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OPERA
Carl Schmitt
La tirannia dei valori


Riflessioni di un giurista sulla filosofia dei valori.
Die Tyrannei der Werte
Überlegungen eines Juristen zur Wert-Philosophie
, 1967.
Carl Schmitt
La tirannia dei valori
Riflessioni di un giurista sulla filosofia dei valori
Die Tyrannei der Werte
Überlegungen eines Juristen zur Wert-Philosophie
, 1967.
OPERA
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Nel trattare della presente opera schmittiana, la contestualizzazione della cui origine seminariale e delle conseguenti vicissitudini editoriali è doviziosamente disvolta nella premessa all’edizione italiana (edizione Adelphi [1] a cui pertanto certamente rimandiamo il nostro cortese lettore, non foss’altro per il saggio del prof. Volpi in appendice compresovi, clausola critica preziosa tanto quanto doviziosa è la di essa ricostruzione della filogenesi del concetto di valore) ci sentiamo in dovere di dichiarare da principio essere il nostro “punto di preda” esegetico l’indicazione dell’“eccedenza” rispetto a quanto qui espresso dallo stesso Schmitt, plusvalenza tetica certamente dedotta per inferenziale comparazione con altri momenti del suo corpus.

Si dia dunque, anzitutto, inquadramento del tema (ossia di “ciò che è posto”, der. di títhemi “porre, collocare”) del discorso schmittiano qui espresso: analisi del rapporto tra la dottrina dello Stato di diritto borghese moderno e il “pensare per valori” simultaneamente impostosi nella società e nel dibattito teoretico, da Max Weber a Nicolai Hartmann, dal neokantismo a Max Scheler.

Forsthoff faceva notare come nella dottrina dello Stato della monarchia assoluta la virtù avesse ancora un posto, mentre il sistema di legalità dello Stato di diritto borghese non sapeva più che cosa farsene di un termine e di un concetto come virtù. A mo' di sostituto si offriva il valore […]. Una conversione in valori, una valorizzazione universale è oggi in atto in tutti gli ambiti della nostra esistenza sociale, e si manifesta persino nella lingua ufficiale delle sfere più alte.

Il concetto di valore, occorre primariamente indicarlo, trova il proprio fondamento semantico nell’orizzonte dell’economico. Pertanto, le stratificazioni d’ambito originariamente impresse sulla coniazione del proprio spettro di significazione, vengono con necessità conservate anche nell’eventuale suo portarsi-oltre (Verwindung) essa delimitazione definitoria prima.

Tutto ciò è plausibile finché si conserva la consapevolezza della specificità del concetto di valore e se ne cerca il significato concreto nella sua sfera originaria, dunque nel campo dell'economia […]. In Germania cent'anni di rapida industrializzazione hanno trasformato il valore in una categoria essenzialmente economica. Oggi per la coscienza comune il termine “valore” è talmente impregnato di senso economico e commerciale che non si può più tornare indietro, e meno che mai in un'epoca di progresso industriale, di ricchezza crescente e di redistribuzione permanente. Una dottrina scientifica dei valori rientra nelle scienze economiche. È qui che una logica del valore trova la sua collocazione. E nel diritto di indennizzo entra in azione. Il principio dell'indennizzo si basa, come afferma Lorenz von Stein, “sulla separazione tra bene e valore [...]”. L'economia, il mercato, la borsa, sono diventati in questo modo il terreno di tutto ciò che si definisce valore in senso specifico. Su questo terreno economico tutti i “valori”, per quanto alti ed extraeconomici, valgono solo come sovrastruttura, che viene compresa in base alla legge del suolo: superficies solo cedit [la superficie accede al suolo] […]. L'irresistibile economicizzazione non è solo una conseguenza, o solo un fenomeno concomitante di un capitalismo che ha trasformato tutto – anche il lavoro umano – in merce, valore e prezzo, e per il quale il denaro è “il valore universale, per sé costituito, di tutte le cose”, avendo esso “spogliato del [suo] valore peculiare” tutto il resto, il mondo dell'uomo e la natura […]. Dobbiamo perciò tenere presente che la logica del valore degenera non appena abbandona l'ambito a lei pertinente dell'economico e della justitia commutativa per valorizzare e convertire in valori beni, interessi, scopi e idee differenti da quelli economici. Il valore superiore giustifica allora pretese imprevedibili e dichiarazioni di inferiorità; l'attuazione immediata dei valori distrugge l'attuazione giuridicamente assennata che ha luogo solo all'interno di ordinamenti concreti, in base a precisi regolamenti e chiare sentenze.

Secondariamente, giova altresì ricordare come qualsivoglia Orizzonte assiologico sia intrinsecamente omni-afferrante: se si pensa per valori, esso contenuto noumenico immediatamente perimetra, a partire dalla propria inseità, ogni interpretazione del reale che trova posizione nel mondo, di modo che qulasivoglia darsi particolare del categoriale si trovi già gettato in essa cerchia, compresa l’esclusione del non-valore, la cui negazione consegue a punto come tale - ossia come negazione-determinata - positività o haecceitas valoriale, partita o distinta teticità antitetica epperò precisamente immediata sussunzione nell’orizzonte assiologico.

