Orizzonte Altro
ORIZZONTE ALTRO
☰ KATEGORIAI
AUCTORITATES
OPERA
ARGUMENTA
INTERPRETATIONES
OI MATHETAI
RES GESATAE
OPERA
Carl Schmitt
Terra e Mare
Land und Meer

Una riflessione sulla storia del mondo
Eine weltgeschichtliche Betrachtung
, 1942.1
Carl Schmitt
Terra e Mare
Una riflessione sulla storia del mondo
Land und Meer. Eine weltgeschichtliche Betrachtung, 1942.1
OPERA
Versione Pdf

È nostra intenzione riprendere la già ostensasi omniconsustanzialità del Conflitto che viepiù appare conferire destinazione ultima e fondamento originario alla Menschengeschichte, per qui ulteriormente declinarla attraverso l’opposizione “elementare” o “rizomatica” espressa nell’opera di Carl Schmitt: Land und Meer, Terra e Mare o, ancor più “radicalmente”, Terra e Acqua, Ghê kái Hýdor.

Si è altrove posta (cfr. Diá) la coimplicazione enantiodromica che immorsa l’Originario, ove il camminamento tetico o posizionale del giorno (Seinsgeschichte) disvolge apofaticamente o contraddittoriamente le proprie “epochai” in necessaria corrispondenza con le Ere attraverso cui si dispiega la struttura endiadica della Notte antitetica o sottrazionale. In tale contesto teoretico, l’opposizione che dimora atremida nell’immanenza dell’uni-dualità archea si propose attraverso coppie antifatiche categoriali: Identità-Alterità, Essere-Nulla, Indeterminatezza-Determinatezza, anzitutto.

Ebbene, ci sentiamo di non forzare eccessivamente il discorso schmittiano, sino a distorcerne l’essenza, se ora tentiamo di inquadrare quell’Opposizione Originaria nella sua stoichiomachia, non dissimilmente da quanto osammo per la sizigia sombartiana (Händler und Helden).

Così come, infatti, dilatammo la collocazione primonovecentesca della coppia oppositiva di Sombart, per riscontrarne un suo più amplio avvolgere la nostra storia indoeuropea tutta, proviamo parimenti qui a estendere e ulteriormente radicalizzare l’antitesi elementare schmittiana.

Immorsata nell’Originario si dà l’Opposizione tra Determinatezza e Aoristia. Nella vicenda indoeuropea si manifestano molteplici occorrenze dell’ostilità tra mercanti ed eroi o, egualmente, tra laboratores et bellatores (o, più compiutamente, ovvero uni-dualmente: Iuppiter, Mars, Quirinus; Bouleutikón/Phylakikou [Logistikón], Epikouretikón/Polemikou [Thymoeidés], Chrematistikón [Epithymetikón]; Oratores, Bellatores, Laboratores; Clergé, Noblesse, Tiers état). Simmetricamente dunque, ponendoci ora nell’orizzonte di Schmitt, altrettante evidenze si offrono della contesa diacronotopica tra ctoniocrazie e talassocrazie.

Nondimeno, i parallelismi tra le due opere non si esauriscono certo qui. Sunteggiamo pertanto, anzitutto, ciò che emerse dall’analisi del pamphlet di Sombart, per spingere innanzi l’indagine comparativa nostra. Forzando inferenzialmente il suo discorso, ma forzandolo solo in apparenza, possiamo puntualmente affermare che:

  • si dà da sempre lotta tra mercanti ed eroi;
  • solo nell’Inghilterra del ‘600, “l’umanità si ammalò dello spirito dei mercanti”;
  • epperò, sino a quella precisa determinazione di spazio e di tempo, in qualche modo detto spirito fu “raffrenato” (tò katéchon).
  • Vedremo a breve, esegeticamente, come Carl Schmitt non descriva dinamiche affatto dissimili. Ma, anzitutto, proviamo a imporre al suo pensiero il medesimo schema:
  • si dà da sempre lotta tra Terra e Mare;
  • solo nell’Inghilterra del ‘600, l’umanità “scelse il mare aperto”;
  • epperò, egualmente, sino a quella precisa e singolarmente comune determinazione di spazio e di tempo, in qualche modo detto spirito fu parimenti “trattenuto”.
  • E tentiamo altresì, adesso e infine, di pro-porre questo schema contro la diafania dello sfondo teorico nostro universale sovraccennato:
  • si dà da sempre lotta tra Determinatezza e Aoristia, giacché essa Contesa immorsa l’unidualità stessa dell’Originario, abissalmente determinatosi giacché Da-sempre-ulteriormente-de-terminar-si;
  • solo in una sempre precisa e aprica unità spazio-temporale, principia, lungo il Sentiero del Giorno, la molteplice e politropa epi-fenomelogia dell’altrove definitosi riflesso vizzo dell’Epoca faustiana, ovvero, enantiodromicamente, cioè spostandoci presso lo strutturarsi della Nichtsgeschichte, del contro-principio dell’Era deuteriore: qui e ora l’umanità si decide – viepiù compiutamente – per l’Antitipicità, egualmente per l’avversione eslege a ogni Nomos der Erde (o, piuttosto, per l’adersione a Norma dell’avversione ad ogni norma, per la decretazione a Misura del sé dell’assenza di ogni misura);
  • epperò, egualmente, sino a quella precisa e singolarmente comune determinazione di spazio e di luogo, in qualche modo detto spirito fu parimenti “obstato”; epperò, altrimenti a porsi, sino ad allora, in qualche modo fu parimenti “posto in corti ceppi” il nulla della determinazione singola, ossia la positivizzazione assoluta dell’Indeterminatezza inseitale o dell’Identità non altrimenti posta in relazione di medesimezza (“è questo il tempo del nichilismo inautentico, il tempo della notte del mondo, quando le singole realtà o posizioni di identità particolari sono nulla e del Nulla non ne è più nulla”: s’è detto).
  • Ebbene, imperi marittimi e terrestri, mercanti ed eroi, si fronteggiano da tempo immemorabile, ma non mai talassocrazia alcuna compì scelta sì radicale verso l’equoreo, né qualsivoglia mai civiltà si concesse sì completamente allo spirito dei mercanti, come fece l’Inghilterra nel XVII° secolo.

    Principiamo pertanto il percorrimento del testo schmittiano per conoscere più da presso tappe e conseguenze di questo sviluppo e di questa scelta parimenti decisiva per lo spazio im-menso e ostile a ogni centuriazione ipostatizzato dal Meer, per validare, esegeticamente, alla luce della caratterizzazione di detta elezione talassica, se davvero permane presso fondamento l’ipotesi che afferma co-appartenza tra lo spirito dei mercanti, la natura dell’elemento idrico e la categoria dell’Indistinto, ovvero, si ribadisce, dell’Indentità-in-sé.
    L'uomo è un essere di terra che calca il suolo. Staziona, cammina e si muove sulla terra dal solido fondamento. Questa è la sua posizione e la sua base; in tal modo egli ricava il suo punto di vista. Ciò determina le sue impressioni e il suo modo di vedere il mondo. Egli non solo acquisisce il suo orizzonte ma anche la forma del suo procedere e dei suoi movimenti, la sua figura, in quanto essere vivente, nato e muoventesi sulla terra […]. La terra è il suo materno fondamento, esso è, pertanto, un figlio della terra. Nel prossimo egli vede fratelli terreni e cittadini della terra. Dei tradizionali quattro elementi — terra, acqua, fuoco ed aria — è la terra l'elemento che è destinato all'uomo e che più fortemente lo determina. L'idea che l'esistenza umana possa venir caratterizzata da un altro dei quattro elementi altrettanto decisamente come da parte della terra sembra, a prima vista, solo una possibilità fantastica. L'uomo non è un pesce né un uccello e ancor meno una creatura di fuoco, sempre ammesso che ce ne siano. Sono dunque l'esistenza e l'essenza dell'uomo nel loro nucleo puramente terranee e solamente riferite alla terra? E sono veramente gli altri elementi solo cose di secondo rango che si aggiungono alla terra? Non è così semplice. La questione se sia anche possibile un'altra esistenza umana diversa da una determinata puramente in senso terrestre è più evidente di quanto noi pensiamo […]. Importanti ricercatori hanno scoperto che accanto a popoli autoctoni cioè terrestri, sono esistiti anche popoli autotalassici cioè determinati completamente dal mare, che non avevano mai messo piede sulla terraferma e in essa scorgevano semplicemente il confine della loro pura esistenza marittima […]. Le nostre rappresentazioni di spazio e tempo sviluppatesi a partire dalla terraferma risultano loro altrettanto estranee e incomprensibili quanto, all'inverso, a noi uomini di terra, il mondo di quegli uomini puramente marini rivela un altro mondo a stento concepibile. Si tratta dunque di una questione aperta: qual è il nostro elemento? Siamo figli della terra o del mare? A questa domanda non si può rispondere con un semplice aut-aut. Miti antichissimi, moderne ipotesi scientifiche e risultati della ricerca protostorica lasciano aperte entrambe le possibilità […]. La storia del mondo è storia di lotta di potenze marinare contro potenze di terra e di potenze di terra contro potenze marinare. L’uomo – precisa Schmitt sulla scia di Scheler e Plessner – “è, però, un essere che non si esaurisce completamente nel suo ambiente. Egli possiede la forza di conquistare storicamente la sua esistenza e la sua coscienza. Egli possiede un margine di potere e di padronanza sulla storia. Può scegliere e, in certi momenti storici, può perfino scegliere l'elemento per il quale, con la sua azione e con la sua opera, egli si decide quale nuova forma complessiva della sua esistenza storica e nel quale si organizza”. Pertanto, Terra e Mare non vanno pensati come elementi chimici, “come entità semplicemente scientifico-naturali”, bensì come “essenze” antipoidee dalla scelta o decisione per le quali “procedono forme di esistenza storiche”, cioè Weltanschauung, determinate e parimenti oppositive.

