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Eventi ed epifenomeni nel crepuscolo della civilizzazione occidentale
Gennaio 2026 - Alberto Iannelli
Ante Roma, naturalmente è la stessa grecità a parimenti instradarci lungo i sentieri che conducono entro l’orizzonte autentico presso il quale anticamente il noema Festa prese localizzazione (Erörterung), dimora: nel lemma latino riecheggia, infatti, l’ellenico (f)estiàô, “festeggio, banchetto, sicché ospito, accolgo nel focolare domestico”, protetto da Ἑστία, la dea del Lār, della casa abitata, dai vivi tanto quanto dagli antenati defunti, la Vesta ovvero nell’interpretatio romana del pantheon greco.
Il sacro, la morale, la legge, la cura, il culto, la casa, la famiglia, gli antenati e i sùperi: tutto ciò è il Luogo della Festa, l’Ort heideggeriano come custodia dei convergenti che concentrici coralmente vi danzano attorno in concento (χορεία).
Tutte le parti della lancia convergono nella punta. L’Ort riunisce attirando verso di sé in quanto punto più alto ed estremo. Ciò che riunisce trapassa e permea di sé tutto. L’Ort, come quel che riunisce, trae a sé, custodisce ciò che a sé ha tratto, non però al modo di uno scrigno, bensì in maniera da penetrarlo nella sua propria luce, dandogli solo così la possibilità di dispiegarsi nel suo vero essere 1 .
La Festa, pertanto, è al contempo il luogo e il tempo in cui si celebra l’armonia della Comunità, l’armonia delle relazioni tra l’individuo e il collettivo, i pietosi e i posteri, è, ovvero, e nientemeno, per riprendere Heidegger, la cerimoniosa manifestazione del Geviert, la quadratura che pertiene insieme – in eraclitea tensione agonale, καλλίστην ἁρμονίαν – i Mortali e gli Dei, la Terra e il Cielo; la Festa è, sicché, in sintesi, l’esaltazione corale del concento cosmico (persino nel lemma “celebrare”, invero, riverberano i sensi tanto dell’abitare [lat. col-ere], quanto della solennità che muovendo s’innalza al cielo [ie. *kal-, donde celere > eccelso] e ne tributa la gloria [gr. klè-os]).
Appare, pertanto, immediatamente autoevidente come origine, fondamento e approdo di ogni autentico festeggiare sia la Ge-meinschaft la Comunità estensivamente intesa, consonante rispondenza di micro e macro cosmo, nonché quanto estroflessiva e corale ne sia la diatesi, la disposizione vettoriale dell’azione fasta.
Eppure, noi attraversiamo il tempo – tardo – della civilizzazione che eredita per essenza e scopo del sé la disgregativa disintegrazione di ogni coalescenza e di tutti i legami che osino adergersi sovra il grado dell’unità atomica (ma, ormai, viepiù eccedendo persino quest’ultimo limite, comportando così, nell’estremo, la dissociazione e la frantumazione fin entro il santuario già enadico tanto della materia elementare [fisica delle particelle], quanto dell’individuo e, in esso, così nella psiche [freudismo] come nel sôma medesimo [neuroingegneria]), dell’ecceità monadica che deve ordunque venire e-radicata (Bodenlosigkeit) da qualsivoglia vincolo super-individuale, collettivo quanto cosmico. Ecco, pertanto, che anche il plurimillenario retaggio che inscriveva l’autenticità della ritualità festiva nella celebrazione comunitaria dell’armonia corale, è costretto (Sollen) a chinare il capo nell’imbattersi contro la senescenza, manchesteriana, della Kultur di Faust, lo Zeitgest nichilista estremo in accordo al quale dell’Essere – qui dell’essere della connessione comunitaria e del celeste concento – non ne deve essere più Niente.
Prendiamo, dunque, quale epifenomeno di tale transvalutazione nietzschiana del valore pubblico del Fasto, per come storicamente datosi, e sin dai primordi dell’umanità (secondo Emile Benveniste – autore del Vocabolario delle istituzioni indoeuropee, Einaudi 1976, edizione originale francese 1969 – il tema *dhəs- / *dhēs- designava un oggetto appartenente alla sfera del sacro, come nel greco thés-phatos “fissato per decisione divina”, ove thes- corrisponde all’ie. *dhēs-), la pubblicazione dell’articolo: << Se non ti sposi (e non fai figli/e) ti celebrano solo al compleanno: riflessioni sulle aspettative sociali >>.
