Orizzonte Altro
ORIZZONTE ALTRO
☰ KATEGORIAI
AUCTORITATES
OPERA
ARGUMENTA
INTERPRETATIONES
OI MATHETAI
RES GESATAE
OI MATHETAI
Alberto Iannelli
Milano, 1979
Alberto Iannelli
Milano, 1979
OI MATHETAI
AUTORE
Laureatosi in Lettere moderne presso l’Università degli Studi di Milano, approfondisce in seguito le categorie della concettualità occidentale, con particolare riferimento alle filosofie che ne rappresentano – severinianamente – il “sottosuolo”, la linea carsica ossia che dà deissi e sostanza alla Contraddizione, alla Potenza, alla Differenza, al Nulla originario, vena altrimenti e del pari battuta da Eraclito sino a Martin Heidegger e Giovanni Gentile.

Laureatosi in Lettere moderne presso l’Università degli Studi di Milano, approfondisce in seguito le categorie della concettualità occidentale, con particolare riferimento alle filosofie che ne rappresentano – severinianamente – il “sottosuolo”, la linea carsica ossia che dà deissi e sostanza alla Contraddizione, alla Potenza, alla Differenza, al Nulla originario, vena altrimenti e del pari battuta da Eraclito sino a Martin Heidegger e Giovanni Gentile.

OPERE
DIÁ
Attraversando l’ultimo Orizzonte e altro della Notte
Epopea dell’Originario ed epoche dell’Umano
Aracne, 2020
ΔΙÁ
Attraversando l’ultimo Orizzonte e altro della Notte
Epopea dell’Originario ed epoche dell’Umano
Aracne, 2020
Sinossi

Se l’Essere che anzitutto appare fosse piuttosto l’immediata autodatità o teticità fenomenica della contraddittorietà che, per coerenza identitaria o coalescenza al sé, endoreattivamente dimora nell’immanenza atra e apofatica della Contraddizione, l’Origine o l’Emersione del Tutto non dovrebbe in verità essere afferrata giacché Evento — intrinsecamente estroflessivo — dell’Uno-in-sé-diviso, autoctica epperò sempre più controaffermativa ante-sé deposizione dell’escate o trascendentalmente sempre sottraentesi meontica inseità dell’Antinomia (Pólemos), abissale altresì prolessi (Entwurf) e inaudito proponimento (Sollen) dell’assolutamente Estremo stesso? Non dovrebbe ossia la Seinsgeschichte più autenticamente venire indicata in quanto omodeissi monumentale del Nulla ultimo, tutto nell’orizzontalità ipseitale propria pre-avvolgente e anzitutto la principiale pro-posizione ipotetica del sé, enantiodromica epperò Epopea (Geschehen) o processuale destinazione (Geschick) al suo compimento?
Versione digitale
Versione cartacea
Silloge argomentale

Nulla ed Essere
Differenza e Identità
Essere, Nulla, Divenire
Élenchos e Contraddizione
Esistenza ed Essenza
Essere e Uomo
IL POTERE
DEL NOSTRO TEMPO
Sinossi

Dove giace il fondamento del Potere del nostro Tempo? Quale relazione la sua essenza instaura con le categorie dell’Identità e della Differenza, dell’Essere e del Nulla? Si dà una qualche forma di coimplicazione tra la sua teleologia, la struttura endiadica dell’Originario e la corresponsione antropica che tripartisce la possibilità esistenziale dell’esserci nostro? Quale dunque l’archetipo umano immorsato nella vicenda storica di esso peculiare Potere? Si muove caccia prospezionale a entrambi.
Versione digitale
Versione cartacea
ANTOLOGIA CITAZIONALE
ΔΙÁ
Una pietra deposta a memoria, un pugno di terra, un tributo d’ocra, la cura della compostezza di due mani giunte, il lascito di un fiore, la pietà di un adagiamento fetale: questi e non altri sono i reperti della paleoantropicità, e anzi questi il nulla della deissi sua.