    Ebbene, se l’uomo può scegliere da sé il suo elemento, cioè l’“ambiente naturale” proprio, non essendo quindi vincolato né all’una essenza, né all’altra; e se popoli talassici e terrigeni da sempre esistono e si confrontano, perché porre tanta enfasi e drammaticità nella scelta compiuta dall’Inghilterra elisabettiana per il mare aperto? Perché detta precisa decisione fu sì “rivoluzionaria” da mutare il corso stesso della storia europea? In che senso questo specifico abbandono all’elemento equoreo fu completo, assoluto e come mai prima attuato?

    Ma partiamo dal fenomeno dell’evento, per come lo descrive Schmitt:
    'Schiume di mare' d'ogni tipo, pirati, corsari, avventurieri del commercio marittimo, formano, accanto ai cacciatori di balena e ai navigatori a vela, la colonna dei pionieri della elementare svolta verso il mare che si realizzò nel XVI e XVII secolo […]. I corsari del XVI e del XVII secolo […] ebbero un grande ruolo storico. Essi svolsero la funzione di attivi combattenti nel grande scontro sul piano mondiale tra l'Inghilterra e la Spagna. Dai loro nemici, gli spagnoli, se catturati, venivano bollati come delinquenti comuni, assassini a scopo di rapina, e impiccati. Anche i loro governi li lasciarono cinicamente cadere quando' diventavano scomodi o se lo richiedevano considerazioni di politica estera. Spesso era veramente solo un caso se un pirata otteneva un'alta carica quale dignitario del re o finiva sul patibolo condannato a morte come pirata [...]. Nei 45 anni del suo regno (Elisabetta I° Tudor, 1558-1603) l'Inghilterra divenne una nazione ricca, cosa che prima non era stata. In precedenza gli Inglesi allevavano pecore e vendevano la lana alle Fiandre, poi invece affluirono verso l'isola da tutti i mari i favolosi bottini dei corsari e dei pirati inglesi. La regina si rallegrò di questi tesori e ci si arricchì. In questo senso essa con tutta la sua verginità non fece niente di diverso da quanto numerosi inglesi, nobili e borghesi, uomini e donne della sua epoca fecero: parteciparono tutti al grande affare del bottino. Centinaia e migliaia di uomini e donne inglesi si trasformarono allora in « capitalisti corsari», in corsaìrs capitalisis. Anche questo fa parte della svolta elementare dalla terra al mare della quale qui si tratta […]. Ancora nel quattordicesimo anno del regno della regina Elisabetta la maggior parte del naviglio inglese era in viaggio per spedizioni di rapina o per affari illegali e nel complesso appena poco più di 50.000 tonnellate di stazza erano impiegate per il traffico commerciale legale. Inquadriamo ora, prima di affissare il tratto precordiale dell’eccezionalità qui in esame, cosa significhi e cosa implichi il concetto e l’accadimento storico di una “rivoluzione spaziale”, quale portata e quale conseguenza essa abbia per l’umanità che l’abbraccia e compie.
    Che cos'è una rivoluzione spaziale? L'uomo ha una coscienza determinata del suo «spazio » che è soggetta a grandi mutamenti storici. Alle molteplici forme della vita corrispondono spazi altrettanto vari. Perfino all'interno della stessa epoca l'ambiente dei singoli uomini è, rispetto alla prassi della vita quotidiana, diversamente determinato dalla loro diversa vita lavorativa. Un cittadino della metropoli si rappresenta il mondo diversamente da un contadino. Un cacciatore di pesce-balena ha un diverso spazio vitale da un cantante d'opera e ad un pilota vita e mondo si mostrano non solo in una luce diversa ma anche in altre dimensioni, profondità e orizzonti. Ancora più profonde e grandi sono le diversità nelle rappresentazioni dello spazio se vengono presi in considerazione diversi popoli nel loro complesso e differenti epoche della storia umana […]. Ogni volta che sotto la spinta di forze storiche o grazie alla liberazione di nuove energie, entrano nell'orizzonte della complessiva coscienza dell'uomo nuovi territori e nuovi mari, mutano anche gli spazi dell'esistenza storica. Allora sorgono nuove misure e nuovi criteri dell'attività storico-politica, nuove scienze, nuovi ordini, una nuova vita di popoli nuovi e rinati. L'ampliamento può essere così profondo e sorprendente che cambiano non soltanto la dimensione e le misure, non solo l'orizzonte esterno degli uomini, ma muta anche la struttura del concetto stesso di spazio. Allora si può parlare di una rivoluzione spaziale. Ma anche ad ogni grande mutamento storico è, perlopiù, connesso un cambiamento dell'immagine di spazio. È questo il nucleo vero e proprio del complessivo cambiamento politico, economico e culturale che allora si compie. Ed eccoci infine giunti presso l’eccezionalità nostra che non alcuna antecedenza a sé può offrire.
    Ciò non può essere spiegato mediante raffronti generali con precedenti esempi storici di dominio marinaro, neppure tracciando paralleli con Atene o Cartagine, Roma, Bisanzio o Venezia. Qui siamo di fronte ad un caso nella sua natura unico. La sua specificità e incomparabilità consistono nel fatto che l'Inghilterra, in un momento storico e in un modo completamente diverso rispetto alle precedenti potenze marinare, ha compiuto una trasformazione elementare, ha veramente spostato la sua esistenza dalla terra all'elemento del mare. In tal modo non ha vinto solo molte battaglie sul mare e molte guerre ma qualcosa di completamente diverso e infinitamente superiore, e cioè ha compiuto una rivoluzione e, propriamente, una rivoluzione del tipo più grande, una planetaria rivoluzione spaziale [...]. Si potrebbero trovare ancora ulteriori esempi storici ma tutti impallidiscono di fronte alla più profonda, e ricca di conseguenze, trasformazione della configurazione planetaria di tutta la storia del mondo a noi nota. Essa avvenne nei secoli XVI e XVII, nell'epoca delle scoperte dell'America e della prima circumnavigazione della terra. Allora sorse, nel senso più audace del termine, un nuovo mondo e la coscienza complessiva, prima dei popoli dell'Europa centrale e occidentale, in seguito quella di tutta l'umanità, mutò radicalmente. Questa è la prima vera e propria rivoluzione spaziale nel senso pieno del termine che abbraccia terra e mondo. Essa non è paragonabile a nessun'altra. Non fu solo una estensione quantitativamente spaziale di particolare significato dell'orizzonte geografico, quella che si verificò da sé a seguito della scoperta di nuovi continenti e di nuovi mari. Piuttosto cambiò, per la coscienza complessiva degli uomini, con l'eliminazione totale delle rappresentazioni tradizionali, antiche e medioevali, l'immagine globale del nostro pianeta e, oltre a ciò, la rappresentazione astronomica complessiva di tutto l'universo. Per la prima volta nella sua storia, l'uomo prese nella sua mano tutto il reale globo come una sfera. Ebbene, qual è il fondamento di questo abissale salto storico? Per la prima volta nel corso della vicenda antropica, il Mondo diviene Uno, parmenideamente monadico, continuo, compatto (ossia, per tornare al nostro discorso, assume i carattere dell’ontomedesimezza deuteriore), e lo spazio dell’uomo europeo, in pari assoluta inaudizione, non oppone alcun confine, non alcun nómos che non sia il Tutto. Quanto tutto ciò sembra “naturale” e “scontato” a noi figli del globalismo pressocché compiuto! Ecco perché diviene imprescindibile – anche - il dialogo con Carl Schmitt, - anche - lo studio di questa sua opera apparentemente “minore”: non da sempre lo spazio mondiale è assoggettato e ridotto a unità, non da sempre la centuriazione dell’ecumene non offre consistenza distintiva alcuna, non da sempre isoglosse, are, leggi, mores, miti, terre e discendenze partiscono identitariamente – conferendo loro alcontempo e coimplicativamente pienezza di fondamento ontologico nell’inscindibile sinolarità di essere-e-ipseità – le individualità delle Kultur, non da sempre, bensì esclusivamente da questo preciso punto dello spazio-tempo nostro, da questo preciso evento. Suggiamo dunque il pathos di questo annuncio schmittiano e che il suo thaûma d’innanzi a questa cesura epocale e alla sua eccezionalità storica torni ad essere il nostro angoscioso sbigottimento!

