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ARGUMENTA
Essere e Uomo

da Diá, Attraversando l'Ultimo Orizzonte e Altro della Notte.
Epopea dell'Originario ed Epoche dell'Umano
.
Aracne, 2020. Partimen con Martin Heidegger1.
Essere e Uomo

da Diá, Attraversando l'Ultimo Orizzonte e Altro della Notte.
Epopea dell'Originario ed Epoche dell'Umano
.
Aracne, 2020. Partimen con Martin Heidegger1.
ARGUMENTA
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Der Hirt und der Herr

HEI: Il pensiero, detto semplicemente, è il pensiero dell’essere. Il genitivo vuol dire due cose. Il pensiero è dell’essere in quanto, fatto avvenire dall’essere, all’essere appartiene. Il pensiero è nello stesso tempo pensiero dell’essere in quanto, appartenendo all’essere, è all’ascolto dell’essere [...]. Ma l’essere — che cos’è l’essere? Esso «è» se stesso. Questo è quanto il pensiero futuro deve imparare a esperire e dire.

Se il Pensiero appartenesse all’Essere, ma l’Essere non appartenesse con necessità al Pensiero, se ovvero l’Essere potesse — anche — essere senza essere pensato, l’Essere non sarebbe se stesso, epperò non apparterrebbe a sé. An–identitario (Bodenlosigkeit), non appartenentesi, non sarebbe ad–locato nell’essere (Heimatlosigkeit), ebbene semplicemente non sarebbe.

Specularmente, se l’Essere appartenesse al Pensiero, ma il Pensiero non appartenesse con necessità all’Essere, il Pensiero semplicemente non sarebbe, e pertanto non potrebbe essere sé, epperò neppure L’essere–sé–in–generale potrebbe essere sé, e così, certamente, conseguendo, non alcun–essere–sé potrebbe essere (sé).

Essere e Pensiero (e Identità) sembrerebbero dunque co–implicarsi e co–appartenersi con necessità.

Se, quindi, in coerenza a essa relazione di dipendenza reciproca che coalesce Pensiero–ed–Essere, il Pensiero fosse fatto avvenire all’essere (all’essere–sé epperò all’essere qualcosa) dall’Essere stesso, significherebbe che l’Essere–stesso, non potendo essere ante questa donazione d’avvento al Pensiero, giacché si troverebbe nell’impossibilità di essere–stato–qualcosa ante l’essere–stato–sé, avverrebbe all’essere–sé, epperò certamente all’essere–qualcosa, contemporaneamente, significherebbe ebbene che l’Essere–stesso, donando e–vento al Pensiero, riceverebbe — allo stesso momento —, in contraccambio dal Pensiero medesimo, l’elargizione dell’appartenenza a sé.

Pertanto: 1) se il Pensiero è dell’Essere in quanto da esso fatto avvenire all’essere, l’Essere stesso è del Pensiero in quanto da esso fatto parimenti avvenire all’essere–sé; 2) Il Pensiero è, epperò pensa, e l’Essere è sé, epperò è.

Si tratterebbe dunque, in ultima istanza, di stabilire che cosa il Pensiero anzitutto pensi, ossia se pensi essenzialmente il suo essere–qualcosa, ovvero se pensi il suo essere–sé, posto che l’essere non può decidere se essere qualcosa, ovvero se essere sé. Ebbene, se il Pensiero fosse essenzialmente in “ascolto” dell’Essere, cioè se “abitasse” in–amovibilmente presso l’Essere — ma, per il pensiero, “ascoltare” e “abitare” null’altro possono significare se non il pensare medesimo, epperò il pensare dell’Essere —, ciò vorrebbe dire che — essenzialmente — il Pensiero penserebbe la propria seità, cioè il proprio essere qualcosa, e non invece la propria inseità, cioè il proprio essere sé.

E nondimeno, nel pensare il proprio essere qualcosa, a punto pensando qualcosa, il Pensiero non dimostra già, al contrario, la presupposizione del Pensiero di sé? Certamente, e dunque il Pensiero anzitutto o per essenza si pensa. E quindi, ulteriormente a riformulare quanto già postosi, se il Pensiero dimora essenzialmente presso sé, il Pensiero appartiene davvero essenzialmente o autenticamente all’Essere? A prima vista non si potrà che rispondere altrettanto positivamente, giacché il Pensiero–di–sé è incontrovertibilmente qualcosa, precisamente essendo questa positività che così qui si avvista.

Ma se, pensando il proprio essere, egualmente pensando l’Essere, già il Pensiero dimostra di presupporre a detto pensiero del proprio fondamento, altrettalmente a essa ontologia, l’Autopensamento, altrettalmente la logologia, può esso essere e non pensare, può cioè, precisamente per quanto affermato circa la preminenza essenziale sua, essere e non pensare sé? Patentemente no.

Si osservi ora, simmetricamente, l’Essere. Si è posto che l’Essere non può essere senza essere sé, e che per essere sé — e dunque per essere qualcosa — deve attendere l’esserci del Pensiero che sostiene l’unità o coerenza dell’identità propria, la sua propria posizione di medesimezza e pertanto la sua stessa positività: pensare infatti null’altro è se non anzitutto e preliminarmente sorreggere l’identità del pensato, ebbene il suo stesso essere (per pensare qualcosa di A, anzitutto e preliminarmente debbo pensare A e non B; posto pertanto che: 1] A, per essere A, deve essere “noumeno”, “pensato”, “contenuto del pensiero”; 2] che A non può essere senza essere A; 3] che l’Essere stesso non può essere senza essere sé; ci si chiede quale sia il fondamento ontologico del Pensiero stesso giacché è esso a conferire posizione identitaria, epperò, coimplicativamente, fondamento ontologico; ci si chiede ossia, egualmente, se la necessità che vieta che A possa essere senza che sia come A, ad–volga anche il fondamento del Pensiero, cioè se sia possibile, per il Pensiero, pensare A come A senza che A — già — in qualche modo sia qualcosa, ebbene ci si chiede se il pensiero di A come A non possa essere la stessa entificazione — ex nihilo — di A, poiché, se così fosse, il Pensiero potrebbe — e anzitutto, in quanto ogni cosa con necessità è come qualcosa — pensare sé senza che neppure se stesso sia — già — in qualche modo presente, dimostrando così, con l’autoctisi del Pensiero–di–qualcosa nell’autopensamento di sé originario del Pensiero di sé, l’autoctisi dell’Essere–stesso, quale essere–del–Pensiero, l’autocausazione aurorale dell’onticità a cui consegue, quale Ad [= deuteriore], l’inseità dell’Essere stesso, e, di retro ad essa, ogni ulteriore An).

Pertanto, da un lato, il Pensiero pensa anzitutto sé, e poi pensa l’essere–sé qualcosa, mentre l’Essere, pensando anzitutto sé il Pensiero, anzitutto permane impensato epperò, impensato, anzitutto non è sé, cioè, egualmente, non–è–qualcosa; dall’altro, il Pensiero che pensa sé è qualcosa, nonostante l’Essere–qualcosa in generale ancora non–sia. Ebbene, per portarsi fuori da questa contraddizione è necessario: o che 1) l’Essere, nell’essere, si conferisca simultaneamente il pensiero di sé; o che 2) il Pensiero, nel pensarsi, si conferisca simultaneamente l’essere o il fondamento. Ma, se ogni datità si riquadra nella co–appartenenza o sinolarità di seità (Daß–sein) e inseità (Was–sein), egualmente di essere e identità, ex–clusivamente nell’Essere seità–e–in–seità co–incidono, immorsate (e coerentemente, l’inseità sua essendo Seità–in–sé), dunque l’Essere, uscendo dalla propria seità per trovare la propria inseità, epperò per pensarsi giacché Essere, e non altro, non potrà che trovare la stessa seità, ebbene non potrà realmente uscire da sé, giacché l’uscita implica differenza o iato tra presenza e ultra–presenza, e pertanto non potrà trovare neppure la sua stessa seità imposizionata.

Non ci resta dunque che per–correre il Sentiero della Notte e ipotizzare l’autoctisi del Pensiero stesso, non ci resta dunque, altresì, altra e differente alternativa se non supporre che l’ad–venimento dell’essere–qualcosa–in–generale si dia nell’atto e nell’attimo dell’endo–ri–flessione del Pensiero e attraverso l’abissale omo–ex–sistente–si auto–ad–fermazione di esso, se non ebbene, egualmente, e pre–supporre all’Essere–stesso il Pensiero, e pre–supporre del Pensiero stesso la Pre–supposizionalità (auto–)constitutiva sua quale proprio modo d’essere (Wie–sein) autentico, non ci resta, infine, se non (ri–)pro–porre la possibilità che l’inseità dell’Essere null’altro sia se non la seità dell’inseità originaria — qui ad–parsa giacché Auto–pensiero — conseguentemente distaccatasi e ridotta a unità sinolare distinta e autonoma.

L’essere–qualcosa in generale sarebbe dunque un tributo e un’ammenda necessari che il Pensiero si troverebbe costretto a offrire per emendare la superbia del suo aver voluto essere sé? Certamente, ma non questa offerta del Pensiero è da pensarsi come elargita all’Essere, bensì in quanto auto–offerta del Pensiero essa stessa elargente e a sé, e all’Essere, e a ogni — altra — cosa l’essere–qualcosa in generale (si disvolga ora, parenteticamente in clausola, senz’altro con speculare procedimento, la vicenda della relazione tra Pensiero e Identità, giacché, si precisa ulteriormente, il contenuto dell’identità o inseità “Pensiero–di–sé” certamente differisce dal contenuto dell’identità “Identità–di–qualcosa–con–sé”: è sì il Pensiero, infatti, si è detto, a conferire l’identità–del–sé e a sé, e all’Essere, e a ogni cosa, ma esso Auto–pensiero, in sé, non è Identità–del–sé–al– sé [così come, pur essendo esso a conferire fondamento e a sé, e all’Essere, e a ogni cosa, non è, in sé, Fondamento–del–qualcosa] bensì è l’Orizzonte stesso che omni–avvolge [léghein] ogni identità–con– sé, e l’identità del proprio sé anzitutto, conferendo e consentento il pertenimento coerente del sé–al–sé nella dis–sezione dell’unità–didima di ogni in–seità con l’unità dell’altro–tutto contrap–posto, anzitutto e in autentica archetipicità conferendosi e consentendosi identità e coalescenza giacché Dis–secazione–di–sé–dal–sé o Alterità–di–sé–dall’identico–a–sé–tutto; è, pertanto, allo stesso modo, esso medesimo Pensiero a concedere identità all’Identità stessa, l’Identità autentica del pari dimostrandosi infatti medesimezza–dell’Auto–Pensiero, ebbene co–artazione–a–sé dell’in–sé Dia–vergente–si tra sé [Pensato] e sé [Pensante]: il Pensiero–in–sé–pensa–sé–come–Pensiero–di–sé, ed ecco che l’identità, come identità–del–Pensiero–di–sé, “ad–pare al mondo”, base archea dell’Identità–in–sé seconda venuta; il Pensiero è dunque “il colpo che conferisce e l’impronta e il terreno dell’impronta”, e l’Identità, e l’Essere).

