× Argomenti Opere Autori Antologia
Filosofica del 900

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Opere
Alberto Iannelli

ΔΙΆ

Attraversando l'ultimo Orizzonte e Altro della Notte
Epopea dell'Originario ed Epoche dell'Umano

Aracne, 2020
Iannelli Alberto - Dia
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dell'opera
Se l’Essere che anzitutto appare fosse piuttosto l’immediata autodatità o teticità fenomenica della contraddittorietà che, per coerenza identitaria o coalescenza al sé, endoreattivamente dimora nell’immanenza atra e apofatica della Contraddizione, l’Origine o l’Emersione del Tutto non dovrebbe in verità essere afferrata giacché Evento — intrinsecamente estroflessivo — dell’Uno-in-sé-diviso, autoctica epperò sempre più controaffermativa ante-sé deposizione dell’escate o trascendentalmente sempre sottraentesi meontica inseità dell’Antinomia (Pólemos), abissale altresì prolessi (Entwurf) e inaudito proponimento (Sollen) dell’assolutamente Estremo stesso? Non dovrebbe ossia la Seinsgeschichte più autenticamente venire indicata in quanto omodeissi monumentale del Nulla ultimo, tutto nell’orizzontalità ipseitale propria pre-avvolgente e anzitutto la principiale pro-posizione ipotetica del sé, enantiodromica epperò Epopea (Geschehen) o processuale destinazione (Geschick) al suo compimento?
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Alberto Iannelli

Il Potere
del nostro Tempo

Orizzonte Altro Edizioni, 2020
Iannelli Alberto - Il Potere del nostro Tempo
Dove giace il fondamento del Potere del nostro Tempo? Quale relazione la sua essenza instaura con le categorie dell’Identità e della Differenza, dell’Essere e del Nulla? Si dà una qualche forma di coimplicazione tra la sua teleologia, la struttura endiadica dell’Originario e la corresponsione antropica che tripartisce la possibilità esistenziale dell’esserci nostro? Quale dunque l’archetipo umano immorsato nella vicenda storica di esso peculiare Potere? Si muove caccia prospezionale a entrambi.
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Alberto Iannelli

Annali della Pandemia

Silloge di riflessioni filosofiche circa l’evento che ha caratterizzato il biennio 2020/2021