    Non si è mai data, in tutta la nostra storia, l’idea di un uomo meta-kuturale, cioè già oltre-storico, universale, indistinto e a punto (parmenideamente o deuteriormente) e uno e continuo e compatto nella propria identità diatopicamente – e diacronicamente – comune e indifferenziabile, sradicato epperò dalla propria Gemeinschaft, dal proprio suolo patrio (Boden) e dal proprio passato (e certamente non altro senso autentico ha né mai può in licea e retta ricezione avere il “Blut” di Fichte, giammai “genetico”, ovverosia “naturale”, proprio in quanto l’uomo è lì idealisticamente concepito come omni-avvolto nel dominio del Geist, dell’Iità trascendentale, nell’autoctisi altresì e proletticamente dell’Atto puro gentiliano, ebbene, coimplicativamente, nell’orizzonte inoltrepassabile della Geschichte).
    Gli uomini furono allora, dunque, in grado di rappresentarsi uno spazio vuoto, cosa che in precedenza non avevano potuto, anche se alcuni filosofi avevano già parlato di «vuoto». Prima gli uomini provavano angoscia davanti al vuoto, cioè quello che si chiama horror pacai. Ora, dimenticando questa angoscia, non trovarono alla fin fine nulla di strano nel fatto che essi e il loro mondo esistessero nel vuoto. Gli scrittori dell'Illuminismo nel XVIII secolo, Voltaire in testa, provarono persino un sentimento di orgoglio di fronte a tale rappresentazione scientificamente dimostrabile, di un mondo in un infinito spazio vuoto. Ecco ancora “epifanicamente” riaffiorare e ritornare la coimplicazione tra età dei lumi e Aoristia! Ovverosia, ancora, tra epoca faustiana tarda o “civilizzata” e contro-principio dell’Era deuteriore, cioè precisamente dell’Indeterminatezza ridotta a inseità distinta e non già più a “momento relazione” immanente alla struttura endiadica dell’Originaria.
    Ma prova però per una volta a rappresentarti veramente uno spazio veramente vuoto. Non solo uno spazio vuoto d'aria ma anche totalmente privo della materia più minuta e sublime: prova dunque, una volta, nella tua immaginazione a distinguere veramente spazio e materia, a separare l'uno dall'altra e a pensare l'uno senza l'altra. Puoi altrettanto bene pensare il nulla assoluto. Gli illuministi hanno molto riso di quel horror vacui. Ma forse era solamente il comprensibile brivido davanti al nulla e al vuoto della morte, di fronte ad una rappresentazione nichilistica e di fronte al nichilismo in generale. Una simile trasformazione, qual è quella contenuta nell'idea di un infinito spazio vuoto non può essere soltanto spiegata come conseguenza di una semplice estensione geografica della terra conosciuta. Essa è talmente fondamentale e rivoluzionaria che altrettanto bene si potrebbe, al contrario, sostenere che la scoperta di nuovi continenti e la circumnavigazione della terra siano solo modi di venire alla luce e conseguenze di mutamenti che avvengono in una dimensione più profonda. Solo per questo lo sbarco su un'isola sconosciuta potè aprire tutta un'epoca di scoperte. Non fu certo, dunque, e la posizione di Schmitt non può che trovarci ulteriormente consentanei, la scoperta di nuovi continenti a determinare la rivoluzione in senso universalizzante della concezione dello spazio negli europei del XVI° e XVII° secolo, bensì fu questo impulso (Streben) per l’indistinto immenso a condurre alla loro scoperta, non dissimilmente da come generò la pittura prospettica di Andrea Pozzo o le fughe del contrappunto barocco.
    Per una rivoluzione spaziale è necessario qualcosa di più che lo sbarco in una località fino ad allora sconosciuta. È necessario un mutamento dei concetti di spazio comprendente tutti i gradi e i campi dell'esistenza umana. La gigantesca svolta epocale del XVI e XVII secolo ci rivela ciò che questo significhi. In questi secoli di un'epoca di svolta, l'umanità europea ha contemporaneamente affermato un nuovo concetto di spazio in tutti i campi del suo spirito creativo. La pittura del Rinascimento superò lo spazio della pittura gotica medioevale. I pittori collocarono gli uomini e le cose da essi dipinti in uno spazio che, prospetticamente, produsse una profondità vuota. Gli uomini e le cose stanno e si muovono ora in uno spazio […]. La musica ricavò le sue armonie e melodie dalle antiche tonalità e le pose nello spazio acustico del nostro cosiddetto sistema tonale. Teatri ed opere fecero muovere i loro personaggi nella vuota profondità dello spazio prospettico del palcoscenico separato da un sipario dalla sala. Tutte le correnti spirituali di questi due secoli, Rinascimento, Umanesimo, Riforma, Controriforma e Barocco contribuirono, quindi, alla totalità di questa rivoluzione spaziale. Non è esagerato sostenere che tutti gli ambiti vitali, tutte le forme d'esistenza, tutte le specie della umana forza creativa, arte, scienza e tecnica furono partecipi del nuovo concetto di spazio. Proseguendo nella lettura di questo tanto agile quanto cruciale testo schmittiano, ci imbattiamo ora nel concetto capitale del suo pensiero giuridico, relativamente al diritto interstatale, pensiero magistralmente espresso in Der Nomos der Erde im Völkerrecht des Jus Publicum Europaeum (Il nomos della terra nel diritto internazionale dello Jus publicum europaeum), del 1950:
    Ogni ordinamento fondamentale è un ordinamento spaziale. Si definisce una costituzione di un paese o di un continente come il suo ordinamento fondamentale, il suo Nomos. Ora il vero e proprio ordinamento fondamentale si basa, nel suo nucleo essenziale, su determinati limiti e delimitazioni spaziali, su determinate misure e su una determinata distribuzione della terra. All'inizio di ogni grande epoca c’è, pertanto, una grande appropriazione di territorio. In particolare ogni rilevante mutamento e ridefinizione della immagine del mondo sono connessi a mutamenti geopolitici e ad una nuova divisione della terra, ad una nuova appropriazione di territorio. La rivoluzione spaziale portò dunque all’appropriazione “stupefacente e senza paragoni” di nuovi territori, “nuovi spazi in apparenza infiniti” si aprirono allora agli europei, tanto che venne a costituirsi un nuovo Nómos della Terra, ossia un nuovo ordinamento interstatale, a punto quello Jus Publicum Europaeum cristiniano-centrico di cui tratta nella sua sovracitata opera, una nuova coimplicazione ovvero tra Ordnung (ordinamento) e Ortung (localizzazione) che, opponendo critiani-europei civilizzatori a non-europei da civilizzare, consentì un reciproco riconoscimento giuridico lungo una nuova linea distintivo-contraddistintiva, ossia determinò il formarsi di “una comunità dei popoli cristiani d'Europa contrapponentesi a tutto il mondo restante. Questi popoli europei costituirono «la famiglia delle nazioni », un ordinamento interstatale.”