HEI: La metafisica si chiude di fronte al semplice fatto essenziale che l’uomo si dispiega solo nella sua essenza in quanto è chiamato dall’essere. Solo a partire da questo reclamo, l’uomo «ha» trovato dove la sua essenza abita. Solo a partire da questo abitare egli «ha» il «linguaggio» come dimora che conserva alla sua essenza il carattere estatico. Lo stare nella radura (Lichtung) dell’essere, lo chiamo e–sistenza dell’uomo. Solo all’uomo appartiene un tal modo d’essere.

Sembrerebbe piuttosto che sia l’Uomo, nel reclamarsi a sé o nell’auto–esigersi, a e–vocare l’Essere all’essere, dispiegandolo nella solo sua propria essenza o identità, e che solo a partire da detta omo–ex–azione aurorale ogni cosa possa trovare la dimora o l’orizzonte autentico della propria essenza. Solo a partire da questo abitare presso l’ex–staticità dell’in–sé rispetto al sé, egualmente solo a partire da questo essere–ente giacché Non–essere–ente–alcuno (senz’altro infatti l’ex–staticità è dell’Uomo e dell’Uomo soltanto, ma ciò nei confronti di cui l’Uomo “sta fuori”, è il suo stesso semplice stare e stare presso la posizione d’eguaglianza del sé: è proprio per questo che è l’Uomo — e l’Uomo esclusivamente — a poter essere definito essenzialmente o in–sé Trascendentesi [«Mensch ist das transcendens schlechthin»], giacché non può essere ed essere–sé senza trascendere il suo stesso essere–qualcosa e il suo stesso essere–qualcosa–eguale–a–sé, e nel trascendere, anzitutto e sempre o a punto per essenza, e l’identità–del–sé e del sé la “qualcosalità” [Sachheit], non può non essere — e viepiù — ee qualcosa), l’Uomo indica (Deik–nynai), fonda (Sub–stantia) e assegna (Essentia) gli enti che sopraggiungono nell’Orizzonte del dire e del pensare.

HEI: L’uomo è piuttosto «gettato» dall’essere stesso nella verità dell’essere, in modo che, così e–sistendo, custodisca la verità dell’essere, affinché nella luce dell’essere l’ente appaia come quell’ente che è. Se e come esso appaia, se e come Dio e gli dèi, la storia e la natura entrino nella radura dell’essere, si presentino e si assentino, non è l’uomo a deciderlo. L’avvento dell’ente riposa nel destino dell’essere. All’uomo resta il problema di trovare la destinazione con–veniente (das Schickliche) alla sua essenza, che corrisponda a questo destino (Geschick); perché, conformemente a questo destino, egli, in quanto e–sistente, ha da custodire la verità dell’essere. L’uomo è il pastore dell’essere.

Certamente l’uomo storico — ovvero semplicemente l’Uomo — e–siste nell’Orizzonte della Storia, deposto cioè o gettato lungo e nel corso del pro–getto di auto–entificazione autentica o apofatica del Non–essere, egualmente presso il pro–cesso di dis–coprimento della verità contraddistintiva dell’immanentemente pre–suppositiva Me–onticità originaria, chiamato per co–essenza categoriale–individuale (Ge–schick) a custodirne essa onticità negativa o istitutività progressiva (Ge–schehen) del non–essere–particolare di esso Non–essere–alcunché archeo e autoctico. E nondimeno, l’avvento non già dell’ente–particolare, né del fondamento deuteriore stesso di ogni ente particolare, bensì della contrada stessa autentica di ogni provenienza posizionale, riposa nell’orizzonte dell’umano, ebbene della Storia stessa (Ge–schichte), suo de–stino incontrovertibile (Epi–stéme) di compimento estremo. È infatti esclusivamente attraverso la decisione dell’umano, e la decisione compete per essenza esclusivamente all’umano, che l’orizzonte stesso della destinazione (Bestimmheit) dell’ente — proprio essa radura eglete (Lichtung) ossia in cui “ciascun ente appare come quell’ente che è” — dis–chiude o de–vasta la propria dia–fania. Pertanto, d’innanzi a questo patente Orizzonte categoriale, certamente all’uomo intra–processuale compete il ritrovamento (Wieder–holung) della destinazione con–veniente alla sua co–essenza e con–rispondente al suo destino, poiché, conformemente a esso, egli, ex–sistendo, ha da custodire la verità o destinazione originaria del Non–essere, ebbene la pro–gressiva im–pressione d’essere al suo non–essere, cioè null’altro se non lo stesso pro–cesso di creazione dell’essere–tutto, ovvero di ogni ente (tà pánta): l’Uomo dunque è il creatore di sé e del suo stesso essere, il creatore di ogni ente e dell’Essere stesso di ogni ente.

HEI: La storia non accade anzitutto come accadere, e l’accadere non è un trascorrere. L’accadere della storia dispiega la sua essenza come destino della verità dell’essere a partire da questo.

L’e–vento dell’inseità Essere accade lungo l’endo–dispiegamento essenziale della Storia, deuteriormente nel suo pro–gressivamente autofondativo trans–corrimento teleologico tra origine e compimento.

HEI: Solo finché la radura dell’essere avviene, l’essere si trasmette all’uomo. Ma che il «ci», la radura della verità dell’essere stesso, avvenga, è destinamento dell’essere stesso. L’essere è il destino della radura.

Solo finché, al contrario, l’autodevastazione diafana e circumfulgente dell’umano si dà, l’essere e l’identità si trasmettono a ogni distinta sinolarità onto–tautotetica. Ma che la possibilità dell’Apertura o, piuttosto, che l’apertura della Possibilità, avvenga, è il destinto stesso dell’Uomo: non può darsi, infatti, né alcuna Possibilità senza Umanità, né alcuna Umanità senza Possibilità. L’Uomo è il destino della Radura e la Radura è il destino dell’Uomo.

HEI: L’essere si dirada all’uomo nel progetto estatico. Ma questo progetto non crea l’essere. Il progetto, del resto, è essenzialmente un progetto gettato. Nel progettare, chi getta non è l’uomo, ma l’essere stesso, il quale destina l’uomo nell’e–sistenza dell’esser–ci come sua essenza.

Il progetto dell’uomo è sì gettato, ma è gettato nel pro–getto categoriale dell’Uomo stesso.

HEI: Ma qui compare l’enigma: l’uomo è nella condizione dell’essere–gettato (Geworfenheit). Ciò significa che l’uomo, come e–sistente controgetto (Gegenwurf) dell’essere, è più che animal rationale, proprio in quanto è meno rispetto all’uomo che si concepisce a partire dalla soggettività. L’uomo non è il padrone dell’ente. L’uomo è il pastore dell’essere. In questo «meno» l’uomo non perde nulla, anzi ci guadagna, in quanto perviene alla verità dell’essere. Guadagna l’essenziale povertà del pastore, la cui dignità consiste nell’esser chiamato dall’essere stesso a custodia della sua verità. Questa chiamata viene con il getto (Wurf) da cui scaturisce l’esser–gettato dell’esser–ci. L’uomo, nella sua essenza secondo la storia dell’essere, è quell’ente il cui essere, in quanto e–sistenza, consiste nell’abitare nella vicinanza dell’essere. L’uomo è il vicino dell’essere.

L’uomo è chiamato dall’Uomo a custodia della sua verità, cioè del suo essere–stato–sé, poiché nell’essenza autodischiusiva o immanentemente progettante dell’Umano stesso risiede la pro–missione all’ulteriorità o alterità co–implicata della pre–serbazione di questo ex–cettuativamente o dis–tintivamente suo esser–ci–attuale. E questa è l’ex–staticità autentica dell’Uomo.

L’uomo è il vicino esclusivamente dell’Uomo.


Gelassenheit: des Mensch(Ge–schichte) oder des Sein(s)(geschichte)

HEI: La libertà è stata da noi poc’anzi definita come libertà per l’apertura di ciò che si manifesta. A questo punto, come bisogna pensare questa essenza della libertà? Ciò che si manifesta, e a cui un giudizio appresentante si adegua come ad una norma, è l’ente che, di volta in volta, è manifesto in un rapportarsi che si mantiene nell’apertura. La libertà nei confronti di ciò che si manifesta nell’apertura lascia che l’ente sia sempre quell’ente che è. La libertà ora si scopre come il lasciar–essere l’ente

Ciò che consente all’ente e di essere e di essere per ciò che è, è senz’altro definibile, si concorda, quale Possibilità o Latenza della positività distinta, e il suo dischiudersi originario quale autentica Libertà categoriale, e ogni gettato ridecidersi per l’Aperto in cui all’ente è consentito ed essere e sé essere, quale libertà dell’uomo. E nondimeno, il “lasciar–essere l’ente” (Gelassenheit) nella manifestatività che conferisce e identità ed enticità, deve essere inteso quale creazione o sub–citazione abissale dell’ente: il ritrarsi nell’inseità di Latenza e Latebra dell’Originario, infatti, non è semplicemente un coimplicato ed enantiodromico illuminare ciò che già è, e per come già è, bensì un decidere la parte, dal nulla suo e dalla nullità del suo fondamento.