Non importa dunque che i valori religiosi, spirituali e morali vengano posti come valori superiori, e che i valori vitali – come li chiama Max Scheler – siano da considerarsi superiori solo rispetto ai valori materiali, mentre rispetto a ciò che attiene allo spirito occupano un posto inferiore. Il fatto decisivo è che tutti i valori, dal più alto al più basso, si collocano sui binari del valore. La posizione nella gerarchia e la sua determinazione sono di seconda importanza; la logica del valore funziona anzitutto a partire dal valore in sé, e solo secondariamente dal posto detenuto dal valore. Una volta inserito in un sistema di valori, anche il valore supremo si converte in un valore cui viene assegnato un posto nel sistema dei valori […]. Nessun sistema di valori può riconoscere un supervalore che non sia un valore. Rimane quindi solo il non-valore, che va escluso dal sistema di valori, poiché la negazione assoluta del non-valore è un valore positivo.

Infine, prima di venire alla nostra estrinsecazione inferenziale d’eccedenza, riportiamo la tesi eziologica schmittiana che indica la genesi dell’imporsi dell’omni-valutatività (nella teoresi antropologico-filosofica, ma soprattutto, per Schmitt, come vedremo, nella dottrina dello Stato e nello ius belli), nella reazione delle Geisteswissenschaften all’imporsi dell’a-valutatività delle Naturwissenschaften, nel tentativo conservativo ossia di salvare e preservare l’irriducibilità e l’inestinguibile sovrabbondanza dello spirito umano dalla dissezione positivistica.

Ciò che accade è il tentativo di individuare una via d'uscita della situazione critica in cui la pretesa di scientificità delle scienze dello spirito era venuta a trovarsi a causa della pervasività dell'atteggiamento ispirato alle scienze della natura nell'Europa del XIX secolo. In altri termini, la filosofia dei valori è una reazione alla crisi nichilistica del XIX secolo. Ciò che vi è di nuovo è qualcosa di negativo […], uno specifico surplus di degrado, discriminazione e giustificazione di un annientamento.

Ma …

È un errore fatale credere che i beni e gli interessi, gli scopi e gli ideali che sono qui in questione potrebbero essere salvati, attraverso la loro valorizzazione, dalla avalutatività dell'atteggiamento tipico delle scienze naturali moderne. I valori e le teorie dei valori non sono in grado di creare legittimità; possono appunto sempre e solo valorizzare.

Ebbene, sia che il pensiero valoriale abbia un fondamento debole, relativistico o soggettivo, neokantiano o weberiano, sia che esso abbia una maggiore cogenza d’oggettività e formalità, come in Max Scheler e Nicolai Hartmann, esso è comunque intrinsecamente attuativo, ossia contiene in sé un irresistibile impulso auto-realizzativo, ed esso fomite all’entelechia ne decreta l’immanente e immediata impositività: il suo essere, la sua posizione, è continua im-posizione e re-imposizione del proprio essere, giacché avere valore significa avere vigenza, essere in atto.

L'aggressività (il “punto d'attacco”) contenuta nel pensare per valori tende per lo più a scemare nei giuristi che praticano teorie dei valori rigorosamente formali di ispirazione neokantiana. Anzi, l'accentuata soggettività e la relatività delle teorie puramente formali dei valori suscitano a prima vista addirittura l'apparenza di una tolleranza illimitata […]. Eppure, finché vige la logica del valore la sua aggressività immanente è solo spostata […]. La validità dei valori si basa su atti di posizione. Ma chi è, qui, che pone i valori? Le risposte più chiare e anche più aperte a questa domanda le troviamo in Max Weber: a porre i valori è quindi l'individuo umano nel suo totale libero arbitrio puramente soggettivo. Egli si sottrae così alla avalutatività assoluta del positivismo scientifico, contrapponendo a esso la sua visione del mondo libera, cioè soggettiva. La libertà puramente soggettiva della posizione dei valori conduce però a un eterno conflitto dei valori e delle visioni del mondo, una guerra di tutti contro tutti […]. Sono sempre i valori a fomentare le battaglie e a tener viva l'ostilità. Il fatto che i vecchi dèi siano disincantati e ridotti a meri valori dotati di validità rende spettrale la contesa e disperatamente aggressivi i contendenti. È questo l'incubo che la rappresentazione weberiana ha lasciato. Alcuni filosofi come Max Scheler e Nicolai Hartmann hanno cercato di sfuggire al soggettivismo delle valutazioni e di trovare una filosofia dei valori materiale e oggettiva […]. Scheler ha creato una gerarchia dei valori che, dal basso verso l'alto, parte dall'utile per arrivare al sacro. Hartmann ha costruito il sistema oggettivo coerente di un mondo in cui al livello più basso dovrebbe porsi l'inorganico, a quello più alto lo spirituale. Ma i valori, ancorché possano essere ritenuti alti e sacri, in quanto valori valgono sempre solo per qualcosa o per qualcuno […]. Nessuno può dunque sfuggire alla logica immanente del pensare per valori. Non importa che il valore sia soggettivo, formale o materiale: non appena appare, si attiva inevitabilmente uno specifico meccanismo mentale, connaturato a ogni pensare per valori. Il carattere specifico del valore risiede infatti nell'avere non già un essere, ma soltanto una validità. Ne consegue che la posizione non è nulla se non si impone; la validità deve essere continuamente attualizzata, cioè fatta valere, se non vuole dissolversi in mera parvenza. Chi dice valore vuole far valere e imporre. Le virtù si esercitano; le norme si applicano; gli ordini si eseguono; ma i valori vengono posti e imposti. Chi ne sostiene la validità deve farli valere. Chi dice che valgono senza che vi sia nessuno che li fa valere è un impostore.

