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OPERA
Carl Schmitt
Appropriazione / Divisione / Produzione
Nehmen / Teilen / Weiden

Un tentativo di fissare correttamente i fondamenti di ogni ordinamento economico-sociale a partire dal “nomos”.
Ein Versuch, die Grundfragen jeder Sozial- und Wirtschaftsordnung vom NOMOS her richtig zu stellen.
, 1953.1
Carl Schmitt
Appropriazione / Divisione / Produzione
Un tentativo di fissare correttamente i fondamenti di ogni ordinamento economico-sociale a partire dal “nomos”.
Nehmen / Teilen / Weiden. Ein Versuch, die Grundfragen jeder Sozial- und Wirtschaftsordnung vom NOMOS her richtig zu stellen, 1953.
OPERA
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La vicenda antropica, ovunque ne si ponga la cesura dell’Origine, in qualunque tempo ovvero se ne collochi la soglia al di là della quale si dà il cospetto dell’Uomo, e qualsivoglia epifenomeno si indichi quale deissi del suo già essersi sporto oltre il nulla della propria antecedenza, è storia di distinzione. Non si dà avvento dell’Umano ante l’Evento della Partizione. Accanto alla proto-partizione autoctica dell’Individuo – tra sé e sé nell’Autocoscienza, tra sé e il mondo-tutto oltre il sé nella Soggettualità; tra l’esserci di qualcosa, e anzitutto tra il suo proprio esserci, e il Non-esserci-in-sé nell’Onticità –, l’originaria partizione entro l’unità della Comunità è la partizione del proprio suolo, del proprio spazio, partizione che è ad un tempo e ap-propriazione di contro all’altro dall’Uno della Comunità, Unità-di-molti coalita proprio da essa linea demarcativa di contrapposizione al non-sé, e spartizione, entro detta unità categoriale, di essa appropriazione di terra tra gli individui a punto appropriatamente appartenenti alla Comunità stessa.

Ogni fondazione pertanto trova fondamento su un’ancora più originaria partitiva ap-propriazione dello spazio libero, ossia indeterminato, continuo, aoristo (non già, nondimeno, essa immensità sconfinata, dis-secata nella fondazione, deve essere compresa come una sorta di substrato disponibile antecedente la partizione stessa, ovvero come se avesse già presenza e fondamento al di là della de-cisione distintiva di partirne una parte: è infatti la partizione stessa a così – in seguito – indeterminata determinarla quale dimensione libera e infinita estendentesi oltre l’appropriativa partizione originaria. La partizione appropriativa, autenticamente intesa, è autoctisi della Comunità).

Ogni fondazione trova dunque fondamento nel solco.

Apta dies legitur, qua moenia signet aratro;
sacra Pales suberant: inde movetur opus.
Fossa fit ad solidum, fruges iaciuntur in ima
et de vicino terra petita solo;
fossa repletur humo, plenaeque imponitur ara,
et novus accenso finditur igne focus.
Inde premens stivam designat moenia sulco;
alba iugum niveo com bove vacca tulit.

[“Si sceglie un giorno adatto in cui tracciare con l’aratro il perimetro delle mura; erano prossime la Palilie: da esse si comincia l’opera. Si scava un fossato sino a trovare la pietra, si gettano biade nel fondo, e si porta terra dal vicino suolo; si riempie di zolle il fossato; colmatolo, vi si erige un altare, e quel nuovo focolare fa bene il suo ufficio con ardente fiamma. Poi, premendo la stiva, Romolo traccia con un solco le mura; trascinano l’aratro una vacca bianca e un niveo bue”. OVIDIO, I Fasti, Bur, Milano 1998].

Alle occupazioni di terra e alle fondazioni di città è sempre legata una prima misurazione e ripartizione del suolo utilizzabile. Nasce così un primo criterio di misura che contiene in sé tutti i criteri successivi […]. Nómos è la parola greca che designa la prima misurazione, da cui derivano tutti gli altri criteri di misura; la prima occupazione di terra, con relativa divisione e ripartizione dello spazio, la suddivisione e distribuzione originaria [...]. Nella fondazione di una città di una colonia, si rende visibile il Nómos con cui una tribù o un popolo si fa stanziale, vale a dire si colloca storicamente e innalza una parte della terra a campo di forza di un ordinamento [...]. «In principio sta il recinto» [C. SCHMITT, Il nomos della terra nel diritto internazionale dello «Jus publicum europaeum», Adelphi, Milano 1991, p. 23. Der Nomos der Erde im Völkerrecht des Jus Publicum Europaeum, Duncker & Humblot, 1950].

Ciò preposto, scopo del nostro ulteriore domandare dell’essenza storico-politica - coinvolgente ovvero l’esserci sociale dell’uomo – della partizione distintivo-appropriativa, sarà elevare interrogazione circa il fondamento dell’attuale ordinamento economico-sociale, a partire proprio dal coevo nostro Nomos der Erde, ora e qui dantesi quale “spazio mondiale globalmente immorsato: uno, continuo, compatto libero, indistinto”.

In particolare, seguendo l’itinerario tracciato da Carl Schmitt in Nehmen / Teilen / Weiden (Appropriazione / Divisione / Produzione [1], 1953), si cercherà di insertare parallelismo tra la tripartizione del concetto di Nomos, unitario fondamento di ogni ordinamento giuridico, economico e sociale sinora datosi nella nostra storia, e la suddivisione in tre ordini funzionali della cosiddetta civiltà indo-europea, nell’altrove fondatasi convinzione che essa particolare epopea e detta nostra vicenda comune di Homines convergano in unità d’Origine, e ciò nell’ulteriore persuasione che la “rivoluzionaria” reductio ad unum della tripartizione funzionale indogermanica trovi esatta corrispondenza nella parimenti storicamente im-preaudita reductio ad unum della significazione del Nómos, epperò dell’ordinamento giuridico e socio-economico vigente entro lo spazio mondiale, simmetricamente e uno e mai prima d’ora uno, nel tempo del Mercante.

Si definisca dunque, anzitutto, con Schmitt, il tripartito spettro semantico dispiegato dalla vox greca Nómos:

  1. Il sostantivo greco nomos deriva dal vero greco nemein […]. Nemein significa in primo luogo prendere / conquistare (Nehmen) […]. Così come la relazione linguistica dei termini greci legein-logos si traduce in tedesco nella relazione parlare-lingua (Sprechen-Sprache), analogamente la relazione linguistica dei termini greci nemein-nomos conduce, in tedesco, alla relazione prendere-appropriazione (Nehmen-Nahme). Nomos quindi significa prima di tutto l’appropriazione (Nahme).