HEI: Il senso che qui è necessario conferire all’espressione: lasciar–essere l’ente, non si riferisce al tralasciare e all’indifferenza, ma al suo contrario. Lasciar–essere significa: affidarsi all’ente. Questo affidarsi non è da intendere, ancora una volta, come un mero avere–a–che–fare o un mero aver–cura, nel senso di custodire o inserire in un piano l’ente che di volta in volta si incontra o si cerca. Lasciar–essere — nel senso di lasciar–essere l’ente come quell’ente che è — significa affidarsi a ciò che è manifesto e alla sua manifestazione, in cui ogni ente entra e dimora, e che ogni ente che si manifesta porta ad un tempo con sé. Questo manifestarsi dell’ente è stato concepito dal pensiero occidentale, fin dall’inizio, come tà Alethéa, il non nascosto. Se noi traduciamo Alétheia, invece che con “verità”, con “non–nascondimento”, allora questa traduzione non è solamente “più letterale”, ma contiene anche l’indicazione di pensare e ripensare il concetto abituale di verità, nel senso della conformità del giudizio, in quella luce, non ancora compresa, dell’esser–svelato e dello svelamento dell’ente. L’affidarsi all’esser–svelato dell’ente non è un perdersi in esso, ma è un dispiegare uno sfondo, tirandosi indietro, davanti all’ente, in modo che questo si manifesti in ciò che esso è, e come è, sicché l’adeguazione appresentativa possa prendere da esso la misura della conformità. Così inteso, il lasciar–essere è un es–porsi all’ente come tale, è un porre ogni rapportarsi in ciò che è manifesto. Il lasciar–essere, ossia la libertà, è l’ek–sistente che in sé si espone. Vista alla luce dell’essenza della verità, l’essenza della libertà si rivela come l’es–porsi nell’essere–svelato dell’ente.

“Più in alto della verità — così in–tesa quale adaequatio intellectus et rei, con–cordanza (omoíosis) di giudizio (lógos) e cosa (prãgma) — dimora la volontà”, la creatività del libero far–essere e de–cidere. Affidarsi alla Manifestatività che dispiega e dimostra re–in–centrandosi e celandosi al Sentiero del Giorno, ebbene che si fa da parte, ad–nullandosi, per conferire “spazio ontico” alla positività differente, non è, per l’uomo lì gettato, un tirarsi indietro rispetto a ciò che già è, dispiegando così o ridispiegando, nel passo che retrocede, lo s–fondo dello s–taglio distintivo–entificativo, in modo che l’ente, lasciato–essere, possa obs–tendersi per ciò che esso — già — è, e così come — già — è, e l’uomo, ex–postosi liberamente da sé in questo orizzonte di verità, cioè nell’essere s–velato dell’ente, possa dire l’ente per ciò che realmente è, bensì, piuttosto, se è sì, da un riguardo, un distanziarsi dalla presenzialità distinta che già è (Mondo), re–in–centrandosi presso sé (Io), ossia ri–conquistandosi alla propria essenza categoriale (Orizzonte), epperò, egualmente, ri–ex–ponendosi nell’Aperto, dall’altro però, essa Dischiusività trascendentale presso cui la riscelta conferisce adito, non è il Non–luogo ove ciò che già è ed è sé acquisisce il proprio luogo e può essere ex–posto con verità, ma è la stessa Possibilità e dell’essere e dell’essere–sé e di ogni ente venturo, e di ogni ente già–stato, che ri–acquisisce sinolarità onto–tautotetica giacché ricreato nell’incentro adunativo della ripresa, per cui la libertà dell’uomo null’altro è se non la possibilità di portarsi presso la residua e avanguardiale coessenziale Possibilità–in–sé — riconvergendo ovvero là ove l’Originario (che è, si rammenti, delegazione in sé all’ulteriorità — co–essenziale o con–essente–ci — da sé distinta) si immanentemente riporta nel simultaneo enantiodromico raccogliersi–in–sé–oltre–passante–tutto–l’altro–da–sé, egualmente tutto ciò che è, ed è sé, ossia tutto ciò che esso Non–essere non è (stato) —, così e–vocando l’ulteriorità, il non–ancora, e ri–creando il già–stato, certamente e sempre nell’impossibilità, già manifestatasi, di ex–cedere dell’Originario stesso l’ordinarsi incontrovertibile secondo il prima e il poi, e così, ex–cedenti, violare del Distinguentesi omni–ad–ferrante/si l’autocostitutivo divieto di reiterare in eterno la stessità.

Infine, se fondamento autentico dell’ente fosse un auto–ad–nullante consentirgli di essere e non un istitutivo sub–citarlo all’essere dal nulla, non resterebbe che: o 1) affermare che da sempre (epperò per sempre) qualcosa c’è, o 2) indicare come l’auto–ad–nullamento possa essere a un tempo creativo e dell’entità e dell’identità dell’ente, giacché in generale qualcosa si dà — e si dà nella differenza —, e non niente (e posto certamente che non può darsi un “terzo” creante, altrimenti l’Essere, come velamento–che–svela o di–rada [Lichtendes Bergen], non sarebbe fondamento autentico).

Ebbene, se qui anticipassimo, affermandole per già deposte, le implicazioni che conducono a manifestazione l’impossibilità d’essere nel modo dell’atto del contenuto dell’ipotesi 1, epperò l’essere nella non–verità di essa stessa ipotesi, non resterebbe dunque che individuare nella stessa ritrazione “il colpo che conferisce l’impronta”.

E tuttavia, se l’ente si dà nella differenza, e l’ente certamente appare molteplice, e la differenza è determinata dal ritrarsi, allora il ritrarsi stesso non può essere sempre un medesimo ritrarsi, bensì deve di necessità sempre differentemente ritrarsi, in modo che sia essa differenza di ritrazione a conferire, di volta in volta, identità e dunque presenzialità all’ente che in essa apertura autoritrattiva via via sopraggiunge differentemente.

E sia: l’Originario, ad un tempo, e sempre egualmente si ritrae presso la coerenza o stessità di sé, e ritraendosi nel sé, sempre differentemente si ritrae, giacché ciò di fronte (ob–iectus) a cui si ritrae, ossia il suo non–essere o la sua contraddittorietà, sempre e incrementalmente pro–cede e si dif–ferenzia. In principio, auto–causativamente, si ritrae al cospetto della sua stessa seità e identità, e tale ritrazione principiale null’altro costituisce se non la stessa trascendentalità od orizzontalità essenziale dell’in–sé Ritraentesi–da–sé (= Contraddizione o Contrasto assoluto), deuteriormente innanzi all’Essere–in–sé stesso e alla stessa Identità–in–sé, ulteriormente di fronte a ogni contenuto o ente–identitario.

Epperò, affinché il via via differente ritrarsi del sempre differentemente ritraentesi nell’unità o intima coerenza del sé possa essere simultaneamente il creare e procedere la differenza dell’altro, detto Originario è necessario che sia, in–sé e coimplicativamente in sistema, Ritrazione–da–ogni–ente–identitario, Differenziazione e Negazione, Alterità e Potenza, Processo e Incremento: ecco dunque che il “lasciar–essere” il qualcosa si disvela piuttosto e al contrario essere, alla luce del fondamento quale Dia–ferenza–in–sé, giacché il “far–essere” il qualcosa.

HEI: L’ek–sistenza, radicata nella verità come libertà, è la es–posizione dell’essere–svelato dell’ente in quanto tale. Non ancora compresa, e neppure bisognosa di una fondazione essenziale, l’ek–sistenza dell’uomo storico incomincia in quell’istante in cui il primo pensatore, ponendosi il problema della non–ascosità dell’ente, si domanda: che cos’è l’ente. L’ente nella sua totalità si scopre come Phýsis, la “natura, che qui non significa ancora un ambito particolare dell’ente, ma l’ente come tale nella sua totalità, e precisamente nel senso di una presenza che si apre. Solo quando l’ente stesso è elevato e custodito nella sua non–ascosità, e solo quando questa custodia è intesa a partire dalla domanda sull’ente in quanto tale, solo allora nasce la storia. L’iniziale disvelamento dell’ente nella sua totalità, il problema relativa all’ente come tale e l’inizio della storia occidentale coincidono e sono simultanei in un “tempo” che, non misurabile esso stesso, dischiude l’apertura in cui parte ogni misura.

L’ex–sistenza, piuttosto, è l’ex–porsi là nell’Aperto ove l’ente diviene deciso all’essere e all’essere sé, e l’Aperto null’altro è se non la stessa Storia–dell’Uomo (Mensch–Ge–schichte), l’E–vento epperò originario in cui la medesima contro–storia e dell’Essere (Seins–geschichte) e dell’Identità–dell’ente ad–cade, destinalmente.

Se l’ex–sistenza dell’Uomo principiasse infatti con la domanda ontologica fondamentale, cioè con l’interrogazione circa la non–ascosità dell’ente, ciò implicherre il già esserci di qualcosa ante l’evento dell’Umano. Ma, se così fosse, se in generale ossia allora ci fosse stato qualcosa e non niente, sarebbe sufficiente chiedersi, ora, che cosa (tì estì), allora, c’era, per vedere immediatamente qui d’innanzi a noi sorgere l’impossibilità di istituire, se non con tremore congetturale, nell’intima certezza — e ad esso afferrarsi — l’esser–ci di alcunché che ante–ceda il nostro esser–ci qui ponente in questione la propria anteriorità. E così per l’individuo, nell’ontogenesi, così e omni–inoltrepassabilmente per la categorialità stessa dell’Umano: chi, infatti, potrebbe rispondere a questo interpellare dell’origine e della pre–liminarietà a sé, se non — già — quest’Uomo trans–ponente, da questo punto nel–sé, il punto che il–sé–pre–cede? E chi, filogeneticamente, potrebbe rispondere se non — già — un Uomo, se non pertanto già quest’ente essente al–di–là dell’evento dell’Umano?

Esclusivamente l’Uomo chiede conto (a sé) della propria origine poiché solo egli è l’origine e di sé e di tutto, e intrascendibilmente. Se invece, come qui affermato, con l’interrogazione ontologica principiasse la storicità dell’Uomo e non semplicemente l’Umanità, allora occorrerebbe anzitutto definire con precisione: 1) che cosa sia “Storia”; 2) che cosa sia l’Uomo ante il di essa avvento; 3) quando, perché e in che modo essa “Storia” provenga alla storia nell’Umano; 4) quale cambiamento essenziale determini, per l’Uomo, la sua cesura.

Ebbene: non si dà Umanità senza Storia, né Storia senza Umanità, l’essenza dell’Uomo essendo Storicità, l’essenza della Storia essendo De–stinazione dell’Uomo (né si dà ad–vento d’atrescenza che non co–implichi enantio–fulgore). La Storia sorge con l’Uomo e l’Uomo con la Storia, ed è in essa vicenda che, deuteriormente decisi e distaccati (in seno alla Notte dell’Originario), l’enticità e l’identità dell’ente sopraggiungono, ed è sempre in essa epopea omni–afferrante che, decisa e distaccata nel solo proprio tempo, (ci) perviene (lungo il sentiero del Giorno) l’interrogazione ontologica greca.