Ecco pertanto che la filosofia dei valori si dà quale prospettivismo, ossia puntuale e soggettiva partizione del tutto, epperò intima aggressività ottica perfettamente disvelata dall’espressione weberiana “Angriffspunkt”.

Se qualcosa ha valore, e quanto ne ha, se qualcosa è un valore, e in quale misura, lo si può stabilire soltanto in base a un punto di osservazione o punto di vista già posto. La filosofia dei valori è una filosofia di “punti”, l'etica dei valori un'etica di “punti” […]. Non si tratta quindi né di idee né di categorie, né di principi né di premesse. Sono propriamente “punti”. Essi si collocano nel sistema di un puro prospettivismo, un sistema di relazioni. Ogni valore è quindi un valore di posizione. Anche il valore supremo […] ha proprio in quanto tale, in quanto valore supremo, solo il suo valore di posizione nel sistema dei valori […]. Proprio qui dove il puntismo del pensare per valori balza agli occhi si manifesta con forza l'onestà intellettuale di Max Weber […]. Accanto a tutti i punti di vista, punti di osservazione e punti di fuga, egli ha chiamato apertamente per nome un punto particolare, e precisamente il punto cruciale: il “punto di attacco” [… della valutazione]. […] L'espressione “punto di attacco” svela la potenziale aggressività immanente a ogni posizione di valori. Espressioni come “punto di osservazione” o “punto di vista” sono forvianti e danno l'impressione di un relativismo, relazionismo e prospettivismo apparentemente illimitati, e con ciò di altrettanta tolleranza, legata a una sostanziale, benevola neutralità. Ma non appena si è consapevoli del fatto che qui sono in gioco anche punti di attacco, le illusioni neutralistiche cadono […]. L'immanente aggressività rimane il “fatale rovescio” dei valori. L'aggressività è connaturata alla struttura tetico-ponente del valore, e continua a essere prodotta dalla concreta attuazione del valore.

Il “multi-puntismo” del pensare per valori, pertanto, non appena “le cose si fanno serie”, non appena ovvero entra nel gioco della perimetrazione assiologica l’interesse economico-politico del Potere vigente e la sua volontà di far valere la propria – sommamente utile, sive massimamente lucrativa – Visione-del-mondo, getta la propria maschera di pluralismo, tolleranza, inclusività gaia, multiprospettivismo irenico, neutralità compartecipazionale, relativismo ipotrofico, paratassi poli-interpretativa etc..., e si mostra per ciò che esso in verità è: intrinseca volontà di annichilimento dell’altro-dal-contenuto-del-valore. La “struttura tetico-ponente” del valore implica infatti la continua intensificazione della valenza del sé del valore, la costante volontà ossia di espansione della propria giurisdizione di validità: precisamente per questa “natura” del valore, il pensare per valori rappresenta la peggiore delle tirannidi, ossia la più “coerente” a sé, ebbene la più spietata, poiché l’esclusione dell’altro dal perimetro di valenza del valore, l’esclusione dell’altro ossia dal contenuto di una positività del sé che intrinsecamente si auto-pro-pone, per tensione di coalescenza identitaria, quale il Tutto della positività, implica per necessità l’annichilimento o l’assoluta negativizzazione dell’estromesso, in quanto oltre il Tutto del positivo, nulla può essere.

Per superare la teoria soggettiva dei valori e per garantire l'oggettività dei valori non basta occultare i soggetti e far tacere i portatori di valore, i cui interessi forniscono i punti di osservazione, i punti di vista e i punti di attacco del valutare. Nessuno può valutare senza svalutare, rivalutare e valorizzare. Chi pone i valori si è in tal modo già contrapposto ai non-valori. Non appena l'imporre e il far valere diventano davvero una cosa serie, la tolleranza e la neutralità illimitate dei punti di vista e dei punti di osservazione intercambiabili a piacere si ribaltano subito nel loro opposto, cioè in ostilità. L'anelito del valore alla validità è irresistibile, e il conflitto tra valutatori, svalutatori, rivalutatori e valorizzatori è inevitabile […]. Secondo la logica del valore deve sempre valere il principio che per il valore supremo il prezzo supremo non è mai troppo alto, e va pagato […]. Prima, quando la dignità non era ancora un valore ma qualcosa di essenzialmente diverso, il fine non poteva giustificare il mezzo. Anzi la massima secondo cui il fine giustifica i mezzi era considerata riprovevole. Nella gerarchia dei valori vigono invece altre relazioni, che giustificano il fatto che il valore annienti il non-valore, e che il valore superiore tratti come abietto il valore inferiore.

