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Le posizioni che ogni europeo può assumere nei riguardi della questione nazionale sono piuttosto numerose, ma tutte quante si collocano tra due termini estremi: lo sciovinismo da un lato e il cosmopolitismo dall’altro. Ogni nazionalismo è quasi una sintesi degli elementi dello sciovinismo e del cosmopolitismo, il tentativo di conciliare questi due opposti. […] Basta considerare con maggior attenzione lo sciovinismo e il cosmopolitismo per accorgersi che tra loro non c’è una diversità radicale e di principio e che essi non sono altro che due gradi, due diversi aspetti di uno stesso fenomeno. Lo sciovinista parte da una posizione aprioristica per cui il popolo migliore del mondo è appunto il suo […]. Solo il suo popolo ha il diritto di primeggiare e di dominare gli altri popoli, che devono sottostargli, adottando la sua fede, la sua lingua e la sua cultura, e fondersi con esso […].
Il cosmopolita nega le differenze tra le nazionalità. Se queste differenze esistono, devono essere abolite. L’umanità civilizzata deve essere unita ed avere una cultura unitaria. I popoli non civilizzati devono accettare questa cultura, inserirsi in essa, e, entrando nella famiglia dei popoli civilizzati, percorrere con essi un unico cammino del progresso mondiale. La civiltà è il bene supremo, in nome del quale si devono sacrificare le peculiarità nazionali. Così formulati, lo sciovinismo e il cosmopolitismo sembrano davvero differenziarsi nettamente tra loro. Nel primo il dominio è postulato per la cultura di una sola individualità etnografico-antropologica, nel secondo, per la cultura dell’umanità al di là di ogni distinzione etnografica. Ma guardiamo quale contenuto i cosmopoliti europei ripongono nei termini “civiltà” e “umanità civilizzata”. Per “civiltà” essi intendono la cultura che i popoli romanzi e germanici d’Europa hanno elaborato in un travaglio comune. Per “popoli civilizzati” innanzitutto si intendono di nuovo quelli romanzi e germanici e poi anche gli altri popoli che hanno accettato la cultura europea.
Vediamo quindi che la cultura, che secondo i cosmopoliti deve dominare nel mondo, sopprimendo tutte le altre culture, è la cultura di una determinata unità etnografico-antropologica, come anche l’unità il cui dominio è vagheggiato dallo sciovinista. Qui non c’è alcuna differenza di principio. In realtà l’unità nazionale etnografico-antropologica e linguistica di ogni popolo d’Europa è soltanto relativa.
Il fondamento suprematista di ogni valore universale e di ogni concezione del diritto giusnaturalistica: l’unità del mondo e l’universalizzazione dell’uomo e dei propri diritti, innati sicché meta-positivi, altro non rappresentano, in quanto eventi storici, se non l’estensione – impositiva e sciovinistica – della civiltà “romanogermanica” a ogni popolo, a tutte le culture.
Nella valutazione del cosmopolitismo europeo, bisogna sempre ricordare che le parole “umanità”, “civiltà universale”, eccetera, sono espressioni molto imprecise, dietro le quali si celano significati etnografici ben precisi. La cultura europea non è la cultura dell’umanità. È il risultato della storia di un determinato gruppo etnico. Le tribù germaniche e celtiche, subendo in varia misura l’influsso della cultura romana e mescolandosi fortemente tra loro, dagli elementi della loro cultura nazionale e di quella romana hanno creato un determinato modo di vita comune. […] L’incontro con i monumenti della cultura greca e romana fece emergere l’idea di una civiltà mondiale soprannazionale, idea propria del mondo grecoromano. Sappiamo che questa idea aveva pur sempre un fondamento etnico-geografico. A Roma per “tutto il mondo” si intendeva, naturalmente, solo l’“Orbis terrarum”, cioè i popoli che si erano stanziati nel bacino del Mediterraneo o che si erano spinti verso questo mare e che, grazie a un costante rapporto reciproco, avevano elaborato una serie di valori culturali comuni, unificandosi infine sotto l’azione livellatrice della colonizzazione greca e romana e del dominio militare romano. Comunque, le antiche idee cosmopolite in Europa sono diventate il fondamento della formazione culturale. Cadendo sul terreno fecondo del sentimento inconscio dell’unità romanogermanica, esse hanno dato origine ai fondamenti teorici del cosiddetto “cosmopolitismo” europeo, che sarebbe più giusto definire apertamente sciovinismo romanogermanico.
