’altro misconoscerlo, giacché ampiamente e reiteratamente esplicitato. Certo, prefiggersi un compito non significa immediatamente e per ciò stesso raggiungerlo. Ma, se concediamo ascolto alle parole di Heidegger – e forse esso ascolto glielo dobbiamo e senza pregiudizi, qui concordando ulteriormente con lei –, per il quale la grandezza di un uomo non sta nel raggiungimento di un obiettivo, bensì nella perseveranza con cui insiste presso il sentiero che a esso conduce, non possiamo non tributargli almeno questa conquista.

Ma forse ciò fa già di me un acritico epigono e di lui un pensatore oracolare e a-scientifico.

La saluto cordialmente e ringrazio per il suo lavoro di studioso.

Alberto Iannelli

1 Per la lettura del testo qui discusso: Andrea Zhok, Rileggere Heidegger alla luce dei Quaderni neri, su Academia.edu


Francesca Brencio, I Quaderni Neri di Martin Heidegger. Osservazioni ‘inutili’ eppure necessarie 2

Gentile Prof.ssa Francesca Brencio,
vengo con sincera e per me insolita aconcettuale im-mediatezza mosso a pubblico tributo dalla lettura del suo I Quaderni Neri di Martin Heidegger. Osservazioni ‘inutili’ eppure necessarie, riconoscimento e coimplicato ringraziamento preminentemente, a mio modesto parere, da conferirsi non già per la pur indubbia accuratezza documentale ed esegetica in esso scritto ostensa e doviziosamente, e forse neppure per la parimenti lodevole e parimenti dimostrata conclusione “intelligentemente semplice” – giacché anzitutto genuinamente apregiudiziale – a cui giunge allorché affronta l’interpretazione dell’“essenziale” questione dei QN (Judenfrage), su cui solo tangenzialmente interverrò in quanto per me di solo tangenziale interesse (tangenziale almeno quanto essa è adiaforica nell’afferramento del discorso “di” Heidegger, residuale almeno quanto è tremido il tentativo – su di essa fondato – di espungere tale pensiero dall’“Accademia” e dalla moda della chiacchiera dotta, proprio poiché, e lei stessa lo ricorda ricordando dell’insofferenza heideggeriana verso l’attribuzione “possessiva” di un pensiero e di una parola, principiando certamente dalla recalcitranza per l’attribuzione possessiva dei propri [“il pensiero è dell’Essere”, “è al Linguaggio che va lasciata la parola”], esso discorso appartiene già alla Seins-geschichte, e irreversibilmente), bensì per quella fondativa pietas che accorata traspare dalla quieta argomentazione sua e dal di essa per noi “mortali” destinale darsi alla lettura dell’altro – von Mensch zu Mensch -, pietà per l’uomo e, ancor prima e con ancor più sacrale interdetto arrestativo, pietas erga Manes, pietà ebbene per il non più suo esserci a cui non possiamo che augurare levità di terra e, se non di pianto, a punto pietà almeno di cura e rammemorazione.

Come, il primato dell’uomo sul pensiero dell’uomo, il primato dell’etica sulla dianoetica (il primato della pietà per l’uomo sul concetto dell’uomo) non rappresenta forse il fondamento - “se l’uomo si decide per l’orrore verso l’uomo, il suo pensiero dimora immediatamente nell’errore” - su cui si cerca di sconfessare e destinare a pubblico oblio il pensiero “di” Heidegger? Può avere valore un uomo, se il pensiero di quest’uomo è stato sì tanto correo di un peccato sì tanto inemendabile e irredimibile? Si concede realmente la pietà della remissione all’uomo, infliggendo nondimeno e al contempo al pensiero dell’uomo il castigo dell’evanescenza, se il delitto dell’uomo è il pensiero dell’uomo? Queste riposte giacciono nella coscienza di ciascuno di noi e a essa, all’infinito riverbero del suo atro silenzio d’antro, devono essere rimesse e lasciate, a parer mio.