    Ed è proprio in questo nuovo Ordinamento della Terra che si inserisce la rivoluzione “elementare” compiuta dall’Inghilterra nel ‘600. La Terra, infatti, è, per essenza, centuriazione, divisione, demarcazione, partizione distintiva, ossia pluralità d’identità particolari e vicendevolmente contrad-distinguentisi; il Mare, all’opposto e per pari sostanzialità, è continuità amorfa e antitipica, liquida e ostile a qualsivoglia agrimensura, ad ogni eliaca cosmizzazione. Ecco pertanto che solo completamente votandosi a questo elemento, solo decidendosi per esso, “una piccola isola al confine nord-occidentale d'Europa” si poté trasformare “in centro di un impero mondiale”, nel precordio di un regno globale, aggiungiamo noi, ma sempre con Schmitt, la cui natura non poteva che essere commerciale: non può certo più sfuggirci, ormai, l’immorsatura che avviticchia con necessità la categoria dell’Aoristia o dell’Indistinzione, l’assiologia eleutero-centrica, la prassi economica del commercio globale e la giurisprudenza universalistica (“L'epoca del libero commercio fu anche l'epoca del libero dispiegamento della superiorità industriale ed economica dell'Inghilterra. Libero mare e libero mercato mondiale si combinarono in una idea di libertà della quale soggetto e custode poteva essere solo l'Inghilterra”).
    La terraferma appartiene ora ad un pugno di Stati sovrani mentre il mare non appartiene a nessuno o a tutti o, in verità, solo ad uno: all'Inghilterra. L'ordinamento della terraferma consiste nella divisione in territori statali: l'alto mare è invece libero, cioè non appartiene ad uno Stato e non è sottomesso a nessuna sovranità territoriale statale. Questi sono i fondamentali dati di fatto specificamente spaziali dai quali si è sviluppato il diritto internazionale cristiano-europeo degli ultimi trecento anni. Questa la legge fondamentale, il Nomos della terra in quest'epoca. Solo alla luce di questo dato di fatto originario dell'appropriazione inglese del mare e della separazione di terra e mare acquistano il loro senso vero numerosi modi di dire e frasi spesso citate. Così, ad esempio, il detto di Sir Walter Raleigh: «Chi domina il mare domina il commercio del mondo e a chi domina il commercio del mondo appartengono tutti i tesori del mondo e il mondo stesso». O: «Tutto il commercio è commercio mondiale. Ogni commercio mondiale è un commercio marittimo». In questo si legano, al culmine della potenza marittima e mondiale inglese, gli slogans della libertà: «Qualsiasi commercio mondiale è libero commercio» [...] Ma come conseguenza della appropriazione inglese del mare tanto il popolo di questa nazione quanto quelli che sono nella scia delle sue idee ci hanno fatto l'abitudine. L'idea che una potenza di terra possa esercitare un potere mondiale che comprenda tutto il globo terrestre, è, secondo la loro visione del mondo, inaudita e insopportabile. Diverso è il caso di un potere mondiale costruito su una esistenza marittima separatasi dalla terra e abbracciarne tutti gli oceani del mondo. Una piccola isola al confine nord-occidentale d'Europa si era trasformata in centro di un impero mondiale distaccandosi dalla terraferma e decidendosi per il mare. In una esistenza completamente marittima essa trovò i mezzi di un dominio mondiale esteso su tutta la terra […]. Dopo che la separazione di terra e mare e il contrasto dei due elementi erano divenuti la legge fondamentale del pianeta, si levò su questa base una possente impalcatura di dottrine, princìpi dimostrativi e sistemi scientifici con i quali gli uomini si resero conto della saggezza e della ragionevolezza di questo stato di fatto senza tener d'occhio il dato originario dell'appropriazione inglese del mare e la sua determinatezza storica. Famosi studiosi dell'economia politica, giuristi e filosofi elaborarono questi sistemi che alla maggior parte dei nostri bisavoli sembrarono molto convincenti. Essi non furono alla fine più in grado di concepire una diversa scienza economica e un altro diritto internazionale. In questo puoi intravvedere come il grande Leviatano abbia potere anche sullo spirito e l'animo umano. Questo è ciò che più sbalordisce del suo dominio. Oltre l’evento dell'“appropriazione inglese del mare e della separazione di terra e mare”, non altro diritto internazionale, non altra scienza economia fu più possibile, se non a carattere unitario e universalistico, se non avente ossia per giurisdizione il mondo intero e per concetto guida l’Indistinzione, e non alterità, non diversità alcuna furono più “concepibili”: cosa, del resto, può eccedere il Tutto ed eccepire alla sua Legge, al suo Nómos? Il succinto saggio schmittiano di qui prosegue presentando l’ulteriore mutamento elementare occorso all’umano con la Rivoluzione industriale (“iniziata con l'invenzione della macchine in Inghilterra nel XVIII secolo”), allorquando “il Leviatano si tramutò da grande pesce in macchina”, “trasformando i 'figli del mare’, nati dall'elemento marino in meccanici e in operatori di macchine”; sino a concludersi – ma non prima di aver mostrato, attraverso una citazione dell’ammiraglio americano Alfred Thayer Mahan, come l’“essenza” equorea inglese sia dovuta “migrare” negli Usa per adempiersi definitivamente (“L'America è l'isola più grande dalla quale l'appropriazione inglese del mare verrà eternizzata, e, come dominio marittimo angloamericano sul mondo, proseguito in dimensioni ancora più grandi”) – con l’ulteriore e forse definitiva (“secondo una antica dottrina tutta la storia umana non sarebbe che un viaggio attraverso i quattro elementi”) trasformazione occasionata dalla conquista della dimensione dell’“aria” ottenuta attraverso la motricità meccanica azionata dall’elemento del “fuoco”.

    Ma ancora non si dà il tempo della decisione circa questa possibile ultima metamorfosi elementare (“La questione dei due nuovi elementi che si aggiungono a terra e mare non dev'essere qui decisa. Ponderate riflessioni e speculazioni fantastiche si confondono ancora troppo ed hanno una estensione ancora troppo imprevedibile”). Riconvergiamo epperò verso il centro della nostra trattazione – prima di concluderla ponendo sotto critica l’attesa quasi messianica per l’avvento di un nuovo Nómos soterico manifestata in clausola da Schmitt –, per constatare gli effetti dell’ultima rivoluzione spaziale nell’orizzonte della quale noi oggi ci troviamo “gettati”, un nuovo paradigma topico, che coinvolge la stessa dimensione del Mare, in cui il vuoto dell’epoca moderna cede il passo al campo di energie e forze libere e disponibili per il dispiegamento illimitato della volontà di potenza del “padrone dell’ente” e della sua tecnica manipolatrice e prometeica.
    Se restiamo però sobriamente al nostro tema, sono così possibili due certe e sicure constatazioni. La prima riguarda il mutamento del concetto di spazio che è subentrato con il nuovo stadio della rivoluzione spaziale. Questo mutamento non andò meno in profondità di quello del XVI e XVII secolo che abbiamo esaminato. Allora gli uomini trovarono il mondo nello spazio vuoto. Oggi non concepiamo più lo spazio come semplice dimensione di profondità, vuota di qualsiasi contenuto concepibile. Lo spazio è per noi diventato un campo di energia, attività e prestazioni umane […] La seconda constatazione riguarda il rapporto elementare di terra e mare. Il mare non è più oggi un elemento come ai tempi dei cacciatori di balene e dei corsari. La tecnica odierna dei mezzi di trasporto e di comunicazione lo ha trasformato in uno spazio nell'odierno senso del termine. Ma tutto questo non rappresenta affatto, come taluni ritengono, la fine del mondo, e ciò che avanza e fa la propria comparsa non è il tempo ove si presenta “il più inquietante tra tutti gli ospiti”. Né stiamo assistendo all’escate sprigionarsi wagneriano delle potenze primordiali del Caos privo di qualsiasi ordinamento e localizzazione possibile. No, ciò che stiamo attraversando, ciò in cui siamo immersi, è la lotta per un nuovo Nómos della Terra.
    Ma se è così, allora viene anche a cadere la separazione di mare e terra sulla quale fu costruito il legame, sino ad oggi esistito, di dominio del mare e dominio del mondo. Viene meno il fondamento dell'appropriazione inglese del mare e, in tal modo, il Nomos della terra fino ad oggi valido. Al suo posto cresce inarrestabile e irresistibile il nuovo Nomos del nostro pianeta. Lo evocano le nuove relazioni dell'uomo con gli antichi e i nuovi elementi, e lo impongono a forza le mutate dimensioni e i nuovi rapporti dell'esistenza umana. Molti vi vedranno solo morte e distruzione. Alcuni crederanno di vivere la fine del mondo. In realtà stiamo solo vivendo la fine del rapporto, sin ad oggi esistito, tra terra e mare. Ma l'angoscia umana di fronte al nuovo è altrettanto grande quanto quella davanti al vuoto anche se il nuovo è superamento del vuoto. Per questo molti vedono solo insensato disordine dove in realtà un nuovo senso è in lotta per il suo ordinamento. L'antico Nomos viene certamente meno e con esso un sistema complessivo di misure, norme e rapporti che ci sono stati trasmessi. Ma ciò che avanza non è per questo, però, solamente mancanza di misura o un niente nemico del Nomos. Anche nella lotta accanita tra forze antiche e nuove sorgono giuste misure e si plasmano sensate proporzioni. Anche qui ci sono dèi e governano, grande è la loro misura. Per quanto sovraesposto, non ci sentiamo di sottoscrivere questo ottimismo apocatastatico.