E detta precordiale propensione alla soppressione assoluta di ogni posizione d’eccezione o alterità trova, per il giurista difensore dello jus publicum europaeum, il sommo suo disvelamento, come annunciato, nella ridefinizione di tutte le categorie del diritto bellico classico.

La teoria dei valori festeggia i suoi autentici trionfi nel dibattito sulla questione della guerra giusta […]. Ogni riguardo nei confronti del nemico viene a cadere, anzi diventa un non-valore non appena la battaglia contro il nemico diventa una battaglia per i valori supremi. Il non-valore non gode di alcun diritto di fronte al valore, e quando si tratta di imporre il valore supremo nessun prezzo è troppo alto. Sulla scena perciò restano solo l'annientatore e l'annientato. Tutte le categorie del diritto bellico classico dello jus publicum europaeum – giusto nemico, giusto motivo della guerra, giusta misura dei mezzi e adeguatezza della condotta (debitus modus) – cadono irrimediabilmente vittime di questa mancanza di valori. L'impulso a imporre i valori diventa qui una costrizione all'attuazione immediata dei valori stessi.

Per l’estensore di questo spazio di opposizione e proposizione d’eterodossia rispetto all’Orizzonte del nostro tempo, appare qui doveroso abbandonare per un istante il cabotaggio del testo schmittiano per azzardare il periploo che da essa rotta tracciata originariamente nel 1959 conduce alle coste nostre coeve.

Nella Roma proto-repubblicana, la guerra era considerata un evento di natura, tanto che il suo inscindibile legarsi alla stagionalità veniva scandito dal rito: similmente al ciclo agrario semina-racconta, l’anno bellico era inquadrato tra Tubilustrium e Armilustrium. Ovvero, il darsi dell’evento marziale non era soggetto alla contingenza dell’elevazione di offesa o difesa, bensì faceva parte con necessità dell’Essere (Physis) stesso. Ma l’umanità, si dirà, da allora si è “evoluta”: la guerra, infatti, dopo essere stata la prosecuzione della politica con altri mezzi, rappresenta oggi per noi l’estrema ratio, quasi universalmente “ripudiata”. E, nondimeno, Cincinnato non avrebbe mai processato come criminali comuni i capi degli Equi, escussi in quanto ipostasi del Non-valore-assoluto.

Per compiere crimini contro l’Umanità, infatti, si dà anzitutto la necessità che l’Umanità sia considerata Una e che sia iscritta in un orizzonte assiologico assoluto, omniavvolgente, universale, metastorico e transculturale: questo, anzitutto, è quanto polemicamente estolle Carl Schmitt.

Riportiamo dunque quanto di Schmitt ipercalitticamente citato dal Prof. Volpi nella predetta preziosa appendice critica:

Di fronte agli accusatori che non perdevano occasione di dargli addosso, il vecchio pensatore si lamentava: “Da dove traggono la legittimazione, questi eroi, per insultarmi”?

Semplice: il fondamento della legittimazione, ovvero il fondamento della superiorità morale dei vincitori accusanti, dimora, proporzionalmente, nel grado di corrispondenza all’assiologia dominante.

E, tuttavia, non dobbiamo compiere l’errore di personalizzare la riflessione schmittiana, non dobbiamo ossia indicarne il fondamento dell’avversione nel suo dato biografico, come, del resto, lo stesso Volpi ci esorta, in clausola del suo intervento, a compiere (“La schiera dei detrattori che, con il senno di poi e dalle comode postazioni del politicamente corretto, continueranno il processo, trova e troverà sempre nuovi conformisti pronti a intrupparsi. Ai nostri campioni di perbenismo la lettura di queste pagine non apporterà nulla. O forse sì: se saranno disposti a leggerle come fossero anonime”). Sarebbe troppo facile ovvero e scioccamente semplicistico imputare al risentimento dello sconfitto (e della sua vinta assiologia) lo spirito di questo scritto.

Nonpertanto, per poter ciò compiere, per poter ossia giungere al fondo del pensiero qui espresso, il perimetro di essa riflessione non basta. Eccoci dunque prossimi a compiere l’indicazione inferenziale dell’eccedenza da principio dichiarata nostro punto-di-preda.

Non dobbiamo, innanzitutto, essere così ingenui da pensare che Carl Schmitt apra alla possibilità di un esserci antropico che non si dia anzitutto giacché valutante, opinante, soggettivo, decidente. Anche la stessa differenza tra virtù e valore qui espressa appare leguleica se non proferita dall’autore del Nomos der Erde.

Ebbene, il “pensare per valori” attuato in un Nomos der Erde pluralistico non è lo stesso “pensare per valori” realizzato in un Nomos der Erde monadico: quando il Mondo-Tutto-diviene-Uno e l’Umanità è decretata universale quanto la sua assiologia, non può più darsi con necessità alcuno spazio di vigenza per il non-valore, non alcuna possibilità di trovare cittadinanza ontica è offerta agli esclusi dal perimetro panico di essa posititività valoriale: oltre il Tutto, nulla si dà. A tutti i non allineanti rimane pertanto per ricetto esclusivamente il Nulla. Questa è la Tirannia dei valori. E non possiamo non concordare con Carl Schmitt nell’indicare (Deiknynai, Títhemi) in estremo tale aggressivo annichilimento dell’altro tutto quale spirito o essenza del nostro tempo.