Pertanto, l’identità dell’Alterità che qui si ex–cute, l’incontraddittorietà della Contraddizione parimenti, non può apparire se non giacché questo stesso teleologico procedere (Geschichte) dell’Alterità verso l’escate puntualità del sé originariamente promessosi quale il Sé–pro–mettentesi, verso ebbene l’ultima o completa conquista dell’affermazione prima e autoprincipiativa del sé “Processo–di–conquista–del–sé”, se non pertanto in quanto in–crementale attribuzione di positività o incontro vertibilità alla pro–posizione o affermazione che appella l’Originario all’ex–sistenza in quanto Pro–posizionalità, Negazione, Contraddizione, se non ebbene quale progressivo suo conferire o imprimere il carattere di Verità, Atto, Essere e a punto Identità alla deissi del contenuto della propria verità prima, del proprio autoattuativo atto, della propria esistenza primiera o precisamente di essa sempre sua identità archea.

Se l’identità di qualcosa si è dimostrata essere determinata dalla relazione tra contenuto del sé e pertenimento presso sé di tale inseità, ecco che ciascuna individua medesimezza, se astratta dall’orizzonte della Non–identità–in–sé (e dal suo processo) e lasciata alla presa dell’Identità–in–sé (e della sua stasi) — ciascuna determinata medesimezza e certamente la stessa seconda Identità–in–sé —, si ora palesa consegnarsi all’immobile permanenza presso la propria vuota tautologia, all’eterno altresì suo riverbero od oscillazione improgrediente dell’insé entro e attorno al punto didimo o dipartito del sé: funzione ossia dell’in–sé– Identità, funzione ovvero extrin–secazione del suo contenuto identitario, si dimostra pertanto essere esclusivamente il pertenimento presso sé del qualcosa, il “che cosa” del qualcosa–che–è–sé o contenuto distintivo dell’identità dimostrandosi invece ancora una volta essere determinato — autenticamente o negativamente — dal processo di coerentizzazione del sé dell’in–sé–Dif– ferenziantesi, dal (moltiplicativo/differenziativo) progresso suo epperò di impressione d’incontraddittorietà identitaria o extro–flessione dall’in–sé di tutta la solo propria contraddittorietà, ebbene di tutta la coerentizzazione o incontraddittorietà possibile, parimenti di ogni possibile attuazione o posizione distinta di coerenza identitaria. Infine, la stessa permanenza perpetuamente endoriflessiva dell’insé presso il punto uni–duale del sé, si dimostra ulteriormente essere impossibile da conseguire per ciascuna posizionalità particolare senza l’originario conseguimento — proleptico–ipotetico — del punto tautologico del sé della Non–identità, Differenza inseitale o medesimezza prima la cui funzione o extrin–secazione del proprio contenuto identitario altro non appare pertanto essere se non processo di conferimento autentico o contraddistintivo di ogni contenuto identitario o distintivo attraverso il processo di conferimento (= di conquista) d’incontraddistintività al sé del proprio pre–suppositivo contenuto identitario (= inseità) di Contraddistintività e Negazione–di–ogni–identità, di Alterità–da–ogni–medesimezza e Pre–sub–positività–in– sé.