  2. E conquistare è destino d’eroi: bellatores.

  3. Nemein significa, in secondo luogo, spartire / dividere (Teilen). Il sostantivo nomos significa, quindi, in seconda istanza, l’azione e il processo del dividere e del distribuire, un giudizio (Ur-Teil) e il suo risultato […]. Il kleros è il frutto concreto della divisione […], il risultato finale della divisione della terra conquistata […], il pezzo di terra concretamente ottenuto […]. Nomos è dunque, in secondo luogo, diritto nel senso della parte che ciascuno ha, il suum cuique. In termini astratti: nomos è il diritto e la proprietà, cioè la parte di ciascuno ai beni della vita.

  4. E s-partire perequando secondo giustizia d’ognuno le sorti (Moira) è destino sovrano di Zeus, legislatore, giudice, pubblico amministratore, “intellettuale”: Logistikon.

  5. Nemein significa in terzo luogo coltivare / produrre (Weiden). È questo il lavoro produttivo che normalmente è fondato sulla base della proprietà […]. Questo terzo significato di nomos acquista il suo mutevole contenuto dal tipo e dal modo di produzione ed elaborazione dei beni.

  6. E condurre Kóre alla Messe è destino di lacerto e d’opera laboriosa: Chrematistikon.

L’ordinamento funzionale indoeuropeo corrisponde perfettamente dunque alla struttura stessa del Nomos, di ogni “legge” ovvero dello spazio comunitario, ebbene all’essenza di tutti gli ordinamenti giuridici e sociali sin qui datisi nell’umana vicenda.

Ciascuno di questi tre processi – prendere, dividere, elaborare – appartiene completamente all’essenza di ciò che finora, nella storia umana, è apparso come ordinamento giuridico e sociale. In ogni stadio della vita associativa, in ogni ordinamento economico e di lavoro, in ogni settore della storia del diritto, finora, in un modo o nell’altro, si è preso, diviso e prodotto.

Se dunque la struttura tripartita del Nomos è comune, la Storia ordina differenza secondo l’ordine di successione di essi tre costitutivi momenti:

Ma il problema maggiore consiste nell’ordine di successione di questi processi […]. L’ordine di successione dei tre momenti e la loro valutazione muta a seconda della situazione storica generale, dei metodi di produzione e di distribuzione dei beni e anche a seconda del quadro che gli uomini si fanno di se stessi, del loro destino e della loro condizione storica […]. Fino alla rivoluzione industriale del XVIII secolo in Europa, l’ordine e la successione dei tre momenti riposava unicamente sul fatto che qualsiasi appropriazione era riconosciuta come indispensabile premessa e fondamento per la successiva divisione e produzione. Perciò per interi millenni della storia e della coscienza umana rimase fermo l’ordine di successione tipico. La terra, il fondo e il campo, era il primo presupposto di ogni economia e di ogni diritto ulteriore […]. All’inizio sta dunque [...] l’appropriazione della terra. Solo su di essa si compie poi la divisione e dopo questa l’ulteriore trasformazione […] La storia dei popoli, con le loro migrazioni, colonizzazioni e conquiste è una storia di appropriazione della terra. Quest’ultima è appropriazione di terra libera, cioè di suolo sino a quel momento privo di padrone, oppure conquista di terra nemica, sottratta al precedente proprietario in virtù del titolo giuridico della guerra esterna oppure redistribuita coi metodi del bando, della privazione dei diritti e della spoliazione per cause politiche interne. In ogni caso sempre l’appropriazione di terra è l’ultimo titolo giuridico per tutte le divisioni e distribuzioni successive e quindi per ogni successiva produzione […]. Tutte le appropriazioni di terra più note e famose della storia, tutte le grandi conquiste che si sono compiute con le guerre e le occupazioni, con le colonizzazioni, le migrazioni di popoli e le scoperte geografiche, confermano la precedenza fondamentale della appropriazione nei confronti della divisione e della produzione […]. Prima che ciò che è stato acquisito per mezzo di conquista, scoperta, espropriazione o in qualsiasi altro modo, possa essere diviso, esso deve venire contato e pesato, secondo la successione primordiale: misurato/pesato/diviso.

Ebbene, per tutta la storia dell’uomo sino alla rivoluzione industriale europea del Settecento (e sino alle direttamente conseguenti rivoluzioni politiche franco-[anglo-]americane), e l’ordine di successione fu sempre e uno e medesimo, e, anzitutto, il Nomos stesso, come detto, non fu mai se non triplicemente articolato:

  1. Appropriazione
  2. Divisione
  3. Produzione

Non costituirà illecita inferenza pertanto continuare il nostro parallelismo e spingerlo sino a elevare comunanza di fondamento e coincidenza evenemenziale tra l’inaudizione storica della sovversione dell’ordine di successione interno al Nomos e la stessa distruzione dell’ordinamento distintivo funzionale della società (indo)europea.

Non è qui invece sede per fornire fondamento di ragione al differente ordinamento gerarchico, altresì quasi universalmente datosi, e per millenni, tra le ormai diffuse genti indoeuropee, rispetto a quello qui propostosi quale strutturalmente comune e anzitutto fondativo delle di essi Kultur e UrHeimet.

Dalla comparazione dei loro sistemi teologici, infatti, si può agilmente colmare per congettura la primazialità – nel Pantheon e certamente, per specularità o mimesi uranico-tellurica, nella Comunità – della Spartizione sulla Conquista: Giove, semplicemente accennando il capo, comanda e domina Marte.

Non volendoci nondimeno sottrarre a tale evidenza “storico-teologica” confutativa, e non intendendo egualmente lasciarci andare alla troppo semplice costatazione secondo la quale l’ordinamento del mondo è ordinato anzitutto dagli ordinatori, e non certo nel tempo aurorale della conquista e della fondazione, bensì in conseguenza a esse, saldi ossia assisi e sicuri nel suolo della assenza e lontananza di e da quell’abissalità e remota e ancestrale, avanziamo solo sommariamente le evidenze altrove poste, evidenze che indicherebbero coerenza logica nell’inversione di tale successione gerarchica tra i primi due ordini: è apparso, difatti, coerente con la struttura endiadica stessa dell’Originario che l’Era aurorale o eroico-ecistica si desse per figurazione di conquista estrema o prolessi del sé, e che la susseguente e necessariamente dipendente Era Deuteriore o ieratico-trascendentale fosse il tempo del dominio dell’Eterno sull’eternazione o escate-trascendentalità (Kléos Ouranòn ikánei) dell’assolutamente Perituro.

Si torni ora alla configurazione del mondo al nostro tempo, e vi si torni per interrogare cause e archetipi agenti di essa e in essa eccezionale sovversione e inaudita riduzione monadica di ciò che, originariamente endiadico, si dà ternario d’Era in disvolgimento e d’Ordinamento in disposizione.