Queste sono le reali basi storiche delle teorie cosmopolite europee. Invece la base psicologica del cosmopolitismo è la stessa dello sciovinismo. Si tratta di una varietà di quel pregiudizio inconscio e di quella psicologia particolare che meglio è chiamare egocentrismo. Un uomo con una psicologia spiccatamente egocentrica si considera inconsciamente il centro dell’universo, il culmine del creato, il migliore, il più perfetto tra tutti gli esseri viventi […]. Il cosmopolitismo, questa vetta della società romanogermanica, poggia su fondamenta che sono in radicale contraddizione con tutte le principali parole d’ordine di questa civiltà. La base del cosmopolitismo, di questa universale religione umana, è un principio anticulturale: l’egocentrismo.
La relazione tra egocentrismo ed eccentrismo sul piano antropologico. L’inganno – e il fondamento etnocentrico – dei lemmi e dei noumeni: “umanità”, “universale”, “civiltà”, “progresso mondiale”, “cosmopolitismo”. L’estensione – al di là di ogni altare e oltre tutte le isoglosse – della civiltà romanogermanica, fondata sul nostro egocentrismo, non è avvenuta esclusivamente per imposizione coatta, attraverso sicché l’elementarità di una soverchiante forza militare. Un ruolo importante, e coimplicato al primo, l’ebbe l’arte seduttiva, la maliosità con la quale gli occidentali seppero illaqueare le classi dirigenti straniere. Questo fenomeno, che viene definito – spostandosi presso il punto di vista dei riceventi (anzitutto le classi intellettuali e dirigenti), subentine il fascino – “eccentrismo”, deve molta della propria forza avvincente precisamente alla capacità di elevare la propria particolarità in universalità.
L’egocentrismo merita di essere condannato non solo dal punto di vista della cultura europea romanogermanica, ma anche dal punto di vista di ogni cultura, poiché è un principio antisociale che distrugge ogni comunicazione culturale fra gli uomini. Quindi se tra un popolo non romanogermanico ci sono degli sciovinisti, i quali predicano che il loro popolo è il popolo eletto e che alla sua cultura tutti gli altri popoli devono sottomettersi, contro questi sciovinisti devono lottare tutti i loro connazionali. Ma che fare, se in questo popolo compariranno uomini che si metteranno a predicare il dominio nel mondo non del proprio popolo, bensì di un altro popolo straniero e ai loro connazionali proporranno di assimilarsi in tutto a questo “popolo mondiale”? In questa predicazione non ci sarà alcun egocentrismo, anzi ci sarà eccentrismo supremo. È quindi impossibile condannarlo così come si condanna lo sciovinismo [...]. Il cosmopolitismo europeo, che, come abbiamo visto sopra, non è altro che sciovinismo romanogermanico, si diffonde tra i popoli non romanogermanici con grande rapidità e senza grossi ostacoli. Tra gli slavi, gli arabi, i turchi, gli indiani, i cinesi e i giapponesi, i cosmopoliti di questa sorta sono già molto numerosi. Parecchi di essi sono perfino molto più ortodossi dei loro confratelli europei nel respingere le peculiarità nazionali, nel disprezzare ogni cultura non romanogermanica, eccetera […].