    Alberto Iannelli

    1 Si fa qui riferimento all’edizione italiana, pubblicata da Adelphi, Milano 2002. Traduzione di Giovanni Gurisatti.
    È nostra intenzione riprendere la già ostensasi omniconsustanzialità del Conflitto che viepiù appare conferire destinazione ultima e fondamento originario alla Menschengeschichte, per qui ulteriormente declinarla attraverso l’opposizione “elementare” o “rizomatica” espressa nell’opera di Carl Schmitt: Land und Meer, Terra e Mare o, ancor più “radicalmente”, Terra e Acqua, Ghê kái Hýdor.

    Si è altrove posta (cfr. Diá) la coimplicazione enantiodromica che immorsa l’Originario, ove il camminamento tetico o posizionale del giorno (Seinsgeschichte) disvolge apofaticamente o contraddittoriamente le proprie “epochai” in necessaria corrispondenza con le Ere attraverso cui si dispiega la struttura endiadica della Notte antitetica o sottrazionale. In tale contesto teoretico, l’opposizione che dimora atremida nell’immanenza dell’uni-dualità archea si propose attraverso coppie antifatiche categoriali: Identità-Alterità, Essere-Nulla, Indeterminatezza-Determinatezza, anzitutto.

    Ebbene, ci sentiamo di non forzare eccessivamente il discorso schmittiano, sino a distorcerne l’essenza, se ora tentiamo di inquadrare quell’Opposizione Originaria nella sua stoichiomachia, non dissimilmente da quanto osammo per la sizigia sombartiana (Händler und Helden).

    Così come, infatti, dilatammo la collocazione primonovecentesca della coppia oppositiva di Sombart, per riscontrarne un suo più amplio avvolgere la nostra storia indoeuropea tutta, proviamo parimenti qui a estendere e ulteriormente radicalizzare l’antitesi elementare schmittiana.

    Immorsata nell’Originario si dà l’Opposizione tra Determinatezza e Aoristia. Nella vicenda indoeuropea si manifestano molteplici occorrenze dell’ostilità tra mercanti ed eroi o, egualmente, tra laboratores et bellatores (o, più compiutamente, ovvero uni-dualmente: Iuppiter, Mars, Quirinus; Bouleutikón/Phylakikou [Logistikón], Epikouretikón/Polemikou [Thymoeidés], Chrematistikón [Epithymetikón]; Oratores, Bellatores, Laboratores; Clergé, Noblesse, Tiers état). Simmetricamente dunque, ponendoci ora nell’orizzonte di Schmitt, altrettante evidenze si offrono della contesa diacronotopica tra ctoniocrazie e talassocrazie.

    Nondimeno, i parallelismi tra le due opere non si esauriscono certo qui. Sunteggiamo pertanto, anzitutto, ciò che emerse dall’analisi del pamphlet di Sombart, per spingere innanzi l’indagine comparativa nostra. Forzando inferenzialmente il suo discorso, ma forzandolo solo in apparenza, possiamo puntualmente affermare che:
  • si dà da sempre lotta tra mercanti ed eroi;
  • solo nell’Inghilterra del ‘600, “l’umanità si ammalò dello spirito dei mercanti”;
  • epperò, sino a quella precisa determinazione di spazio e di tempo, in qualche modo detto spirito fu “raffrenato” (tò katéchon).
  • Vedremo a breve, esegeticamente, come Carl Schmitt non descriva dinamiche affatto dissimili. Ma, anzitutto, proviamo a imporre al suo pensiero il medesimo schema:
  • si dà da sempre lotta tra Terra e Mare;
  • solo nell’Inghilterra del ‘600, l’umanità “scelse il mare aperto”;
  • epperò, egualmente, sino a quella precisa e singolarmente comune determinazione di spazio e di tempo, in qualche modo detto spirito fu parimenti “trattenuto”.
  • E tentiamo altresì, adesso e infine, di pro-porre questo schema contro la diafania dello sfondo teorico nostro universale sovraccennato:
  • si dà da sempre lotta tra Determinatezza e Aoristia, giacché essa Contesa immorsa l’unidualità stessa dell’Originario, abissalmente determinatosi giacché Da-sempre-ulteriormente-de-terminar-si;
  • solo in una sempre precisa e aprica unità spazio-temporale, principia, lungo il Sentiero del Giorno, la molteplice e politropa epi-fenomelogia dell’altrove definitosi riflesso vizzo dell’Epoca faustiana, ovvero, enantiodromicamente, cioè spostandoci presso lo strutturarsi della Nichtsgeschichte, del contro-principio dell’Era deuteriore: qui e ora l’umanità si decide – viepiù compiutamente – per l’Antitipicità, egualmente per l’avversione eslege a ogni Nomos der Erde (o, piuttosto, per l’adersione a Norma dell’avversione ad ogni norma, per la decretazione a Misura del sé dell’assenza di ogni misura);
  • epperò, egualmente, sino a quella precisa e singolarmente comune determinazione di spazio e di luogo, in qualche modo detto spirito fu parimenti “obstato”; epperò, altrimenti a porsi, sino ad allora, in qualche modo fu parimenti “posto in corti ceppi” il nulla della determinazione singola, ossia la positivizzazione assoluta dell’Indeterminatezza inseitale o dell’Identità non altrimenti posta in relazione di medesimezza (“è questo il tempo del nichilismo inautentico, il tempo della notte del mondo, quando le singole realtà o posizioni di identità particolari sono nulla e del Nulla non ne è più nulla”: s’è detto).
  • Ebbene, imperi marittimi e terrestri, mercanti ed eroi, si fronteggiano da tempo immemorabile, ma non mai talassocrazia alcuna compì scelta sì radicale verso l’equoreo, né qualsivoglia mai civiltà si concesse sì completamente allo spirito dei mercanti, come fece l’Inghilterra nel XVII° secolo.

    Principiamo pertanto il percorrimento del testo schmittiano per conoscere più da presso tappe e conseguenze di questo sviluppo e di questa scelta parimenti decisiva per lo spazio im-menso e ostile a ogni centuriazione ipostatizzato dal Meer, per validare, esegeticamente, alla luce della caratterizzazione di detta elezione talassica, se davvero permane presso fondamento l’ipotesi che afferma co-appartenza tra lo spirito dei mercanti, la natura dell’elemento idrico e la categoria dell’Indistinto, ovvero, si ribadisce, dell’Indentità-in-sé.
    L'uomo è un essere di terra che calca il suolo. Staziona, cammina e si muove sulla terra dal solido fondamento. Questa è la sua posizione e la sua base; in tal modo egli ricava il suo punto di vista. Ciò determina le sue impressioni e il suo modo di vedere il mondo. Egli non solo acquisisce il suo orizzonte ma anche la forma del suo procedere e dei suoi movimenti, la sua figura, in quanto essere vivente, nato e muoventesi sulla terra […]. La terra è il suo materno fondamento, esso è, pertanto, un figlio della terra. Nel prossimo egli vede fratelli terreni e cittadini della terra. Dei tradizionali quattro elementi — terra, acqua, fuoco ed aria — è la terra l'elemento che è destinato all'uomo e che più fortemente lo determina. L'idea che l'esistenza umana possa venir caratterizzata da un altro dei quattro elementi altrettanto decisamente come da parte della terra sembra, a prima vista, solo una possibilità fantastica. L'uomo non è un pesce né un uccello e ancor meno una creatura di fuoco, sempre ammesso che ce ne siano. Sono dunque l'esistenza e l'essenza dell'uomo nel loro nucleo puramente terranee e solamente riferite alla terra? E sono veramente gli altri elementi solo cose di secondo rango che si aggiungono alla terra? Non è così semplice. La questione se sia anche possibile un'altra esistenza umana diversa da una determinata puramente in senso terrestre è più evidente di quanto noi pensiamo […]. Importanti ricercatori hanno scoperto che accanto a popoli autoctoni cioè terrestri, sono esistiti anche popoli autotalassici cioè determinati completamente dal mare, che non avevano mai messo piede sulla terraferma e in essa scorgevano semplicemente il confine della loro pura esistenza marittima […]. Le nostre rappresentazioni di spazio e tempo sviluppatesi a partire dalla terraferma risultano loro altrettanto estranee e incomprensibili quanto, all'inverso, a noi uomini di terra, il mondo di quegli uomini puramente marini rivela un altro mondo a stento concepibile. Si tratta dunque di una questione aperta: qual è il nostro elemento? Siamo figli della terra o del mare? A questa domanda non si può rispondere con un semplice aut-aut. Miti antichissimi, moderne ipotesi scientifiche e risultati della ricerca protostorica lasciano aperte entrambe le possibilità […]. La storia del mondo è storia di lotta di potenze marinare contro potenze di terra e di potenze di terra contro potenze marinare. L’uomo – precisa Schmitt sulla scia di Scheler e Plessner – “è, però, un essere che non si esaurisce completamente nel suo ambiente. Egli possiede la forza di conquistare storicamente la sua esistenza e la sua coscienza. Egli possiede un margine di potere e di padronanza sulla storia. Può scegliere e, in certi momenti storici, può perfino scegliere l'elemento per il quale, con la sua azione e con la sua opera, egli si decide quale nuova forma complessiva della sua esistenza storica e nel quale si organizza”. Pertanto, Terra e Mare non vanno pensati come elementi chimici, “come entità semplicemente scientifico-naturali”, bensì come “essenze” antipoidee dalla scelta o decisione per le quali “procedono forme di esistenza storiche”, cioè Weltanschauung, determinate e parimenti oppositive.

