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Filosofica del 900
Rivoluzione
Conservatrice

Categorie
Rivoluzione
Conservatrice
Arthur Moeller
Van den Bruck


Il Tramonto
dell’Occidente.
Pro e contro
Spengler
1920


Edizione originale: Der Untergang des Abendlandes. Für und wider Spengler
Edizione italiana: Oaks Editrice, Milano 2017
In, Alberto Iannelli, Dieci saggi sulla Rivoluzione Conservatrice, Orizzonte Altro Edizioni, 2023
Testo originale
► ► ►
Per conferire tributo di verità e cremisi d’àugure a Moeller Van den Bruck e alle tesi ermeneutico-predittive esposte nella sua lettura critica del monumentale Der Untergang des Abendlandes di Oswald Spengler (commentato nell’edizione del 1918, ossia ante revisione e integrazione del ‘22), nulla potrebbe fornire maggior signum di certezza all’accordante adeguatezza e dignità divinatoria, dell’analisi delle reazioni suscitate da colui che osasse tale articolazione tetica moelleriana riproporre – ma sotto proprie spoglie e partenie – al tempo nostro. Proviamo, infatti, ad avanzare la seguente sperimentazione indirettamente veritativa: si proclami, qui ed ora, con l’impeto per giunta e con l’eguale orgoglio della scoperta e della profezia, entro qualsivoglia pur eccentrica appendice dell’apparato accademico contemporaneo tedesco – o, parimenti, occidentale, giacché è proprio l’impossibilità nostra coeva di aprire partizione distintiva o iato identitario tra goticità e occiduità a costituire l’orizzonte contro il quale valutativamente proiettare le predicenti tesi di Van den Bruck –, che il Destino, ineluttabilmente, conduce l’immanenza primordiale eternamente e viride e sorgiva dell’accadere storico; che non si dà alcun principio di causalità negli eventi; che l’umanità non può mai declinarsi al singolare, ripartendosi piuttosto in Kultur tra loro irrelate se non per il comune allignare nel terreno della Differenza, di forma perennemente novella impressiva e tutto vivificante; che le sorti dell’umano non appaiono per nulla linearmente ascensionali, diuturnamente progressive, asintoticamente perfettibili, evoluzionisticamente selettive dei migliori, giacché l’acme dell’autenticità e della potenza l’uomo lo può suggere esclusivamente nel riaffiorare storico-secolare del precordiale tempo primordiale-divino, allorquando il Caos primigenio rompe la crosta della successione sequenziale e causale, e dalla di esso fertilità allora patente dissodata e disponibile, l’antropos cosmizzatore può imprimere la creazione sua di forma alla Civiltà virgulta (“Una Kultur nasce nell'attimo in cui una grande anima si desta dallo stato psichico originario dell'eternità eternamente fanciulla e se ne distacca, come una forma da ciò che è privo di forma, come qualcosa di limitato e di perituro dall'illimitato e dal permanente”); che, dunque, e infine, non i migliori sopravvivono, non i più adatti all’esistenza (se con questa celebre formula si vuole intendere qualcosa di più dell’improgrediente tautologia: “vive chi può vivere”), bensì, al contrario, che gli aristoi, proprio giacché eletti, periscono, sacrificati (Ausrottung der Besten) all’evocazione della Storia, invece indifferente al sangue delebile dei deboli e degli inadatti al sacrificio, sopravvissuti proprio giacché indegni rigettati, ovvero, coimplicativamente, che l’Uomo non è mai – immediatamente ed essenzialmente – un ente di Natura.

Ebbene, costui, ne siamo certi, non solo sarebbe subitaneamente privato di ogni cattedra e titolo, ostracizzato come il peggiore degli untori e dei seminatori d’odio e discordia, ma rischierebbe financo d’esser sottoposto a trattamento sanitario coatto dall’“Apparato” dell’ortogonia tanto dianoetica quanto nomenclare. Perché, ordunque, l’associazione tra l’impossibilità dell’aprirsi attuale della Differenza tra Germania e Occidente (piano sincronico), da un lato, e il contrario dischiudersi e massimo, dall’altro, della Divergenza tra la Germania di Moeller e la contemporanea nostra (piano diacronico), conferirebbe velatura mantica al pensatore renano? Si proceda anzitutto secondo l’ordine del discorso autoriale, principiando dai meriti riconosciuti a Oswald Spengler