E, nonpertanto, la perniciosità dell’ostracismo – tentato – risiede proprio, come lei puntualmente indica, nell’elevare coimplicazione necessaria tra quella specifica costruzione concettuale e quelle posizioni politiche, personali (“umane”), superficiali, metaforiche, allusive e financo, come si dirà, “sineddottiche”, ovvero in ciò che nel suo stesso scritto è definito “antisemitismo ontologico”, tanto che – e di ciò si insignisce l’inferenza del lettore degli “espungenti” – se non si pensa l’Essere anzitutto e originariamente come essere-presente, atto, identità, necessità o, e ancor più, se si pensa la condizione della gettatezza nella modernità come e-radicamento-dal-suolo, la deriva, a punto incontrovertibile e immediata, sarebbe Auschwitz.

Lei scrive:

Come ha osservato correttamente F.-W. von Herrmann in più occasioni, se si fosse proceduto ad una interrogazione filosofica sistematica della domanda sul senso dell’essere (Seinsfrage) e non ad un ‘taglia e cuci’ di citazioni unite fra loro da personali opinioni, non si sarebbe prodotto tutto il rumore mediatico che ha caratterizzato la ricezione dei Quaderni Neri. Piuttosto, sarebbe stato evidente che comprendere filosoficamente il significato di alcune proposizioni, nello specifico quelle in cui Heidegger nomina di ebrei, non ha nulla a che vedere con l’antisemitismo, né nella sua variante ontologica né metafisica, bensì con quei tratti della modernità che Heidegger critica aspramente sia nei ‘quaderni di lavoro’ che in altre opere. E ancora: Tuttavia ci sono dei temi comuni che attraversano questi volumi e che si riannodano alla meditazione filosofica heideggeriana quale la conosciamo dalle opere sino ad oggi pubblicate Si tratta della critica al cattolicesimo ed al cristianesimo nel loro movimento storico (e politico) - tema che affonda le sue radici nella formazione teologica del giovane Heidegger, per poi svincolarsene in direzione di un approfondimento teso a smantellare la metafisica occidentale e il “mandarinato” della neoscolastica sul pensiero greco delle origini -, la critica al nichilismo, la critica alla tecnica, alla Machenschaft (macchinazione) ed alla modernità. È in questo orizzonte concettuale che compaiono le quattordici proposizioni in cui Heidegger nomina gli ebrei e che hanno dato avvio all’interpretazione dell’antisemitismo ontologico, interpretazione non immune da contraddizioni e fraintendimenti […] Gli ebrei sono citati in contesti differenti che spesso appaiono anche ripetitivi. L’aggettivo ebraico compare quasi sempre unitamente a locuzioni tipo “giudeo-cristiana” o “giudeo-ellenica” con l’intento di nominare quella tradizione di pensiero che assolutizza l’impostazione antropocentrica a svantaggio della comprensione dell’essere […]. Il termine “carattere ebraico” (Judentum) viene usato per definire una modalità di pensiero caratterizzata dal “mero calcolo” (cliché’ abbastanza noto in quegli anni, cosa che la Arendt ricorda ed esamina ne Le origini del totalitarismo). E con maggiore disvelatezza, sub finem: Il curatore tedesco attribuisce ad Heidegger una serie di caratteristiche con cui egli descriverebbe l’‘ebraismo internazionale’, come la mancanza di radicamento al suolo, ciò che non ha storia, il mero fare i conti con l’ente, il gigantesco, l’assenza di mondo, la vuota razionalità e la capacità di calcolo, l’oblio della questione dell’essere, la macchinazione dell’ente, l’assoluta mancanza di legami, lo sradicamento di ogni ente dall’essere. Eppure, come correttamente osserva von Herrmann, quelle caratteristiche non sono tipiche dell’ebraismo in quanto tale, bensì della modernità tutta, in cui gli ebrei, al pari dei cristiani, dei russi, dei bolscevichi, degli americani, dei cinesi e di molti altri popoli – o più esattamente, caratteri - sono inclusi […]. Tenendo sullo sfondo queste considerazioni, credo sia opportuno puntualizzare come interpretare il tanto discusso passo contenuto nelle Überlegungen XIV in cui si legge «la questione del ruolo dell’ebraismo mondiale non è razziale, bensì è metafisica» nei termini di un antisemitismo metafisico è un’operazione abbastanza discutibile. In questo passo Heidegger sta dicendo che il ruolo dell’ebraismo mondiale si inserisce nel solco della metafisica occidentale e del conseguente oblio dell’essere, al pari di quanto faccia il cristianesimo, il nichilismo, la tecnica e la macchinazione, e non che gli ebrei posseggano uno statuto metafisico disancorato dalla modernità’ […]. Parlare di un antisemitismo metafisico significa qualificare gli ebrei di uno statuto metafisico a sé, separandoli dalla modernità, della quale, invece, fanno parte a pieno titolo. Non è Heidegger a considerare gli ebrei come soggetti metafisici in quanto ebrei; piuttosto, essi incarnano le caratteristiche dello spirito della modernità che Heidegger critica. Al cuore della riflessione heideggeriana non sta la Judenfrage né i vari tentativi di costruire una filosofia nazista o di far penetrare il nazismo in filosofia, men che mai di mettere il suo pensiero servizio del nazismo. Al cuore della sua filosofia sta e rimane la domanda sul senso dell’essere e sulla possibilità di rompere i ponti con la metafisica occidentale in vista di un nuovo pensiero. Nichilismo; tecnica; “macchinazione dell’ente”; pensiero che sempre calcola e non mai rammenta; oblio dell’Essere (dunque – aggiunta mia – dimenticanza dell’irriducibile di(a)-vergenza tra la pro-posizione trascendentale o prima dell’Assolutamente-altro-da-ogni-ente e ogni posizione d’auto-medesimezza e concordia viepiù sopraggiungente alla presa autentica o apofatica – cioè dantesi precisamente ad-traverso la di(a)-ferenza o per via di contraddizione – dell’haecceitas distintivamente solo propria); perdita dell’Orizzontalità o della Distanza, egualmente della dia-tesi crono-topica rispetto all’ente-qui-presente, pertanto e-radicamento – o, piuttosto, immanente tentativo di e-radicamento – dalla Storia (dall’articolarsi ossia – ulteriore mia aggiunta, espressa per com-plementare enantio-dromia rispetto alla prima – nel Tempo o nella Successione del De-stino, di essa Alterità autoctica identitariamente compientesi nel darsi completo o escate dell’altro [eminentemente suo]): dove tutto ciò può trovare comunanza di fondamento se non nell’omniavvolgenza della Modernità?