Chi, dunque, e quando, e, ancora, con quale scopo sovverte l’Ordine della Comunità e del Mondo costituitosi per simmetria alla struttura necessaria stessa dell’Originario?

È forse esso evento unico e omni-unificante Hybris e tracotante decisione umana, e libera e contingente, o non corrisponderà forse al de-stino stesso dell’Originario, co-evocante da principio l’Evento co-implicato medesimo della sempre e libera e contingente Storia antropica? E come, infine, l’epoca del Nomos enadico-globale, il tempo ossia in cui dell’Approppriazione e della Divisione apparentemente non ne è pressoché più niente (apparentemente in quanto più niente in verità ne è della loro distinta partizione, non già del loro apparire nell’essere-del-Non-essere, egualmente nella Storia dell’Uomo) poiché pressoché tutto ne è della Produzione “infinita” di ricchezza, trova enantio-dromica collocazione nel Destino di apofatico o contraddittorio dispiegamento ontico-identitario dell’Originario?

Può l’agente di essa epoca entelechiale della Contraddizione estrinseca o seconda, essere l’attore immediatamente ante-ultimo della dissoluzione, colui ovvero che conduce a compimento l’opposizione seconda o Conciliazione inseitale, in modo che, raggiunta la massima distanza, lungo il camminamento dell’Essere o del Giorno, ebbene lungo il sentiero del proprio contraddittorio, l’Originario in sé Opposizione e Distanziamento possa in estremo perfettamente o compiutamente imprimere (aufzuprägen) il modo d’essere (Charakter) o seità dell’altro all’insé Alterità o Contraddittorietà?

Ne Il Potere del nostro Tempo si sono aderte le seguenti risposte a detto interrogare decisivo: non possiamo in questa sede richiamarle se non in epitome, prima di tornare – presso il solco di Schmitt – all’analisi conclusiva della natura e delle cause della “situazione attuale dell’unità del mondo” e del problema, in essa enadità d’eccezione dantesi, dell’Appropriazione o, piuttosto, del qui esserci – parimenti inaudito – di “un unico grande appropriatore”.

“Se dunque un preciso avvenimento si ostende preclarmente, se ossia si da patente – in una specifica unita di spazio-e-tempo – la dissoluzione della tripartizione funzionale indoeuropea, e se l’agente della sua concretizzazione sin dal proprio aurorale essere nel mondo vi attenta, non possiamo non già fissare esse ulteriori conclusioni del nostro percorso:

  • Nell’essenza del Mercante, nonché nel suo destino o compito storico-funzionale, vi è co-immorsata la pulsione alla distruzione della stessa differenziazione tra le funzioni, quale prodromica condizione necessaria alla delezione ulteriore di ogni alterità.

  • Se la tensione alla soppressione di ogni distintività o posizione di delimitazione della quantità astratta dimora nell’essenza stessa della terza funzione tanto da definirne il perimetro identitario, e se la dissoluzione della tripartizione conquista citoyennete precisa nel cronotopo eliaco dell’umano, ciò significa che vi è sempre stata, e da principio, un’opposizione (to katechon) che, per qualche ragione, in quel preciso punto, è venuta meno.

  • Dandosi la suddetta coimplicazione nittemerale nell’enantio-dromia dell’Uno-in-sé-diviso da cui tutto – autenticamente o apofaticamente – discende, ciò significa che nella stessa struttura dell’Originario è destino che l’opposizione a quella tensione – a un certo punto – divenga nulla.

  • […]

    Se dunque nell’Era che precede la sorgenza della Deuteriorità, ossia del tempo in cui l’Eterno si emancipa e impone quale fondamento di ogni realtà (ta panta, ta onta), la categoria della quantità, immorsata nell’essenza della funzione terza del Mercante, trovava qualità, cioè partizione o individuazione, egualmente argine e confine, pomerium e centuriazione, nell’Orizzonte stesso che tutto destinava a perentoria determinazione e anzitutto se stesso […]; e se nell’epoca prima o apollinea dell’Era seconda, l’Eterno, come detto necessariamente emancipantesi, ovvero conseguente autonomia posizionale per la cogenza destinazionale iscritta nella stessa struttura identitaria – apofatica e processiva, contraddistintiva e storica – dell’Originario in sé Negazione, si concentra sulla propria posizionalità (cioè esattamente, nel principio del sé, su questo medesimo “stutturale” stare-in-coerenza-presso-sé che lì e allora diviene “contenuto” autonomo: inizialmente l’Eterno non può che essere o stare nel modo coerente all’in-sé, ovvero precisamente nel modo dello Stare e dello Stare-in-Coerenza-presso-sé, egualmente del sempre essere [e del sempre essere eguale a sé]), per cui l’accrescimento quantitativo dell’Immanenza trovava qualità e determinazione nel divieto all’aoristia o incompiutezza dell’Essere (“Necessità possente lo tiene nei legami del limite, rinchiudendo d’intorno, poiché è stabilito che l’Essere non sia incompiuto”); ecco allora che la trasposizione faustiana – parimenti necessaria – dell’Infinità seconda dal permanere al divenire, consente l’eliminazione di ogni delimitazione all’accrescimento quantitativo dell’Immanenza (poiché l’Eterno non è l’Originario, con necessità l’Originario diviene via via verso la riconquista del proprio contenuto di Pro-tendimento estremo quale fondamento autentico di ogni essere e stare, e lo stare dell’Eterno perde, con il tramonto di Delfi, il modo dell’insé per conseguire il modo dell’altro dal sé, ovvero dell’oltre-passamento stesso; ma l’Originario non ancora può essere o stare nel modo dell’insé, giacché l’insé suo è Non-essere, Alterità-da-ogni-stare, epperò lì e allora, tra le nebbie di Faust, è il protendente a smarrire l’individualità distinta del sé [= dell’Io], dissoltasi nella permanente sconfinatezza infinita seconda, l’individualità determinata del sé o, egualmente, il punto finito [télos] del pro-tendimento suo ultimo).”

    [Il Potere del nostro Tempo]

    Riedendo dunque all’agrimensura schmittiana e al nostro pressoché ultimo tempo dell’Unità e dell’Indistinzione, tracciamo il tempio che immorsa in classe l’emancipazione della Produzione dalla Predazione e dalla Partizione, con l’emancipazione della Terza funzione dall’Acciaio e dalla Legge, ovvero, a più comunemente esprimersi, con l’affrancamento e dell’Economia dalla Politica, e del Cittadino dallo Stato (e anzitutto del cittadino “economicamente intraprendente” o liberamente perseguente il proprio benessere eudaimonistico [pursuit of Happiness]), in modo che essa riduzione del molteplice all’unità del fondamento ne disveli l’essenza altrimenti ipogea.