I romanogermanici sono sempre stati a tal punto ingenuamente convinti di essere solo loro uomini da chiamare se stessi “umanità”, la propria cultura “civiltà universale” e, infine, il loro sciovinismo “cosmopolitismo”. Con questa terminologia hanno saputo mascherare tutto il reale contenuto etnografico che effettivamente è racchiuso in tutti questi concetti. Quindi tutti questi concetti sono diventati accettabili per i rappresentanti degli altri gruppi etnici. Trasmettendo ai popoli allogeni le opere della propria cultura materiale, che in massima misura si possono chiamare universali (oggetti di equipaggiamento bellico e congegni meccanici per il trasporto), i romanogermanici spacciano insieme anche le proprie idee “universali” e le presentano proprio in questa forma, con un oculato mascheramento dell’essenza etnografica di queste idee. Quindi la diffusione del cosiddetto cosmopolitismo europeo tra i popoli non romanogermanici, è un puro equivoco. Chi si è lasciato influenzare dalla propaganda degli sciovinisti romanogermanici è stato indotto in errore dalle parole “umanità”, “universale”, “civiltà”, “progresso mondiale”, eccetera. Tutte queste parole sono state prese alla lettera, mentre in realtà esse celano concetti etnografici molto precisi e assai angusti.
Gli “intellettuali” dei popoli non romanogermanici, lasciatisi raggiare dai popoli romanogermanici, devono capire il proprio errore. Devono capire che la cultura che è stata loro presentata come civiltà universale, in realtà non è che la cultura di un determinato gruppo etnico di popoli romanzi e germanici. La presa di coscienza di questo fatto deve, s’intende, cambiare notevolmente il loro rapporto con la cultura del proprio popolo e farli riflettere se abbiano ragione quando cercano, nel nome di chissà quali ideali “universali” (ma in realtà romanogermanici, cioè stranieri), di imporre al proprio popolo una cultura altrui e di cancellare in esso i caratteri dell’originalità nazionale.
Il fondamento etnocentrico – romanogermanico – di tutte le concezioni storiche centrate sull’unità e sulla linearità ascensionale dello sviluppo umano. L’evoluzionismo, il progresso naturale eterno, le magnifiche sorti progressive e financo l’Aufklärung kantiano, concetti e Weltanschauungen ispirative delle costituzioni borghesi giusnaturaliste del 18esimo secolo e oltre (e persino della Novecentesca interpretatio hollywoodiana dell’alterità – culturale, assiologica, esistenziale etc… – spazio-temporale), hanno tutte un medesimo antenato comune: l’egocentrismo (oggi diremo il suprematismo) occidentale.
Come è noto, in Europa all’idea della suprema perfezione della civiltà europea si crede di aver dato un fondamento scientifico, ma la scientificità di questo fondamento è solo apparente. Il fatto è che l’idea stessa di evoluzione così come è presente nell’etnologia, nell’antropologia e nella storia della cultura europee, è permeata di egocentrismo. La “scala dell’evoluzione”, i “gradi dello sviluppo” sono tutti concetti profondamente egocentrici. Alla loro base sta l’idea che lo sviluppo del genere umano ha seguito e tuttora segue il cammino del cosiddetto progresso mondiale. Questo cammino è inteso come una linea retta […]. L’umanità contemporanea è, nel suo complesso, una sorta di cinematogramma dell’evoluzione dispiegato e tagliato a pezzi, e le culture dei diversi popoli si differenziano tra loro come fasi diverse della stessa evoluzione, come le varie tappe del cammino comune del progresso mondiale […].
Gli europei hanno semplicemente preso se stessi, la loro cultura, per coronamento dell’evoluzione umana e, ingenuamente convinti di aver trovato un’estremità dell’ipotetica catena evolutiva, hanno costruito alla svelta tutta la catena. A nessuno è venuto in mente che il considerare la cultura romanogermanica come coronamento dell’evoluzione è una pura convenzione e che si tratta di una mostruosa petitio principii […]. Come risultato si è avuta una “scala dell’evoluzione dell’umanità”. In cima ad essa stanno i romanogermanici e quei popoli che hanno del tutto assimilato la loro cultura. A un grado inferiore stanno i “popoli civili dell’antichità”, cioè i popoli che per la loro cultura sono più vicini e affini agli europei. Poi vengono i popoli civili dell’Asia: la scrittura, l’ordinamento dello stato ed alcuni punti della cultura di questi popoli permettono di trovare in essi una certa affinità con i romanogermanici. Lo stesso vale per le “antiche culture americane” (Messico, Perù): d’altronde queste culture assomigliano un po’ meno a quella romanogermanica e, di conseguenza, sulla scala evolutiva sono collocate un po’ più in basso. Tuttavia tutti i popoli finora menzionati hanno nella propria cultura tanti tratti di affinità esteriore con i romanogermanici da meritarsi la lusinghiera denominazione di “civili”. A un livello più basso si trovano i popoli di cultura “inferiore”, e, infine, al punto più basso stanno i popoli “senza cultura”, i “selvaggi”. Questi sono i rappresentanti del genere umano che hanno la minima affinità con i romanogermanici contemporanei […].