    Ebbene, se l’uomo può scegliere da sé il suo elemento, cioè l’“ambiente naturale” proprio, non essendo quindi vincolato né all’una essenza, né all’altra; e se popoli talassici e terrigeni da sempre esistono e si confrontano, perché porre tanta enfasi e drammaticità nella scelta compiuta dall’Inghilterra elisabettiana per il mare aperto? Perché detta precisa decisione fu sì “rivoluzionaria” da mutare il corso stesso della storia europea? In che senso questo specifico abbandono all’elemento equoreo fu completo, assoluto e come mai prima attuato?

    Ma partiamo dal fenomeno dell’evento, per come lo descrive Schmitt:
    'Schiume di mare' d'ogni tipo, pirati, corsari, avventurieri del commercio marittimo, formano, accanto ai cacciatori di balena e ai navigatori a vela, la colonna dei pionieri della elementare svolta verso il mare che si realizzò nel XVI e XVII secolo […]. I corsari del XVI e del XVII secolo […] ebbero un grande ruolo storico. Essi svolsero la funzione di attivi combattenti nel grande scontro sul piano mondiale tra l'Inghilterra e la Spagna. Dai loro nemici, gli spagnoli, se catturati, venivano bollati come delinquenti comuni, assassini a scopo di rapina, e impiccati. Anche i loro governi li lasciarono cinicamente cadere quando' diventavano scomodi o se lo richiedevano considerazioni di politica estera. Spesso era veramente solo un caso se un pirata otteneva un'alta carica quale dignitario del re o finiva sul patibolo condannato a morte come pirata [...]. Nei 45 anni del suo regno (Elisabetta I° Tudor, 1558-1603) l'Inghilterra divenne una nazione ricca, cosa che prima non era stata. In precedenza gli Inglesi allevavano pecore e vendevano la lana alle Fiandre, poi invece affluirono verso l'isola da tutti i mari i favolosi bottini dei corsari e dei pirati inglesi. La regina si rallegrò di questi tesori e ci si arricchì. In questo senso essa con tutta la sua verginità non fece niente di diverso da quanto numerosi inglesi, nobili e borghesi, uomini e donne della sua epoca fecero: parteciparono tutti al grande affare del bottino. Centinaia e migliaia di uomini e donne inglesi si trasformarono allora in « capitalisti corsari», in corsaìrs capitalisis. Anche questo fa parte della svolta elementare dalla terra al mare della quale qui si tratta […]. Ancora nel quattordicesimo anno del regno della regina Elisabetta la maggior parte del naviglio inglese era in viaggio per spedizioni di rapina o per affari illegali e nel complesso appena poco più di 50.000 tonnellate di stazza erano impiegate per il traffico commerciale legale. Inquadriamo ora, prima di affissare il tratto precordiale dell’eccezionalità qui in esame, cosa significhi e cosa implichi il concetto e l’accadimento storico di una “rivoluzione spaziale”, quale portata e quale conseguenza essa abbia per l’umanità che l’abbraccia e compie.
    Che cos'è una rivoluzione spaziale? L'uomo ha una coscienza determinata del suo «spazio » che è soggetta a grandi mutamenti storici. Alle molteplici forme della vita corrispondono spazi altrettanto vari. Perfino all'interno della stessa epoca l'ambiente dei singoli uomini è, rispetto alla prassi della vita quotidiana, diversamente determinato dalla loro diversa vita lavorativa. Un cittadino della metropoli si rappresenta il mondo diversamente da un contadino. Un cacciatore di pesce-balena ha un diverso spazio vitale da un cantante d'opera e ad un pilota vita e mondo si mostrano non solo in una luce diversa ma anche in altre dimensioni, profondità e orizzonti. Ancora più profonde e grandi sono le diversità nelle rappresentazioni dello spazio se vengono presi in considerazione diversi popoli nel loro complesso e differenti epoche della storia umana […]. Ogni volta che sotto la spinta di forze storiche o grazie alla liberazione di nuove energie, entrano nell'orizzonte della complessiva coscienza dell'uomo nuovi territori e nuovi mari, mutano anche gli spazi dell'esistenza storica. Allora sorgono nuove misure e nuovi criteri dell'attività storico-politica, nuove scienze, nuovi ordini, una nuova vita di popoli nuovi e rinati. L'ampliamento può essere così profondo e sorprendente che cambiano non soltanto la dimensione e le misure, non solo l'orizzonte esterno degli uomini, ma muta anche la struttura del concetto stesso di spazio. Allora si può parlare di una rivoluzione spaziale. Ma anche ad ogni grande mutamento storico è, perlopiù, connesso un cambiamento dell'immagine di spazio. È questo il nucleo vero e proprio del complessivo cambiamento politico, economico e culturale che allora si compie. Ed eccoci infine giunti presso l’eccezionalità nostra che non alcuna antecedenza a sé può offrire.
    Ciò non può essere spiegato mediante raffronti generali con precedenti esempi storici di dominio marinaro, neppure tracciando paralleli con Atene o Cartagine, Roma, Bisanzio o Venezia. Qui siamo di fronte ad un caso nella sua natura unico. La sua specificità e incomparabilità consistono nel fatto che l'Inghilterra, in un momento storico e in un modo completamente diverso rispetto alle precedenti potenze marinare, ha compiuto una trasformazione elementare, ha veramente spostato la sua esistenza dalla terra all'elemento del mare. In tal modo non ha vinto solo molte battaglie sul mare e molte guerre ma qualcosa di completamente diverso e infinitamente superiore, e cioè ha compiuto una rivoluzione e, propriamente, una rivoluzione del tipo più grande, una planetaria rivoluzione spaziale [...]. Si potrebbero trovare ancora ulteriori esempi storici ma tutti impallidiscono di fronte alla più profonda, e ricca di conseguenze, trasformazione della configurazione planetaria di tutta la storia del mondo a noi nota. Essa avvenne nei secoli XVI e XVII, nell'epoca delle scoperte dell'America e della prima circumnavigazione della terra. Allora sorse, nel senso più audace del termine, un nuovo mondo e la coscienza complessiva, prima dei popoli dell'Europa centrale e occidentale, in seguito quella di tutta l'umanità, mutò radicalmente. Questa è la prima vera e propria rivoluzione spaziale nel senso pieno del termine che abbraccia terra e mondo. Essa non è paragonabile a nessun'altra. Non fu solo una estensione quantitativamente spaziale di particolare significato dell'orizzonte geografico, quella che si verificò da sé a seguito della scoperta di nuovi continenti e di nuovi mari. Piuttosto cambiò, per la coscienza complessiva degli uomini, con l'eliminazione totale delle rappresentazioni tradizionali, antiche e medioevali, l'immagine globale del nostro pianeta e, oltre a ciò, la rappresentazione astronomica complessiva di tutto l'universo. Per la prima volta nella sua storia, l'uomo prese nella sua mano tutto il reale globo come una sfera. Ebbene, qual è il fondamento di questo abissale salto storico? Per la prima volta nel corso della vicenda antropica, il Mondo diviene Uno, parmenideamente monadico, continuo, compatto (ossia, per tornare al nostro discorso, assume i carattere dell’ontomedesimezza deuteriore), e lo spazio dell’uomo europeo, in pari assoluta inaudizione, non oppone alcun confine, non alcun nómos che non sia il Tutto. Quanto tutto ciò sembra “naturale” e “scontato” a noi figli del globalismo pressocché compiuto! Ecco perché diviene imprescindibile – anche - il dialogo con Carl Schmitt, - anche - lo studio di questa sua opera apparentemente “minore”: non da sempre lo spazio mondiale è assoggettato e ridotto a unità, non da sempre la centuriazione dell’ecumene non offre consistenza distintiva alcuna, non da sempre isoglosse, are, leggi, mores, miti, terre e discendenze partiscono identitariamente – conferendo loro alcontempo e coimplicativamente pienezza di fondamento ontologico nell’inscindibile sinolarità di essere-e-ipseità – le individualità delle Kultur, non da sempre, bensì esclusivamente da questo preciso punto dello spazio-tempo nostro, da questo preciso evento. Suggiamo dunque il pathos di questo annuncio schmittiano e che il suo thaûma d’innanzi a questa cesura epocale e alla sua eccezionalità storica torni ad essere il nostro angoscioso sbigottimento!