    Che la divisione e la produzione dovessero essere precedute dall’espansione coloniale, cioè dalla appropriazione e in particolare dalla appropriazione di terra era un ordine di successione che doveva apparire in se stesso, a un socialista come Lenin, medievale, per non dire atavico, reazionario, contrario al progresso e alla fine disumano […]. Questo è il punto in cui il socialismo si incontra con l’economia classica e il suo liberalismo […]. Progresso e libertà economica consistono nel fatto che le forze produttive divengono libere e in tal modo si compie un aumento tale della produzione e della massa di beni di consumo che l’appropriazione ha termine e nello stesso tempo la divisione non costituisce più un problema autonomo. Il progresso della tecnica conduce chiaramente a uno sterminato aumento della produzione. Ma se si dispone del sufficiente o addirittura di più del sufficiente, in tal caso appare come atavismo e come ricaduta nel diritto primordiale di preda, proprio di un’età di miseria, scorgere nella appropriazione il primo fondamentale presupposto dell’ordinamento economico e sociale. Il livello di vita diventa sempre più alto, la divisione diventa sempre più facile, sempre più innocua, e l’appropriazione alla fine è non solo immorale, ma anche irrazionale dal punto di vista economico e quindi insensata. Il liberalismo è una dottrina della libertà, della libertà di produzione economica, della libertà di mercato e soprattutto della regina delle libertà economiche: della libertà di consumo.

    Constatato dunque che non si dà alcuna occorrenza nella storia tutta dell’umano di ordinamento non tripartito se non precisamente nel tempo in cui la funzione produttiva e il suo archetipo “bio-psichico”, per evocare Max Scheler, soverchia la stessa distinzione interna al Nomos, quale presupposto comune avviticchia l’annichilimento di qualsivoglia partizione dello spazio mondiale alla riduzione entro l’Unità compatta e continua dell’Indiscreto di ogni costitutivo complesso giuridico e soci-economico?

    Il nostro discorso […] riguarda […] la coesistenza, la successione e la valutazione alternata delle categorie fondamentali del prendere, dividere e produrre che sono contenute in ogni nomos concreto e ineriscono in modo latente, seppure con diverso peso e secondo un ordine di successione diverso, a tutti sistemi giuridici, economici e sociali per poi divenire di nuovo sempre più virulenti a causa di qualche improvviso mutamento. Il problema scientifico che stiamo inseguendo diventa ancor più chiaro se riconduciamo alle nostre tre categorie del nomos anche la questione attuale, e comprensiva di tutto il resto, che sorge oggi di fronte a qualsiasi considerazione di scienza del diritto: la questione cioè della situazione attuale dell’unità del mondo. È vero che gli uomini hanno oggi “preso” la loro terra a tal punto come unità, che di fatto non resta più nulla di cui appropriarsi? È vero che l’appropriazione ha oggi cessato di esistere e che vi è ormai solo divisione e distribuzione? Oppure forse esiste soltanto la produzione? E inoltre ci chiediamo: chi è l’unico grande appropriatore, questo unico, grande divisore e distributore del nostro pianeta, il pilota e pianificatore della produzione unitaria del mondo?

    Prima di avanzare replica a esso decisivo domandare, rischiariamo alcuni tentativi di celamento e camuffamento compiuti dal potere del nostro tempo, archetipicamente e politropo e fraudolentemente scaltro e presto molto:

    1. Non può darsi alcuna perequa (re-)distribuzione socialistica o social-democratica della ricchezza se prima il perequativo assegnatore non si è in qualche modo appropriato della “massa da ri-partire”.

    La divisione e la distribuzione, cioè il suum cuique, presuppone l’appropriazione della massa da distribuire, cioè una occupatio o appropriatio primaeva. La continuità di una costituzione è riconoscibile fintantoché permane riconoscibile e riconosciuto il rimando a questa prima appropriazione […]. La storia universale è una storia del progresso – o forse anche soltanto del mutamento – nei mezzi e nei metodi dell’appropriazione: dalla occupazione della terra dei tempi nomadi e agrario-feudali alla conquista dei mari del XVI e XVII secolo, fino alla appropriazione industriale dell’epoca tecnico-industriale e alla sua differenziazione fra Paesi sviluppati e non-sviluppati, per finire all’appropriazione dell’aria e dello spazio dei nostri giorni […]. Allorché la più importante funzione dello Stato viene a consistere nella distribuzione o redistribuzione del prodotto sociale – questo è il caso dei Paesi industrializzati in cui si è assestato lo Stato amministrativo che provvede all’assistenza delle masse – prima di poter distribuire o redistribuire il prodotto sociale, lo Stato deve appropriarsene, sia attraverso imposte o contributi, sia mediante la distribuzione dei posti di lavoro, sia con la svalutazione o con altri strumenti diretti e indiretti. In ogni caso le posizioni di distribuzione o redistribuzione sono pure posizioni politiche di potere che vengono dapprima prese e poi distribuite. Neppure qui è dunque venuto meno il problema dell’appropriazione.

    2. Non può darsi alcuna eterna crescita capitalistica dalla sorte infinitamente e progressiva e parimenti, ma qui proporzionalmente, benefattrice, se prima l’invisibile mano filantropica dello sviluppatore di ricchezza non ha afferrato e tratto a sé il bene da mirabilmente moltiplicare.

    In un saggio del 18 gennaio 1957, Alexandre Kojève coniò, con riferimento al nuovo Nomos der Erde, l’espressione “capitalismo distributore”. Egli intendeva così dire che il capitalismo moderno, tendenzialmente illuminato, che è intento all’aumento della forza d’acquisto dei lavoratori e allo sviluppo industriale dei Paesi sottosviluppati, significa ormai qualcosa di sostanzialmente diverso dal capitalismo solo appropriatore a cui si riferiva Marx. Bisogna però ricordare a Kojève che non può esservi nessun uomo capace di dare ciò che, in un modo o nell’altro, non abbia preso. Solo un Dio che crei il mondo dal nulla può dare senza prendere, e anch’egli solo nell’ambito del mondo da lui creato a partire da quel nulla.

    Ebbene, prendendo congedo da queste capitali riflessioni di Carl Schmitt, l’inferenza che conduce a unità l’unità spaziale del mondo e l’unità dell’ordinamento giuridico e socio-economico nel mondo dei mondi in esso particolari solo apparentemente differenti, parrebbe addirittura autoevidente se non fossimo, come siamo, mani e piedi inceppati entro la caverna dal perpetuo cangiamento astuto e di contro posti a un orizzonte tutto d’intorno attorcente.

    Ciò che invece appare affatto più arduo, epperò più degno di permanenza, è il tentativo di desnudare teleologia ed estrema destinazione – entro le immorsate vicende dell’Umano (Geschichte) e dell’Originario (Geschick) – di essa riduzione all’Unità dell’Indistinto quale cifra inequivocabile e a punto immediatamente manifesta del nostro tempo.