Prima di analizzarlo, nondimeno, vorremmo indagarne l’origine, al fine di verificare se non vi sia – dietro codesti pensieri e parole tanto decisamente esemplificativi del suddetto Spirito del Tempo, qui sub specie feriarum, quanto perfettamente “compliance” con esso – una qualche teleologia “immanente”, la celata volontà sicché di condurre a compimento una precisa ultimativa Weltanschauung, un divisamento escate così recondito come limitaneo da essere probabilmente oscuro persino all’estensore del pezzo.
L’articolo, invero, viene diffuso, il 26 novembre 2025, dal periodico <<Fem>> (già <<Alfemminile>>), edito dal Gruppo Gedi, e firmato da Eugenia Nicolosi, giornalista e attivista – come si può leggere nella sua pubblica biografia – per i diritti Lgbt+, nonché attivamente impegnata contro le discriminazione di genere attraverso il blog “Legender metropolitane”.
Il Gruppo Gedi apparteneva, ordunque, sino alla primavera del 2020, alla Holding CIR (Compagnie Industriali Riunite), controllata dalla famiglia De Benedetti. Nell’aprile del 2020, infatti, la Giano Holding, società per azioni interamente posseduta dalla Exor, una holding finanziaria olandese gestita dalla famiglia Agnelli, ne acquisiva per 102,4 milioni di euro il 43,78% del capitale. John Elkann ne diveniva, per nomina del CdA, presidente (rimarrà in carica sino all’ottobre del 2024, quanto verrà sostituito da Maurizio Scanavino). A seguito di un’offerta pubblica di acquisto, nell’agosto seguente, la Giano degli Agnelli-Elkann arriva a detenere il 100% delle azioni Gedi. Dunque, Exor controlla Giano, unico azionista Gedi, editore del nostro periodico <<Fem>> (nonché del quotidiano<<La Repubblica>>). Ma chi controlla Exor? Al momento in cui scriviamo queste considerazioni (e va da sé che la relazione tra proprietà e pubblicazioni, se si dà, e noi ipotizziamo qui certamente si dia, si dà in sincronia e non retroattivamente, pertanto l’eventuale cambio di proprietà che nel tempo del nostro ragionare si annuncia, stanti le trattative di cessione tra Exor e il gruppo greco Antenna, non può aver influito su quanto scritto nel novembre del 2025), la Giovanni Agnelli B.V., col 55% di quota, ne è il principale azionista. Nella coda lunga dell’azionariato, si segnala la presenza del celebre fondo finanziario statunitense Vanguard Group (con circa il 4% delle azioni), ovvero di uno dei ceffi del cerbero (assieme a BlackRock e State Street) che domina il cosiddetto Occidente, amministrando asset il cui valore doppia il PIL dell’interna eurozona.
Procedendo nella ricerca di un’eventuale determinante eziologica, di una liaison, sicché, tra tenimento del mezzo informativo e assiologia propalata, una corrispondenza d’amorosi interessi in grado di svelare il reale intendimento per cui – consapevolmente o meno, in tutto o in parte – codeste sono state rese pubbliche, scopriamo che nel maggio del 2018 – dunque due anni prima dell’Opa su Gedi – Exor istituì un organo di consulenza composto da membri esterni all’azienda, chiamato Partners Council, alla cui presidenza fu posto il britannico George Osborne, già Cancelliere dello Scacchiere di sua maestà, Chancellor of the Exchequer, ovvero ministro dell’impero britannico plenipotenziario in materia finanziaria.