Alberto Iannelli


1. Adelphi, Milano 2008.
Nel trattare della presente opera schmittiana, la contestualizzazione della cui origine seminariale e delle conseguenti vicissitudini editoriali è doviziosamente disvolta nella premessa all’edizione italiana (edizione Adelphi [1] a cui pertanto certamente rimandiamo il nostro cortese lettore, non foss’altro per il saggio del prof. Volpi in appendice compresovi, clausola critica preziosa tanto quanto doviziosa è la di essa ricostruzione della filogenesi del concetto di valore) ci sentiamo in dovere di dichiarare da principio essere il nostro “punto di preda” esegetico l’indicazione dell’“eccedenza” rispetto a quanto qui espresso dallo stesso Schmitt, plusvalenza tetica certamente dedotta per inferenziale comparazione con altri momenti del suo corpus.

Si dia dunque, anzitutto, inquadramento del tema (ossia di “ciò che è posto”, der. di títhemi “porre, collocare”) del discorso schmittiano qui espresso: analisi del rapporto tra la dottrina dello Stato di diritto borghese moderno e il “pensare per valori” simultaneamente impostosi nella società e nel dibattito teoretico, da Max Weber a Nicolai Hartmann, dal neokantismo a Max Scheler.
Forsthoff faceva notare come nella dottrina dello Stato della monarchia assoluta la virtù avesse ancora un posto, mentre il sistema di legalità dello Stato di diritto borghese non sapeva più che cosa farsene di un termine e di un concetto come virtù. A mo' di sostituto si offriva il valore […]. Una conversione in valori, una valorizzazione universale è oggi in atto in tutti gli ambiti della nostra esistenza sociale, e si manifesta persino nella lingua ufficiale delle sfere più alte. Il concetto di valore, occorre primariamente indicarlo, trova il proprio fondamento semantico nell’orizzonte dell’economico. Pertanto, le stratificazioni d’ambito originariamente impresse sulla coniazione del proprio spettro di significazione, vengono con necessità conservate anche nell’eventuale suo portarsi-oltre (Verwindung) essa delimitazione definitoria prima.
Tutto ciò è plausibile finché si conserva la consapevolezza della specificità del concetto di valore e se ne cerca il significato concreto nella sua sfera originaria, dunque nel campo dell'economia […]. In Germania cent'anni di rapida industrializzazione hanno trasformato il valore in una categoria essenzialmente economica. Oggi per la coscienza comune il termine “valore” è talmente impregnato di senso economico e commerciale che non si può più tornare indietro, e meno che mai in un'epoca di progresso industriale, di ricchezza crescente e di redistribuzione permanente. Una dottrina scientifica dei valori rientra nelle scienze economiche. È qui che una logica del valore trova la sua collocazione. E nel diritto di indennizzo entra in azione. Il principio dell'indennizzo si basa, come afferma Lorenz von Stein, “sulla separazione tra bene e valore [...]”. L'economia, il mercato, la borsa, sono diventati in questo modo il terreno di tutto ciò che si definisce valore in senso specifico. Su questo terreno economico tutti i “valori”, per quanto alti ed extraeconomici, valgono solo come sovrastruttura, che viene compresa in base alla legge del suolo: superficies solo cedit [la superficie accede al suolo] […]. L'irresistibile economicizzazione non è solo una conseguenza, o solo un fenomeno concomitante di un capitalismo che ha trasformato tutto – anche il lavoro umano – in merce, valore e prezzo, e per il quale il denaro è “il valore universale, per sé costituito, di tutte le cose”, avendo esso “spogliato del [suo] valore peculiare” tutto il resto, il mondo dell'uomo e la natura […]. Dobbiamo perciò tenere presente che la logica del valore degenera non appena abbandona l'ambito a lei pertinente dell'economico e della justitia commutativa per valorizzare e convertire in valori beni, interessi, scopi e idee differenti da quelli economici. Il valore superiore giustifica allora pretese imprevedibili e dichiarazioni di inferiorità; l'attuazione immediata dei valori distrugge l'attuazione giuridicamente assennata che ha luogo solo all'interno di ordinamenti concreti, in base a precisi regolamenti e chiare sentenze. Secondariamente, giova altresì ricordare come qualsivoglia Orizzonte assiologico sia intrinsecamente omni-afferrante: se si pensa per valori, esso contenuto noumenico immediatamente perimetra, a partire dalla propria inseità, ogni interpretazione del reale che trova posizione nel mondo, di modo che qulasivoglia darsi particolare del categoriale si trovi già gettato in essa cerchia, compresa l’esclusione del non-valore, la cui negazione consegue a punto come tale - ossia come negazione-determinata - positività o haecceitas valoriale, partita o distinta teticità antitetica epperò precisamente immediata sussunzione nell’orizzonte assiologico.
