Orizzonte Altro
Diurnalia

L'ordinarsi nell'effimero dell'apparire del Mondo

Cade la Verdún della Nato
12 dicembre 2025
Mentre sui media occidentali, e italiani in particolare, si blatera di “congelamenti”, “zone franche”, “città aperte” (a parte i soliti giapponesi della Repubblica ancora elkanniana che cianciano di “non cessioni”, fantasiose quanto l’Albinoleffe in Champions nel 2026), l’esercito russo conquista, in un lasso di tempo eccezionalmente rapido rispetto alla dinamica usuale e ai ritmi di questa guerra sospesa tra il moderno e l’antico, l’importante cittadina di Siversk.

A differenza della più celebre e mediatica Pokrovsk, che anteguerra registrava una popolazione di circa 60k abitanti (che divenivano 110k con l’aggiunta dei residenti di Myrnograd, la conglomerata), Siversk ne contava “soli” 11 mila (a parità di urbanistica, ciò implica naturalmente un’estensione spaziale inferiore).

Quasi come Verdun (19 mila), il simbolo stesso della prima guerra mondiale e il coincentro di tutta la sua cruenza.

Siversk, infatti, era il bastione iperfortificato che – protetto da un immenso bosco che si estende a oriente della cittadina (la selva di Kremina e Serebrianka) – difendeva a Est l’importante città di Sloviansk, l’appendice più occidentale del Donbass, l’estrema, l’ultima (nonché la città ove tutto iniziò nel 2014: qui, infatti, i cittadini si autoproclamarono indipendenti da Kiev, che per tutta riposta mandò i carri armati per reprimerne il dissenso civico, che divenne allora rivolta armata, principiando così la guerra civile che perdurò per gli 8 anni seguenti).

Qui, su questa linea, i russi combattono dal loro ingresso in Ucraina, nel 2022. E qui senza successo, almeno sino all’estate scorsa, quando riuscirono a espugnarne il bosco: un inferno di fortificazioni, mine, postazioni di tiro nemiche, come appunto la cittadina francese nel 1916.

Un altro importante passo verso la sua conquista, fu la recente presa di Kupyansk, più a Nord, nell’Oblast di Karkiv, poiché da qui partiva il grosso dei rifornimenti alla guarnigione che difendeva la cittadina del Donetsk settentrionale.

Siversk, dopo essere stata cinta in semicerchio, ma non ancora completamente chiusa, come invece avvenne di recente con Pokrovsk, è caduta nel giro di pochi giorni, con un “momentum”, come detto, insolitamente agile per il conflitto in oggetto.

Ieri, l’esercito di Mosca ha completato la conquista della cittadina-fortezza, prendendone sotto il proprio controllo tutta la zona occidua, oltre il fiume o torrente Bakhmutka, che l’attraversa, secandola.

È probabile che qui i soldati stessi e i loro immediati ufficiali abbiano preso in autonomia la decisione di abbandonarla, per non finire immolati e sacrificati come i loro commilitoni a Mariupol, Adveevka, Soledar, Kupyansk e ora Myrnograd (dove forse ormai un centinaio di poveracci – da 4 o 5 mila che erano – rimasti senza medicine, viveri e munizioni, si stanno progressivamente arrendendo: solo ieri 25 di loro).

Ciò esposto, così dispiegato il Reale, l’invalicabile dal pensiero, l’immediatamente presente, provate ora a riflettere circa la folle e la dissociata distopia dei dibattiti televisivi e degli approfondimenti giornalistici nostri: un esercito passa 3 anni a letteralmente gettare sangue per conquistare il muro che protegge l’ultima porzione del Donetsk e, appena conquistatolo e distruttolo, quando ha la vittoria completa – cioè la conquista integrale del Donbass – a portata di mano, dovrebbe fermarsi perché glielo chiede la Meloni o la Schlein, Macron o Tusk, Tonia Mastrobuoni o Gianluca Di Feo. Anzi, dovrebbe pure ritirarsi oltre gli Urali e concedere a Merz il tanto agognato – dai suo antenati – spazio vitale a Est.

Siamo al delirio, siamo alla follia.

Il campo dirà quanto i russi ci metteranno a conquistare i circa 30 km che separano Siversk da Sloviansk (considerando altresì come, più a Nord, il fronte abbia ormai raggiunto i meno 10km dal suo suburbio settentrionale), ma è sicuro che il Donbass sarà preso integralmente per via militare (come l’Oblast di Zaporijia dove, non appena cadrà il bastione ortivo, Huliaipole, i russi punteranno direttamente da Est – e da Sud, dove sono ormai a meno di 15km – sulla città capitale): Putin e Lavrov se ne faranno per allora una ragione del non riconoscimento (del reale, anzitutto) dei vari Fubini e Tocci.

Severgnini, Gruber, Macron et similia, invero, potranno liceamente continuare a non riconoscerlo, come a punto i giapponesi sparsi e perduti nelle isole del Pacifico nella seconda metà degli anni 40, o come tutti i pazienti in cura psichiatrica per schizzofrenie varie: congetturiamo, ridabiamo, ai maggiorenti russi importi lo riconoscano Xi, Modi e Trump, ovvero le 3 nazioni che, assieme al Giappone, costituiranno il nuovo G5, nel Nomos der Erde promosso recentemente dagli Usa, un Ordinamento del Mondo fatto di Grandi Spazi e Grandi Nazioni, senza le giusnaturalistiche e le sorosiano-popperiane utopie del Nuovo Ordine Mondiale e della Globalizzazione anglosassone, aoriste e universale, aperta e indistinta: la riduzione a Uno del Mondo è la riduzione a Niente della Storia, la cui nullificazione è, semplicemente, l'annientamento dell'essenza stessa dell'Uomo.

P.S. Una vittoria a tutto campo dell’Europa, della Kallas, di Borrell, di Romano Prodi, di Mario Draghi… non c’è che dire, complimenti, ma congratulazione anzitutto a noi, che tale classe dirigente evidentemente ci meritiamo.