Affermatosi pertanto il contenuto del sé originario quale differenziazione del contenuto del sé (Was–sein) dal suo esser–ci (Daß–sein) (contenuto del sé o essenza coerentemente coimplicante altresì — sarà posto — il processo di transizione com–pleta del proprio modo d’essere [Wie–sein], dal modo d’essere dell’inseità o coerenza originaria al sé, a quello della seità [deuteriormente inseitale: Coerenza–in–sé] o incoerenza ex–trema all’inseità archea [Incoerenza], nella costante e costitutiva co–appartenenza di Identità– Essere–Modo–d’Essere [Was–sein–Daß–sein–Wie– sein] che dimora nell’identità stessa dell’Originario); istituitasi altresì la necessaria coimplicazione tra elettivo contenuto del sé e compimento del sé (il sé Compientesi non può, infatti, “semplicemente” essenteci, già non compiersi, già non dischiudere epperò iato tra, di esso suo sé, il modo d’essere originario [Compientesi da compiersi] e il proprio modo d’essere ex–tremo [Compientesi compiutosi], già altresì non dispiegare, di esso suo sé, lo stesso contenuto in–sé–Dispiegantesi, giacché il Compientesi, in quanto contenuto dell’omni–preliminarità, non può che di necessità originariamente essere nel modo del sé, precisamente così aprendo la differenza tra il contenuto suo — che permane incontrovertibilmente — e il proprio modo d’essere — che si differenzia via via dall’origine, ove coincide col contenuto del sé, sino al completo evanescente essere presso l’opposto di esso contenuto incontrovertibile del sé, del sé nell’escatia propria e comune —, e ciò licemanete o coerentemente poiché, ancora, la differenza tra il contenuto suo e il suo modo d’essere è lo stesso suo contenuto, contenuto che pertanto può supportare questa dia–vergenza originaria tra sé e [modo di] essere del sé); e determinatasi inoltre, e sempre dal contenuto stesso dell’Originario o coerentemente, la modalità del compimento del sé, ebbene essa medesima dif–ferenziazione — progressiva o disvolta in successione discreta— da sé di tutto l’altro da sé o distinzione processiva della contraddistinzione della distintività Contraddistintività; e posta in fine, seppur ancora qui in pro–lepsi, la necessità che la seconda concretizzazione dell’Originario sia l’istituzione — in quanto inseità distaccata o a punto presso–sé–stante — della propria negazione immanente, ossia dello stesso suo concretizzarsi in quanto Negazione–in–sé, del suo stesso essere–Non–essere altresì, del suo stesso essere identico–a–sé in quanto Altro–da–sé egualmente; ecco che trova fondazione e l’interrogazione circa il perché della partecipazione — positiva — di ogni ultra–deuteriore distinzione di realtà e all’Essere, e all’Identità, e l’interrogazione circa il perché della partecipazione — negativa — di tutte loro al Non–essere o Alterità–in–sé: eterodeterminatasi la deuteriorità per assumzione a inseità della negazione intrinseca o transcendentale dell’Originario, ovvero etero-istituitasi quale prima contraddittorietà eccepente al contenuto positivo o sogliale dell’identità proemiale, egrescente è immessa e pertenuta nella contraddittorietà sua di Contraddittorietà in sé — dunque in quanto seconda ipostasi conseguente l’essere o lo stare del Non– essere o del Procedentesi, prima ipostasi o immanente contraddittorietà (= autentica) che altro, a ribadirsi, non ha per contenuto se non essa stessa Contraddittorietà di cui è pertenimento–in–coerenza o deposizione–del–fondamento —, ogni ulteriore concretizzazione contraddicente la Contraddittorietà originaria trova dimora (partecipazione positiva) presso questa contraddistinzione che il cotenuto dell’ipostati seconda completamente saturata — come si vedrà per necessaria coerenza al con–tenuto di detto sé deuteriore — eccepto che per lo stare — distinto — del punto archeo che in sé con–tiene l’Orizzonte stesso in cui negativamente o autenticamente dimora essa stessa deuteriorità e compattamente immorsata e inautenticamente panica.
Ecco dunque che avvenendo lungo il procedersi dell’Originario, le realtà distinte — cioè i frantumi della deuteriorità — prendono via via posizione entro la plurivocità categoriale e dell’Essere e dell’Identità, cioè entro il loro co–aderire alla Deuteriorità [...], ma proprio poiché essa stessa ipostasi seconda o extrin–seca della contraddittorietà dell’Originario entro cui le realtà distinte (Tà ónta) trovano dimora, a sua volta trova dimora a punto entro la negatività (partecipazione negativa) dell’insé e positivo e coerente in quanto Non–essere o Alterità, ogni realtà distinta o precisamente, e d’ora innanzi con fondamento, ogni sinolarità onto– tautotetica, e partecipano — positivamentee dell’Essere, e dell’Identità, per cui e sono, e sono se stesse, e partecipano — negativamente — della positività dell’in–sé Negazione (cioè di questa stessa positività autentica, che si è dimostrata divenire contenuto dell’inseità deuteriore, alla cui plurivocità ogni dipartizione o individuazione ulteriore afferisce per ciò detto con positività), per cui e non sono l’Essere–in–sé, e non sono l’Identità–in–sé, e non sono alcuna altra sin–olarità onto–tautotetica o inseità distinta.