“Modernità”: è questo dunque l’esclusivo orizzonte di senso entro il quale i passi “incriminati” dei QN (incriminati e incriminanti o immediatamente espungenti il loro estensore da qualsivoglia consorzio di civiltà), trovano la localizzazione della propria essenza; i passi dei QN, i QN stessi e lo stesso pensiero heideggeriano tutto, nonché il cosiddetto pensiero rivoluzionario-conservatore del primo '900, pur anzitutto a qualcosa e non a niente re-agente.

E tuttavia non basta “evocare” - teurgicamente o goezicamente, secondo contrapposte Weltanschauung, re-azionarie o pro-gressiste a punto – il daímon della Modernità, bensì occorre scrutarne con parmenideo cuore non tremante ogni imo recesso, per esser certi, con incontrovertibilità epistemica, del non essere in verità, ciò che dappertutto ci avvolge, orizzonte di ombre ingannatrici.

Ma non è certo questo il luogo per condurre all’essoteria della deissi corrusca l’essenza altrimenti sfuggente della Modernità e scaltra e politropa; ciò si è già osato elevare nel sentiero del Giorno. Si è qui altresì, come dichiarato in principio, anzitutto in difesa dell’uomo, attraverso la difesa della pietà per l’uomo, nonché per di-mostrare, con la sintesi bastevole alla suddetta “semplicità dell’intelligenza”, l’essenziale Erörterung del pensiero dell’uomo, passi irricevibili compresi.

Se, pertanto, ciò che Heidegger “avversa” non è null’altro che la Modernità stessa e ciò che essa com-porta nella Storia-dell’Essere, perché egli ha sì colpevolmente “eletto” il popolo ebraico ad esserne il pastore, il vettore del compimento e quasi l’ipostasi dell’essenza, perché, altrimenti, egli ha confuso una delle – eventuali – parti del Tutto col Tutto stesso?

Perché egli stesso – sia detto a punto con quella concisione che la semplicità dell’intelligenza esige – esistette giacché “gettato”, e intrascendibilmente, in un orizzonte di senso che non poté, con necessità, non essere se non storico.

La saluto cordialmente e ringrazio per il suo lavoro di studioso.

Alberto Iannelli

2 Per la lettura del testo qui discusso: Francesca Brencio, I Quaderni Neri di Martin Heidegger. Osservazioni ‘inutili’ eppure necessarie, su Academia.edu
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