Orizzonte Altro
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L'ordinarsi nell'effimero dell'apparire del Mondo

<< Sulla resistenza al Male con la forza >>
Ivan Ilyin e Ali Khamenei - 3 luglio 2026
Vorremmo tentare una breve riflessione che leghi la ricezione compiuta oggi da Repubblica circa i prossimi funerali di Ali Khamenei – il grande sacer persiano andato in contro al martirio con quella serena dignità e maestà grave che contraddistinguono, autenticamente e da svariati millenni, la sua casta primaria, funzionale alle leggi e ai riti, l’ordo sovrano-sacerdotale indoeuropeo che fu di Zeus e di Wotan – con un’opera scritta nel 1925 da Ivan Alexandrovich Ilyin, un filosofo russo morto in esilio in Svizzera, per volontà di Lenin, che lo costrinse all’espatrio in quanto conservatore ortodosso e controrivoluzionario bianco.

Accennavamo alla tripartizione funzionale indoeuropea: non per una casuale ironia del destino, il giorno apicale delle lunghe celebrazioni esequiali del martirio di Khamenei sarà il medesimo dei festeggiamenti per il ricorrere della Dichiarazione di Indipendenza aderta dalle colonie inglesi – esattamente 250 anni fa – contro la madre patria loro, sul suolo un tempo calcato dai Cherokee e dai Seminole, dagli Irochesi e dai Sioux.

Non potendo svolgere, per cogenza di tempo e spazio, un trattato circa la composizione sociologica dei coloni anglosassoni, dipoi definitisi americani, dal nome del grande navigatore fiorentino (questo giusto per ribadire che né la Terra né il nome della Terra hanno a che fare con la mala-genia inglese), dobbiamo essere sintetici: sul Mayflower e sulle ondate successive c’erano imbroglioni, farabutti, invasati religiosi, falliti in cerca di riscatto, puttane, eccentrici di ogni ordine e grado, mercanti, molti mercanti, nonché tutta un’accozzaglia di disperati senza arte né parte. A comandare, sfruttare e tenere in riga, per lo meno quel minimo che basta per sopravvivere nel Caos, tutta codesta galassia del disagio socio-psichico, la parte peggiore di quanto ancor restava, in quegli anni, della già imbastardita nobilità inglese, prevalentemente appartenente alla gentry.

Nessuna casta ordunque, giacché ciò che dipoi sarà chiamato Terzo Stato, era casta in quanto non casta, cioè a dire era tutto ciò che non apparteneva all’ordine primario, sovrano-sacerdotale, e al secondario, guerriero (non a caso oggi l’Iran è retto da un equilibrio tra Ayatollah e Pasdaran).

Ecco, in essenza, che cosa sia l’America che domani festeggerà il proprio fondativo Independence Day, ecco perché può essere definita, come fu, il luogo dove ogni civiltà va a morire: una civilizzazione costitutivamente priva di quell’architrave che fu per la nostra, plurimillenaria, ovvero la tripartizione funzionale (poiché “sempre la confusion de le persone / principio fu del mal de la cittade”). È la patria elettiva dei borghesi, dei mercanti, dei pirati, dei mascalzoni, dei bottegai, e di tutti i disperati da loro sfruttati e soggiogati per l’unico valore che da sempre funge da centro assiologico nazionale loro: il lucro e la di esso cupidigia, già il sommo del Male per Dante (e per Aristotele).

Non ci appare casuale, pur non avendo ancora potuto leggere le riflessioni di Ilyin, la cui opera non è disponibile in italiano (seppur esiste una recente versione inglese del lavoro qui in questione: On Resistance to Evil by Force, CreateSpace, 2018), che il volume in origine si aprisse con questo celebre esergo, dal vangelo di Giovanni (2, 15):

 

И сделав бич из веревок, выгнал из храмавсех, также и овец, и волов; и деньги у меновщиков рассыпал, а столы их опрокинул

 

E, fatta una frusta con corde di canapa, scacciò i mercanti dal tempio, insieme alle pecore e ai buoi; sparse le monete dei cambiavalute e rovesciò i loro tavoli

 