[…]

La Storia, per Van den Bruck, si basa sulla legge immanente della Trasmissione, ossia sul Pólemos (contingenza, storia, spontaneità, diversificazione, moto rotatorio etc…) quale Hypokeímenon (necessità, destino, ripetizione, asse della linearità etc…): la Differenza di tutto da tutto, tutto accomuna. Su essa costante ipogea si innesta la differenziazione esterna. Consentaneamente, la forma realizzata dal divenire antropico non può essere né l’anello dell’eterno ritorno nietzschiano, né la linea dell’indefettibile ascendere progressivo delle forze di “Versailles”. È la spirale, pertanto, l’unione ossia del moto rotatorio e della traslazione sul piano rettilineo, la figura modellata dall’incedere nostro comune.

[…]

Secondo il pensatore di Solingen, infatti, l’esito per la Germania infausto della Prima guerra mondiale ha nondimeno emancipato gli sconfitti dalle prospettive crepuscolari attribuite da Spengler alle terre occidue. La guerra ha dilacerato l’Occidente, perciò stesso dissecandone il Destino:

(Van den Bruck)
Non esiste un unico Occidente. Già per questa ragione esso non può tramontare tutto insieme […]. Chi oggi parla di Occidente confonde appunto l’Europa con ciò che è Ovest […]. L’Ovest […], nella Rivoluzione francese, che è stata la sua più grande réclame, ha infine fatto il passo decisivo. Quel passo, cioè, che su basi anglo-utilitaristiche costituiva il passaggio conclusivo e a lungo atteso […] dalla cultura alla civilizzazione.

Per la Germania si apre, dunque, nell’anno in cui Moeller scrive queste pagine (1920), la possibilità della decisione estrema, ebbene dell’autentica, della decisione ovvero in cui ne va dell’Esserci storico stesso della nazione: o staccarsi dall’Ovest senescente (Zivilisation) e ri-allignarsi all’alma potenza primordiale di rotazione della Terra (Ur-zeit), per plasmare una nuova Civiltà, quindi procrastinare un proprio e un novello altro destino di civilizzazione e tramonto, sopravvivendo così all’attuale (viride Kultur pollóne dell’inesauribile linfa ctonia di cui la Germania stessa diverrebbe centro, fondamento e baluardo mitteleuropeo accogliente in sé l’oriente slavo quale suo retroterra: “Ciascuno a proprio modo, Russia e Germania, condividono oggi il fatto di essere nella dimensione del caos più che in una situazione inorganica, con quelle sue forme di vita più sicure e in apparenza più solide ma già irrigidite e perciò assai facili da spezzare che sono riservate ai paesi di una civilizzazione vittoriosa. La Russia è sempre rimasta vicina a ciò che è organico. La Germania all’organico è restituita”); o rimanere immersi nella traiettoria di Civiltà dell’Ovest e con essa spegnersi, passando attraverso il cesarismo e l’universalizzazione o monadizzazione del mondo predetti da Spengler e a tutt’oggi viepiù e viepiù a passo svelto inverantisi sotto i nostri sguardi ancor non sufficientemente desti.

(Van den Bruck)
Nella vita dei popoli arriva sempre il momento in cui gli uomini di una determinata cultura devono avvertire che i valori che da questa promanano si spezzano su un’altra cerchia di cultura, di popoli, di forme […]. Questo momento arriva di regola appena la Terra raccoglie in popoli primordiali la mostruosa forza di rotazione necessaria per creare un destino nuovo. Per l’Europa esso è ritornato proprio adesso, e a partire dalla guerra e dalla rivoluzione pone i popoli europei davanti ad un’ultima decisione: a cosa vogliono appartenere, all’Ovest oppure a un secondo Occidente che inizia al di là dell’Ovest? […]. Un tempo abbiamo riconosciuto al Sud ciò che al Sud spettava. E alla fine abbiamo protestato contro il Sud. Adesso abbiamo concesso troppo a lungo all’Ovest ciò che all’Ovest spetta o che forse non gli spetta più. Ci rimane la protesta contro l’Ovest. I russi fanno parte di questa protesta come razza. Nella loro integralità, sono una protesta tacita che attende eternamente minacciosa. Questo ci unisce ma ci distingue al contempo. Noi siamo questa stessa protesta, ma lo siamo come consapevolezza. Siamo esposti all’aggressione e perciò possiamo affermare noi stessi solo con il contrattacco. Il nostro compito non è essere il paese della protesta ma divenire il popolo della protesta. Non ci resta che guidare la protesta contro l’Ovest […]. Come è possibile che il mondo appartenga alle nazioni vecchie e in declino dell’Ovest europeo, mentre i popoli giovani ed esuberanti non hanno terra, mare, aria e libertà per vivere? […] Il deserto cresce. Guai a chi cela l’Ovest dentro di sé! Gli uomini dell’Ovest, che oggi sono i primi, saranno domani gli ultimi. I popoli giovani si solleveranno contro i popoli vecchi.