Orizzonte Altro Edizioni, 2020
Iannelli Alberto - Annali della Pandemia
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dell'opera
Nell’epistolario di Hegel e Niethammer, accanto alla celebre lettera del 13 ottobre 1806, in cui il futuro autore delle Vorlesungen über die Philosophie der Geschichte dichiara tutta la propria ammirazione per Napoleone, per colui ovvero che, almeno in quell’attimo autoptico, ipostatizzava per il filosofo lo Spirito del Tempo, l’Idea universale fattasi e Atto e Individuo (“Ho visto l’imperatore – quest’anima del mondo – uscire dalla città per andare in ricognizione; è davvero una sensazione meravigliosa vedere un uomo siffatto, che, concentrato qui su un punto, seduto su un cavallo, si protende sul mondo e lo domina”), trova successiva collazione la missiva del 17 ottobre, in cui un Hegel meno entusiasta e senz’altro più prosaicamente preoccupato per le sorti del sé e del proprio lavoro (“Prima ancora della battaglia, le forze francesi hanno cominciato ad entrare nelle case con la violenza e a saccheggiarle. I soldati sono entrati anche nella casa dove abito […] Alcuni di loro mi hanno minacciato […]. L’incendio si è propagato a tutta la città e io mi sono infilato in tasca l’ultimo manoscritto della Fenomenologia da spedire a Bamberga […]. La guerra è il diavolo e nessuno se la sarebbe potuta immaginare così terribile”), ci offre una rara e preziosa testimonianza di quanto persino la più sublime e somma speculazione teoretica e complessa mediazione concettuale non possa mai né mai debba astrarsi e tentare rarefatta d’allontanarsi dall’incalzante immediatezza e umiltà dell’evento e della di esso concretezza dalla cogenza d’adeguata corresponsione intellettuale. Chiamati dall’Assoluto del Reale a imporre l’ordinamento dialettico dell’Automovimento e la discretudine dell’ oggettivazione analitica all’Erlebnis dell’accadimento pandemico, venturieri della Geistesgeschichte, qui rispondiamo.
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Se l’Essere che anzitutto appare fosse piuttosto l’immediata autodatità o teticità fenomenica della contraddittorietà che, per coerenza identitaria o coalescenza al sé, endoreattivamente dimora nell’immanenza atra e apofatica della Contraddizione, l’Origine o l’Emersione del Tutto non dovrebbe in verità essere afferrata giacché Evento — intrinsecamente estroflessivo — dell’Uno-in-sé-diviso, autoctica epperò sempre più controaffermativa ante-sé deposizione dell’escate o trascendentalmente sempre sottraentesi meontica inseità dell’Antinomia (Pólemos), abissale altresì prolessi (Entwurf) e inaudito proponimento (Sollen) dell’assolutamente Estremo stesso? Non dovrebbe ossia la Seinsgeschichte più autenticamente venire indicata in quanto omodeissi monumentale del Nulla ultimo, tutto nell’orizzontalità ipseitale propria pre-avvolgente e anzitutto la principiale pro-posizione ipotetica del sé, enantiodromica epperò Epopea (Geschehen) o processuale destinazione (Geschick) al suo compimento?
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Dove giace il fondamento del Potere del nostro Tempo? Quale relazione la sua essenza instaura con le categorie dell’Identità e della Differenza, dell’Essere e del Nulla? Si dà una qualche forma di coimplicazione tra la sua teleologia, la struttura endiadica dell’Originario e la corresponsione antropica che tripartisce la possibilità esistenziale dell’esserci nostro? Quale dunque l’archetipo umano immorsato nella vicenda storica di esso peculiare Potere? Si muove caccia prospezionale a entrambi.
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Nell’epistolario di Hegel e Niethammer, accanto alla celebre lettera del 13 ottobre 1806, in cui il futuro autore delle Vorlesungen über die Philosophie der Geschichte dichiara tutta la propria ammirazione per Napoleone, per colui ovvero che, almeno in quell’attimo autoptico, ipostatizzava per il filosofo lo Spirito del Tempo, l’Idea universale fattasi e Atto e Individuo (“Ho visto l’imperatore – quest’anima del mondo – uscire dalla città per andare in ricognizione; è davvero una sensazione meravigliosa vedere un uomo siffatto, che, concentrato qui su un punto, seduto su un cavallo, si protende sul mondo e lo domina”), trova successiva collazione la missiva del 17 ottobre, in cui un Hegel meno entusiasta e senz’altro più prosaicamente preoccupato per le sorti del sé e del proprio lavoro (“Prima ancora della battaglia, le forze francesi hanno cominciato ad entrare nelle case con la violenza e a saccheggiarle. I soldati sono entrati anche nella casa dove abito […] Alcuni di loro mi hanno minacciato […]. L’incendio si è propagato a tutta la città e io mi sono infilato in tasca l’ultimo manoscritto della Fenomenologia da spedire a Bamberga […]. La guerra è il diavolo e nessuno se la sarebbe potuta immaginare così terribile”), ci offre una rara e preziosa testimonianza di quanto persino la più sublime e somma speculazione teoretica e complessa mediazione concettuale non possa mai né mai debba astrarsi e tentare rarefatta d’allontanarsi dall’incalzante immediatezza e umiltà dell’evento e della di esso concretezza dalla cogenza d’adeguata corresponsione intellettuale.

Chiamati dall’Assoluto del Reale a imporre l’ordinamento dialettico dell’Automovimento e la discretudine dell’ oggettivazione analitica all’Erlebnis dell’accadimento pandemico, venturieri della Geistesgeschichte, qui rispondiamo.
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