I romanogermanici si credono “coronamento del creato” non perché una scienza oggettiva abbia stabilito la suddetta scala, ma, al contrario, gli studiosi europei pongono in cima a questa scala i romanogermanici esclusivamente perché sono a priori convinti della propria perfezione. La psicologia egocentrica ha avuto qui una funzione determinante. Oggettivamente parlando, tutta questa scala è una classificazione dei popoli e delle culture in base alla loro maggiore o minore affinità ai romanogermanici attuali.
Secondo il grande fisico tedesco Werner Heisenberg 1 (Lo sfondo filosofico della fisica moderna, 1964. Sellerio, Palermo 1999.) l’orizzonte storico e culturale del ricercatore non solamente ne influenza i risultati, ma persino, a monte, ne orienta le linee di ricerca. Gli fa eco Werner Sombart (Mercanti ed eroi,1915, Aracne, Roma 2012), che rintraccia la geneaologia del darwinismo nello spirito inglese, liberal-borghese 2. Non possiamo pertanto se non concordare ulteriormente, anche su codesto topic, con Trubeckoj, allorché rintraccia nel culto gallico-germanico della forza bruta la discendenza del “fitness” darwiniano e della lotta per la sopravvivenza.
Se guardiamo quali sono le dimostrazioni addotte a favore della maggiore perfezione della civiltà romanogermanica, posta in cima alla “scala evolutiva”, rispetto alla cultura dei “selvaggi”, “posti al grado più basso dello sviluppo”, noteremo con meraviglia che tutte queste dimostrazioni sono fondate o sulla petitio principii dei pregiudizi egocentrici, o sull’illusione ottica provocata dalla psicologia egocentrica. Le dimostrazioni scientifiche oggettive mancano del tutto. La dimostrazione più semplice e maggiormente diffusa è che gli europei praticamente vincono i selvaggi; ogni qual volta i selvaggi lottano contro gli europei, la lotta finisce con la vittoria dei “bianchi” e la sconfitta dei “selvaggi” […]. Questo argomento mostra chiaramente quanto il culto della forza bruta, che costituisce il tratto essenziale del carattere nazionale delle tribù che hanno creato la civiltà europea, sia tuttora vivo nella coscienza di ogni discendente degli antichi galli e germani. Il vae victis gallo ed il vandalismo germanico, sistematizzati e radicati profondamente grazie alle tradizioni del militarismo romano, qui si presentano in tutta la loro beltà, anche se coperti con la maschera dell’oggettività scientifica. E tuttavia si può trovare questo argomento tra i più illuminati “umanisti” europei. […]. . Benché gli europei cerchino di dargli una veste scientifica, mettendogli a fondamento la teoria della “lotta per l’esistenza” e dell’“adattamento all’ambiente”, essi non sono in grado di sviluppare in modo coerente questo punto di vista nella storia. Regolarmente essi sono costretti ad ammettere che la vittoria molto spesso tocca in sorte ai popoli di cultura “inferiore” a quella degli indigeni da loro vinti. Nella storia non sono rari i casi di vittoria dei nomadi sui sedentari […]. Tutte le “grandi culture dell’antichità” riconosciute dalla scienza europea furono distrutte proprio dai “barbari”, e benché spesso a giustificazione si adduca il fatto che queste culture, quando vennero distrutte, sarebbero già giunte a uno stato di decadimento e di degenerazione, in molti casi dimostrarlo è del tutto impossibile. E poiché la scienza europea non può riconoscere la tesi secondo la quale un popolo vincitore è sempre stato culturalmente più perfetto di un popolo vinto, dal semplice fatto della vittoria degli europei sui selvaggi non si può trarre alcuna conclusione positiva.