“Se sceglierete di condividere vicenda e sorte delle senescenti terre dell’Occaso, perirete, tedeschi”; così, infatti, risuonava la profezia scagliata da Van den Bruck nel 1920 contro il suo stesso popolo. Nella misura in cui, a tutt’oggi, non risultano esserci tedeschi in Germania, ma solo epigoni dell’“anglo-utilitarismo”, già franco-rivoluzionario; poiché, egualmente, l’odierno orizzonte tanto assiologico quanto politico, così economico come culturale, della patria di Van den Bruck e Spengler non consente luce tra sé e il mondo forgiato da Woodrow Wilson (e da Mayer Amschel Rothschild), tra sé ovvero, ancora, e la configurazione a Versailles due volte sull’altare (1789 e 1918); giacché, infine, ecumenica ormai si ganglia la giurisdizione di presa e di ombra dell’adunca volta occidua – egemonia globale tarda già preconizzata dallo stesso Spengler poiché contenuta in potenza nel rapporto, tutto peculiare, dell’anima faustiana con la tecnica – non possiamo non riconoscere adeguazione tra l’intelletto mantico di Van den Bruck e la res storica poi concretizzatasi. E, riprova di tutto ciò – che massimamente ne invera a nostro intendere il vaticinio –, dimora proprio nell’esito dell’esperimento di cui qui, in principio, si ipotizzava l’attuazione avvalorante.
© Orizzonte
Altro

Categorie
Rivoluzione
Conservatrice
Arthur Moeller
Van den Bruck

Il Tramonto
dell’Occidente
Spengler contro Spengler
1920

Edizione originale: Der Untergang des Abendlandes. Für und wider Spengler
Edizione italiana: Oaks Editrice, Milano 2017
In, Alberto Iannelli, Dieci saggi sulla Rivoluzione Conservatrice, Orizzonte Altro Edizioni, 2023
Testo originale ► ► ►

Per conferire tributo di verità e cremisi d’àugure a Moeller Van den Bruck e alle tesi ermeneutico-predittive esposte nella sua lettura critica del monumentale Der Untergang des Abendlandes di Oswald Spengler (commentato nell’edizione del 1918, ossia ante revisione e integrazione del ‘22), nulla potrebbe fornire maggior signum di certezza all’accordante adeguatezza e dignità divinatoria, dell’analisi delle reazioni suscitate da colui che osasse tale articolazione tetica moelleriana riproporre – ma sotto proprie spoglie e partenie – al tempo nostro. Proviamo, infatti, ad avanzare la seguente sperimentazione indirettamente veritativa: si proclami, qui ed ora, con l’impeto per giunta e con l’eguale orgoglio della scoperta e della profezia, entro qualsivoglia pur eccentrica appendice dell’apparato accademico contemporaneo tedesco – o, parimenti, occidentale, giacché è proprio l’impossibilità nostra coeva di aprire partizione distintiva o iato identitario tra goticità e occiduità a costituire l’orizzonte contro il quale valutativamente proiettare le predicenti tesi di Van den Bruck –, che il Destino, ineluttabilmente, conduce l’immanenza primordiale eternamente e viride e sorgiva dell’accadere storico; che non si dà alcun principio di causalità negli eventi; che l’umanità non può mai declinarsi al singolare, ripartendosi piuttosto in Kultur tra loro irrelate se non per il comune allignare nel terreno della Differenza, di forma perennemente novella impressiva e tutto vivificante; che le sorti dell’umano non appaiono per nulla linearmente ascensionali, diuturnamente progressive, asintoticamente perfettibili, evoluzionisticamente selettive dei migliori, giacché l’acme dell’autenticità e della potenza l’uomo lo può suggere esclusivamente nel riaffiorare storico-secolare del precordiale tempo primordiale-divino, allorquando il Caos primigenio rompe la crosta della successione sequenziale e causale, e dalla di esso fertilità allora patente dissodata e disponibile, l’antropos cosmizzatore può imprimere la creazione sua di forma alla Civiltà virgulta (“Una Kultur nasce nell'attimo in cui una grande anima si desta dallo stato psichico originario dell'eternità eternamente fanciulla e se ne distacca, come una forma da ciò che è privo di forma, come qualcosa di limitato e di perituro dall'illimitato e dal permanente”); che, dunque, e infine, non i migliori sopravvivono, non i più adatti all’esistenza (se con questa celebre formula si vuole intendere qualcosa di più dell’improgrediente tautologia: “vive chi può vivere”), bensì, al contrario, che gli aristoi, proprio giacché eletti, periscono, sacrificati (Ausrottung der Besten) all’evocazione della Storia, invece indifferente al sangue delebile dei deboli e degli inadatti al sacrificio, sopravvissuti proprio giacché indegni rigettati, ovvero, coimplicativamente, che l’Uomo non è mai – immediatamente ed essenzialmente – un ente di Natura.