HEI: Poiché la verità è, in essenza, libertà, l’uomo storico può anche, nel lasciar–essere l’ente, non lasciarlo essere come quell’ente che è e nei termini in cui è. In questo caso l’ente è coperto e travisato. L’apparenza si impone e con essa compare la non–essenza della verità. Ma poiché la libertà ek–sistente come essenza della verità non è una proprietà dell’uomo, ma l’uomo ex–siste solo se posseduto da questa libertà e così solamente diviene capace di storia, la non–essenza della verità non può sorgere successivamente dalla semplice incapacità o dalla negligenza dell’uomo. La non–verità, al contrario, deve derivare dall’essenza della verità. È solo perché la verità e la non–verità non sono affatto indifferenti l’una all’altra nell’essenza, ma si appartengono reciprocamente, che una proposizione vera può presentarsi in netta opposizione con la correlativa proposizione non–vera.

Se la Verità si esaurisse nel corretto lasciar–essere l’ente per ciò che esso — già — è (se essa ovvero non fosse, al contrario, un di volta in volta [in fieri] decidere dell’ente e della sua identità), per cui all’uomo non restasse che la possibilità di accordarsi con verità a ciò che già è, oppure travisarne e coprirne il vero esserci nel suo dire (potenza di tralignamento, per giunta, essa stessa concessa dall’essenza della Verità, cioè dalla verità dell’Essenza, ossia dall’Essere, e non proprietà dell’umano), ciò implicherebbe, per la Verità medesima, la possibilità di oltrepassare l’orizzonte dell’uomo, epperò l’Orizzonte, invece sempre dimostrantesi onniafferrante/si, della Storia stessa. No, vi è Verità solo entro la Storia, e la Verità non può essere se non questo umano decretare e decidere — via via — dell’entità e dell’identità di ogni cosa (tà pánta).

Pertando, la Verità non dimorando con inconcussione in alcuna località oltre la Storia (Hyper–Ouránios), e i contenuti che via via albergano nelle inseità Verità e Non–verità transitano dall’uno all’altro insieme, e le stesse inseità Verità e Non–verità (intese qui pertanto non giacché attributi o predicazioni universali, bensì quali sostanze individue con esistenza separata, intendimento fondato sull’istituzione qui a venire di essa differenza) vedono via via differenziarsi questo solo loro proprio contenuto identitario, dalla tautologia della di essi origine, al completamento della loro e di ogni significabilità, tutto certamente, ulteriormente e sempre, sul fondamento dell’Uno–che–solo–non–mai–muta, ossia sul dia–venirsi teleologico–destinativo della Dia–ferenza–in–sé.

HEI: Detta totalità accordante non è un nulla, ma un nascondimento dell’ente in totalità. Proprio mentre il lasciar–essere lascia essere l’ente al quale si riferisce in un particolare rapporto, e così lo svela, proprio allora nasconde l’ente in totalità. Il lasciar–essere è quindi in sé, ad un tempo, un velare. Nell’ek–sistente libertà dell’esser–ci avviene il nascondimento dell’ente in totalità, si realizza così il nascondersi.

Concedendo via via posizione a ciascuna particolare o distinta positività sopraggiungente, certamente l’Originario che tutto — autenticamente o per via di negazioneavvolge, si ritrae presso (l’identità del) , velandosi o nascondendosi all’enticità o positività (dell’altro), ovvero al suo stesso non–essere o contraddittorio, ma ciò avviene, anzi, ciò può avvenire, solo giacché ciò presso cui progressivamente sempre si rivolge (Epi–strophé), ossia il contenuto della sua stessa individua o atomica posizionalità particolare che tutto coinvolge nel proprio non–essere, si decide e già in principio quale Contro–versione–a–ogni–posizionalità–con–corde.

HEI: Il nascondimento dell’ente in totalità, che è la vera e propria non–verità, è antecedente a ogni manifestazione di questo o quell’ente, anzi, precede anche lo stesso lasciar–essere che, mentre svela, già tiene nascosto e al nascondimento si rapporta. Che cosa custodisce il lasciar–essere in quel rapporto al nascondimento? Niente di meno che il nascondimento dell’ente come tale, nascosto nella sua totalità, vale a dire: il mistero. Non si tratta di un particolare mistero relativo a questa cosa o a quell’altra, ma di quell’unico mistero (il nascondimento del nascosto) che in generale penetra e domina come tale l’esser–ci dell’uomo. Nel lasciar–essere che, mentre svela, nasconde l’ente in totalità, il nascondimento si realizza dapprima come nascondimento di ciò che è nascosto. L’esser–ci, in quanto ek–sistente, custodisce il primo e più ampio non– svelamento, la vera e propria non–verità. L’autentica non–essenza della verità è il mistero. Non essenza qui non significa ancora una degradazione dell’essenza in ordine all’universale (koinón, génos), alla sua “possibilitas” (possibilità) e al suo fondamento. Non–essenza qui significa essenza pre– essenziale.

Certamente la sub–trazione–all’enticità ante–cede ogni manifestazione dell’ente particolare, pre–cedendo la stessa e–venienza seconda dell’Essere–in–sé (e certamente giungendo simultanea all’entificazione del sé particolare d’Ante–cedenza–in–sé o a punto, e co–im– plicativamente, in–sé–Sub–trazione–all’enticità–tutta). Cosa pertanto permane custodito o preserbato entro l’ente del nascondimento all’enticità? Niente di meno, si conviene, della sua essenza, vale a dire precisamente: Sub–trazione–a–ogni–enticità, ebbene il Ni–ente stesso.

L’Esser–ci (= l’Uomo), sì dunque custodisce o preserbata il primo e più ampio Non–svelamento, ma esso può essere inteso quale Non–verità solo se per Verità si intende la manifestatività o presenzialità dell’ente. In questo intendimento la Non–essenza può senz’altro significare “essenza pre–essenziale”, giacché è precisamente il Non–essere ad ante–cedere ed “essenziare” o fondare l’Essere.

E tuttavia, definire la Negazione assoluta per via di negazione dalla positività pensata — già — determinata (= Verità), e partendo dall’affermazione di essa, non può che sancire necessariamente relativizzazione o ancillarizzazione dell’Assolutezza stessa rispetto a ciò di cui è affermata essere la negazione (= non–Verità): se X (Nulla) è posto come Non–Y (non–Essere), Y antecede X. No, la Negazione o Non–essere ci ha esortato a pensarla giacché (auto–)affermazione assoluta e autoctica, abissale e anticipativa, per cui la Verità autentica (come l’autentico Essere [= Essenza]) deve essere compresa quale verità o presenzialità della Non–presenzialità o Non–manifestatività, e la stessa Verità–in–sé, pensata come Positività, deve essere intesa in quanto dipendente dalla verità o posizione della Non–verità–alcuna, pensata come Non–positività.

Rimarcata ulteriormente la gerarchia della dipendenza logico–temporale, certamente assistiamo continuamente e ancor qui al “venir meno del linguaggio” che dice dell’Originario e inventiamo espedienti tipografici (Essere; Non–essere Vs non–Essere) nel tentativo di ridurlo sempre più all’angolo, ma, in verità, l’evidenza che sempre dice dell’impossibilità per il linguaggio di affermare l’Originario se non attraverso la negazione di una qualche positività che già (c’)è (lo stesso Ni–ente dice di ciò), essa stessa (ci) dice proprio dell’essenza dell’Originario, e coerentemente, l’Originario essendosi infatti dimostrato e precisamente giacché in–sé Dia–versione tra posizione del sé e contenuto del sé, per cui la posizione del sé è la stessa posizione della Non–posizione, la sua verità la verità della Non–verità, la sua coerenza l’incremento progressivo della coerenza o positività (= entità, attualità, necessità etc...) del suo non–essere di Non–essere o In–coerenza–tra–sé–e–sé: ecco che nell’origine stessa l’Originario già appare attraverso ciò che non è (= l’essere–qualcosa), apparendo nondimeno e al contempo e proprio attraverso ciò che è (= il Non–essere–qualcosa), sé precisamente essendo–Non–essere, l’essere suo precisamente essendo, egualmente, posizione prima o trascendentale/orizzontale del Non–essere–posizione–alcuna.

HEI: Quando noi riconduciamo l’intera possibilità della conformità di un giudizio all’ek–sistente libertà del lascia–essere come suo “fondamento” e quando insieme chiariamo che l’origine essenziale di questo fondamento è nel nascondimento e nell’errare, intendiamo con ciò indicare che l’essenza della verità non è la vuota “generalità” di una universalità “astratta”, ma quell’Unico che si nasconde nell’unica storia che scopre il “senso” di ciò che noi chiamiamo essere, e che da lungo tempo siamo abituati a pensare solo come l’ente in totalità.

Il fondamento dell’Ortótes, della conformità e dell’accordo tra giudizio (intellectus) e giudicato (res), riposa senz’altro sull’immediata e immanente coerentizzazione della Contraddizione–in–sé (= il “nascondimento” e l’“errare”), giacché è da essa coerentizzazione autentica o prima che procede, deuteriormente si è detto, la stessa coerenza dell’Incontraddittorietà–in–sé, base, essa medesima, di ogni orto–dossia del giudizio.

Ma detta essenza aurorale non può dimorare presso l’Essere–in–sé, a meno che questi non sia indicato quale essere–del–Non–essere o, a punto, quale coerenza–della–Contraddittorietà. Epperò, partendo da questo “senso” dell’Essere, l’essenza della Verità non può che essere rintracciata nella coimplicazione figurazionale di quell’Unico–in–sé–diviso che si afferma, per via di negazione dell’insé, altresì e simmetricamente per via di affermazione di ogni cosa, pertanto in quell’unica Storia che via via discopre, ebbene processivamente istituisce, l’essere del non–essere del Non–essere (Seins–geschichte), ovvero in quell’unica Storia (Mensch–Ge–schichte) che via via afferma il “senso” di ciò che noi chiamiamo Uomo e che da tempo siamo abituati a pensare — erroneamente, si concorda – semplicemente quale zõon logòn échon.

HEI: Verità significa quel luminoso nascondersi che è il tratto fondamentale dell’essere. Il problema relativo all’essenza della verità trova la sua risposta in questa proposizione: l’essenza della verità è la verità dell’essenza […]. All’essere, infatti, appartiene un luminoso nascondersi, l’essere appare originariamente nella luce di un sottrarsi che nasconde. Il nome di questa luce è Alétheia.

All’Essere così testé determinatosi appartiene senz’altro e originariamente la sub–trazione nell’in–sé di Latenza e Latebra che conferisce posizione o seità e a sé e all’altro–da–sé, l’auto–adombramento ebbene che specularmente e simultaneamente rischiara e sé anzitutto e tutto–il–non–sé–conseguente.

