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L'ordinarsi nell'effimero dell'apparire del Mondo
<< L’Ucraina porta la guerra in Russia, come Scipione in Africa >>, come se un drone che c’entra un condominio o una cisterna a San Pietroburgo fosse in grado di cambiare l’inerzia di una guerra segnata da anni, e naturalmente senza esplicitare che quei droni siano prodotti in Europa e lanciati dal territorio europeo, baltico e finlandese di prevalenza, tanto meno ricordandone la matrice terroristica, stante la deliberata e non la colposa uccisione dei civili. La viltà con cui i giornali italiani hanno non coperto la strage dei ragazzini (ucraini russofoni) nel Lugansk rimarrà impressa come un’indelebilmente macchia d’inchiostro scarlatta sulla loro anima, per molti anni a venire. Viltà di cui dovranno rispondere, non foss’altro come annullamento dei finanziamenti pubblici e ulteriore calo nelle vendite: che Larry Fink metta mano al portafoglio se vuole continuare a tenere in piedi questo circo di cortigiane intellettuali.
Quindi – e siamo allo scopo per cui affastellano cotali cataste di menzogne lerce e mefitiche (firmate, appunto, per toglie soldi agli epigoni di Goebbels) – il vertice dei neo-volenterosi, che nel frattempo si sono “smunti”, perdendo pezzi epperò nazioni e popoli, è sulla strada giusta, la strada della vittoria finale! Infatti, hanno avanzato condizioni che sarebbero apparse “impudiche” persino a Stalin nel gennaio del 1945... In questo, solo, eccellono i vari Macron e Merz, Starmer e Kallas: l'intercambiabile doppiezza di volto e di natiche, il riuscire sicché a dire che il cielo non sia azzurro e rimanere con quella loro mimica facciale da ebeti sul limitare della sociopatia. Non vi è chiara l’espressione a cui si allude? Pensate a Rutte.
Naturalmente, non solo mentono, ma ormai sembrano entrati in una spirale per cui, più la realtà oggettiva li smentisce, più rilanciano la menzogna, in una sorta di climacsialità schizofrenica o de-realizzazione ascensionale.
Prima di esporre la realtà oggettiva, consci che, purtroppo, non abbiamo la potenza propalativa degli imbonitori “più venduti” d’Italia (ma, servire il Vero, non è un valore che traffica con la categoria della quantità), ci sentiamo nondimeno in dovere di esplicitare una premessa metodologica: noi non abbiamo alcuna competenza né formazione specifica nel campo della strategia militare (ma, parimenti la nostra congetturiamo essere la privazione dello stesso Federico Fubini, prima firma del Corriere sulla crisi ucraina). Per coloro che ne fossero interessati, l’evento bellico ha portato in auge, nel dibattito pubblico italiano, taluni analisti di vaglia e comprovate dottrina e sincerità (perché, naturalmente, l’erudizione senza verità è sofismo, il male del pensiero): possiamo citare il gruppo che collabora con la rivista Analisi Difesa, dal suo direttore, Gianandrea Gaiani, giornalista e corrispondente di guerra in molti teatri, agli addetti ai lavori, il Gen. Boni e il Gen. Mini; nonché, l’ottimo canale Youtube di Giacomo Gabellini, per l’intersezione tra macroeconomia e geopolitica.
Allo stesso modo, non vogliamo rincorrere e consolidare il tipico (mal-)costume italico, forse eco d’accatto delle genialità poliedriche rinascimentali, in accordo al quale, durante i mondiali di calcio siamo tutti C.T., durante le pandemia tutti virologi, durante le guerre tutti Napoleone o Pompeo Magno.
Il nostro ambito elettivo di analisi e specializzazione è, infatti, la Verità. Essa, purtuttavia, riveste un ambito specialistico che è il più generalista possibile, essendo un “a priori” rispetto a ogni sapere particolare conseguente (“l’ente in quanto ente”, l’ambito della filosofia, è il fondamento di ogni conoscenza determinata, poiché ogni cosa dipoi studiata sotto aspetti parziali, anzitutto è qualcosa e non niente: questo bicchiere può essere analizzato da un geologo in quanto fatto di vetro, da un geometra [o da un designer...] per la forma cilindrica, da un marketing manager giacché prodotto di consumo, ma solo e soltanto se anzitutto è qualcosa, e non niente). Pertanto, possiamo avvalerci preliminarmente di saperi “tecnici” determinati (e non sofistici), per dipoi dedurre la sintesi descrivente il Reale, adeguando il più possibile il nostro intelligere e affermare al Vero della res così com-presa e detta.
Definire la Verità, dunque, è il nostro compito, definirla e servirla. Ora, senza entrare in “tecnicismi” filosofici che, per esempio, discettassero circa il di essa esserci ante l’essere degli enti sicché oltre essi: verità assoluta (in Dio); con gli enti stessi: verità oggettiva (e compito qui ne sarebbe appunto il corrispondervi adeguatamente); o solo nella nostra mente: verità soggettiva (l’illusione relativistica dei vari epigoni nietzschiani, “deboli” [Vattimo] o “uncinati” che siano])(la celebre quaestio de universalibus è certamente applicabile al Vero); vogliamo ex-porre il modo greco di pensarla e definirla: A-letheia.
Per quanto variegata possa essere l’interpretazione di quanto l’alfa neghi (Heidegger lo traduce e intende come “nascondimento”, “oblio”, “esser-celato” etc…), è indubbio che la sapienza greca abbia pensato al concetto capitale della loro Civiltà, eminentemente filosofica e razionale, in termini apofatici. La verità è negazione di una positività, negazione sicché di ciò che anzitutto si dà e appare nella presenza. Tradotto, questo significa che la Verità, in senso greco, non è l’im-mediatamente evidente, poiché il Reale, l’Essere, anzitutto si dà nascosto, celato appunto, leteo e latebroso.