    E proprio ciò si è osato, ma altrimenti e altrove.


    Alberto Iannelli

    1. Edizione italiana: in, Le categorie del ‘politico’, il Mulino, Bologna 2019.
    La vicenda antropica, ovunque ne si ponga la cesura dell’Origine, in qualunque tempo ovvero se ne collochi la soglia al di là della quale si dà il cospetto dell’Uomo, e qualsivoglia epifenomeno si indichi quale deissi del suo già essersi sporto oltre il nulla della propria antecedenza, è storia di distinzione. Non si dà avvento dell’Umano ante l’Evento della Partizione. Accanto alla proto-partizione autoctica dell’Individuo – tra sé e sé nell’Autocoscienza, tra sé e il mondo-tutto oltre il sé nella Soggettualità; tra l’esserci di qualcosa, e anzitutto tra il suo proprio esserci, e il Non-esserci-in-sé nell’Onticità –, l’originaria partizione entro l’unità della Comunità è la partizione del proprio suolo, del proprio spazio, partizione che è ad un tempo e ap-propriazione di contro all’altro dall’Uno della Comunità, Unità-di-molti coalita proprio da essa linea demarcativa di contrapposizione al non-sé, e spartizione, entro detta unità categoriale, di essa appropriazione di terra tra gli individui a punto appropriatamente appartenenti alla Comunità stessa.

    Ogni fondazione pertanto trova fondamento su un’ancora più originaria partitiva ap-propriazione dello spazio libero, ossia indeterminato, continuo, aoristo (non già, nondimeno, essa immensità sconfinata, dis-secata nella fondazione, deve essere compresa come una sorta di substrato disponibile antecedente la partizione stessa, ovvero come se avesse già presenza e fondamento al di là della de-cisione distintiva di partirne una parte: è infatti la partizione stessa a così – in seguito – indeterminata determinarla quale dimensione libera e infinita estendentesi oltre l’appropriativa partizione originaria. La partizione appropriativa, autenticamente intesa, è autoctisi della Comunità).

    Ogni fondazione trova dunque fondamento nel solco.

    Apta dies legitur, qua moenia signet aratro;
    sacra Pales suberant: inde movetur opus.
    Fossa fit ad solidum, fruges iaciuntur in ima
    et de vicino terra petita solo;
    fossa repletur humo, plenaeque imponitur ara,
    et novus accenso finditur igne focus.
    Inde premens stivam designat moenia sulco;
    alba iugum niveo com bove vacca tulit.

    [“Si sceglie un giorno adatto in cui tracciare con l’aratro il perimetro delle mura; erano prossime la Palilie: da esse si comincia l’opera. Si scava un fossato sino a trovare la pietra, si gettano biade nel fondo, e si porta terra dal vicino suolo; si riempie di zolle il fossato; colmatolo, vi si erige un altare, e quel nuovo focolare fa bene il suo ufficio con ardente fiamma. Poi, premendo la stiva, Romolo traccia con un solco le mura; trascinano l’aratro una vacca bianca e un niveo bue”. OVIDIO, I Fasti, Bur, Milano 1998].

    Alle occupazioni di terra e alle fondazioni di città è sempre legata una prima misurazione e ripartizione del suolo utilizzabile. Nasce così un primo criterio di misura che contiene in sé tutti i criteri successivi […]. Nómos è la parola greca che designa la prima misurazione, da cui derivano tutti gli altri criteri di misura; la prima occupazione di terra, con relativa divisione e ripartizione dello spazio, la suddivisione e distribuzione originaria [...]. Nella fondazione di una città di una colonia, si rende visibile il Nómos con cui una tribù o un popolo si fa stanziale, vale a dire si colloca storicamente e innalza una parte della terra a campo di forza di un ordinamento [...]. «In principio sta il recinto». C. SCHMITT, Il nomos della terra nel diritto internazionale dello «Jus publicum europaeum», Adelphi, Milano 1991, p. 23. Der Nomos der Erde im Völkerrecht des Jus Publicum Europaeum, Duncker & Humblot, 1950.

    Ciò preposto, scopo del nostro ulteriore domandare dell’essenza storico-politica - coinvolgente ovvero l’esserci sociale dell’uomo – della partizione distintivo-appropriativa, sarà elevare interrogazione circa il fondamento dell’attuale ordinamento economico-sociale, a partire proprio dal coevo nostro Nomos der Erde, ora e qui dantesi quale “spazio mondiale globalmente immorsato: uno, continuo, compatto libero, indistinto”.

    In particolare, seguendo l’itinerario tracciato da Carl Schmitt in Nehmen / Teilen / Weiden (Appropriazione / Divisione / Produzione [1], 1953), si cercherà di insertare parallelismo tra la tripartizione del concetto di Nomos, unitario fondamento di ogni ordinamento giuridico, economico e sociale sinora datosi nella nostra storia, e la suddivisione in tre ordini funzionali della cosiddetta civiltà indo-europea, nell’altrove fondatasi convinzione che essa particolare epopea e detta nostra vicenda comune di Homines convergano in unità d’Origine, e ciò nell’ulteriore persuasione che la “rivoluzionaria” reductio ad unum della tripartizione funzionale indogermanica trovi esatta corrispondenza nella parimenti storicamente im-preaudita reductio ad unum della significazione del Nómos, epperò dell’ordinamento giuridico e socio-economico vigente entro lo spazio mondiale, simmetricamente e uno e mai prima d’ora uno, nel tempo del Mercante.

    Si definisca dunque, anzitutto, con Schmitt, il tripartito spettro semantico dispiegato dalla vox greca Nómos:
    1. Il sostantivo greco nomos deriva dal vero greco nemein […]. Nemein significa in primo luogo prendere / conquistare (Nehmen) […]. Così come la relazione linguistica dei termini greci legein-logos si traduce in tedesco nella relazione parlare-lingua (Sprechen-Sprache), analogamente la relazione linguistica dei termini greci nemein-nomos conduce, in tedesco, alla relazione prendere-appropriazione (Nehmen-Nahme). Nomos quindi significa prima di tutto l’appropriazione (Nahme).

    2. E conquistare è destino d’eroi: bellatores.

    3. Nemein significa, in secondo luogo, spartire / dividere (Teilen). Il sostantivo nomos significa, quindi, in seconda istanza, l’azione e il processo del dividere e del distribuire, un giudizio (Ur-Teil) e il suo risultato […]. Il kleros è il frutto concreto della divisione […], il risultato finale della divisione della terra conquistata […], il pezzo di terra concretamente ottenuto […]. Nomos è dunque, in secondo luogo, diritto nel senso della parte che ciascuno ha, il suum cuique. In termini astratti: nomos è il diritto e la proprietà, cioè la parte di ciascuno ai beni della vita.