Ebbene, costui, ne siamo certi, non solo sarebbe subitaneamente privato di ogni cattedra e titolo, ostracizzato come il peggiore degli untori e dei seminatori d’odio e discordia, ma rischierebbe financo d’esser sottoposto a trattamento sanitario coatto dall’“Apparato” dell’ortogonia tanto dianoetica quanto nomenclare. Perché, ordunque, l’associazione tra l’impossibilità dell’aprirsi attuale della Differenza tra Germania e Occidente (piano sincronico), da un lato, e il contrario dischiudersi e massimo, dall’altro, della Divergenza tra la Germania di Moeller e la contemporanea nostra (piano diacronico), conferirebbe velatura mantica al pensatore renano? Si proceda anzitutto secondo l’ordine del discorso autoriale, principiando dai meriti riconosciuti a Oswald Spengler

[…]

La Storia, per Van den Bruck, si basa sulla legge immanente della Trasmissione, ossia sul Pólemos (contingenza, storia, spontaneità, diversificazione, moto rotatorio etc…) quale Hypokeímenon (necessità, destino, ripetizione, asse della linearità etc…): la Differenza di tutto da tutto, tutto accomuna. Su essa costante ipogea si innesta la differenziazione esterna. Consentaneamente, la forma realizzata dal divenire antropico non può essere né l’anello dell’eterno ritorno nietzschiano, né la linea dell’indefettibile ascendere progressivo delle forze di “Versailles”. È la spirale, pertanto, l’unione ossia del moto rotatorio e della traslazione sul piano rettilineo, la figura modellata dall’incedere nostro comune.

[…]

Secondo il pensatore di Solingen, infatti, l’esito per la Germania infausto della Prima guerra mondiale ha nondimeno emancipato gli sconfitti dalle prospettive crepuscolari attribuite da Spengler alle terre occidue. La guerra ha dilacerato l’Occidente, perciò stesso dissecandone il Destino:

(Van den Bruck)
Non esiste un unico Occidente. Già per questa ragione esso non può tramontare tutto insieme […]. Chi oggi parla di Occidente confonde appunto l’Europa con ciò che è Ovest […]. L’Ovest […], nella Rivoluzione francese, che è stata la sua più grande réclame, ha infine fatto il passo decisivo. Quel passo, cioè, che su basi anglo-utilitaristiche costituiva il passaggio conclusivo e a lungo atteso […] dalla cultura alla civilizzazione.