Non importa dunque che i valori religiosi, spirituali e morali vengano posti come valori superiori, e che i valori vitali – come li chiama Max Scheler – siano da considerarsi superiori solo rispetto ai valori materiali, mentre rispetto a ciò che attiene allo spirito occupano un posto inferiore. Il fatto decisivo è che tutti i valori, dal più alto al più basso, si collocano sui binari del valore. La posizione nella gerarchia e la sua determinazione sono di seconda importanza; la logica del valore funziona anzitutto a partire dal valore in sé, e solo secondariamente dal posto detenuto dal valore. Una volta inserito in un sistema di valori, anche il valore supremo si converte in un valore cui viene assegnato un posto nel sistema dei valori […]. Nessun sistema di valori può riconoscere un supervalore che non sia un valore. Rimane quindi solo il non-valore, che va escluso dal sistema di valori, poiché la negazione assoluta del non-valore è un valore positivo. Infine, prima di venire alla nostra estrinsecazione inferenziale d’eccedenza, riportiamo la tesi eziologica schmittiana che indica la genesi dell’imporsi dell’omni-valutatività (nella teoresi antropologico-filosofica, ma soprattutto, per Schmitt, come vedremo, nella dottrina dello Stato e nello ius belli), nella reazione delle Geisteswissenschaften all’imporsi dell’a-valutatività delle Naturwissenschaften, nel tentativo conservativo ossia di salvare e preservare l’irriducibilità e l’inestinguibile sovrabbondanza dello spirito umano dalla dissezione positivistica.
Ciò che accade è il tentativo di individuare una via d'uscita della situazione critica in cui la pretesa di scientificità delle scienze dello spirito era venuta a trovarsi a causa della pervasività dell'atteggiamento ispirato alle scienze della natura nell'Europa del XIX secolo. In altri termini, la filosofia dei valori è una reazione alla crisi nichilistica del XIX secolo. Ciò che vi è di nuovo è qualcosa di negativo […], uno specifico surplus di degrado, discriminazione e giustificazione di un annientamento. Ma …
È un errore fatale credere che i beni e gli interessi, gli scopi e gli ideali che sono qui in questione potrebbero essere salvati, attraverso la loro valorizzazione, dalla avalutatività dell'atteggiamento tipico delle scienze naturali moderne. I valori e le teorie dei valori non sono in grado di creare legittimità; possono appunto sempre e solo valorizzare. Ebbene, sia che il pensiero valoriale abbia un fondamento debole, relativistico o soggettivo, neokantiano o weberiano, sia che esso abbia una maggiore cogenza d’oggettività e formalità, come in Max Scheler e Nicolai Hartmann, esso è comunque intrinsecamente attuativo, ossia contiene in sé un irresistibile impulso auto-realizzativo, ed esso fomite all’entelechia ne decreta l’immanente e immediata impositività: il suo essere, la sua posizione, è continua im-posizione e re-imposizione del proprio essere, giacché avere valore significa avere vigenza, essere in atto.
L'aggressività (il “punto d'attacco”) contenuta nel pensare per valori tende per lo più a scemare nei giuristi che praticano teorie dei valori rigorosamente formali di ispirazione neokantiana. Anzi, l'accentuata soggettività e la relatività delle teorie puramente formali dei valori suscitano a prima vista addirittura l'apparenza di una tolleranza illimitata […]. Eppure, finché vige la logica del valore la sua aggressività immanente è solo spostata […]. La validità dei valori si basa su atti di posizione. Ma chi è, qui, che pone i valori? Le risposte più chiare e anche più aperte a questa domanda le troviamo in Max Weber: a porre i valori è quindi l'individuo umano nel suo totale libero arbitrio puramente soggettivo. Egli si sottrae così alla avalutatività assoluta del positivismo scientifico, contrapponendo a esso la sua visione del mondo libera, cioè soggettiva. La libertà puramente soggettiva della posizione dei valori conduce però a un eterno conflitto dei valori e delle visioni del mondo, una guerra di tutti contro tutti […]. Sono sempre i valori a fomentare le battaglie e a tener viva l'ostilità. Il fatto che i vecchi dèi siano disincantati e ridotti a meri valori dotati di validità rende spettrale la contesa e disperatamente aggressivi i contendenti. È questo l'incubo che la rappresentazione weberiana ha lasciato. Alcuni filosofi come Max Scheler e Nicolai Hartmann hanno cercato di sfuggire al soggettivismo delle valutazioni e di trovare una filosofia dei valori materiale e oggettiva […]. Scheler ha creato una gerarchia dei valori che, dal basso verso l'alto, parte dall'utile per arrivare al sacro. Hartmann ha costruito il sistema oggettivo coerente di un mondo in cui al livello più basso dovrebbe porsi l'inorganico, a quello più alto lo spirituale. Ma i valori, ancorché possano essere ritenuti alti e sacri, in quanto valori valgono sempre solo per qualcosa o per qualcuno […]. Nessuno può dunque sfuggire alla logica immanente del pensare per valori. Non importa che il valore sia soggettivo, formale o materiale: non appena appare, si attiva inevitabilmente uno specifico meccanismo mentale, connaturato a ogni pensare per valori. Il carattere specifico del valore risiede infatti nell'avere non già un essere, ma soltanto una validità. Ne consegue che la posizione non è nulla se non si impone; la validità deve essere continuamente attualizzata, cioè fatta valere, se non vuole dissolversi in mera parvenza. Chi dice valore vuole far valere e imporre. Le virtù si esercitano; le norme si applicano; gli ordini si eseguono; ma i valori vengono posti e imposti. Chi ne sostiene la validità deve farli valere. Chi dice che valgono senza che vi sia nessuno che li fa valere è un impostore. Ecco pertanto che la filosofia dei valori si dà quale prospettivismo, ossia puntuale e soggettiva partizione del tutto, epperò intima aggressività ottica perfettamente disvelata dall’espressione weberiana “Angriffspunkt”.