Dieci anni prima della nomina a “controllore estero” di Exor, codesto figlio del baronetto Peter Osborne si trovò al centro di un caso giuridico denominato “Deripaska”: fu accusato dal finanziere aristocratico Nat Rothschild (no, non un omonimo…) di aver sollecitato la donazione di cinquanta mila sterline inglesi al partito conservatore, di cui era membro, da parte del magnate russo dell’alluminio Oleg Deripaska, in violazione di una legge contro il finanziamento politico compiuto da cittadini stranieri. La Commissione elettorale preposta a giudicarne l’operato, respinse dipoi le accuse del Rothschild, poiché non si configurava alcuna fattispecie di reato.
Bene, l’azienda della prima famiglia del capitalismo italiano, con un ceffo del cerbero che domina l’Occidente nel proprio azionariato e un ex capo “chiacchierato” (dai Rothschild) appartenente all’alta finanza inglese a controllore (esterno…), è niente meno che l’editore dell’organo giornalistico di riferimento del progressismo liberal e iridato italiano, di cui il nostro settimanale di partenza è, senza tema di smentita, al contempo espressione e cassa di risonanza: Vale, Antonio Gramsci, tibi terra levis sit.
Disposto ordunque, preliminarmente, così il templum storico della discussione, come il suo inquadramento per così dire strutturale (Struktur), principiamo con la puntuale compulsione del testo, sì “puro” nel proprio di-mostrare lo Spirito del Tempo e l’anima della Kultur nostra, ormai procombente nel senio, da poter esserne aderto a epifenomeno dell’epoca crepuscolare.
Chiunque abbia visto le prime stagioni della serie Sex and the City non può non ricordare l'episodio in cui Carrie (Sarah Jessica Parker) si confronta con una verità nella quale prima o poi si incappa: se non ti sposi o non fai figli, figlie, le celebrazioni ufficiali della tua vita si riducono ai compleanni […]. Il riconoscimento pubblico del valore individuale e il ruolo delle tappe sociali, nella nostra cultura, si riduce agli eventi legati alla sfera familiare. Matrimonio e maternità sono considerati tappe di vita obbligatorie, fondamentali anzi fisiologiche. E per questo passano in secondo piano tutte le altre conquiste o scelte. […]
E no: non è solo questione di tradizione o ritualità ma di esperienze personali che diventano vere e proprie cerimonie collettive, momenti di festa in cui la comunità celebra una persona per aver raggiunto uno status universalmente comprensibile e incoraggiato. Il compleanno quindi resta l’unico momento celebrativo per chi di quegli status se ne è sempre fregata, fregato.
Il problema è che tutto il resto viene elegantemente ignorato o al massimo ridotto a un messaggio di congratulazioni. Chi costruisce una carriera brillante, chi si prende cura di sé o della collettività, chi sceglie percorsi alternativi a quelli di matrimonio e prole si trova a vivere senza quei momenti di riconoscimento pubblico.
Certo, una promozione può essere applaudita, un libro pubblicato può ricevere un brindisi, ma raramente questi traguardi vengono accompagnati dalla stessa ritualità, solennità e soprattutto sincera partecipazione emotiva che una unione istituzionalizzata e la genitorialità invece garantiscono.
Il problema è amplificato nel caso delle donne, storicamente valutate attraverso il loro ruolo familiare più che attraverso la loro autonomia o realizzazione personale. E succede perché alle donne si chiede (ancora) di completarsi nel matrimonio o nella maternità. Le radici di questa evidente e tristissima disparità affondano nella cultura patriarcale in cui il valore della donna è stato a lungo legato alla sua capacità intanto di essere "scelta" come moglie, poi di accudire, procreare e addomesticare.
Nonostante i progressi sono ancora molte le donne che si trovano a dover giustificare la propria felicità e realizzazione se non accompagnate da un partner o da figli e figlie. Al contrario, un uomo single che non è padre viene visto come indipendente, ambizioso e raccontato attraverso i successi che ottiene nello spazio pubblico. Le donne no. Una donna nella stessa posizione viene spesso percepita come incompleta, egoista o sospesa nell'attesa: "prima o poi qualcuno ti sceglierà".
In un’epoca in cui le traiettorie di vita si fanno sempre più plurali e soggettive o almeno sembra così, dovrebbe essere fondamentale ripensare le forme del riconoscimento sociale. Perché non celebrare chi ha superato un percorso di studi faticoso, chi ha aperto una propria attività, chi ha scelto il coraggio della terapia, chi ha deciso di prendersi cura di sé?
