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La Bielorussia al bivio
30 Agosto 2020
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RES GESTAE
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Continuano per la terza settimana le proteste in Bielorussia, scoppiate dopo le elezioni presidenziali del 9 agosto. Il presidente Lukashenko, al governo dal 1994, è accusato di avere falsificato le elezioni e di aver represso brutalmente delle proteste pacifiche. Ogni possibilità di dialogo tra l’opposizione e il governo sembra pertanto ormai essere pregiudicata: le proteste possono solo continuare poiché il loro scopo ultimo è la rimozione stessa del presidente. Stiamo dunque assistendo all’inizio della rivoluzione bielorussa?

A giudicare dai giornali e dalle tv europee e americane, si ha l’impressione che la cosidetta rivoluzione bielorussa sia una rivolta dell’intero popolo contro il folle e brutale dittatore Lukashenko. A mettere in dubbio quest’interpretazione c’è lo scomodo fatto che un conteggio alternativo dei voti sulla base di dati dei seggi elettorali ottenuti dall’organizzazione Golos (“Voto”), pare comunque assegnare la vittoria a Lukashenko. Secondo questo conteggio, l’attuale presidente bielorusso non avrebbe ottenuto l’80% dei consensi (percentuale che un tempo si sarebbe definita “bulgara”), ma comunque un più che dignitoso 60%, un dato da far invidia a molti politici occidentali.

Persino la BBC è stata costretta ad ammettere che probabilmente, se il conteggio dei voti fosse stato più trasparente, l’opposizione non avrebbe avuto modo di poter contestare i risultati. Ma pare essere ormai tardi per queste considerazioni: la scintilla della rivoluzione è scattata e il fuoco della rivolta al momento sembra indomabile. Le proteste contro Lukashenko erano già cominciate prima della elezioni, quando, a seguito di sondaggi informali che davano al presidente un misero 3% come indice di approvazione e all’arresto di due candidati che si apprestavano a sfidarlo, ebbero luogo diverse manifestazioni. I media avevano già cominciato a parlare di una “rivoluzione delle ciabatte”, ispirata alle calzature che i manifestanti avevano con loro per “schiacciare lo scarafaggio” Lukashenko. La candidata dell’opposizione, la signora Tikhanovskaya, moglie di uno dei candidati arrestati, un videoblogger, già prima delle elezioni dichiarava un’intervista: “Dopo le elezioni sarò presidente della Bielorussia”.

“Non c’è niente di più entusiasmante che vedere la gente scendere per strada per far valere le proprie libertà”, ha scritto di recente il settimanale britannico The Economist, in un articolo dedicato appunto alla Bielorussia. È un’affermazione che appare certamente inusuale in una pubblicazione simbolo dell’establishment e della tradizione britannica, di regola non molto simpatetica nei confronti dei moti rivoluzionari di massa (si ricorda la profezia di Edmund Burke sulla rivoluzione francese), ma nel contesto degli eventi bielorussi è una posizione che sorprende poco.

Del resto, anche l’Unione Europea e molti governi europei individuali si sono dichiarati fermamente dalla parte dei manifestanti, come se fosse la cosa più evidente del mondo che le centinaia di migliaia di persone per le strade di Minsk siano “i buoni” e il presidente Lukashenko “il cattivo” di questo film. Ma, né l’Economist, per quanto sia sicuramente una pubblicazione in generale ritenuta autorevole e persino con qualche ambizione intellettuale, né l’Unione Europea, un organismo burocratico di esercizio di potere politico, possono essere, nonostante entrambi appaiano incarnare alla perfezione lo Zeitgeist del mondo occidentale, luoghi dove poter fare filosofia, cioè riflettere profondamente (il che vuol dire, quasi per necessità, scomodamente) sul significato delle cose. Né l’intellettualissimo dell‘Economist, né la democraticissima Unione Europea, hanno molto da offrire in termini di riflessione sulla filosofia politica, se non il solito trito e vuoto ciarlare di libertà e democrazia. In un’epoca in cui il pericolo numero uno della cosidetta democrazia sembra essere stato individuato nel “populismo”, i più populisti di tutti sembrano essere proprio coloro che non si stancano mai di riempirsi la bocca di belle parole come “libertà” e “democrazia”.