Se qualcosa ha valore, e quanto ne ha, se qualcosa è un valore, e in quale misura, lo si può stabilire soltanto in base a un punto di osservazione o punto di vista già posto. La filosofia dei valori è una filosofia di “punti”, l'etica dei valori un'etica di “punti” […]. Non si tratta quindi né di idee né di categorie, né di principi né di premesse. Sono propriamente “punti”. Essi si collocano nel sistema di un puro prospettivismo, un sistema di relazioni. Ogni valore è quindi un valore di posizione. Anche il valore supremo […] ha proprio in quanto tale, in quanto valore supremo, solo il suo valore di posizione nel sistema dei valori […]. Proprio qui dove il puntismo del pensare per valori balza agli occhi si manifesta con forza l'onestà intellettuale di Max Weber […]. Accanto a tutti i punti di vista, punti di osservazione e punti di fuga, egli ha chiamato apertamente per nome un punto particolare, e precisamente il punto cruciale: il “punto di attacco” [… della valutazione]. […] L'espressione “punto di attacco” svela la potenziale aggressività immanente a ogni posizione di valori. Espressioni come “punto di osservazione” o “punto di vista” sono forvianti e danno l'impressione di un relativismo, relazionismo e prospettivismo apparentemente illimitati, e con ciò di altrettanta tolleranza, legata a una sostanziale, benevola neutralità. Ma non appena si è consapevoli del fatto che qui sono in gioco anche punti di attacco, le illusioni neutralistiche cadono […]. L'immanente aggressività rimane il “fatale rovescio” dei valori. L'aggressività è connaturata alla struttura tetico-ponente del valore, e continua a essere prodotta dalla concreta attuazione del valore. Il “multi-puntismo” del pensare per valori, pertanto, non appena “le cose si fanno serie”, non appena ovvero entra nel gioco della perimetrazione assiologica l’interesse economico-politico del Potere vigente e la sua volontà di far valere la propria – sommamente utile, sive massimamente lucrativa – Visione-del-mondo, getta la propria maschera di pluralismo, tolleranza, inclusività gaia, multiprospettivismo irenico, neutralità compartecipazionale, relativismo ipotrofico, paratassi poli-interpretativa etc..., e si mostra per ciò che esso in verità è: intrinseca volontà di annichilimento dell’altro-dal-contenuto-del-valore. La “struttura tetico-ponente” del valore implica infatti la continua intensificazione della valenza del sé del valore, la costante volontà ossia di espansione della propria giurisdizione di validità: precisamente per questa “natura” del valore, il pensare per valori rappresenta la peggiore delle tirannidi, ossia la più “coerente” a sé, ebbene la più spietata, poiché l’esclusione dell’altro dal perimetro di valenza del valore, l’esclusione dell’altro ossia dal contenuto di una positività del sé che intrinsecamente si auto-pro-pone, per tensione di coalescenza identitaria, quale il Tutto della positività, implica per necessità l’annichilimento o l’assoluta negativizzazione dell’estromesso, in quanto oltre il Tutto del positivo, nulla può essere.
Per superare la teoria soggettiva dei valori e per garantire l'oggettività dei valori non basta occultare i soggetti e far tacere i portatori di valore, i cui interessi forniscono i punti di osservazione, i punti di vista e i punti di attacco del valutare. Nessuno può valutare senza svalutare, rivalutare e valorizzare. Chi pone i valori si è in tal modo già contrapposto ai non-valori. Non appena l'imporre e il far valere diventano davvero una cosa serie, la tolleranza e la neutralità illimitate dei punti di vista e dei punti di osservazione intercambiabili a piacere si ribaltano subito nel loro opposto, cioè in ostilità. L'anelito del valore alla validità è irresistibile, e il conflitto tra valutatori, svalutatori, rivalutatori e valorizzatori è inevitabile […]. Secondo la logica del valore deve sempre valere il principio che per il valore supremo il prezzo supremo non è mai troppo alto, e va pagato […]. Prima, quando la dignità non era ancora un valore ma qualcosa di essenzialmente diverso, il fine non poteva giustificare il mezzo. Anzi la massima secondo cui il fine giustifica i mezzi era considerata riprovevole. Nella gerarchia dei valori vigono invece altre relazioni, che giustificano il fatto che il valore annienti il non-valore, e che il valore superiore tratti come abietto il valore inferiore. E detta precordiale propensione alla soppressione assoluta di ogni posizione d’eccezione o alterità trova, per il giurista difensore dello jus publicum europaeum, il sommo suo disvelamento, come annunciato, nella ridefinizione di tutte le categorie del diritto bellico classico.
La teoria dei valori festeggia i suoi autentici trionfi nel dibattito sulla questione della guerra giusta […]. Ogni riguardo nei confronti del nemico viene a cadere, anzi diventa un non-valore non appena la battaglia contro il nemico diventa una battaglia per i valori supremi. Il non-valore non gode di alcun diritto di fronte al valore, e quando si tratta di imporre il valore supremo nessun prezzo è troppo alto. Sulla scena perciò restano solo l'annientatore e l'annientato. Tutte le categorie del diritto bellico classico dello jus publicum europaeum – giusto nemico, giusto motivo della guerra, giusta misura dei mezzi e adeguatezza della condotta (debitus modus) – cadono irrimediabilmente vittime di questa mancanza di valori. L'impulso a imporre i valori diventa qui una costrizione all'attuazione immediata dei valori stessi. Per l’estensore di questo spazio di opposizione e proposizione d’eterodossia rispetto all’Orizzonte del nostro tempo, appare qui doveroso abbandonare per un istante il cabotaggio del testo schmittiano per azzardare il periploo che da essa rotta tracciata originariamente nel 1959 conduce alle coste nostre coeve.