Alberto Iannelli

1 I passi di Heidegger sono tratti da:
Lettera sull’«umanismo», in Segnavia, Adelphi, Milano 1987.
Sull’essenza della verità, Editrice La Scuola, Brescia 1977.
Der Hirt und der Herr

HEI: Il pensiero, detto semplicemente, è il pensiero dell’essere. Il genitivo vuol dire due cose. Il pensiero è dell’essere in quanto, fatto avvenire dall’essere, all’essere appartiene. Il pensiero è nello stesso tempo pensiero dell’essere in quanto, appartenendo all’essere, è all’ascolto dell’essere [...]. Ma l’essere — che cos’è l’essere? Esso «è» se stesso. Questo è quanto il pensiero futuro deve imparare a esperire e dire.

Se il Pensiero appartenesse all’Essere, ma l’Essere non appartenesse con necessità al Pensiero, se ovvero l’Essere potesse — anche — essere senza essere pensato, l’Essere non sarebbe se stesso, epperò non apparterrebbe a sé. An–identitario (Bodenlosigkeit), non appartenentesi, non sarebbe ad–locato nell’essere (Heimatlosigkeit), ebbene semplicemente non sarebbe.

Specularmente, se l’Essere appartenesse al Pensiero, ma il Pensiero non appartenesse con necessità all’Essere, il Pensiero semplicemente non sarebbe, e pertanto non potrebbe essere sé, epperò neppure L’essere–sé–in–generale potrebbe essere sé, e così, certamente, conseguendo, non alcun–essere–sé potrebbe essere (sé).

Essere e Pensiero (e Identità) sembrerebbero dunque co–implicarsi e co–appartenersi con necessità.

Se, quindi, in coerenza a essa relazione di dipendenza reciproca che coalesce Pensiero–ed–Essere, il Pensiero fosse fatto avvenire all’essere (all’essere–sé epperò all’essere qualcosa) dall’Essere stesso, significherebbe che l’Essere–stesso, non potendo essere ante questa donazione d’avvento al Pensiero, giacché si troverebbe nell’impossibilità di essere–stato–qualcosa ante l’essere–stato–sé, avverrebbe all’essere–sé, epperò certamente all’essere–qualcosa, contemporaneamente, significherebbe ebbene che l’Essere–stesso, donando e–vento al Pensiero, riceverebbe — allo stesso momento —, in contraccambio dal Pensiero medesimo, l’elargizione dell’appartenenza a sé.

Pertanto: 1) se il Pensiero è dell’Essere in quanto da esso fatto avvenire all’essere, l’Essere stesso è del Pensiero in quanto da esso fatto parimenti avvenire all’essere–sé; 2) Il Pensiero è, epperò pensa, e l’Essere è sé, epperò è.

Si tratterebbe dunque, in ultima istanza, di stabilire che cosa il Pensiero anzitutto pensi, ossia se pensi essenzialmente il suo essere–qualcosa, ovvero se pensi il suo essere–sé, posto che l’essere non può decidere se essere qualcosa, ovvero se essere sé. Ebbene, se il Pensiero fosse essenzialmente in “ascolto” dell’Essere, cioè se “abitasse” in–amovibilmente presso l’Essere — ma, per il pensiero, “ascoltare” e “abitare” null’altro possono significare se non il pensare medesimo, epperò il pensare dell’Essere —, ciò vorrebbe dire che — essenzialmente — il Pensiero penserebbe la propria seità, cioè il proprio essere qualcosa, e non invece la propria inseità, cioè il proprio essere sé.

E nondimeno, nel pensare il proprio essere qualcosa, a punto pensando qualcosa, il Pensiero non dimostra già, al contrario, la presupposizione del Pensiero di sé? Certamente, e dunque il Pensiero anzitutto o per essenza si pensa. E quindi, ulteriormente a riformulare quanto già postosi, se il Pensiero dimora essenzialmente presso sé, il Pensiero appartiene davvero essenzialmente o autenticamente all’Essere? A prima vista non si potrà che rispondere altrettanto positivamente, giacché il Pensiero–di–sé è incontrovertibilmente qualcosa, precisamente essendo questa positività che così qui si avvista.

Ma se, pensando il proprio essere, egualmente pensando l’Essere, già il Pensiero dimostra di presupporre a detto pensiero del proprio fondamento, altrettalmente a essa ontologia, l’Autopensamento, altrettalmente la logologia, può esso essere e non pensare, può cioè, precisamente per quanto affermato circa la preminenza essenziale sua, essere e non pensare sé? Patentemente no.

Si osservi ora, simmetricamente, l’Essere. Si è posto che l’Essere non può essere senza essere sé, e che per essere sé — e dunque per essere qualcosa — deve attendere l’esserci del Pensiero che sostiene l’unità o coerenza dell’identità propria, la sua propria posizione di medesimezza e pertanto la sua stessa positività: pensare infatti null’altro è se non anzitutto e preliminarmente sorreggere l’identità del pensato, ebbene il suo stesso essere (per pensare qualcosa di A, anzitutto e preliminarmente debbo pensare A e non B; posto pertanto che: 1] A, per essere A, deve essere “noumeno”, “pensato”, “contenuto del pensiero”; 2] che A non può essere senza essere A; 3] che l’Essere stesso non può essere senza essere sé; ci si chiede quale sia il fondamento ontologico del Pensiero stesso giacché è esso a conferire posizione identitaria, epperò, coimplicativamente, fondamento ontologico; ci si chiede ossia, egualmente, se la necessità che vieta che A possa essere senza che sia come A, ad–volga anche il fondamento del Pensiero, cioè se sia possibile, per il Pensiero, pensare A come A senza che A — già — in qualche modo sia qualcosa, ebbene ci si chiede se il pensiero di A come A non possa essere la stessa entificazione — ex nihilo — di A, poiché, se così fosse, il Pensiero potrebbe — e anzitutto, in quanto ogni cosa con necessità è come qualcosa — pensare sé senza che neppure se stesso sia — già — in qualche modo presente, dimostrando così, con l’autoctisi del Pensiero–di–qualcosa nell’autopensamento di sé originario del Pensiero di sé, l’autoctisi dell’Essere–stesso, quale essere–del–Pensiero, l’autocausazione aurorale dell’onticità a cui consegue, quale Ad [= deuteriore], l’inseità dell’Essere stesso, e, di retro ad essa, ogni ulteriore An).

Pertanto, da un lato, il Pensiero pensa anzitutto sé, e poi pensa l’essere–sé qualcosa, mentre l’Essere, pensando anzitutto sé il Pensiero, anzitutto permane impensato epperò, impensato, anzitutto non è sé, cioè, egualmente, non–è–qualcosa; dall’altro, il Pensiero che pensa sé è qualcosa, nonostante l’Essere–qualcosa in generale ancora non–sia. Ebbene, per portarsi fuori da questa contraddizione è necessario: o che 1) l’Essere, nell’essere, si conferisca simultaneamente il pensiero di sé; o che 2) il Pensiero, nel pensarsi, si conferisca simultaneamente l’essere o il fondamento. Ma, se ogni datità si riquadra nella co–appartenenza o sinolarità di seità (Daß–sein) e inseità (Was–sein), egualmente di essere e identità, ex–clusivamente nell’Essere seità–e–in–seità co–incidono, immorsate (e coerentemente, l’inseità sua essendo Seità–in–sé), dunque l’Essere, uscendo dalla propria seità per trovare la propria inseità, epperò per pensarsi giacché Essere, e non altro, non potrà che trovare la stessa seità, ebbene non potrà realmente uscire da sé, giacché l’uscita implica differenza o iato tra presenza e ultra–presenza, e pertanto non potrà trovare neppure la sua stessa seità imposizionata.

Non ci resta dunque che per–correre il Sentiero della Notte e ipotizzare l’autoctisi del Pensiero stesso, non ci resta dunque, altresì, altra e differente alternativa se non supporre che l’ad–venimento dell’essere–qualcosa–in–generale si dia nell’atto e nell’attimo dell’endo–ri–flessione del Pensiero e attraverso l’abissale omo–ex–sistente–si auto–ad–fermazione di esso, se non ebbene, egualmente, e pre–supporre all’Essere–stesso il Pensiero, e pre–supporre del Pensiero stesso la Pre–supposizionalità (auto–)constitutiva sua quale proprio modo d’essere (Wie–sein) autentico, non ci resta, infine, se non (ri–)pro–porre la possibilità che l’inseità dell’Essere null’altro sia se non la seità dell’inseità originaria — qui ad–parsa giacché Auto–pensiero — conseguentemente distaccatasi e ridotta a unità sinolare distinta e autonoma.

L’essere–qualcosa in generale sarebbe dunque un tributo e un’ammenda necessari che il Pensiero si troverebbe costretto a offrire per emendare la superbia del suo aver voluto essere sé? Certamente, ma non questa offerta del Pensiero è da pensarsi come elargita all’Essere, bensì in quanto auto–offerta del Pensiero essa stessa elargente e a sé, e all’Essere, e a ogni — altra — cosa l’essere–qualcosa in generale (si disvolga ora, parenteticamente in clausola, senz’altro con speculare procedimento, la vicenda della relazione tra Pensiero e Identità, giacché, si precisa ulteriormente, il contenuto dell’identità o inseità “Pensiero–di–sé” certamente differisce dal contenuto dell’identità “Identità–di–qualcosa–con–sé”: è sì il Pensiero, infatti, si è detto, a conferire l’identità–del–sé e a sé, e all’Essere, e a ogni cosa, ma esso Auto–pensiero, in sé, non è Identità–del–sé–al– sé [così come, pur essendo esso a conferire fondamento e a sé, e all’Essere, e a ogni cosa, non è, in sé, Fondamento–del–qualcosa] bensì è l’Orizzonte stesso che omni–avvolge [léghein] ogni identità–con– sé, e l’identità del proprio sé anzitutto, conferendo e consentento il pertenimento coerente del sé–al–sé nella dis–sezione dell’unità–didima di ogni in–seità con l’unità dell’altro–tutto contrap–posto, anzitutto e in autentica archetipicità conferendosi e consentendosi identità e coalescenza giacché Dis–secazione–di–sé–dal–sé o Alterità–di–sé–dall’identico–a–sé–tutto; è, pertanto, allo stesso modo, esso medesimo Pensiero a concedere identità all’Identità stessa, l’Identità autentica del pari dimostrandosi infatti medesimezza–dell’Auto–Pensiero, ebbene co–artazione–a–sé dell’in–sé Dia–vergente–si tra sé [Pensato] e sé [Pensante]: il Pensiero–in–sé–pensa–sé–come–Pensiero–di–sé, ed ecco che l’identità, come identità–del–Pensiero–di–sé, “ad–pare al mondo”, base archea dell’Identità–in–sé seconda venuta; il Pensiero è dunque “il colpo che conferisce e l’impronta e il terreno dell’impronta”, e l’Identità, e l’Essere).