Come le immagini della “Rivoluzione della dignità”, provenienti dall’Ucraina 6 anni fa, le immagini delle proteste bielorusse sembrano riempire il cuore di molti europei ed americani, come se questi fossero in maniera pavloviana programmati per rispondere con cieco entusiasmo a tutti i richiami in favore degli ideali di democrazia e libertà. Almeno tre generazioni di europei e americani infatti paiono essere state educate nella credenza che libertà e democrazia siano beni assoluti ai quali non devono essere posti limiti alcuni. Il fatto che in Ucraina l’adozione superficiale e rituale di “democrazia” e “libertà” di stampo occidentale abbia portato a un rapidissimo inasprimento delle tensioni sociali, sfociate poi in una guerra civile (sì, una guerra civile, perchè nonostante tutti i tentativi di farla passare come una guerra contro la Russia il conflitto nel Donbass è per la maggior parte una guerra civile, dove ucraini fronteggiano altri ucraini) non sembra avere insegnato nulla ai missionari della democrazia. “È una democrazia imperfetta ma è pur sempre una democrazia”, è una frase che può sembrare colma di saggezza e pragmatismo, di primo acchito, ma che si dimostra in verità sintomo di una fissazione alienante quando viene ripetuta in una società che è discesa nel caos.

Non a caso nell’Ucraina postrivoluzionaria crescono le voci di chi sostiene che sia giunto il momento in cui una mano di ferro possa riportare il Paese all’ordine. Sono però lezioni che restano precluse al cittadino europeo e americano, innamorato com‘è del suo ideale astratto, e “libero” dal dover sentire sulla propria pelle le ripercussioni della trasformazione rivoluzionaria che con tanto afflato ha abbracciato.

E nonostante le reiterate affermazioni che “questa volta è diverso”, che la rivoluzione bielorussa non abbia assolutamente nulla a che vedere con la rivoluzione ucraina, non vederne le similitudini è ingenuo. Anche la rivoluzione ucraina, come quella bielorussa ora, all’inizio si poneva come un movimento organico della società civile, interessato esclusivamente a liberare il Paese dal malgoverno e della corruzione, ma si è poi rapidamente radicalizzata in una rivolta contro il “mondo russo” che ha finito per trasformare l’intero modo in cui gli ucraini, gli abitanti dell’antica Rus, percepiscono la loro storia e la loro identità. Anche la rivoluzione bielorussa minaccia di muoversi nella stessa direzione, di diventare cioè un momento transformativo in cui anche i bielorussi si ribellano contro la Russia, ovvero contro il Paese con il quale condividono storia, cultura e identità, oltre che gran parte dell’economia.

Secondo i critici, pensare che gli eventi bielorussi abbiano una dimensione geopolitica antirussa non è altro che una fantasia paranoide, ma sono gli stessi think tanks e le stesse NGO che offrono sostegno morale – e in più di un caso anche materiale – alle proteste, a dire ormai che, dopo Lukashenko, il prossimo a cadere a seguito di una rivoluzione sarà lo stesso presidente russo Putin, quasi fosse una legge di natura che il mondo occidentale sia destinato ad espandersi ad infinitum.

La Bielorussia non è certo la Svizzera, ma fino a poco fa qui si viveva una vita sostanzialmente normale, dove la gente studiava, lavorava, si divertiva, insomma poco si distingueva da tutte le altre società europee, Russia compresa, e dove dal punto di visto materiale si stava meglio che nella rivoluzionariamente democratica e turbolenta Ucraina. Ma è tipico dell’uomo occidentale contemporaneo non concepire alcuna possibilità di alternativa al proprio modello. Per quanto europei e americani oggi si sforzino di essere aperti, multiculturali e tolleranti, è impossibile non vedere nelle loro azioni la profonda convinzione di avere una missione civilizzatrice, paradossale in una società che vuole persuadersi di aver annullato ogni tipo di gerarchia culturale e dove il proselitismo di altre epoche (vedi ad esempio, le crociate o l’epoca coloniale) viene condannato nella maniera più veemente.

Anche nel caso della Bielorussia, come in Ucraina, tedeschi, americani, francesi e persino italiani o polacchi, sono intimamente mossi dalla certezza che la loro democrazia e la loro libertà siano le uniche veramente democratiche e libere; che loro normalità sia l’unica veramente normale e che la normalità altrui, un po’ più distante dalle cause sacre postmoderne che dominano il discorso del ventunesimo secolo quali antirazzismo, femminismo e una ipertrofica preoccupazione riguardo alla vita sessuale, sia indiscutibilmente e decisamente meno normale. Che la normalità di europei ed americani contemporanei rappresenti la normalità per una ridottissima parte della popolazione mondiale viene raramente preso in considerazione. Ora anche quella che fino a poco tempo era la normalità bielorussa rischia di diventare solo un ricordo.