Nella Roma proto-repubblicana, la guerra era considerata un evento di natura, tanto che il suo inscindibile legarsi alla stagionalità veniva scandito dal rito: similmente al ciclo agrario semina-racconta, l’anno bellico era inquadrato tra Tubilustrium e Armilustrium. Ovvero, il darsi dell’evento marziale non era soggetto alla contingenza dell’elevazione di offesa o difesa, bensì faceva parte con necessità dell’Essere (Physis) stesso. Ma l’umanità, si dirà, da allora si è “evoluta”: la guerra, infatti, dopo essere stata la prosecuzione della politica con altri mezzi, rappresenta oggi per noi l’estrema ratio, quasi universalmente “ripudiata”. E, nondimeno, Cincinnato non avrebbe mai processato come criminali comuni i capi degli Equi, escussi in quanto ipostasi del Non-valore-assoluto.

Per compiere crimini contro l’Umanità, infatti, si dà anzitutto la necessità che l’Umanità sia considerata Una e che sia iscritta in un orizzonte assiologico assoluto, omniavvolgente, universale, metastorico e transculturale: questo, anzitutto, è quanto polemicamente estolle Carl Schmitt.

Riportiamo dunque quanto di Schmitt ipercalitticamente citato dal Prof. Volpi nella predetta preziosa appendice critica:
Di fronte agli accusatori che non perdevano occasione di dargli addosso, il vecchio pensatore si lamentava: “Da dove traggono la legittimazione, questi eroi, per insultarmi”? Semplice: il fondamento della legittimazione, ovvero il fondamento della superiorità morale dei vincitori accusanti, dimora, proporzionalmente, nel grado di corrispondenza all’assiologia dominante.

E, tuttavia, non dobbiamo compiere l’errore di personalizzare la riflessione schmittiana, non dobbiamo ossia indicarne il fondamento dell’avversione nel suo dato biografico, come, del resto, lo stesso Volpi ci esorta, in clausola del suo intervento, a compiere (“La schiera dei detrattori che, con il senno di poi e dalle comode postazioni del politicamente corretto, continueranno il processo, trova e troverà sempre nuovi conformisti pronti a intrupparsi. Ai nostri campioni di perbenismo la lettura di queste pagine non apporterà nulla. O forse sì: se saranno disposti a leggerle come fossero anonime”). Sarebbe troppo facile ovvero e scioccamente semplicistico imputare al risentimento dello sconfitto (e della sua vinta assiologia) lo spirito di questo scritto.

Nonpertanto, per poter ciò compiere, per poter ossia giungere al fondo del pensiero qui espresso, il perimetro di essa riflessione non basta. Eccoci dunque prossimi a compiere l’indicazione inferenziale dell’eccedenza da principio dichiarata nostro punto-di-preda.

Non dobbiamo, innanzitutto, essere così ingenui da pensare che Carl Schmitt apra alla possibilità di un esserci antropico che non si dia anzitutto giacché valutante, opinante, soggettivo, decidente. Anche la stessa differenza tra virtù e valore qui espressa appare leguleica se non proferita dall’autore del Nomos der Erde.

Ebbene, il “pensare per valori” attuato in un Nomos der Erde pluralistico non è lo stesso “pensare per valori” realizzato in un Nomos der Erde monadico: quando il Mondo-Tutto-diviene-Uno e l’Umanità è decretata universale quanto la sua assiologia, non può più darsi con necessità alcuno spazio di vigenza per il non-valore, non alcuna possibilità di trovare cittadinanza ontica è offerta agli esclusi dal perimetro panico di essa posititività valoriale: oltre il Tutto, nulla si dà. A tutti i non allineanti rimane pertanto per ricetto esclusivamente il Nulla. Questa è la Tirannia dei valori. E non possiamo non concordare con Carl Schmitt nell’indicare (Deiknynai, Títhemi) in estremo tale aggressivo annichilimento dell’altro tutto quale spirito o essenza del nostro tempo.

Alberto Iannelli


1. Edizione italiana: Adelphi, Milano 2008.
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