Perché non normalizzare le cerimonie per i cambiamenti di carriera, per traslochi importanti, per nuove scelte di vita consapevoli? […]
Forse dovremmo cominciare a scrivere inviti per le festicciole che organizziamo noi per prime, per celebrare le vittorie personali e iniziare un processo di riconoscimento sociale un brindisi alla volta, un regalo alla volta. E pensiamo che sarebbe un atto politico, anche se forse non avremo mai la stessa quantità di regali di una "lista nozze", ma potremmo iniziare fare la "lista trasloco", la lista "mollo il lavoro" e la lista "ho lasciato quella relazione che mi rendeva infelice".
L’articolo esprime, integralmente, una sorta di rancorosa lamentazione per l’inveterata abitudine e la deprecabile di non celebrare, collettivamente o addirittura comunitariamente, i successi personali o gli eventi in qualche modo legati alla specificità ecceitale sicché non immediatamente categorizzabile o universalizzabile del soggetto (non questo “padre” o questa “madre”, non questo “figlio” o “figlia”, “marito” o “moglie” etc…, bensì l’irripetibilità dell’individuo atomico). Al contrario, persiste pervicace l’abitudine di glorificale – anche super-individualmente – l’atto della propria ri-nascita simbolica, indipendentemente da meriti o successi “positivi”, colti e compiuti in quanto persona specifica. Come, si interroga così stupita come irosa l’autrice, festeggiamo comunitariamente un atto banale e privo di benemerenza come il matrimonio o la rinascita, e non parimenti o maggiormente osanniamo, per esempio, la promozione a manager, non il raggiungimento degli obiettivi del quarter, non la stipula di un grosso contratto commerciale? E perché mai innalziamo al cielo i nascituri e non un PhD o le chiavi di un nuovo Suv, perché non l’acquisto dell’ultimo modello di I-phone, il più esclusivo?
Bene, per comprendere il valore comunitario della celebrazione genetliaca, che altro non rappresenta se non una ripetizione cultuale dell’evento originante il soggetto celebrato, piuttosto che il senso legato al fasto pubblico matrimoniale, uno dei riti di passaggio che scandiscono l’ontogenesi all’interno di una comunità, lo sviluppo in senso antropologico dell’individuo, nonché la condizione preliminare di legittimità a punto pubblicamente riconosciuta al rinnovamento sociale procreativo, dobbiamo sforzarci di ritornare a pensare (An-denken) in termini simbolici, universali, astratti o propriamente mitici e quindi, anzitutto, rituali, poiché – ci piaccia o no – e per quanto possiamo essere iconoclasti verso il nostro passato comune e avanguardisti perpetuamente protesi all’avvenire – ogni nostra “cellulare” culturale è storica, discende da una Tradizione, possiede un retaggio, si innesta in una filogenesi.
La nostra lingua, come abbiamo visto, e con essa il nostro modo di pensare e intendere, costituitosi sulla storicizzazione dei sêmata, riecheggia ineluttabilmente (o, meglio, intrascendibilmente, secondo la Necessità che ordina sequenzialmente e dis-crimina il prima e il poi, il causato e il causante), il pensiero mitico: nonostante noi si attraversi il Tempo – inaudito a tutto il nostro comune incedere mondano – in cui Diotima, il Sacro, il Numinoso, relitti giacciono, celatisi nei teneri bocci dell’inverno, nonostante, ancor più propinqui all’essenza, viviamo quanto Heidegger definì l’oblio dell’Essere, invero la perdita dell’interrogazione di senso autenticamente fondativa (Grundfrage) circa l’esistere e l’originare, tanto individuale, come comunitario e cosmico, la Tradizione mitica e poietica rivive e riecheggia le “spoglie” del Sacré nella cultualità collettiva, seppur ripetuta meccanicamente, seppur ormai resa spuria dalla commercializzazione del Fasto stesso (le profane).
All’interno del pensiero mitopoietico, infatti, capitale dimorava il concetto di “restaurazione del tempo (così come dello spazio) ierofanico o cratofanico attraverso il rito”.