Stefano Di Lorenzo

Continuano per la terza settimana le proteste in Bielorussia, scoppiate dopo le elezioni presidenziali del 9 agosto. Il presidente Lukashenko, al governo dal 1994, è accusato di avere falsificato le elezioni e di aver represso brutalmente delle proteste pacifiche. Ogni possibilità di dialogo tra l’opposizione e il governo sembra pertanto ormai essere pregiudicata: le proteste possono solo continuare poiché il loro scopo ultimo è la rimozione stessa del presidente. Stiamo dunque assistendo all’inizio della rivoluzione bielorussa?

A giudicare dai giornali e dalle tv europee e americane, si ha l’impressione che la cosidetta rivoluzione bielorussa sia una rivolta dell’intero popolo contro il folle e brutale dittatore Lukashenko. A mettere in dubbio quest’interpretazione c’è lo scomodo fatto che un conteggio alternativo dei voti sulla base di dati dei seggi elettorali ottenuti dall’organizzazione Golos (“Voto”), pare comunque assegnare la vittoria a Lukashenko. Secondo questo conteggio, l’attuale presidente bielorusso non avrebbe ottenuto l’80% dei consensi (percentuale che un tempo si sarebbe definita “bulgara”), ma comunque un più che dignitoso 60%, un dato da far invidia a molti politici occidentali.

Persino la BBC è stata costretta ad ammettere che probabilmente, se il conteggio dei voti fosse stato più trasparente, l’opposizione non avrebbe avuto modo di poter contestare i risultati. Ma pare essere ormai tardi per queste considerazioni: la scintilla della rivoluzione è scattata e il fuoco della rivolta al momento sembra indomabile. Le proteste contro Lukashenko erano già cominciate prima della elezioni, quando, a seguito di sondaggi informali che davano al presidente un misero 3% come indice di approvazione e all’arresto di due candidati che si apprestavano a sfidarlo, ebbero luogo diverse manifestazioni. I media avevano già cominciato a parlare di una “rivoluzione delle ciabatte”, ispirata alle calzature che i manifestanti avevano con loro per “schiacciare lo scarafaggio” Lukashenko. La candidata dell’opposizione, la signora Tikhanovskaya, moglie di uno dei candidati arrestati, un videoblogger, già prima delle elezioni dichiarava un’intervista: “Dopo le elezioni sarò presidente della Bielorussia”.

“Non c’è niente di più entusiasmante che vedere la gente scendere per strada per far valere le proprie libertà”, ha scritto di recente il settimanale britannico The Economist, in un articolo dedicato appunto alla Bielorussia. È un’affermazione che appare certamente inusuale in una pubblicazione simbolo dell’establishment e della tradizione britannica, di regola non molto simpatetica nei confronti dei moti rivoluzionari di massa (si ricorda la profezia di Edmund Burke sulla rivoluzione francese), ma nel contesto degli eventi bielorussi è una posizione che sorprende poco.

Del resto, anche l’Unione Europea e molti governi europei individuali si sono dichiarati fermamente dalla parte dei manifestanti, come se fosse la cosa più evidente del mondo che le centinaia di migliaia di persone per le strade di Minsk siano “i buoni” e il presidente Lukashenko “il cattivo” di questo film. Ma, né l’Economist, per quanto sia sicuramente una pubblicazione in generale ritenuta autorevole e persino con qualche ambizione intellettuale, né l’Unione Europea, un organismo burocratico di esercizio di potere politico, possono essere, nonostante entrambi appaiano incarnare alla perfezione lo Zeitgeist del mondo occidentale, luoghi dove poter fare filosofia, cioè riflettere profondamente (il che vuol dire, quasi per necessità, scomodamente) sul significato delle cose. Né l’intellettualissimo dell‘Economist, né la democraticissima Unione Europea, hanno molto da offrire in termini di riflessione sulla filosofia politica, se non il solito trito e vuoto ciarlare di libertà e democrazia. In un’epoca in cui il pericolo numero uno della cosidetta democrazia sembra essere stato individuato nel “populismo”, i più populisti di tutti sembrano essere proprio coloro che non si stancano mai di riempirsi la bocca di belle parole come “libertà” e “democrazia”.