Per la Germania si apre, dunque, nell’anno in cui Moeller scrive queste pagine (1920), la possibilità della decisione estrema, ebbene dell’autentica, della decisione ovvero in cui ne va dell’Esserci storico stesso della nazione: o staccarsi dall’Ovest senescente (Zivilisation) e ri-allignarsi all’alma potenza primordiale di rotazione della Terra (Ur-zeit), per plasmare una nuova Civiltà, quindi procrastinare un proprio e un novello altro destino di civilizzazione e tramonto, sopravvivendo così all’attuale (viride Kultur pollóne dell’inesauribile linfa ctonia di cui la Germania stessa diverrebbe centro, fondamento e baluardo mitteleuropeo accogliente in sé l’oriente slavo quale suo retroterra: “Ciascuno a proprio modo, Russia e Germania, condividono oggi il fatto di essere nella dimensione del caos più che in una situazione inorganica, con quelle sue forme di vita più sicure e in apparenza più solide ma già irrigidite e perciò assai facili da spezzare che sono riservate ai paesi di una civilizzazione vittoriosa. La Russia è sempre rimasta vicina a ciò che è organico. La Germania all’organico è restituita”); o rimanere immersi nella traiettoria di Civiltà dell’Ovest e con essa spegnersi, passando attraverso il cesarismo e l’universalizzazione o monadizzazione del mondo predetti da Spengler e a tutt’oggi viepiù e viepiù a passo svelto inverantisi sotto i nostri sguardi ancor non sufficientemente desti.

(Van den Bruck)
Nella vita dei popoli arriva sempre il momento in cui gli uomini di una determinata cultura devono avvertire che i valori che da questa promanano si spezzano su un’altra cerchia di cultura, di popoli, di forme […]. Questo momento arriva di regola appena la Terra raccoglie in popoli primordiali la mostruosa forza di rotazione necessaria per creare un destino nuovo. Per l’Europa esso è ritornato proprio adesso, e a partire dalla guerra e dalla rivoluzione pone i popoli europei davanti ad un’ultima decisione: a cosa vogliono appartenere, all’Ovest oppure a un secondo Occidente che inizia al di là dell’Ovest? […]. Un tempo abbiamo riconosciuto al Sud ciò che al Sud spettava. E alla fine abbiamo protestato contro il Sud. Adesso abbiamo concesso troppo a lungo all’Ovest ciò che all’Ovest spetta o che forse non gli spetta più. Ci rimane la protesta contro l’Ovest. I russi fanno parte di questa protesta come razza. Nella loro integralità, sono una protesta tacita che attende eternamente minacciosa. Questo ci unisce ma ci distingue al contempo. Noi siamo questa stessa protesta, ma lo siamo come consapevolezza. Siamo esposti all’aggressione e perciò possiamo affermare noi stessi solo con il contrattacco. Il nostro compito non è essere il paese della protesta ma divenire il popolo della protesta. Non ci resta che guidare la protesta contro l’Ovest […]. Come è possibile che il mondo appartenga alle nazioni vecchie e in declino dell’Ovest europeo, mentre i popoli giovani ed esuberanti non hanno terra, mare, aria e libertà per vivere? […] Il deserto cresce. Guai a chi cela l’Ovest dentro di sé! Gli uomini dell’Ovest, che oggi sono i primi, saranno domani gli ultimi. I popoli giovani si solleveranno contro i popoli vecchi.

“Se sceglierete di condividere vicenda e sorte delle senescenti terre dell’Occaso, perirete, tedeschi”; così, infatti, risuonava la profezia scagliata da Van den Bruck nel 1920 contro il suo stesso popolo. Nella misura in cui, a tutt’oggi, non risultano esserci tedeschi in Germania, ma solo epigoni dell’“anglo-utilitarismo”, già franco-rivoluzionario; poiché, egualmente, l’odierno orizzonte tanto assiologico quanto politico, così economico come culturale, della patria di Van den Bruck e Spengler non consente luce tra sé e il mondo forgiato da Woodrow Wilson (e da Mayer Amschel Rothschild), tra sé ovvero, ancora, e la configurazione a Versailles due volte sull’altare (1789 e 1918); giacché, infine, ecumenica ormai si ganglia la giurisdizione di presa e di ombra dell’adunca volta occidua – egemonia globale tarda già preconizzata dallo stesso Spengler poiché contenuta in potenza nel rapporto, tutto peculiare, dell’anima faustiana con la tecnica – non possiamo non riconoscere adeguazione tra l’intelletto mantico di Van den Bruck e la res storica poi concretizzatasi. E, riprova di tutto ciò – che massimamente ne invera a nostro intendere il vaticinio –, dimora proprio nell’esito dell’esperimento di cui qui, in principio, si ipotizzava l’attuazione avvalorante.