Per mezzo di qualsiasi rituale, e di conseguenza per mezzo di qualsiasi gesto significativo (pesca, caccia, eccetera) il primitivo si inserisce nel “tempo mitico”. Infatti ‘l'epoca mitica, "dzugur", non deve essere pensata soltanto come un tempo passato, ma anche come un presente e un futuro: come uno stato, oltre che come un periodo’ . Questo periodo è “creatore”, nel senso che allora, "in illo tempore", avvenne la creazione e l'organizzazione del Cosmo, nonché la rivelazione, a opera degli dèi, o degli antenati, o degli eroi civilizzatori, di tutte le attività archetipali. "In illo tempore", nell'epoca mitica, tutto era possibile […]. Non si insisterà mai abbastanza sulla tendenza - osservabile in qualsiasi società, quale che sia il suo grado di evoluzione a restaurare “quel tempo”, il tempo mitico, il Grande Tempo. Poiché tale restaurazione è il risultato di ogni rito e di ogni gesto significativo, senza distinzione. Secondo van der Leeuw, “un rito è la ripetizione di un frammento del tempo primordiale” 2 .
È, dunque, primariamente codesta la funzione del rito, la riattualizzazione (egualmente le rilocalizzazione) ovvero dell’acme della forza creatrice, il ritorno all’apogeo della purezza della forma, l’irruzione squarciante dell’assoluto e dell’eterno nella contingenza e nella durata.
Il rito consiste sempre nella ripetizione di un gesto archetipico, compiuto "in illo tempore" (ai primordi della ‘storia’) dagli antenati o dagli dèi [… ]. Il rito coincide, per la ripetizione, col suo ‘archetipo’, il tempo profano è abolito. Si può dire che assistiamo allo stesso atto compiuto "in illo tempore", in un momento cosmogonico aurorale. Trasformando, di conseguenza, tutti gli atti fisiologici in cerimonie, l'uomo arcaico si sforza di ‘passare oltre’, di proiettarsi oltre il tempo (del divenire), nell'eternità 3 .
Festeggiando, ad esempio, la nascita e la rinascita di un soggetto – trascendendo pertanto il limite dell’ecceità e della diacronia, del particolare e del profano – noi tutti tributiamo omaggio, al contempo e nientemeno, alla Vita stessa, l’universale ζωή, l’essenza dell’esistere organico che appartiene indistintamente alla totalità del vivente e il cui principio eternamente sorgivo in quell’atto e in quell’attimo – coincentrandosi – concretamente “rivive”. Allo stesso modo, celebrando questa unione nuziale particolare, noi celebriamo al contempo e anzitutto la ierogamia archea, l’universale matrimonio del Cielo e della Terra, l’unione archetipica di Urano e Gea, noi celebriamo sicché la Cosmogonia. Da qui – da questo plurimillenario retaggio inconsciamente collettivamente vissuto e rivissuto di sym-pátheia universale – nasce quella “solennità e sincera partecipazione emotiva” così deprecata dall’articolista nella celebrazione di matrimoni e nascite, compleanni e riti di passaggio.
Giacché, pertanto, non ci risultano esservi mitologemi legati alla promozione a quadro di Eracle…, nonché archetipizzazioni del trasloco infero di Satana o della “fusione e acquisizione” tra il Pelio e l’Ossa, appare del tutto autoevidente come il “riconoscimento pubblico del valore individuale”, la sua celebrazione rituale collettiva e financo comunitaria, sia immediatamente legata al ruolo che ciascuno di noi possiede ed eredita in quanto frammento dell’universale di riferimento: ontico come l’Essere, generato come la Natura, padre come il Cielo, moglie come Era, ma anche guerriero come Marte e cacciatrice come Artemide.
Manifestamente, invero, i successi colti in quanto individualità atomiche potranno avere il medesimo riconoscimento collettivo dei riti celebranti le soggettualità archetipiche solo allorquando codesti eventi avranno non solo alle proprie spalle una mitologia condivisa, bensì allorquando cotali neo-mitologemi si saranno stratificati nei millenni del vivere associativo, nell’inconscio della Civiltà.