Questa è la Resistenza al Male con la forza, da millenni, cambiano solo gli strumenti: oggi sono serviti i missili balistici ipersonici di tecnologia russa, un tempo bastava una frusta, ma l’essenza non muta, né può: i mercanti vanno tenuti sotto il tallone mariano, e fustigati ogni qual volta eccedono la misura sacra. È una lotta che va avanti da millenni, noi, in Occidente, l’abbiamo persa, verosimilmente per sempre, anche in conseguenza di quella Dichiarazione di emancipazione delle 13 colonie, ma si danno ancora, nel mondo e anzitutto nel mondo indoeuropeo, per lo meno in ciò che ne rimane, sacche di resistenza katechontica. Elettivamente negli ultimi due imperi di Terra (“post”-indoeuropei) rimasti: l’Iran appunto, e la Russia.

Fin qui, per noi almeno, tutto affatto semplice. La difficoltà risiede altresì nello stanare – nell’Oggi – il Male di Ilyin in tutte le atre latebre presso cui è solito celarsi, politropo e scaltro e “presto molto”, proprio per essenza di “casta”.

E veniamo a Repubblica, così da istruire Teeteto nella venagione scovante lo straniero di Elea.

<< Iran, la prova di forza al funerale di Khamenei: “Dobbiamo ribellarci”>>, pubblicato oggi, a firma di Gabriella Colarusso.

<< Con il funerale di Ali Khamenei, la guida suprema che ha tenuto in pugno l’Iran per 37 anni, ucciso dagli americani nelle prime ore della guerra >>.

Il pugno, anzi, i pugni, moltissimi, li hanno inferti il popolo iraniano, in faccia ai vostri padroni anglosassoni, quel popolo “tenuto in pugno” era in verità pugnacemente tutto compatto a sostegno del proprio legittimo governo (e, che un governo sia legittimo, non lo stabiliscono esclusivamente le urne… in questa assolutizzazione della democrazia liberale anglosassone ormai brandita come l’ultima clava del nostro tempo decaduto: “Israele è l’unica democrazia del Medio-Oriente”, e meno male, altrimenti avremmo avuto decine di genocidi… : la legittimità concerne il soddisfacimento dei criteri legali che una nazione si è scelta per tributare potere: se è il voto, bene, ma, se è l’acclamazione a imperator tributata dai legionari sul campo di battaglia, è egualmente legittima se decretata de iure come criterio di scelta ed elezione), tutto il popolo a eccezione, certo, di quella “gromma” che ogni società, suppurando, produce per sovrabbondanza e che, nei tempi antichi ma non solo, precisamente si imbarca sul Mayflower quando le autorità e la parte sana del popolo si erano stufati di tollerare popperianamente tali eccedenze escrescenziali e marcescenti. Mentre, nell’oggi, ricevono semplicemente soldi a vagonate per organizzare rivoluzioni colorate e colpi di stato, roghi e pogrom. E qualcuno questi soldi pur li deve portare, pur deve prendere contatto e mettere in relazione i dollari e la gromma...

Infine, “ucciso dagli americani” mi sembra un’espressione leggermente neutra, didascalica (sicché ignava, per cui vile): noi avremmo scritto vilmente assassinato, assieme a buona parte della sua famiglia, bimbi compresi, e probabilmente ad altre decine di persone che abitavano in quel palazzo, da un attentato terroristico di stampo intimidatorio sicché mafioso.

Poi, la solita “diminutio” del mondo Altro:

<< Oggi, funzionari e dignitari stranieri potranno porgere le condoglianze. Le adesioni non sono di alto livello. La Cina manderà un vice- ministro, così pure l’India, nonostante il presidente Modi sia stato invitato, per la Russia ci sarà Medvedev, l’ex presidente. Dal Pakistan arriverà invece il premier Shebbaz Sharif >>.

La verità è che ci saranno delegazioni da 100 nazioni, come quelle un tempo confederate all’impero di Serse, in rappresentanza, oggi, di forse 6 miliardi di persone, cioè a dire ci saranno tutti tranne noi che, più veniamo esclusi dal mondo, e più pensiamo di essere gli eletti nel mondo. Come gli psicopatici, del resto.