    4. E s-partire perequando secondo giustizia d’ognuno le sorti (Moira) è destino sovrano di Zeus, legislatore, giudice, pubblico amministratore, “intellettuale”: Logistikon.

    5. Nemein significa in terzo luogo coltivare / produrre (Weiden). È questo il lavoro produttivo che normalmente è fondato sulla base della proprietà […]. Questo terzo significato di nomos acquista il suo mutevole contenuto dal tipo e dal modo di produzione ed elaborazione dei beni.

    6. E condurre Kóre alla Messe è destino di lacerto e d’opera laboriosa: Chrematistikon.
    L’ordinamento funzionale indoeuropeo corrisponde perfettamente dunque alla struttura stessa del Nomos, di ogni “legge” ovvero dello spazio comunitario, ebbene all’essenza di tutti gli ordinamenti giuridici e sociali sin qui datisi nell’umana vicenda.
    Ciascuno di questi tre processi – prendere, dividere, elaborare – appartiene completamente all’essenza di ciò che finora, nella storia umana, è apparso come ordinamento giuridico e sociale. In ogni stadio della vita associativa, in ogni ordinamento economico e di lavoro, in ogni settore della storia del diritto, finora, in un modo o nell’altro, si è preso, diviso e prodotto. Se dunque la struttura tripartita del Nomos è comune, la Storia ordina differenza secondo l’ordine di successione di essi tre costitutivi momenti:
    Ma il problema maggiore consiste nell’ordine di successione di questi processi […]. L’ordine di successione dei tre momenti e la loro valutazione muta a seconda della situazione storica generale, dei metodi di produzione e di distribuzione dei beni e anche a seconda del quadro che gli uomini si fanno di se stessi, del loro destino e della loro condizione storica […]. Fino alla rivoluzione industriale del XVIII secolo in Europa, l’ordine e la successione dei tre momenti riposava unicamente sul fatto che qualsiasi appropriazione era riconosciuta come indispensabile premessa e fondamento per la successiva divisione e produzione. Perciò per interi millenni della storia e della coscienza umana rimase fermo l’ordine di successione tipico. La terra, il fondo e il campo, era il primo presupposto di ogni economia e di ogni diritto ulteriore […]. All’inizio sta dunque [...] l’appropriazione della terra. Solo su di essa si compie poi la divisione e dopo questa l’ulteriore trasformazione […] La storia dei popoli, con le loro migrazioni, colonizzazioni e conquiste è una storia di appropriazione della terra. Quest’ultima è appropriazione di terra libera, cioè di suolo sino a quel momento privo di padrone, oppure conquista di terra nemica, sottratta al precedente proprietario in virtù del titolo giuridico della guerra esterna oppure redistribuita coi metodi del bando, della privazione dei diritti e della spoliazione per cause politiche interne. In ogni caso sempre l’appropriazione di terra è l’ultimo titolo giuridico per tutte le divisioni e distribuzioni successive e quindi per ogni successiva produzione […]. Tutte le appropriazioni di terra più note e famose della storia, tutte le grandi conquiste che si sono compiute con le guerre e le occupazioni, con le colonizzazioni, le migrazioni di popoli e le scoperte geografiche, confermano la precedenza fondamentale della appropriazione nei confronti della divisione e della produzione […]. Prima che ciò che è stato acquisito per mezzo di conquista, scoperta, espropriazione o in qualsiasi altro modo, possa essere diviso, esso deve venire contato e pesato, secondo la successione primordiale: misurato/pesato/diviso. Ebbene, per tutta la storia dell’uomo sino alla rivoluzione industriale europea del Settecento (e sino alle direttamente conseguenti rivoluzioni politiche franco-[anglo-]americane), e l’ordine di successione fu sempre e uno e medesimo, e, anzitutto, il Nomos stesso, come detto, non fu mai se non triplicemente articolato:
    1. Appropriazione
    2. Divisione
    3. Produzione
    Non costituirà illecita inferenza pertanto continuare il nostro parallelismo e spingerlo sino a elevare comunanza di fondamento e coincidenza evenemenziale tra l’inaudizione storica della sovversione dell’ordine di successione interno al Nomos e la stessa distruzione dell’ordinamento distintivo funzionale della società (indo)europea.

    Non è qui invece sede per fornire fondamento di ragione al differente ordinamento gerarchico, altresì quasi universalmente datosi, e per millenni, tra le ormai diffuse genti indoeuropee, rispetto a quello qui propostosi quale strutturalmente comune e anzitutto fondativo delle di essi Kultur e UrHeimet.

    Dalla comparazione dei loro sistemi teologici, infatti, si può agilmente colmare per congettura la primazialità – nel Pantheon e certamente, per specularità o mimesi uranico-tellurica, nella Comunità – della Spartizione sulla Conquista: Giove, semplicemente accennando il capo, comanda e domina Marte.

    Non volendoci nondimeno sottrarre a tale evidenza “storico-teologica” confutativa, e non intendendo egualmente lasciarci andare alla troppo semplice costatazione secondo la quale l’ordinamento del mondo è ordinato anzitutto dagli ordinatori, e non certo nel tempo aurorale della conquista e della fondazione, bensì in conseguenza a esse, saldi ossia assisi e sicuri nel suolo della assenza e lontananza di e da quell’abissalità e remota e ancestrale, avanziamo solo sommariamente le evidenze altrove poste, evidenze che indicherebbero coerenza logica nell’inversione di tale successione gerarchica tra i primi due ordini: è apparso, difatti, coerente con la struttura endiadica stessa dell’Originario che l’Era aurorale o eroico-ecistica si desse per figurazione di conquista estrema o prolessi del sé, e che la susseguente e necessariamente dipendente Era Deuteriore o ieratico-trascendentale fosse il tempo del dominio dell’Eterno sull’eternazione o escate-trascendentalità (Kléos Ouranòn ikánei) dell’assolutamente Perituro.

    Si torni ora alla configurazione del mondo al nostro tempo, e vi si torni per interrogare cause e archetipi agenti di essa e in essa eccezionale sovversione e inaudita riduzione monadica di ciò che, originariamente endiadico, si dà ternario d’Era in disvolgimento e d’Ordinamento in disposizione.

    Chi, dunque, e quando, e, ancora, con quale scopo sovverte l’Ordine della Comunità e del Mondo costituitosi per simmetria alla struttura necessaria stessa dell’Originario?