HEI: La metafisica si chiude di fronte al semplice fatto essenziale che l’uomo si dispiega solo nella sua essenza in quanto è chiamato dall’essere. Solo a partire da questo reclamo, l’uomo «ha» trovato dove la sua essenza abita. Solo a partire da questo abitare egli «ha» il «linguaggio» come dimora che conserva alla sua essenza il carattere estatico. Lo stare nella radura (Lichtung) dell’essere, lo chiamo e–sistenza dell’uomo. Solo all’uomo appartiene un tal modo d’essere.

Sembrerebbe piuttosto che sia l’Uomo, nel reclamarsi a sé o nell’auto–esigersi, a e–vocare l’Essere all’essere, dispiegandolo nella solo sua propria essenza o identità, e che solo a partire da detta omo–ex–azione aurorale ogni cosa possa trovare la dimora o l’orizzonte autentico della propria essenza. Solo a partire da questo abitare presso l’ex–staticità dell’in–sé rispetto al sé, egualmente solo a partire da questo essere–ente giacché Non–essere–ente–alcuno (senz’altro infatti l’ex–staticità è dell’Uomo e dell’Uomo soltanto, ma ciò nei confronti di cui l’Uomo “sta fuori”, è il suo stesso semplice stare e stare presso la posizione d’eguaglianza del sé: è proprio per questo che è l’Uomo — e l’Uomo esclusivamente — a poter essere definito essenzialmente o in–sé Trascendentesi [«Mensch ist das transcendens schlechthin»], giacché non può essere ed essere–sé senza trascendere il suo stesso essere–qualcosa e il suo stesso essere–qualcosa–eguale–a–sé, e nel trascendere, anzitutto e sempre o a punto per essenza, e l’identità–del–sé e del sé la “qualcosalità” [Sachheit], non può non essere — e viepiù — ee qualcosa), l’Uomo indica (Deik–nynai), fonda (Sub–stantia) e assegna (Essentia) gli enti che sopraggiungono nell’Orizzonte del dire e del pensare.

HEI: L’uomo è piuttosto «gettato» dall’essere stesso nella verità dell’essere, in modo che, così e–sistendo, custodisca la verità dell’essere, affinché nella luce dell’essere l’ente appaia come quell’ente che è. Se e come esso appaia, se e come Dio e gli dèi, la storia e la natura entrino nella radura dell’essere, si presentino e si assentino, non è l’uomo a deciderlo. L’avvento dell’ente riposa nel destino dell’essere. All’uomo resta il problema di trovare la destinazione con–veniente (das Schickliche) alla sua essenza, che corrisponda a questo destino (Geschick); perché, conformemente a questo destino, egli, in quanto e–sistente, ha da custodire la verità dell’essere. L’uomo è il pastore dell’essere.

Certamente l’uomo storico — ovvero semplicemente l’Uomo — e–siste nell’Orizzonte della Storia, deposto cioè o gettato lungo e nel corso del pro–getto di auto–entificazione autentica o apofatica del Non–essere, egualmente presso il pro–cesso di dis–coprimento della verità contraddistintiva dell’immanentemente pre–suppositiva Me–onticità originaria, chiamato per co–essenza categoriale–individuale (Ge–schick) a custodirne essa onticità negativa o istitutività progressiva (Ge–schehen) del non–essere–particolare di esso Non–essere–alcunché archeo e autoctico. E nondimeno, l’avvento non già dell’ente–particolare, né del fondamento deuteriore stesso di ogni ente particolare, bensì della contrada stessa autentica di ogni provenienza posizionale, riposa nell’orizzonte dell’umano, ebbene della Storia stessa (Ge–schichte), suo de–stino incontrovertibile (Epi–stéme) di compimento estremo. È infatti esclusivamente attraverso la decisione dell’umano, e la decisione compete per essenza esclusivamente all’umano, che l’orizzonte stesso della destinazione (Bestimmheit) dell’ente — proprio essa radura eglete (Lichtung) ossia in cui “ciascun ente appare come quell’ente che è” — dis–chiude o de–vasta la propria dia–fania. Pertanto, d’innanzi a questo patente Orizzonte categoriale, certamente all’uomo intra–processuale compete il ritrovamento (Wieder–holung) della destinazione con–veniente alla sua co–essenza e con–rispondente al suo destino, poiché, conformemente a esso, egli, ex–sistendo, ha da custodire la verità o destinazione originaria del Non–essere, ebbene la pro–gressiva im–pressione d’essere al suo non–essere, cioè null’altro se non lo stesso pro–cesso di creazione dell’essere–tutto, ovvero di ogni ente (tà pánta): l’Uomo dunque è il creatore di sé e del suo stesso essere, il creatore di ogni ente e dell’Essere stesso di ogni ente.

HEI: La storia non accade anzitutto come accadere, e l’accadere non è un trascorrere. L’accadere della storia dispiega la sua essenza come destino della verità dell’essere a partire da questo.

L’e–vento dell’inseità Essere accade lungo l’endo–dispiegamento essenziale della Storia, deuteriormente nel suo pro–gressivamente autofondativo trans–corrimento teleologico tra origine e compimento.

HEI: Solo finché la radura dell’essere avviene, l’essere si trasmette all’uomo. Ma che il «ci», la radura della verità dell’essere stesso, avvenga, è destinamento dell’essere stesso. L’essere è il destino della radura.

Solo finché, al contrario, l’autodevastazione diafana e circumfulgente dell’umano si dà, l’essere e l’identità si trasmettono a ogni distinta sinolarità onto–tautotetica. Ma che la possibilità dell’Apertura o, piuttosto, che l’apertura della Possibilità, avvenga, è il destinto stesso dell’Uomo: non può darsi, infatti, né alcuna Possibilità senza Umanità, né alcuna Umanità senza Possibilità. L’Uomo è il destino della Radura e la Radura è il destino dell’Uomo.

HEI: L’essere si dirada all’uomo nel progetto estatico. Ma questo progetto non crea l’essere. Il progetto, del resto, è essenzialmente un progetto gettato. Nel progettare, chi getta non è l’uomo, ma l’essere stesso, il quale destina l’uomo nell’e–sistenza dell’esser–ci come sua essenza.

Il progetto dell’uomo è sì gettato, ma è gettato nel pro–getto categoriale dell’Uomo stesso.

HEI: Ma qui compare l’enigma: l’uomo è nella condizione dell’essere–gettato (Geworfenheit). Ciò significa che l’uomo, come e–sistente controgetto (Gegenwurf) dell’essere, è più che animal rationale, proprio in quanto è meno rispetto all’uomo che si concepisce a partire dalla soggettività. L’uomo non è il padrone dell’ente. L’uomo è il pastore dell’essere. In questo «meno» l’uomo non perde nulla, anzi ci guadagna, in quanto perviene alla verità dell’essere. Guadagna l’essenziale povertà del pastore, la cui dignità consiste nell’esser chiamato dall’essere stesso a custodia della sua verità. Questa chiamata viene con il getto (Wurf) da cui scaturisce l’esser–gettato dell’esser–ci. L’uomo, nella sua essenza secondo la storia dell’essere, è quell’ente il cui essere, in quanto e–sistenza, consiste nell’abitare nella vicinanza dell’essere. L’uomo è il vicino dell’essere.

L’uomo è chiamato dall’Uomo a custodia della sua verità, cioè del suo essere–stato–sé, poiché nell’essenza autodischiusiva o immanentemente progettante dell’Umano stesso risiede la pro–missione all’ulteriorità o alterità co–implicata della pre–serbazione di questo ex–cettuativamente o dis–tintivamente suo esser–ci–attuale. E questa è l’ex–staticità autentica dell’Uomo.

L’uomo è il vicino esclusivamente dell’Uomo.


Gelassenheit: des Mensch(Ge–schichte) oder des Sein(s)(geschichte)

HEI: La libertà è stata da noi poc’anzi definita come libertà per l’apertura di ciò che si manifesta. A questo punto, come bisogna pensare questa essenza della libertà? Ciò che si manifesta, e a cui un giudizio appresentante si adegua come ad una norma, è l’ente che, di volta in volta, è manifesto in un rapportarsi che si mantiene nell’apertura. La libertà nei confronti di ciò che si manifesta nell’apertura lascia che l’ente sia sempre quell’ente che è. La libertà ora si scopre come il lasciar–essere l’ente

Ciò che consente all’ente e di essere e di essere per ciò che è, è senz’altro definibile, si concorda, quale Possibilità o Latenza della positività distinta, e il suo dischiudersi originario quale autentica Libertà categoriale, e ogni gettato ridecidersi per l’Aperto in cui all’ente è consentito ed essere e sé essere, quale libertà dell’uomo. E nondimeno, il “lasciar–essere l’ente” (Gelassenheit) nella manifestatività che conferisce e identità ed enticità, deve essere inteso quale creazione o sub–citazione abissale dell’ente: il ritrarsi nell’inseità di Latenza e Latebra dell’Originario, infatti, non è semplicemente un coimplicato ed enantiodromico illuminare ciò che già è, e per come già è, bensì un decidere la parte, dal nulla suo e dalla nullità del suo fondamento.

HEI: Il senso che qui è necessario conferire all’espressione: lasciar–essere l’ente, non si riferisce al tralasciare e all’indifferenza, ma al suo contrario. Lasciar–essere significa: affidarsi all’ente. Questo affidarsi non è da intendere, ancora una volta, come un mero avere–a–che–fare o un mero aver–cura, nel senso di custodire o inserire in un piano l’ente che di volta in volta si incontra o si cerca. Lasciar–essere — nel senso di lasciar–essere l’ente come quell’ente che è — significa affidarsi a ciò che è manifesto e alla sua manifestazione, in cui ogni ente entra e dimora, e che ogni ente che si manifesta porta ad un tempo con sé. Questo manifestarsi dell’ente è stato concepito dal pensiero occidentale, fin dall’inizio, come tà Alethéa, il non nascosto. Se noi traduciamo Alétheia, invece che con “verità”, con “non–nascondimento”, allora questa traduzione non è solamente “più letterale”, ma contiene anche l’indicazione di pensare e ripensare il concetto abituale di verità, nel senso della conformità del giudizio, in quella luce, non ancora compresa, dell’esser–svelato e dello svelamento dell’ente. L’affidarsi all’esser–svelato dell’ente non è un perdersi in esso, ma è un dispiegare uno sfondo, tirandosi indietro, davanti all’ente, in modo che questo si manifesti in ciò che esso è, e come è, sicché l’adeguazione appresentativa possa prendere da esso la misura della conformità. Così inteso, il lasciar–essere è un es–porsi all’ente come tale, è un porre ogni rapportarsi in ciò che è manifesto. Il lasciar–essere, ossia la libertà, è l’ek–sistente che in sé si espone. Vista alla luce dell’essenza della verità, l’essenza della libertà si rivela come l’es–porsi nell’essere–svelato dell’ente.