Infatti, nella parola philo-sophia, ciò che è amato, il sapere, reca seco l’idea (e l’etimo) della luce (φῶς). Il filosofo, amando la luce, deve dis-adombrarla, poiché la luce non è appunto im-mediatamente ri-lucente. La verità, per risplendere, deve passare attraverso la mediazione ris-chiarativa, cioè a dire per il meticoloso lavorio del Concetto. Hegel avrebbe usato la parola Vermittlung. La ricerca della Verità comporta ed esige fatica, dedizione, ricerca, rigore, impegno: non da se stessa appare al cogitare e al discorrere umano.
Anzitutto, pertanto, si dà il buio, la menzogna, l’informe, l’indistinto, il Corriere della Sera e Repubblica, la Stampa e il Messaggero, e, purtroppo, l’Unità e il Manifesto: il Logos, come la machaira di Alessandro, re-cidendo il nodo della tenebra, de-cide del Vero e del Falso, portando alla luce ciò che, sì di per se stesso risplende, ma non per noi, gettati in quella possibilità di cadere nell’errore e nel falso che è già apertura della libertà autentica.
Fatta questa lunga premessa, per la quale ci scusiamo tanto quanto Nikolaj Gogol' avrebbe fatto per la sua minuziosa descrizione dei bottoni accumulati dall’avaro Pljuškin, veniamo alla situazione sul campo di battaglia ucraino.
Quanto resta del Donbass, che si compone di 2 Regioni od Oblast, Donetsk e Lugansk, è ormai ridotto all’appendice nord-occidentale del Donetsk, circa il 10% del territorio complessivo della macroregione, anzi, ormai qualcosa meno.
Qui, gli ucraini sono trincerati lungo l’ultima linea di città-fortezze che corre da sud-ovest e nord-est, in una specie di ferro di cavallo dall’arco ottuso che principia (ormai) da Konstantynivka, per risalire attraverso Druzhkivka, e giungere al grande agglomerato di Kramatorsk, più a sud, e Sloviansk, a nord-est.
Konstantynivka sta per cadere, ha i giorni se non le ore contate. Agli ucraini non resta che una piccola porzione a nord, la cui guarnigione difendente è da settimane isolata – con controllo di artiglieria russa sulle vie d’accesso.
La situazione reale della città (che, ante guerra, contava circa 70 mila abitanti), più o meno aggiornata, è quella che vedete nella foto 1.
Proseguendo verso nord, si dà una piccolissima cittadina, Oleksiievo-Druzhkivka, poco difesa, e già “lavorata” dall’artiglieria: non rallenterà per molto l’avanzata russa.
Nondimeno, ieri l’esercito di Mosca ha compiuto due manovre che lascerebbero intendere la tattica per la conquista definitiva a venire di quel poco che resta del Donetsk: chiudere in un immenso “calderone” la triade Druzhkivka-Kramatorsk-Sloviansk, tagliandone le vie logistiche a nord-est e a sud-ovest, ed evitando così – come ormai di prassi da almeno 2 anni – di assaltare le città fortezze in stile Wagner 2022 e 2023, uno stile dispendioso in termini di uomini e mezzi.
Spingendo, a nord, dalla zona di Sviatohirsk, ieri sono avanzati in direzione dell’autostrada M03 (contemporaneamente avanzando anche dentro la città di Lyman, foto 2), mentre a sud, dove già controllano l’autostrada che porta a Druzhkivka, sono avanzati verso Torske.
Nella foto 3, qui allegata, l’idea strategia dell’ultimo movimento.
Ora, presa quest’ultima ed estrema cintura di città, la conquista del Donbass sarà conclusa. Conclusasi, non faranno altro che tracciare una poderosa linea-Surovikin del Nord, per la cui difesa servirà meno della metà degli uomini e dei mezzi che sono serviti per la conquista del Donetsk, e sposteranno il grosso dell’esercito a Sud, per conquistare quanto rimane – poco in verità – degli Oblast di Zaporijia e Kherson e concludere così la guerra (vedremo se vorranno prendere anche la parte occidentale del Dnepr, anche se non crediamo i russi abbiano una sorta di feticismo dei confini… il fatto che l’Oblast di Kherson abbia una piccola parte trans o cis flumen, non significa che il nuovo Oblast russo debba ricalcare perfettamente i confini amministrativi del vecchio Oblast ucraino).
Staremo a vedere come “i (loro) ragazzi lavoreranno”, per usare una celebre espressione russa ripresa di recente da Putin, ma la guerra sta realmente arrivando alla fine, come dichiarato dal presidente stesso molto recentemente, e non perché, come nei sogni bagnati di Di Feo e del fighetto tatuato cicciotto romano, “sono in difficoltà e mo’ Shoigu ie fa er golpe”, come Totti il cucchiaio, bensì semplicemente perché la Terra da conquistare sta per finire (certo, se diamo retta a Severgnini, hai voglia ad arrivare a Lisbona… ma congetturiamo che se una nazione si annette 4 Oblast, punti a prendere proprio e precisamente quelli, e non anche la luna e le stelle).
In tutto ciò, ieri le autorità ucraine (non russe…) hanno ufficialmente diramato l’ordine di evacuazione coatta di Sloviansk e Kramatorsk, questo giusto perché le sconfinate orde asiatiche sono in stallo, non avanzano, talvolta arretrano, sono in difficoltà e mo’ coi droni a lungo raggio gl’e famo un bucio di etc… (anche oggi Repubblica si eccitava tutta per un drone o un missile da crociera arrivato a 1.000km dal confine)
Cialtroni miserabili menzogneri: A-letheíes A-tremès Ẽtor, di Verità il cuore che non trema.