    È forse esso evento unico e omni-unificante Hybris e tracotante decisione umana, e libera e contingente, o non corrisponderà forse al de-stino stesso dell’Originario, co-evocante da principio l’Evento co-implicato medesimo della sempre e libera e contingente Storia antropica? E come, infine, l’epoca del Nomos enadico-globale, il tempo ossia in cui dell’Approppriazione e della Divisione apparentemente non ne è pressoché più niente (apparentemente in quanto più niente in verità ne è della loro distinta partizione, non già del loro apparire nell’essere-del-Non-essere, egualmente nella Storia dell’Uomo) poiché pressoché tutto ne è della Produzione “infinita” di ricchezza, trova enantio-dromica collocazione nel Destino di apofatico o contraddittorio dispiegamento ontico-identitario dell’Originario?

    Può l’agente di essa epoca entelechiale della Contraddizione estrinseca o seconda, essere l’attore immediatamente ante-ultimo della dissoluzione, colui ovvero che conduce a compimento l’opposizione seconda o Conciliazione inseitale, in modo che, raggiunta la massima distanza, lungo il camminamento dell’Essere o del Giorno, ebbene lungo il sentiero del proprio contraddittorio, l’Originario in sé Opposizione e Distanziamento possa in estremo perfettamente o compiutamente imprimere (aufzuprägen) il modo d’essere (Charakter) o seità dell’altro all’insé Alterità o Contraddittorietà?

    Ne Il Potere del nostro Tempo si sono aderte le seguenti risposte a detto interrogare decisivo: non possiamo in questa sede richiamarle se non in epitome, prima di tornare – presso il solco di Schmitt – all’analisi conclusiva della natura e delle cause della “situazione attuale dell’unità del mondo” e del problema, in essa enadità d’eccezione dantesi, dell’Appropriazione o, piuttosto, del qui esserci – parimenti inaudito – di “un unico grande appropriatore”.

    “Se dunque un preciso avvenimento si ostende preclarmente, se ossia si da patente – in una specifica unita di spazio-e-tempo – la dissoluzione della tripartizione funzionale indoeuropea, e se l’agente della sua concretizzazione sin dal proprio aurorale essere nel mondo vi attenta, non possiamo non già fissare esse ulteriori conclusioni del nostro percorso:

  • Nell’essenza del Mercante, nonché nel suo destino o compito storico-funzionale, vi è co-immorsata la pulsione alla distruzione della stessa differenziazione tra le funzioni, quale prodromica condizione necessaria alla delezione ulteriore di ogni alterità.

  • Se la tensione alla soppressione di ogni distintività o posizione di delimitazione della quantità astratta dimora nell’essenza stessa della terza funzione tanto da definirne il perimetro identitario, e se la dissoluzione della tripartizione conquista citoyennete precisa nel cronotopo eliaco dell’umano, ciò significa che vi è sempre stata, e da principio, un’opposizione (to katechon) che, per qualche ragione, in quel preciso punto, è venuta meno.

  • Dandosi la suddetta coimplicazione nittemerale nell’enantio-dromia dell’Uno-in-sé-diviso da cui tutto – autenticamente o apofaticamente – discende, ciò significa che nella stessa struttura dell’Originario è destino che l’opposizione a quella tensione – a un certo punto – divenga nulla.

  • […]

    Se dunque nell’Era che precede la sorgenza della Deuteriorità, ossia del tempo in cui l’Eterno si emancipa e impone quale fondamento di ogni realtà (ta panta, ta onta), la categoria della quantità, immorsata nell’essenza della funzione terza del Mercante, trovava qualità, cioè partizione o individuazione, egualmente argine e confine, pomerium e centuriazione, nell’Orizzonte stesso che tutto destinava a perentoria determinazione e anzitutto se stesso […]; e se nell’epoca prima o apollinea dell’Era seconda, l’Eterno, come detto necessariamente emancipantesi, ovvero conseguente autonomia posizionale per la cogenza destinazionale iscritta nella stessa struttura identitaria – apofatica e processiva, contraddistintiva e storica – dell’Originario in sé Negazione, si concentra sulla propria posizionalità (cioè esattamente, nel principio del sé, su questo medesimo “stutturale” stare-in-coerenza-presso-sé che lì e allora diviene “contenuto” autonomo: inizialmente l’Eterno non può che essere o stare nel modo coerente all’in-sé, ovvero precisamente nel modo dello Stare e dello Stare-in-Coerenza-presso-sé, egualmente del sempre essere [e del sempre essere eguale a sé]), per cui l’accrescimento quantitativo dell’Immanenza trovava qualità e determinazione nel divieto all’aoristia o incompiutezza dell’Essere (“Necessità possente lo tiene nei legami del limite, rinchiudendo d’intorno, poiché è stabilito che l’Essere non sia incompiuto”); ecco allora che la trasposizione faustiana – parimenti necessaria – dell’Infinità seconda dal permanere al divenire, consente l’eliminazione di ogni delimitazione all’accrescimento quantitativo dell’Immanenza (poiché l’Eterno non è l’Originario, con necessità l’Originario diviene via via verso la riconquista del proprio contenuto di Pro-tendimento estremo quale fondamento autentico di ogni essere e stare, e lo stare dell’Eterno perde, con il tramonto di Delfi, il modo dell’insé per conseguire il modo dell’altro dal sé, ovvero dell’oltre-passamento stesso; ma l’Originario non ancora può essere o stare nel modo dell’insé, giacché l’insé suo è Non-essere, Alterità-da-ogni-stare, epperò lì e allora, tra le nebbie di Faust, è il protendente a smarrire l’individualità distinta del sé [= dell’Io], dissoltasi nella permanente sconfinatezza infinita seconda, l’individualità determinata del sé o, egualmente, il punto finito [télos] del pro-tendimento suo ultimo).”

    [Il Potere del nostro Tempo]