Pertanto, il toglimento o ad–nullamento della contraddizione entro S, altro anzitutto non rappresenta se non una particolarità (Vestigium) del processo di incrementale sussunzione entro la Contraddizione in se stessa di tutta la contraddizione presente oltre essa Contraddizione prima o transcendentale, questa particolarità ossia del progressivo empimento di vacuità o nullità dell’affermatività di C (Kénosis), ovvero, a–un–medesimo– tempo in processione contraria, questa particolarità del progressivo empimento di posizionalità o affermatività della Negatività di C (Oíkisis). Tale orizzonte estremo di completezza di C certamente rappresenta pertanto la totalità della Mediazione, ebbene l’estroflessione o istituzione di ogni punto o posizione relazionale, di ogni distintività onto–tautotetica altresì: la Medialità–in–se–stessa infatti non in altro può trovare compimento se non nel massimamente mediare o corelare, ebbene nel mediare o corelare ogni cosa con ogni cosa (ekybérnese pánta dià pánton). In quanto dunque il grado massimo o totalità del mediare coimplica l’affermazione di ogni punto o posizione relazionale, cioè e, anzitutto, della distintività onto–tautotetica C, e, deuteriormente, della distintività onto–tautotetica S (“totalità [a–concreta] dell’immediato”), e, ulteriormente, secondo l’ordine del tempo, di ogni distintività onto–tautotetica (cioè della stessa concretezza di S), la totalità dell’Immediato, ossia la Totalità–in–se–stessa o l’inseitale Immediatezza, cioè ancora e del pari la posizione dell’Eterno, dell’Essere, dell’Incontraddittorietà e della Pienezza (quindi già egualmente di S), altro non è se non la posizione o realizzazione deuteriore o esterna della contraddizione di C — l’originaria o immanente contrad–dizione di C altro non essendo se non la stessa autoposizione od omo–realizzazione di sé in quanto C, cioè C stessa —, altro epperò egualmente non è se non la posizione o realizzazione deuteriore o esterna proprio di C medesima, ebbene la sua vestigia seconda.

Il Cielo, radicato alla Terra, lotta per oltre–protendersi contro l’allignamento della Terra. La Terra, compresa nell’omni– avvolgimento del Cielo, lotta per restare contro il trans–volgimento del Cielo. Gli Im– mortali, de–stinati alla Mortalità, lottano per essere al–di–là della partizione della Mortalità. I Mortali, determinati all’Im–mortalità, lottano per essere–sé al–di–qua dell’im-partibilità dell’Im–mortalità. I mortali, scrutando il Cielo, sostengono l’essere–stato del lottante contro il Cielo. Gli Im–mortali, calcando la Terra, riassumono l’essere–venturo del lottante contro la Terra […]. Nella decisione che destina a determinazione incontrovertibile, l’Uomo acquista l’irripetibile distintività del se stesso e del solo proprio solco identitario: se vi fosse il Divino, esso dominio non potrebbe sotto–articolarsi in Pantheon; se l’Eterno si desse nel modo d’essere dell’atto, non a essa stessa dimensione imperitura potrebbe contrapporsi il perituro; se l’Infinito comparisse giacché presenzialità, non alcuna individualità — mortale o immortale — conseguirebbe presenza e posizione. Nella decisione che aderge la Perpetuità omni–sovrastante, l’uomo conferisce lontananza e remotezza al proprio sguardo e scaglia nell’ex–tremo l’Orizzonte del suo poter–essere ancora, altrimenti, ulteriormente: se non vi fosse trascendenza rispetto alla caducità, non vi sarebbe processione, direzione, senso, ad–venire, compimento e conquista. Imprimendo il sé nella Terra e scrutando il punto di fuoco ultimo del Cielo (Ouranós Éschatos), l’Uomo dimora saldo e atremido nella solo sua coincentrativa autenticità. Mortali–Immotali, Chthoníe– Ólympos, si co–adpartengono e co–implicano, perennemente antagonisti insistendo nell’im–morsatura dell’Uno auto–di–lacerantesi ove solo inquieta l’essenza e polemica dell’Umano riposa e giace […]. Nell’accogliere il Cielo che preserba la Terra–del–Cielo, nell’attendere la mortalità che conduce all’immortalità–del–mortale, avviene l’abitare autentico presso la Pro–abitazione come in–centro della Quadratura, l’autentica custodia ossia della solo sua impartecipabile essenza d’Ulteriorità–in–sé, nella co–essenziale ripresa che ne ripresenzia, del suo non–essere di Non–essere–ancora, tutto l’essere–stato.
IL POTERE
DEL NOSTRO TEMPO
Dappertutto assistiamo alla preordinata e sistematica distruzione di ogni statuizione identitaria, di qualsivoglia individuazione distintiva, di tutte le differenze e anzitutto della Differenza stessa, tanto che è proprio esso impeto iconoclasta e riottoso a ogni adersione eidetica, a ogni posizione precisa o decisa partizione dell’insé, a ogni altresì appropriativa o immedesimativa individuazione d’alterità contro l’altro tutto, a definirne la Forma, l’Aspetto essenziale che pertanto non può non essere determinato se non giacche Indeterminatezza in se stessa e Indeterminatezza omniavvolgente.