Come le immagini della “Rivoluzione della dignità”, provenienti dall’Ucraina 6 anni fa, le immagini delle proteste bielorusse sembrano riempire il cuore di molti europei ed americani, come se questi fossero in maniera pavloviana programmati per rispondere con cieco entusiasmo a tutti i richiami in favore degli ideali di democrazia e libertà. Almeno tre generazioni di europei e americani infatti paiono essere state educate nella credenza che libertà e democrazia siano beni assoluti ai quali non devono essere posti limiti alcuni. Il fatto che in Ucraina l’adozione superficiale e rituale di “democrazia” e “libertà” di stampo occidentale abbia portato a un rapidissimo inasprimento delle tensioni sociali, sfociate poi in una guerra civile (sì, una guerra civile, perchè nonostante tutti i tentativi di farla passare come una guerra contro la Russia il conflitto nel Donbass è per la maggior parte una guerra civile, dove ucraini fronteggiano altri ucraini) non sembra avere insegnato nulla ai missionari della democrazia. “È una democrazia imperfetta ma è pur sempre una democrazia”, è una frase che può sembrare colma di saggezza e pragmatismo, di primo acchito, ma che si dimostra in verità sintomo di una fissazione alienante quando viene ripetuta in una società che è discesa nel caos.

Non a caso nell’Ucraina postrivoluzionaria crescono le voci di chi sostiene che sia giunto il momento in cui una mano di ferro possa riportare il Paese all’ordine. Sono però lezioni che restano precluse al cittadino europeo e americano, innamorato com‘è del suo ideale astratto, e “libero” dal dover sentire sulla propria pelle le ripercussioni della trasformazione rivoluzionaria che con tanto afflato ha abbracciato.

E nonostante le reiterate affermazioni che “questa volta è diverso”, che la rivoluzione bielorussa non abbia assolutamente nulla a che vedere con la rivoluzione ucraina, non vederne le similitudini è ingenuo. Anche la rivoluzione ucraina, come quella bielorussa ora, all’inizio si poneva come un movimento organico della società civile, interessato esclusivamente a liberare il Paese dal malgoverno e della corruzione, ma si è poi rapidamente radicalizzata in una rivolta contro il “mondo russo” che ha finito per trasformare l’intero modo in cui gli ucraini, gli abitanti dell’antica Rus, percepiscono la loro storia e la loro identità. Anche la rivoluzione bielorussa minaccia di muoversi nella stessa direzione, di diventare cioè un momento transformativo in cui anche i bielorussi si ribellano contro la Russia, ovvero contro il Paese con il quale condividono storia, cultura e identità, oltre che gran parte dell’economia.

Secondo i critici, pensare che gli eventi bielorussi abbiano una dimensione geopolitica antirussa non è altro che una fantasia paranoide, ma sono gli stessi think tanks e le stesse NGO che offrono sostegno morale – e in più di un caso anche materiale – alle proteste, a dire ormai che, dopo Lukashenko, il prossimo a cadere a seguito di una rivoluzione sarà lo stesso presidente russo Putin, quasi fosse una legge di natura che il mondo occidentale sia destinato ad espandersi ad infinitum.

La Bielorussia non è certo la Svizzera, ma fino a poco fa qui si viveva una vita sostanzialmente normale, dove la gente studiava, lavorava, si divertiva, insomma poco si distingueva da tutte le altre società europee, Russia compresa, e dove dal punto di visto materiale si stava meglio che nella rivoluzionariamente democratica e turbolenta Ucraina. Ma è tipico dell’uomo occidentale contemporaneo non concepire alcuna possibilità di alternativa al proprio modello. Per quanto europei e americani oggi si sforzino di essere aperti, multiculturali e tolleranti, è impossibile non vedere nelle loro azioni la profonda convinzione di avere una missione civilizzatrice, paradossale in una società che vuole persuadersi di aver annullato ogni tipo di gerarchia culturale e dove il proselitismo di altre epoche (vedi ad esempio, le crociate o l’epoca coloniale) viene condannato nella maniera più veemente.

Anche nel caso della Bielorussia, come in Ucraina, tedeschi, americani, francesi e persino italiani o polacchi, sono intimamente mossi dalla certezza che la loro democrazia e la loro libertà siano le uniche veramente democratiche e libere; che loro normalità sia l’unica veramente normale e che la normalità altrui, un po’ più distante dalle cause sacre postmoderne che dominano il discorso del ventunesimo secolo quali antirazzismo, femminismo e una ipertrofica preoccupazione riguardo alla vita sessuale, sia indiscutibilmente e decisamente meno normale. Che la normalità di europei ed americani contemporanei rappresenti la normalità per una ridottissima parte della popolazione mondiale viene raramente preso in considerazione. Ora anche quella che fino a poco tempo era la normalità bielorussa rischia di diventare solo un ricordo.
Stefano Di Lorenzo

orizzontealtro@gmail.com