    Riedendo dunque all’agrimensura schmittiana e al nostro pressoché ultimo tempo dell’Unità e dell’Indistinzione, tracciamo il tempio che immorsa in classe l’emancipazione della Produzione dalla Predazione e dalla Partizione, con l’emancipazione della Terza funzione dall’Acciaio e dalla Legge, ovvero, a più comunemente esprimersi, con l’affrancamento e dell’Economia dalla Politica, e del Cittadino dallo Stato (e anzitutto del cittadino “economicamente intraprendente” o liberamente perseguente il proprio benessere eudaimonistico [pursuit of Happiness]), in modo che essa riduzione del molteplice all’unità del fondamento ne disveli l’essenza altrimenti ipogea.
    Che la divisione e la produzione dovessero essere precedute dall’espansione coloniale, cioè dalla appropriazione e in particolare dalla appropriazione di terra era un ordine di successione che doveva apparire in se stesso, a un socialista come Lenin, medievale, per non dire atavico, reazionario, contrario al progresso e alla fine disumano […]. Questo è il punto in cui il socialismo si incontra con l’economia classica e il suo liberalismo […]. Progresso e libertà economica consistono nel fatto che le forze produttive divengono libere e in tal modo si compie un aumento tale della produzione e della massa di beni di consumo che l’appropriazione ha termine e nello stesso tempo la divisione non costituisce più un problema autonomo. Il progresso della tecnica conduce chiaramente a uno sterminato aumento della produzione. Ma se si dispone del sufficiente o addirittura di più del sufficiente, in tal caso appare come atavismo e come ricaduta nel diritto primordiale di preda, proprio di un’età di miseria, scorgere nella appropriazione il primo fondamentale presupposto dell’ordinamento economico e sociale. Il livello di vita diventa sempre più alto, la divisione diventa sempre più facile, sempre più innocua, e l’appropriazione alla fine è non solo immorale, ma anche irrazionale dal punto di vista economico e quindi insensata. Il liberalismo è una dottrina della libertà, della libertà di produzione economica, della libertà di mercato e soprattutto della regina delle libertà economiche: della libertà di consumo. Constatato dunque che non si dà alcuna occorrenza nella storia tutta dell’umano di ordinamento non tripartito se non precisamente nel tempo in cui la funzione produttiva e il suo archetipo “bio-psichico”, per evocare Max Scheler, soverchia la stessa distinzione interna al Nomos, quale presupposto comune avviticchia l’annichilimento di qualsivoglia partizione dello spazio mondiale alla riduzione entro l’Unità compatta e continua dell’Indiscreto di ogni costitutivo complesso giuridico e soci-economico?
    Il nostro discorso […] riguarda […] la coesistenza, la successione e la valutazione alternata delle categorie fondamentali del prendere, dividere e produrre che sono contenute in ogni nomos concreto e ineriscono in modo latente, seppure con diverso peso e secondo un ordine di successione diverso, a tutti sistemi giuridici, economici e sociali per poi divenire di nuovo sempre più virulenti a causa di qualche improvviso mutamento. Il problema scientifico che stiamo inseguendo diventa ancor più chiaro se riconduciamo alle nostre tre categorie del nomos anche la questione attuale, e comprensiva di tutto il resto, che sorge oggi di fronte a qualsiasi considerazione di scienza del diritto: la questione cioè della situazione attuale dell’unità del mondo. È vero che gli uomini hanno oggi “preso” la loro terra a tal punto come unità, che di fatto non resta più nulla di cui appropriarsi? È vero che l’appropriazione ha oggi cessato di esistere e che vi è ormai solo divisione e distribuzione? Oppure forse esiste soltanto la produzione? E inoltre ci chiediamo: chi è l’unico grande appropriatore, questo unico, grande divisore e distributore del nostro pianeta, il pilota e pianificatore della produzione unitaria del mondo? Prima di avanzare replica a esso decisivo domandare, rischiariamo alcuni tentativi di celamento e camuffamento compiuti dal potere del nostro tempo, archetipicamente e politropo e fraudolentemente scaltro e presto molto:

    1. Non può darsi alcuna perequa (re-)distribuzione socialistica o social-democratica della ricchezza se prima il perequativo assegnatore non si è in qualche modo appropriato della “massa da ri-partire”.
    La divisione e la distribuzione, cioè il suum cuique, presuppone l’appropriazione della massa da distribuire, cioè una occupatio o appropriatio primaeva. La continuità di una costituzione è riconoscibile fintantoché permane riconoscibile e riconosciuto il rimando a questa prima appropriazione […]. La storia universale è una storia del progresso – o forse anche soltanto del mutamento – nei mezzi e nei metodi dell’appropriazione: dalla occupazione della terra dei tempi nomadi e agrario-feudali alla conquista dei mari del XVI e XVII secolo, fino alla appropriazione industriale dell’epoca tecnico-industriale e alla sua differenziazione fra Paesi sviluppati e non-sviluppati, per finire all’appropriazione dell’aria e dello spazio dei nostri giorni […]. Allorché la più importante funzione dello Stato viene a consistere nella distribuzione o redistribuzione del prodotto sociale – questo è il caso dei Paesi industrializzati in cui si è assestato lo Stato amministrativo che provvede all’assistenza delle masse – prima di poter distribuire o redistribuire il prodotto sociale, lo Stato deve appropriarsene, sia attraverso imposte o contributi, sia mediante la distribuzione dei posti di lavoro, sia con la svalutazione o con altri strumenti diretti e indiretti. In ogni caso le posizioni di distribuzione o redistribuzione sono pure posizioni politiche di potere che vengono dapprima prese e poi distribuite. Neppure qui è dunque venuto meno il problema dell’appropriazione. 2. Non può darsi alcuna eterna crescita capitalistica dalla sorte infinitamente e progressiva e parimenti, ma qui proporzionalmente, benefattrice, se prima l’invisibile mano filantropica dello sviluppatore di ricchezza non ha afferrato e tratto a sé il bene da mirabilmente moltiplicare.
    In un saggio del 18 gennaio 1957, Alexandre Kojève coniò, con riferimento al nuovo Nomos der Erde, l’espressione “capitalismo distributore”. Egli intendeva così dire che il capitalismo moderno, tendenzialmente illuminato, che è intento all’aumento della forza d’acquisto dei lavoratori e allo sviluppo industriale dei Paesi sottosviluppati, significa ormai qualcosa di sostanzialmente diverso dal capitalismo solo appropriatore a cui si riferiva Marx. Bisogna però ricordare a Kojève che non può esservi nessun uomo capace di dare ciò che, in un modo o nell’altro, non abbia preso. Solo un Dio che crei il mondo dal nulla può dare senza prendere, e anch’egli solo nell’ambito del mondo da lui creato a partire da quel nulla. Ebbene, prendendo congedo da queste capitali riflessioni di Carl Schmitt, l’inferenza che conduce a unità l’unità spaziale del mondo e l’unità dell’ordinamento giuridico e socio-economico nel mondo dei mondi in esso particolari solo apparentemente differenti, parrebbe addirittura autoevidente se non fossimo, come siamo, mani e piedi inceppati entro la caverna dal perpetuo cangiamento astuto e di contro posti a un orizzonte tutto d’intorno attorcente.

    Ciò che invece appare affatto più arduo, epperò più degno di permanenza, è il tentativo di desnudare teleologia ed estrema destinazione – entro le immorsate vicende dell’Umano (Geschichte) e dell’Originario (Geschick) – di essa riduzione all’Unità dell’Indistinto quale cifra inequivocabile e a punto immediatamente manifesta del nostro tempo.

    E proprio ciò si è osato, ma altrimenti e altrove.
    Alberto Iannelli

    1. Edizione italiana: in, Le categorie del ‘politico’, il Mulino, Bologna 2019.
    orizzontealtro@gmail.com