    Non si è mai data, in tutta la nostra storia, l’idea di un uomo meta-kuturale, cioè già oltre-storico, universale, indistinto e a punto (parmenideamente o deuteriormente) e uno e continuo e compatto nella propria identità diatopicamente – e diacronicamente – comune e indifferenziabile, sradicato epperò dalla propria Gemeinschaft, dal proprio suolo patrio (Boden) e dal proprio passato (e certamente non altro senso autentico ha né mai può in licea e retta ricezione avere il “Blut” di Fichte, giammai “genetico”, ovverosia “naturale”, proprio in quanto l’uomo è lì idealisticamente concepito come omni-avvolto nel dominio del Geist, dell’Iità trascendentale, nell’autoctisi altresì e proletticamente dell’Atto puro gentiliano, ebbene, coimplicativamente, nell’orizzonte inoltrepassabile della Geschichte).
    Gli uomini furono allora, dunque, in grado di rappresentarsi uno spazio vuoto, cosa che in precedenza non avevano potuto, anche se alcuni filosofi avevano già parlato di «vuoto». Prima gli uomini provavano angoscia davanti al vuoto, cioè quello che si chiama horror pacai. Ora, dimenticando questa angoscia, non trovarono alla fin fine nulla di strano nel fatto che essi e il loro mondo esistessero nel vuoto. Gli scrittori dell'Illuminismo nel XVIII secolo, Voltaire in testa, provarono persino un sentimento di orgoglio di fronte a tale rappresentazione scientificamente dimostrabile, di un mondo in un infinito spazio vuoto. Ecco ancora “epifanicamente” riaffiorare e ritornare la coimplicazione tra età dei lumi e Aoristia! Ovverosia, ancora, tra epoca faustiana tarda o “civilizzata” e contro-principio dell’Era deuteriore, cioè precisamente dell’Indeterminatezza ridotta a inseità distinta e non già più a “momento relazione” immanente alla struttura endiadica dell’Originaria.
    Ma prova però per una volta a rappresentarti veramente uno spazio veramente vuoto. Non solo uno spazio vuoto d'aria ma anche totalmente privo della materia più minuta e sublime: prova dunque, una volta, nella tua immaginazione a distinguere veramente spazio e materia, a separare l'uno dall'altra e a pensare l'uno senza l'altra. Puoi altrettanto bene pensare il nulla assoluto. Gli illuministi hanno molto riso di quel horror vacui. Ma forse era solamente il comprensibile brivido davanti al nulla e al vuoto della morte, di fronte ad una rappresentazione nichilistica e di fronte al nichilismo in generale. Una simile trasformazione, qual è quella contenuta nell'idea di un infinito spazio vuoto non può essere soltanto spiegata come conseguenza di una semplice estensione geografica della terra conosciuta. Essa è talmente fondamentale e rivoluzionaria che altrettanto bene si potrebbe, al contrario, sostenere che la scoperta di nuovi continenti e la circumnavigazione della terra siano solo modi di venire alla luce e conseguenze di mutamenti che avvengono in una dimensione più profonda. Solo per questo lo sbarco su un'isola sconosciuta potè aprire tutta un'epoca di scoperte. Non fu certo, dunque, e la posizione di Schmitt non può che trovarci ulteriormente consentanei, la scoperta di nuovi continenti a determinare la rivoluzione in senso universalizzante della concezione dello spazio negli europei del XVI° e XVII° secolo, bensì fu questo impulso (Streben) per l’indistinto immenso a condurre alla loro scoperta, non dissimilmente da come generò la pittura prospettica di Andrea Pozzo o le fughe del contrappunto barocco.
    Per una rivoluzione spaziale è necessario qualcosa di più che lo sbarco in una località fino ad allora sconosciuta. È necessario un mutamento dei concetti di spazio comprendente tutti i gradi e i campi dell'esistenza umana. La gigantesca svolta epocale del XVI e XVII secolo ci rivela ciò che questo significhi. In questi secoli di un'epoca di svolta, l'umanità europea ha contemporaneamente affermato un nuovo concetto di spazio in tutti i campi del suo spirito creativo. La pittura del Rinascimento superò lo spazio della pittura gotica medioevale. I pittori collocarono gli uomini e le cose da essi dipinti in uno spazio che, prospetticamente, produsse una profondità vuota. Gli uomini e le cose stanno e si muovono ora in uno spazio […]. La musica ricavò le sue armonie e melodie dalle antiche tonalità e le pose nello spazio acustico del nostro cosiddetto sistema tonale. Teatri ed opere fecero muovere i loro personaggi nella vuota profondità dello spazio prospettico del palcoscenico separato da un sipario dalla sala. Tutte le correnti spirituali di questi due secoli, Rinascimento, Umanesimo, Riforma, Controriforma e Barocco contribuirono, quindi, alla totalità di questa rivoluzione spaziale. Non è esagerato sostenere che tutti gli ambiti vitali, tutte le forme d'esistenza, tutte le specie della umana forza creativa, arte, scienza e tecnica furono partecipi del nuovo concetto di spazio. Proseguendo nella lettura di questo tanto agile quanto cruciale testo schmittiano, ci imbattiamo ora nel concetto capitale del suo pensiero giuridico, relativamente al diritto interstatale, pensiero magistralmente espresso in Der Nomos der Erde im Völkerrecht des Jus Publicum Europaeum (Il nomos della terra nel diritto internazionale dello Jus publicum europaeum), del 1950:
    Ogni ordinamento fondamentale è un ordinamento spaziale. Si definisce una costituzione di un paese o di un continente come il suo ordinamento fondamentale, il suo Nomos. Ora il vero e proprio ordinamento fondamentale si basa, nel suo nucleo essenziale, su determinati limiti e delimitazioni spaziali, su determinate misure e su una determinata distribuzione della terra. All'inizio di ogni grande epoca c’è, pertanto, una grande appropriazione di territorio. In particolare ogni rilevante mutamento e ridefinizione della immagine del mondo sono connessi a mutamenti geopolitici e ad una nuova divisione della terra, ad una nuova appropriazione di territorio. La rivoluzione spaziale portò dunque all’appropriazione “stupefacente e senza paragoni” di nuovi territori, “nuovi spazi in apparenza infiniti” si aprirono allora agli europei, tanto che venne a costituirsi un nuovo Nómos della Terra, ossia un nuovo ordinamento interstatale, a punto quello Jus Publicum Europaeum cristiniano-centrico di cui tratta nella sua sovracitata opera, una nuova coimplicazione ovvero tra Ordnung (ordinamento) e Ortung (localizzazione) che, opponendo critiani-europei civilizzatori a non-europei da civilizzare, consentì un reciproco riconoscimento giuridico lungo una nuova linea distintivo-contraddistintiva, ossia determinò il formarsi di “una comunità dei popoli cristiani d'Europa contrapponentesi a tutto il mondo restante. Questi popoli europei costituirono «la famiglia delle nazioni », un ordinamento interstatale.”