La chiarezza della distintività di ogni posizione particolare, cioè la saldezza della sua propria identità, è pertanto direttamente proporzionale alla diafania o kenosis dell’Orizzonte dell’Alterità: più saldamente si tiene fermo lo sfondo della Diaferenza, più pienamente ossia si sostiene la nientità dell’Originario, in quell’autenticità esistenziale correlata alla situazione emotiva della gravitas, più chiaramente appare lo staglio dell’identità particolare, più – coimplicativamente, come detto –, ciascuna realtà determinata conquista pienezza di fondamento od onticità inconcussa e compiuta; all’opposto, più turgescente s’effonde e abbacinante l’Identità, più torbide e oscure appaiono le parvenze delle identità individuali, più instabili i loro confini epperò maggiormente nientificate le rispettive posizioni o sostanze singole: è questo il tempo del nichilismo inautentico, il tempo della notte del mondo, quando le singole realtà o posizioni di identità particolari sono nulla e del Nulla non ne e più nulla.

Nell’essenza del Mercante, nonché nel suo destino o compito storico-funzionale, vi e co-immorsata la pulsione alla distruzione della stessa differenziazione tra le funzioni, quale prodromica condizione necessaria alla delezione ulteriore di ogni alterità.

Se la tensione alla soppressione di ogni distintività o posizione di delimitazione della quantità astratta dimora nell’essenza stessa della terza funzione tanto da definirne il perimetro identitario, e se la dissoluzione della tripartizione conquista citoyennete precisa nel cronotopo eliaco dell’umano, ciò significa che vi e sempre stata, e da principio, un’opposizione (to katechon) che, per qualche ragione, in quel preciso punto, è venuta meno.

Dandosi la suddetta coimplicazione nittemerale nell’enantio-dromia dell’Uno-in-sé-diviso da cui tutto – autenticamente o apofaticamente – discende, ciò significa che nella stessa struttura dell’Originario è destino che l’opposizione a quella tensione – a un certo punto – divenga nulla.

Non sarà pertanto l’immanenza stessa ad aver lì e allora – ovvero tra le remotezze diuturnamente ascensionali di Faust – sospeso (Epoché), lungo lo strutturarsi notturno dell’Originario, la propria sacra delimitazione che incatenava la perenne pulsione alla turgescenza del Mercante, mostrandogli ora una Physis infinitamente disponibile e per i suoi mezzi (Techne) e per le sue brame indeterminatamente accrescitive?