Ed è proprio qui, in conclusione, che si inserisce la nostra ricerca di una “teleologia immanente” che orienta esemplarmente codesto articolo, certamente granulo pollinico di un florilegio consimile, nella conduzione a compimento dell’estrema Visione del Mondo, la capovolta, l’ultima e la ferale: “l’uomo che sta in equilibrio sulla testa e cammina con le mani” (Werner Sombart), “la gente nova” cùpida di “sùbiti guadagni”, “orgoglio e dismisura” ingenerante (Dante), sta scrivendo niente meno che la propria mitologia cetuale fondativa.
La tripartizione funzionale che ha rappresentato per millenni la trasposizione intrasociale dell’ordine cosmico per i popoli indoeuropei, la “cerchia antica” nella metafora ipostatica di Cacciaguida, è stata, infatti, disgregata e demolita nell’evento del Moderno, immane opera di nullificazione di cui agente storico-destinale fu la cosiddetta Borghesia.
Il mondo, così come da sempre e sempre fu, veniva distrutto insieme al pomerium indogermanico, l’ordine tripartito. Da tale frantumazione cosmica, sorse l’a-bisso della fluidità atomica, della dis-gregazione uni-versale, l’In-distinto come Assoluto, e, almeno per noi, l’Antico Nemico – l’Émporo a punto – venne emancipato (Un-bound) dal giogo di Zeus, di Cesare, del Politico.
Questo articolo, pertanto, rappresenta concretamente e compiutamente la volontà “degli Elkann” et similia non solamente di costruire la propria nuova mitologia, bensì, bicondizionalmente, di imporre pubblicamente un’inaudita neoritualità centrata sulla soggettualità assoluta, così conferendo legittimazione cultuale alla propria Weltanschauung ormai trionfante, come anticipato, nello Zeitgeist che ha per essenza del sé la distruzione di ogni coalescenza super-individuale, di ogni limite e finitudine, di ogni ordinamento dia-cosmetico, delle genti come degli enti.
In questo scritto transluce pertanto, ancora e in ultimo, nientemeno che tutta la tensione storico-strutturale di un’epoca immanentemente orientata al ri-centramento della (plurimillenaria, ribadiamo) “posizione dell’uomo nel cosmo” (Die Stellung des Menschen im Kosmos, Max Scheler, 1928), all’infiggimento ebbene di un nuovo in-centro universale antropologico 4 che, nel Tempo in cui, per essenza, di ogni centro e di tutte le posizioni non ne deve essere più niente, non può non essere se non il de-centramento assoluto, cioè a dire l’incondizionata assenza di centralità e fissità, la perpetua e l’illimitata moltiplicazione e dis-locazione del centro ovvero il Nulla di ogni centratura, la fluidità sicché rizomatica del pluriverso.
1 Martin Heidegger, Il linguaggio nella poesia. Il luogo del poema di Georg Trakl, in In cammino verso il linguaggio, Mursia, Milano 1973. Edizione originale: Unterwegs zur Sprache, 1959.
2 Mircea Eliade, Trattato di storia delle religioni, Editore Boringhieri, Torino, 1976. Traité d'histoire des religions, Payot, Parigi, 1948.
3 Ivi.
4 << In India, nel momento in cui si inizia la costruzione della casa, l'astrologo decide quale pietra delle fondamenta si deve porre sulla testa del serpente che sostiene il mondo. Il capomastro conficca un piolo nel punto prescelto, per ‘fissare’ bene la testa del serpente ctonio, sì da evitare i terremoti. Non soltanto la costruzione della casa si colloca nel centro del mondo, ma, in un certo senso, la costruzione ripete la cosmogonia. Infatti è noto che, in mitologie innumerevoli, i mondi sono usciti dallo smembramento di un mostro primordiale, spesso in forma di serpente. Come tutte le abitazioni stanno, magicamente, al ‘Centro del Mondo’, così la loro costruzione si inserisce nello stesso momento aurorale della creazione dei mondi. Il tempo mitico, proprio come lo spazio sacro, si ripete all'infinito, in occasione di ogni nuova opera umana >>, Ivi.