L’errata e la pregiudizievole equazione Selvaggi = Bambini
Un altro argomento non meno diffuso ma ancor meno valido consiste nel dire che i “selvaggi” sono incapaci di comprendere alcuni concetti europei, e per questo devono essere considerati una “razza inferiore” […]. Assai spesso nella scienza la psicologia dei selvaggi è avvicinata a quella dei bambini. Tale accostamento viene naturale, poiché a un’osservazione diretta i selvaggi danno effettivamente agli europei l’impressione di bambini adulti. Se ne deduce che i selvaggi si sono “fermati nel loro sviluppo” e quindi occupano un posto inferiore agli europei veramente adulti. In questo punto gli scienziati europei manifestano mancanza di obiettività. Essi ignorano del tutto il fatto che l’impressione di “bambini adulti” nel contatto degli europei con i “selvaggi” è reciproco, cioè che anche i selvaggi considerano gli europei come dei bambini adulti […].
[Per] cercata la spiegazione di questo enigma psicologico. Bisogna tener presenti i seguenti punti:
Ne segue che quando due persone, appartenenti ad ambienti assolutamente identici e educate in tradizioni culturali assolutamente identiche si incontrano, entrambe capiscono quasi tutti i loro caratteri psichici, poiché tutti questi caratteri, ad eccezione di alcuni innati individuali, sono comuni a entrambi. Ma quando si incontrano due persone appartenenti a due culture assolutamente diverse, assolutamente dissimili tra di loro, allora ognuno di loro nella psiche dell’altro coglierà e capirà solo alcuni caratteri innati, mentre non capirà quelli acquisiti e forse non li noterà neppure, poiché i due in questo campo non hanno nulla in comune. Quanto più la cultura dell’osservatore differisca da quella dell’osservato, tanto meno caratteri psichici acquisiti saranno percepiti dal primo nel secondo e tanto più la psicologia dell’osservato si presenterà all’osservatore come fatto esclusivamente di caratteri innati. Ma la psiche in cui i caratteri innati prevalgono su quelli acquisiti, dà sempre l’impressione di essere elementare […].
Poiché, in altre parole, i “selvaggi” sono quei popoli che per la loro cultura e per la loro vita si differenziano maggiormente dagli europei moderni, è chiaro che la loro psiche deve apparire agli europei esclusivamente elementare; ma da quanto s’è detto risulta altrettanto chiaro che questa impressione deve essere reciproca. La rappresentazione dei “selvaggi” come “bambini adulti” si basa su questa illusione ottica. Noi percepiamo nella psicologia del selvaggio soltanto i caratteri della psiche innata poiché soltanto questi suoi caratteri sono a noi comuni (punto 5), i caratteri acquisiti invece sono a noi del tutto estranei e incomprensibili poiché si basano sulle sue tradizioni culturali (punto 3), del tutto di_erenti dalle nostre; ma la psicologia in cui prevalgono i caratteri innati, mentre sono quasi assenti quelli acquisiti, è una psicologia infantile (punto 4): proprio per questo il selvaggio ci sembra un bambino […]
Ognuna di queste persone vede e capisce nell’altro solo quello che ha con lui in comune, cioè solo i caratteri della psiche innata, e quindi considererà senz’altro la psicologia dell’osservato come estremamente elementare. Prendendo in esame nell’osservato i caratteri a lui stesso noti dalla sua propria infanzia, ma in seguito persi, l’osservatore considererà il soggetto osservato come una persona che si è fermata nel suo sviluppo, una persona che, benché adulta, è dotata di caratteri della psiche infantile.
I concetti di evoluzione e progresso, di storicità monodirezionale dell’umanità, vigono – e possono vigere – solo se si eleva, preliminarmente alla “commisurazione” sub specie qualitatis, il “benchmark” della civiltà perfetta: il valore ecceitale di una Kultur sarà direttamente proporzionale al grado di propinquità rispetto al riferimento categoriale. Nondimeno, giacché il valore di riferimento viene stabilito nella concretezza della storia, elevando sicché una determinata civiltà ad archetipo collettivo, universale, la sua astrattezza ingenua e formale si trasforma immediatamente in ciò che Carl Schmitt definì “La tirannia dei valori”. Al contrario, nella meravigliosa espressione “incommensurabilità qualitativa”, cioè a dire nell’impossibilità di adottare un criterio verticistico nella comparazione interculturale, il fondamento filosofico dell’antropologia di Nikolaj Trubeckoj.