“Più in alto della verità — così in–tesa quale adaequatio intellectus et rei, con–cordanza (omoíosis) di giudizio (lógos) e cosa (prãgma) — dimora la volontà”, la creatività del libero far–essere e de–cidere. Affidarsi alla Manifestatività che dispiega e dimostra re–in–centrandosi e celandosi al Sentiero del Giorno, ebbene che si fa da parte, ad–nullandosi, per conferire “spazio ontico” alla positività differente, non è, per l’uomo lì gettato, un tirarsi indietro rispetto a ciò che già è, dispiegando così o ridispiegando, nel passo che retrocede, lo s–fondo dello s–taglio distintivo–entificativo, in modo che l’ente, lasciato–essere, possa obs–tendersi per ciò che esso — già — è, e così come — già — è, e l’uomo, ex–postosi liberamente da sé in questo orizzonte di verità, cioè nell’essere s–velato dell’ente, possa dire l’ente per ciò che realmente è, bensì, piuttosto, se è sì, da un riguardo, un distanziarsi dalla presenzialità distinta che già è (Mondo), re–in–centrandosi presso sé (Io), ossia ri–conquistandosi alla propria essenza categoriale (Orizzonte), epperò, egualmente, ri–ex–ponendosi nell’Aperto, dall’altro però, essa Dischiusività trascendentale presso cui la riscelta conferisce adito, non è il Non–luogo ove ciò che già è ed è sé acquisisce il proprio luogo e può essere ex–posto con verità, ma è la stessa Possibilità e dell’essere e dell’essere–sé e di ogni ente venturo, e di ogni ente già–stato, che ri–acquisisce sinolarità onto–tautotetica giacché ricreato nell’incentro adunativo della ripresa, per cui la libertà dell’uomo null’altro è se non la possibilità di portarsi presso la residua e avanguardiale coessenziale Possibilità–in–sé — riconvergendo ovvero là ove l’Originario (che è, si rammenti, delegazione in sé all’ulteriorità — co–essenziale o con–essente–ci — da sé distinta) si immanentemente riporta nel simultaneo enantiodromico raccogliersi–in–sé–oltre–passante–tutto–l’altro–da–sé, egualmente tutto ciò che è, ed è sé, ossia tutto ciò che esso Non–essere non è (stato) —, così e–vocando l’ulteriorità, il non–ancora, e ri–creando il già–stato, certamente e sempre nell’impossibilità, già manifestatasi, di ex–cedere dell’Originario stesso l’ordinarsi incontrovertibile secondo il prima e il poi, e così, ex–cedenti, violare del Distinguentesi omni–ad–ferrante/si l’autocostitutivo divieto di reiterare in eterno la stessità.

Infine, se fondamento autentico dell’ente fosse un auto–ad–nullante consentirgli di essere e non un istitutivo sub–citarlo all’essere dal nulla, non resterebbe che: o 1) affermare che da sempre (epperò per sempre) qualcosa c’è, o 2) indicare come l’auto–ad–nullamento possa essere a un tempo creativo e dell’entità e dell’identità dell’ente, giacché in generale qualcosa si dà — e si dà nella differenza —, e non niente (e posto certamente che non può darsi un “terzo” creante, altrimenti l’Essere, come velamento–che–svela o di–rada [Lichtendes Bergen], non sarebbe fondamento autentico).

Ebbene, se qui anticipassimo, affermandole per già deposte, le implicazioni che conducono a manifestazione l’impossibilità d’essere nel modo dell’atto del contenuto dell’ipotesi 1, epperò l’essere nella non–verità di essa stessa ipotesi, non resterebbe dunque che individuare nella stessa ritrazione “il colpo che conferisce l’impronta”.

E tuttavia, se l’ente si dà nella differenza, e l’ente certamente appare molteplice, e la differenza è determinata dal ritrarsi, allora il ritrarsi stesso non può essere sempre un medesimo ritrarsi, bensì deve di necessità sempre differentemente ritrarsi, in modo che sia essa differenza di ritrazione a conferire, di volta in volta, identità e dunque presenzialità all’ente che in essa apertura autoritrattiva via via sopraggiunge differentemente.

E sia: l’Originario, ad un tempo, e sempre egualmente si ritrae presso la coerenza o stessità di sé, e ritraendosi nel sé, sempre differentemente si ritrae, giacché ciò di fronte (ob–iectus) a cui si ritrae, ossia il suo non–essere o la sua contraddittorietà, sempre e incrementalmente pro–cede e si dif–ferenzia. In principio, auto–causativamente, si ritrae al cospetto della sua stessa seità e identità, e tale ritrazione principiale null’altro costituisce se non la stessa trascendentalità od orizzontalità essenziale dell’in–sé Ritraentesi–da–sé (= Contraddizione o Contrasto assoluto), deuteriormente innanzi all’Essere–in–sé stesso e alla stessa Identità–in–sé, ulteriormente di fronte a ogni contenuto o ente–identitario.

Epperò, affinché il via via differente ritrarsi del sempre differentemente ritraentesi nell’unità o intima coerenza del sé possa essere simultaneamente il creare e procedere la differenza dell’altro, detto Originario è necessario che sia, in–sé e coimplicativamente in sistema, Ritrazione–da–ogni–ente–identitario, Differenziazione e Negazione, Alterità e Potenza, Processo e Incremento: ecco dunque che il “lasciar–essere” il qualcosa si disvela piuttosto e al contrario essere, alla luce del fondamento quale Dia–ferenza–in–sé, giacché il “far–essere” il qualcosa.

HEI: L’ek–sistenza, radicata nella verità come libertà, è la es–posizione dell’essere–svelato dell’ente in quanto tale. Non ancora compresa, e neppure bisognosa di una fondazione essenziale, l’ek–sistenza dell’uomo storico incomincia in quell’istante in cui il primo pensatore, ponendosi il problema della non–ascosità dell’ente, si domanda: che cos’è l’ente. L’ente nella sua totalità si scopre come Phýsis, la “natura, che qui non significa ancora un ambito particolare dell’ente, ma l’ente come tale nella sua totalità, e precisamente nel senso di una presenza che si apre. Solo quando l’ente stesso è elevato e custodito nella sua non–ascosità, e solo quando questa custodia è intesa a partire dalla domanda sull’ente in quanto tale, solo allora nasce la storia. L’iniziale disvelamento dell’ente nella sua totalità, il problema relativa all’ente come tale e l’inizio della storia occidentale coincidono e sono simultanei in un “tempo” che, non misurabile esso stesso, dischiude l’apertura in cui parte ogni misura.

L’ex–sistenza, piuttosto, è l’ex–porsi là nell’Aperto ove l’ente diviene deciso all’essere e all’essere sé, e l’Aperto null’altro è se non la stessa Storia–dell’Uomo (Mensch–Ge–schichte), l’E–vento epperò originario in cui la medesima contro–storia e dell’Essere (Seins–geschichte) e dell’Identità–dell’ente ad–cade, destinalmente.

Se l’ex–sistenza dell’Uomo principiasse infatti con la domanda ontologica fondamentale, cioè con l’interrogazione circa la non–ascosità dell’ente, ciò implicherre il già esserci di qualcosa ante l’evento dell’Umano. Ma, se così fosse, se in generale ossia allora ci fosse stato qualcosa e non niente, sarebbe sufficiente chiedersi, ora, che cosa (tì estì), allora, c’era, per vedere immediatamente qui d’innanzi a noi sorgere l’impossibilità di istituire, se non con tremore congetturale, nell’intima certezza — e ad esso afferrarsi — l’esser–ci di alcunché che ante–ceda il nostro esser–ci qui ponente in questione la propria anteriorità. E così per l’individuo, nell’ontogenesi, così e omni–inoltrepassabilmente per la categorialità stessa dell’Umano: chi, infatti, potrebbe rispondere a questo interpellare dell’origine e della pre–liminarietà a sé, se non — già — quest’Uomo trans–ponente, da questo punto nel–sé, il punto che il–sé–pre–cede? E chi, filogeneticamente, potrebbe rispondere se non — già — un Uomo, se non pertanto già quest’ente essente al–di–là dell’evento dell’Umano?

Esclusivamente l’Uomo chiede conto (a sé) della propria origine poiché solo egli è l’origine e di sé e di tutto, e intrascendibilmente. Se invece, come qui affermato, con l’interrogazione ontologica principiasse la storicità dell’Uomo e non semplicemente l’Umanità, allora occorrerebbe anzitutto definire con precisione: 1) che cosa sia “Storia”; 2) che cosa sia l’Uomo ante il di essa avvento; 3) quando, perché e in che modo essa “Storia” provenga alla storia nell’Umano; 4) quale cambiamento essenziale determini, per l’Uomo, la sua cesura.

Ebbene: non si dà Umanità senza Storia, né Storia senza Umanità, l’essenza dell’Uomo essendo Storicità, l’essenza della Storia essendo De–stinazione dell’Uomo (né si dà ad–vento d’atrescenza che non co–implichi enantio–fulgore). La Storia sorge con l’Uomo e l’Uomo con la Storia, ed è in essa vicenda che, deuteriormente decisi e distaccati (in seno alla Notte dell’Originario), l’enticità e l’identità dell’ente sopraggiungono, ed è sempre in essa epopea omni–afferrante che, decisa e distaccata nel solo proprio tempo, (ci) perviene (lungo il sentiero del Giorno) l’interrogazione ontologica greca.