    Ed è proprio in questo nuovo Ordinamento della Terra che si inserisce la rivoluzione “elementare” compiuta dall’Inghilterra nel ‘600. La Terra, infatti, è, per essenza, centuriazione, divisione, demarcazione, partizione distintiva, ossia pluralità d’identità particolari e vicendevolmente contrad-distinguentisi; il Mare, all’opposto e per pari sostanzialità, è continuità amorfa e antitipica, liquida e ostile a qualsivoglia agrimensura, ad ogni eliaca cosmizzazione. Ecco pertanto che solo completamente votandosi a questo elemento, solo decidendosi per esso, “una piccola isola al confine nord-occidentale d'Europa” si poté trasformare “in centro di un impero mondiale”, nel precordio di un regno globale, aggiungiamo noi, ma sempre con Schmitt, la cui natura non poteva che essere commerciale: non può certo più sfuggirci, ormai, l’immorsatura che avviticchia con necessità la categoria dell’Aoristia o dell’Indistinzione, l’assiologia eleutero-centrica, la prassi economica del commercio globale e la giurisprudenza universalistica (“L'epoca del libero commercio fu anche l'epoca del libero dispiegamento della superiorità industriale ed economica dell'Inghilterra. Libero mare e libero mercato mondiale si combinarono in una idea di libertà della quale soggetto e custode poteva essere solo l'Inghilterra”).
    La terraferma appartiene ora ad un pugno di Stati sovrani mentre il mare non appartiene a nessuno o a tutti o, in verità, solo ad uno: all'Inghilterra. L'ordinamento della terraferma consiste nella divisione in territori statali: l'alto mare è invece libero, cioè non appartiene ad uno Stato e non è sottomesso a nessuna sovranità territoriale statale. Questi sono i fondamentali dati di fatto specificamente spaziali dai quali si è sviluppato il diritto internazionale cristiano-europeo degli ultimi trecento anni. Questa la legge fondamentale, il Nomos della terra in quest'epoca. Solo alla luce di questo dato di fatto originario dell'appropriazione inglese del mare e della separazione di terra e mare acquistano il loro senso vero numerosi modi di dire e frasi spesso citate. Così, ad esempio, il detto di Sir Walter Raleigh: «Chi domina il mare domina il commercio del mondo e a chi domina il commercio del mondo appartengono tutti i tesori del mondo e il mondo stesso». O: «Tutto il commercio è commercio mondiale. Ogni commercio mondiale è un commercio marittimo». In questo si legano, al culmine della potenza marittima e mondiale inglese, gli slogans della libertà: «Qualsiasi commercio mondiale è libero commercio» [...] Ma come conseguenza della appropriazione inglese del mare tanto il popolo di questa nazione quanto quelli che sono nella scia delle sue idee ci hanno fatto l'abitudine. L'idea che una potenza di terra possa esercitare un potere mondiale che comprenda tutto il globo terrestre, è, secondo la loro visione del mondo, inaudita e insopportabile. Diverso è il caso di un potere mondiale costruito su una esistenza marittima separatasi dalla terra e abbracciarne tutti gli oceani del mondo. Una piccola isola al confine nord-occidentale d'Europa si era trasformata in centro di un impero mondiale distaccandosi dalla terraferma e decidendosi per il mare. In una esistenza completamente marittima essa trovò i mezzi di un dominio mondiale esteso su tutta la terra […]. Dopo che la separazione di terra e mare e il contrasto dei due elementi erano divenuti la legge fondamentale del pianeta, si levò su questa base una possente impalcatura di dottrine, princìpi dimostrativi e sistemi scientifici con i quali gli uomini si resero conto della saggezza e della ragionevolezza di questo stato di fatto senza tener d'occhio il dato originario dell'appropriazione inglese del mare e la sua determinatezza storica. Famosi studiosi dell'economia politica, giuristi e filosofi elaborarono questi sistemi che alla maggior parte dei nostri bisavoli sembrarono molto convincenti. Essi non furono alla fine più in grado di concepire una diversa scienza economica e un altro diritto internazionale. In questo puoi intravvedere come il grande Leviatano abbia potere anche sullo spirito e l'animo umano. Questo è ciò che più sbalordisce del suo dominio. Oltre l’evento dell'“appropriazione inglese del mare e della separazione di terra e mare”, non altro diritto internazionale, non altra scienza economia fu più possibile, se non a carattere unitario e universalistico, se non avente ossia per giurisdizione il mondo intero e per concetto guida l’Indistinzione, e non alterità, non diversità alcuna furono più “concepibili”: cosa, del resto, può eccedere il Tutto ed eccepire alla sua Legge, al suo Nómos? Il succinto saggio schmittiano di qui prosegue presentando l’ulteriore mutamento elementare occorso all’umano con la Rivoluzione industriale (“iniziata con l'invenzione della macchine in Inghilterra nel XVIII secolo”), allorquando “il Leviatano si tramutò da grande pesce in macchina”, “trasformando i 'figli del mare’, nati dall'elemento marino in meccanici e in operatori di macchine”; sino a concludersi – ma non prima di aver mostrato, attraverso una citazione dell’ammiraglio americano Alfred Thayer Mahan, come l’“essenza” equorea inglese sia dovuta “migrare” negli Usa per adempiersi definitivamente (“L'America è l'isola più grande dalla quale l'appropriazione inglese del mare verrà eternizzata, e, come dominio marittimo angloamericano sul mondo, proseguito in dimensioni ancora più grandi”) – con l’ulteriore e forse definitiva (“secondo una antica dottrina tutta la storia umana non sarebbe che un viaggio attraverso i quattro elementi”) trasformazione occasionata dalla conquista della dimensione dell’“aria” ottenuta attraverso la motricità meccanica azionata dall’elemento del “fuoco”.

    Ma ancora non si dà il tempo della decisione circa questa possibile ultima metamorfosi elementare (“La questione dei due nuovi elementi che si aggiungono a terra e mare non dev'essere qui decisa. Ponderate riflessioni e speculazioni fantastiche si confondono ancora troppo ed hanno una estensione ancora troppo imprevedibile”). Riconvergiamo epperò verso il centro della nostra trattazione – prima di concluderla ponendo sotto critica l’attesa quasi messianica per l’avvento di un nuovo Nómos soterico manifestata in clausola da Schmitt –, per constatare gli effetti dell’ultima rivoluzione spaziale nell’orizzonte della quale noi oggi ci troviamo “gettati”, un nuovo paradigma topico, che coinvolge la stessa dimensione del Mare, in cui il vuoto dell’epoca moderna cede il passo al campo di energie e forze libere e disponibili per il dispiegamento illimitato della volontà di potenza del “padrone dell’ente” e della sua tecnica manipolatrice e prometeica.
    Se restiamo però sobriamente al nostro tema, sono così possibili due certe e sicure constatazioni. La prima riguarda il mutamento del concetto di spazio che è subentrato con il nuovo stadio della rivoluzione spaziale. Questo mutamento non andò meno in profondità di quello del XVI e XVII secolo che abbiamo esaminato. Allora gli uomini trovarono il mondo nello spazio vuoto. Oggi non concepiamo più lo spazio come semplice dimensione di profondità, vuota di qualsiasi contenuto concepibile. Lo spazio è per noi diventato un campo di energia, attività e prestazioni umane […] La seconda constatazione riguarda il rapporto elementare di terra e mare. Il mare non è più oggi un elemento come ai tempi dei cacciatori di balene e dei corsari. La tecnica odierna dei mezzi di trasporto e di comunicazione lo ha trasformato in uno spazio nell'odierno senso del termine. Ma tutto questo non rappresenta affatto, come taluni ritengono, la fine del mondo, e ciò che avanza e fa la propria comparsa non è il tempo ove si presenta “il più inquietante tra tutti gli ospiti”. Né stiamo assistendo all’escate sprigionarsi wagneriano delle potenze primordiali del Caos privo di qualsiasi ordinamento e localizzazione possibile. No, ciò che stiamo attraversando, ciò in cui siamo immersi, è la lotta per un nuovo Nómos della Terra.
    Ma se è così, allora viene anche a cadere la separazione di mare e terra sulla quale fu costruito il legame, sino ad oggi esistito, di dominio del mare e dominio del mondo. Viene meno il fondamento dell'appropriazione inglese del mare e, in tal modo, il Nomos della terra fino ad oggi valido. Al suo posto cresce inarrestabile e irresistibile il nuovo Nomos del nostro pianeta. Lo evocano le nuove relazioni dell'uomo con gli antichi e i nuovi elementi, e lo impongono a forza le mutate dimensioni e i nuovi rapporti dell'esistenza umana. Molti vi vedranno solo morte e distruzione. Alcuni crederanno di vivere la fine del mondo. In realtà stiamo solo vivendo la fine del rapporto, sin ad oggi esistito, tra terra e mare. Ma l'angoscia umana di fronte al nuovo è altrettanto grande quanto quella davanti al vuoto anche se il nuovo è superamento del vuoto. Per questo molti vedono solo insensato disordine dove in realtà un nuovo senso è in lotta per il suo ordinamento. L'antico Nomos viene certamente meno e con esso un sistema complessivo di misure, norme e rapporti che ci sono stati trasmessi. Ma ciò che avanza non è per questo, però, solamente mancanza di misura o un niente nemico del Nomos. Anche nella lotta accanita tra forze antiche e nuove sorgono giuste misure e si plasmano sensate proporzioni. Anche qui ci sono dèi e governano, grande è la loro misura. Per quanto sovraesposto, non ci sentiamo di sottoscrivere questo ottimismo apocatastatico.

    Alberto Iannelli

    1 Si fa qui riferimento all’edizione italiana, pubblicata da Adelphi, Milano 2002. Traduzione di Giovanni Gurisatti.
    orizzontealtro@gmail.com