Sulla stessa illusione ottica e sull’abitudine legata a questa di qualificare i popoli secondo il grado della loro affinità, con i romanogermanici contemporanei, si basa ancora un argomento in favore della superiorità della civiltà romanogermanica su tutte le altre culture della terra. Questo argomento, che si può definire “storico”, è considerato in Europa il più solido, e gli storici della cultura ricorrono ad esso con particolare piacere. Il suo nucleo è che anche gli antenati degli europei contemporanei erano in origine dei selvaggi, e che quindi i selvaggi contemporanei si trovano tutt’ora a un grado di sviluppo che gli europei hanno ormai superato da tempo. Tale argomento viene confermato con reperti archeologici e con testimonianze di storici antichi, dai quali risulta che la vita dei remoti antenati dei popoli romanogermanici contemporanei era contraddistinta da tutte le caratteristiche tipiche della vita dei selvaggi contemporanei. […] data la negatività del concetto di “cultura primitiva”, il fatto che l’epiteto di “primitiva” venga applicato dagli studiosi europei sia alla cultura dei più antichi antenati dei romanogermanici, sia alla cultura degli esquimesi e dei cafri contemporanei, non attesta ancora che tutte queste culture sono state tra loro identiche, ma soltanto che esse sono tutte dissimili dalla civiltà europea contemporanea […].
A rigore, il vero “progresso” si osserva soltanto nella storia dei popoli romanogermanici, poiché in essa naturalmente ha luogo un costante e graduale avvicinamento allo stato attuale della cultura, arbitrariamente dichiarato culmine della perfezione. Per quel che riguarda la storia dei popoli non romano-germanici, se essa non termina con l’assimilazione della cultura europea, tutte le fasi ultime di questa storia, quelle più vicine ai nostri giorni, in conformità a quanto è stato detto sopra, inevitabilmente debbono essere considerate dagli studiosi europei come un’epoca di ristagno o di decadenza. Soltanto quando un popolo non romanogermanico rinuncia alla propria cultura nazionale e si abbandona ad una cieca imitazione degli europei, gli studiosi romanogermanici rilevano con soddisfazione che questo popolo “ha intrapreso la via del progresso umano” […].
Dimostrazioni obiettive della superiorità degli europei sui selvaggi non ce ne sono né ce ne possono essere, perché nel caso del confronto di varie culture tra loro gli europei conoscono un’unica misura: ciò che ci assomiglia è migliore e più perfetto di tutto ciò che non ci assomiglia. Ma se così è, se gli europei non sono più perfetti dei selvaggi, allora la scala evolutiva della quale abbiamo parlato all’inizio di questo capitolo deve crollare. Se il suo vertice non è superiore alla sua base, evidentemente non è superiore agli altri gradini che si trovano tra esso e la base. Al posto della scala abbiamo un piano orizzontale. Al posto del principio di gradazione dei popoli e delle culture secondo gradi di perfezione, il nuovo principio è di equivalenza e di incommensurabilità qualitativa di tutte le culture e di tutti i popoli della terra. Il momento valutativo deve essere una volta per tutte eliminato dall’etnologia e dalla storia della cultura, come in generale da tutte le scienze evolutive, in quanto la valutazione si basa sempre sull’egocentrismo. Non ci sono né superiori né inferiori. Ci sono solo simili e dissimili. Proclamare superiori i simili a noi e inferiori i dissimili, è arbitrario, antiscientifico, ingenuo ed infine semplicemente sciocco […].
Quindi al primo dei quesiti posti sopra, cioè al quesito: “è possibile dimostrare obiettivamente che la cultura dei romanogermanici contemporanei è più perfetta di tutte le altre culture oggi esistenti o mai esistite sulla terra?”, si deve rispondere negativamente .