HEI: Poiché la verità è, in essenza, libertà, l’uomo storico può anche, nel lasciar–essere l’ente, non lasciarlo essere come quell’ente che è e nei termini in cui è. In questo caso l’ente è coperto e travisato. L’apparenza si impone e con essa compare la non–essenza della verità. Ma poiché la libertà ek–sistente come essenza della verità non è una proprietà dell’uomo, ma l’uomo ex–siste solo se posseduto da questa libertà e così solamente diviene capace di storia, la non–essenza della verità non può sorgere successivamente dalla semplice incapacità o dalla negligenza dell’uomo. La non–verità, al contrario, deve derivare dall’essenza della verità. È solo perché la verità e la non–verità non sono affatto indifferenti l’una all’altra nell’essenza, ma si appartengono reciprocamente, che una proposizione vera può presentarsi in netta opposizione con la correlativa proposizione non–vera.

Se la Verità si esaurisse nel corretto lasciar–essere l’ente per ciò che esso — già — è (se essa ovvero non fosse, al contrario, un di volta in volta [in fieri] decidere dell’ente e della sua identità), per cui all’uomo non restasse che la possibilità di accordarsi con verità a ciò che già è, oppure travisarne e coprirne il vero esserci nel suo dire (potenza di tralignamento, per giunta, essa stessa concessa dall’essenza della Verità, cioè dalla verità dell’Essenza, ossia dall’Essere, e non proprietà dell’umano), ciò implicherebbe, per la Verità medesima, la possibilità di oltrepassare l’orizzonte dell’uomo, epperò l’Orizzonte, invece sempre dimostrantesi onniafferrante/si, della Storia stessa. No, vi è Verità solo entro la Storia, e la Verità non può essere se non questo umano decretare e decidere — via via — dell’entità e dell’identità di ogni cosa (tà pánta).

Pertando, la Verità non dimorando con inconcussione in alcuna località oltre la Storia (Hyper–Ouránios), e i contenuti che via via albergano nelle inseità Verità e Non–verità transitano dall’uno all’altro insieme, e le stesse inseità Verità e Non–verità (intese qui pertanto non giacché attributi o predicazioni universali, bensì quali sostanze individue con esistenza separata, intendimento fondato sull’istituzione qui a venire di essa differenza) vedono via via differenziarsi questo solo loro proprio contenuto identitario, dalla tautologia della di essi origine, al completamento della loro e di ogni significabilità, tutto certamente, ulteriormente e sempre, sul fondamento dell’Uno–che–solo–non–mai–muta, ossia sul dia–venirsi teleologico–destinativo della Dia–ferenza–in–sé.

HEI: Detta totalità accordante non è un nulla, ma un nascondimento dell’ente in totalità. Proprio mentre il lasciar–essere lascia essere l’ente al quale si riferisce in un particolare rapporto, e così lo svela, proprio allora nasconde l’ente in totalità. Il lasciar–essere è quindi in sé, ad un tempo, un velare. Nell’ek–sistente libertà dell’esser–ci avviene il nascondimento dell’ente in totalità, si realizza così il nascondersi.

Concedendo via via posizione a ciascuna particolare o distinta positività sopraggiungente, certamente l’Originario che tutto — autenticamente o per via di negazioneavvolge, si ritrae presso (l’identità del) , velandosi o nascondendosi all’enticità o positività (dell’altro), ovvero al suo stesso non–essere o contraddittorio, ma ciò avviene, anzi, ciò può avvenire, solo giacché ciò presso cui progressivamente sempre si rivolge (Epi–strophé), ossia il contenuto della sua stessa individua o atomica posizionalità particolare che tutto coinvolge nel proprio non–essere, si decide e già in principio quale Contro–versione–a–ogni–posizionalità–con–corde.

HEI: Il nascondimento dell’ente in totalità, che è la vera e propria non–verità, è antecedente a ogni manifestazione di questo o quell’ente, anzi, precede anche lo stesso lasciar–essere che, mentre svela, già tiene nascosto e al nascondimento si rapporta. Che cosa custodisce il lasciar–essere in quel rapporto al nascondimento? Niente di meno che il nascondimento dell’ente come tale, nascosto nella sua totalità, vale a dire: il mistero. Non si tratta di un particolare mistero relativo a questa cosa o a quell’altra, ma di quell’unico mistero (il nascondimento del nascosto) che in generale penetra e domina come tale l’esser–ci dell’uomo. Nel lasciar–essere che, mentre svela, nasconde l’ente in totalità, il nascondimento si realizza dapprima come nascondimento di ciò che è nascosto. L’esser–ci, in quanto ek–sistente, custodisce il primo e più ampio non– svelamento, la vera e propria non–verità. L’autentica non–essenza della verità è il mistero. Non essenza qui non significa ancora una degradazione dell’essenza in ordine all’universale (koinón, génos), alla sua “possibilitas” (possibilità) e al suo fondamento. Non–essenza qui significa essenza pre– essenziale.

Certamente la sub–trazione–all’enticità ante–cede ogni manifestazione dell’ente particolare, pre–cedendo la stessa e–venienza seconda dell’Essere–in–sé (e certamente giungendo simultanea all’entificazione del sé particolare d’Ante–cedenza–in–sé o a punto, e co–im– plicativamente, in–sé–Sub–trazione–all’enticità–tutta). Cosa pertanto permane custodito o preserbato entro l’ente del nascondimento all’enticità? Niente di meno, si conviene, della sua essenza, vale a dire precisamente: Sub–trazione–a–ogni–enticità, ebbene il Ni–ente stesso.

L’Esser–ci (= l’Uomo), sì dunque custodisce o preserbata il primo e più ampio Non–svelamento, ma esso può essere inteso quale Non–verità solo se per Verità si intende la manifestatività o presenzialità dell’ente. In questo intendimento la Non–essenza può senz’altro significare “essenza pre–essenziale”, giacché è precisamente il Non–essere ad ante–cedere ed “essenziare” o fondare l’Essere.

E tuttavia, definire la Negazione assoluta per via di negazione dalla positività pensata — già — determinata (= Verità), e partendo dall’affermazione di essa, non può che sancire necessariamente relativizzazione o ancillarizzazione dell’Assolutezza stessa rispetto a ciò di cui è affermata essere la negazione (= non–Verità): se X (Nulla) è posto come Non–Y (non–Essere), Y antecede X. No, la Negazione o Non–essere ci ha esortato a pensarla giacché (auto–)affermazione assoluta e autoctica, abissale e anticipativa, per cui la Verità autentica (come l’autentico Essere [= Essenza]) deve essere compresa quale verità o presenzialità della Non–presenzialità o Non–manifestatività, e la stessa Verità–in–sé, pensata come Positività, deve essere intesa in quanto dipendente dalla verità o posizione della Non–verità–alcuna, pensata come Non–positività.

Rimarcata ulteriormente la gerarchia della dipendenza logico–temporale, certamente assistiamo continuamente e ancor qui al “venir meno del linguaggio” che dice dell’Originario e inventiamo espedienti tipografici (Essere; Non–essere Vs non–Essere) nel tentativo di ridurlo sempre più all’angolo, ma, in verità, l’evidenza che sempre dice dell’impossibilità per il linguaggio di affermare l’Originario se non attraverso la negazione di una qualche positività che già (c’)è (lo stesso Ni–ente dice di ciò), essa stessa (ci) dice proprio dell’essenza dell’Originario, e coerentemente, l’Originario essendosi infatti dimostrato e precisamente giacché in–sé Dia–versione tra posizione del sé e contenuto del sé, per cui la posizione del sé è la stessa posizione della Non–posizione, la sua verità la verità della Non–verità, la sua coerenza l’incremento progressivo della coerenza o positività (= entità, attualità, necessità etc...) del suo non–essere di Non–essere o In–coerenza–tra–sé–e–sé: ecco che nell’origine stessa l’Originario già appare attraverso ciò che non è (= l’essere–qualcosa), apparendo nondimeno e al contempo e proprio attraverso ciò che è (= il Non–essere–qualcosa), sé precisamente essendo–Non–essere, l’essere suo precisamente essendo, egualmente, posizione prima o trascendentale/orizzontale del Non–essere–posizione–alcuna.

HEI: Quando noi riconduciamo l’intera possibilità della conformità di un giudizio all’ek–sistente libertà del lascia–essere come suo “fondamento” e quando insieme chiariamo che l’origine essenziale di questo fondamento è nel nascondimento e nell’errare, intendiamo con ciò indicare che l’essenza della verità non è la vuota “generalità” di una universalità “astratta”, ma quell’Unico che si nasconde nell’unica storia che scopre il “senso” di ciò che noi chiamiamo essere, e che da lungo tempo siamo abituati a pensare solo come l’ente in totalità.

Il fondamento dell’Ortótes, della conformità e dell’accordo tra giudizio (intellectus) e giudicato (res), riposa senz’altro sull’immediata e immanente coerentizzazione della Contraddizione–in–sé (= il “nascondimento” e l’“errare”), giacché è da essa coerentizzazione autentica o prima che procede, deuteriormente si è detto, la stessa coerenza dell’Incontraddittorietà–in–sé, base, essa medesima, di ogni orto–dossia del giudizio.

Ma detta essenza aurorale non può dimorare presso l’Essere–in–sé, a meno che questi non sia indicato quale essere–del–Non–essere o, a punto, quale coerenza–della–Contraddittorietà. Epperò, partendo da questo “senso” dell’Essere, l’essenza della Verità non può che essere rintracciata nella coimplicazione figurazionale di quell’Unico–in–sé–diviso che si afferma, per via di negazione dell’insé, altresì e simmetricamente per via di affermazione di ogni cosa, pertanto in quell’unica Storia che via via discopre, ebbene processivamente istituisce, l’essere del non–essere del Non–essere (Seins–geschichte), ovvero in quell’unica Storia (Mensch–Ge–schichte) che via via afferma il “senso” di ciò che noi chiamiamo Uomo e che da tempo siamo abituati a pensare — erroneamente, si concorda – semplicemente quale zõon logòn échon.

HEI: Verità significa quel luminoso nascondersi che è il tratto fondamentale dell’essere. Il problema relativo all’essenza della verità trova la sua risposta in questa proposizione: l’essenza della verità è la verità dell’essenza […]. All’essere, infatti, appartiene un luminoso nascondersi, l’essere appare originariamente nella luce di un sottrarsi che nasconde. Il nome di questa luce è Alétheia.

All’Essere così testé determinatosi appartiene senz’altro e originariamente la sub–trazione nell’in–sé di Latenza e Latebra che conferisce posizione o seità e a sé e all’altro–da–sé, l’auto–adombramento ebbene che specularmente e simultaneamente rischiara e sé anzitutto e tutto–il–non–sé–conseguente.

Alberto Iannelli

1 I passi di Heidegger sono tratti da:
Lettera sull’«umanismo», in Segnavia, Adelphi, Milano 1987.
Sull’essenza della verità, Editrice La Scuola, Brescia 1977.
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