Ma il climax dell’ipocrisia social-democratica occidentale – ed ecco una prima epiclesi del Male, ed ecco la liaison – lo si raggiunge in cauda, dove le serpi edeniche e i sofisti woke e transumani sono soliti preservare il proprio veleno:

<< Il sistema si prepara a fare dei funerali una grande prova di unità, nonostante una larga parte del paese resti a casa a guadare l’addio all’uomo che considerava un autocrate autoritario responsabile di infinite repressioni e molti lutti >>.

Che la gran parte del Paese lo considerasse un “autocrate autoritario responsabile di infinite repressioni e molti lutti” lo si può sentire giusto in una cena tra la Boldrini, Concita Di Gregorio, la tizia che ferma le donne islamiche per strada, il generale in pensione, o la figlia del banchiere già dall’autocrate sanguinario incarcerata o fermata (non sappiamo il perché, ma sappiamo che il suo arresto o fermo si colloca esattamente un anno prima delle sommosse scoppiate precisamente per cacciare tale autocrate sanguinario – sperando che lui al cervo preferisse il cammello: più a km0 da quelle parti… – , xeno-sobillate sommosse che, fallite proprio a dimostrazione del fatto che, l’essere un autocrate odiato da tutti, era ed è solamente una stupidaggine, hanno ceduto il passo agli omicidi terroristici e ai bombardamenti indiscriminati, parimenti patentemente fallimentari).

Abbiamo visto tutti le centinaia di migliaia di persone, i milioni di persone, e di famiglie, in piazza durante i bombardamenti, inneggiare ai loro dei, antenati e governanti, affinché combattessero coriacei e coesi per cacciare il Male. Abbiamo visto tutti le autentiche Donne iraniane, coi loro meravigliosi abiti tradizionali, imbracciare e vestire a un tempo il kalashnikov e il sudario, altro che istericamente sbraitare per qualche fustigata, tra l’altro minacciata e mai vergata, di qualche pop star col sogno americano in testa e l’account di OnlyFans altamente remunerante.

Il punto è proprio questo, già da noi in passato toccato, ma giova ribadirlo in questi giorni di mesto raccoglimento e tributo d’onore a un grande uomo, a un grande popolo: qualunque critica – fondata sull’assiologia del Mayflower – alla splendidamente resistete e invitta ultrice classe dirigente iraniana è, per noi, connivenza non già col nemico, bensì precisamente con quel Male per Ilyin metafisico, quel Male, per noi storico ed esistenziale, antropologico, che forse anche sullo stesso Lenin poggiò flebilmente la propria mano … stando almeno alla dicotomia di Zjuganov fra “partito di questo Paese [Trockij, Kaganovič, Berijia, Mechlis, Gorbačëv e El’cin”] e “partitolo del nostro Paese”.

L’espressione scelta per i funerali solenni, lo riporta la stessa Repubblica, è “We Must Rise”.

Vi aggiungiamo, anche per controbilanciare tale lingua biforcuta di mercanti:

Libera nos a Malos, lucis ante terminum

Certamente occorre, in clausola compietale, dare un nome al Male, conferirgli un’identità e un volto, avendone già dichiarato l’appartenenza di “casta”, con Giovanni e con Dante, con Cristo e Cacciaguida.

Questo Male “che si aggira per l’Europa” (e ora per l’Occidente) si chiama Nichilismo, e può essere variamente declinabile come stato-clastia, distruzione del limite, di ogni limite, frantumazione della legge, della morale, del Mos Maiorum sicché, della tradizione, della famiglia, della patria, degli antenati, della comunità, del sacro e di ogni coalescenza che superi l’unità atomica di un Io che in verità è ormai frammentato e aggredito persino entro la coalescenza monadica del sé, cognitivo (Neuroqueering) come sessuale (Gender), psichico (Freudismo) come somatico (Transumanesimo); culto dell’ipocrisia, della materia, della menzogna, della speciosità e, nei casi più pacchiani ed estremi, culto persino delle ipostasi storicamente personalizzanti il Male metafisico di Ilyin, come sembra emergere dai celebri files, gli immondi e gli innominabili.