Ebbene, estrutte nell’aprico e nel manifesto le nostre fiere, e ridotte là ove ciò che distinto si dimostra (Phainomenon) offrendo sé all’inambigua presa deittico-referenziale (Deiknynai), quale compito essenziale a noi, abitatori dell’odierno, ancora permane? Ossia, altrimenti a domandarsi, dovremmo noi – oggi – adire reazione e adergere il vessillo della contesa contro questo Potere e il suo archetipo antropico? Ovvero, ancora, finalmente consapevoli del reale fondamento e del verace scopo (Pleonexia, Cupiditia, Quantitat, Auxesis, Sullexis) che sostiene l’universalizzazione giuridica dell’individuo, nonché l’eradicazione globalizzatrice e omologatrice di ogni allignamento avito e patrio, d’ogni ara e d’ogni glossa, d’ogni polarità e d’ogni genere, d’ogni precettistica e d’ogni tradizione, d’ogni linea d’inimicizia e d’ogni d’alleanza, d’ogni ordinamento (Ordnung) e d’ogni localizzazione (Ortung), d’ogni esclusività e d’ogni pathos della distanza, d’ogni mos maiorum e d’ogni maiestas, d’ogni fascinoso mistero e d’ogni tremenda trascendenza, d’ogni pomerium e d’ogni templum, d’ogni centuria e d’ogni enomotia, d’ogni confine e d’ogni tradizione, dovremmo noi – qui – abbandonarci a una nostalgica e melancolica laudatio temporis acti, o accenderci in progetti di restaurazione dell’antico, o, ancora, slanciarci innanzi in cerca di un ulteriore e altro omniavvolgente orizzonte di senso, ben consci che qualsivoglia pur apparentemente e legittima e giusta posizione o istanza emancipativo-progressiva muta radicalmente di significato in relazione allo sfondo contro il quale si staglia e in cui prende dimora?
Sinossi

Se l’Essere che anzitutto appare fosse piuttosto l’immediata autodatità o teticità fenomenica della contraddittorietà che, per coerenza identitaria o coalescenza al sé, endo–reattivamente dimora nell’immanenza atra e apofatica della Contraddizione, l’Origine o l’Emersione del Tutto non dovrebbe in verità essere afferrata giacché Evento — intrinsecamente estroflessivo — dell’Uno–in–sé–diviso, autoctica epperò sempre più contro–affermativa ante–sé deposizione dell’escate o trascendentalmente sempre sottraentesi meontica inseità dell’Antinomia (Pólemos), abissale altresì prolessi (Entwurf) e inaudito proponimento (Sollen) dell’assolutamente Estremo stesso? Non dovrebbe ossia la Seinsgeschichte più autenticamente venire indicata in quanto omo–deissi monumentale del Nulla ultimo, tutto nell’orizzontalità ipseitale propria pre–avvolgente e anzitutto la principiale pro–posizione ipotetica del sé, enantio–dromica epperò Epopea (Geschehen) o processuale destinazione (Geschick) al suo compimento?

Versione PDF
Versione cartacea
Antologia citazionale

Una pietra deposta a memoria, un pugno di terra, un tributo d’ocra, la cura della compostezza di due mani giunte, il lascito di un fiore, la pietà di un adagiamento fetale: questi e non altri sono i reperti della paleoantropicità, e anzi questi il nulla della deissi sua.

Pertanto, l’identità–dell’Alterità che qui si ex–cute, l’in–contrad–dittorietà–della–Contrad–dizione parimenti, non può ad–parire se non giacché questo stesso teleo–logico pro–cedere (Ge–schichte) dell’Alterità verso l’escate puntualità del sé originariamente pro–messo–si quale il Sé–pro–mettente–si, verso ebbene l’ultima o com–pleta con–quista dell’ad–fermazione prima e auto–principiativa del sé “Pro–cesso–di–con–quista–del–sé”, se non pertanto in quanto in–crementale ad–tribuzione di positività o in–contro–vertibilità alla pro–posizione o ad–fermazione che ad–pella l’Originario all’ex–sistenza in quanto Pro–posizionalità, Negazione, Contrad–dizione, se non ebbene quale pro–gressivo suo con–ferire o im–primere il carattere di Verità, Atto, Essere e a punto Identità alla deissi del con–tenuto della propria verità prima, del proprio auto–attuativo atto, della propria ex–sistenza primiera o pre–cisamente di essa sempre sua identità archea.

Se l’identità di qualcosa si è di–mostrata essere de–terminata dalla re–lazione tra con–tenuto del sé e per–tenimento presso sé di tale in–seità, ecco che ciascuna individua medesimezza, se abs–tratta dall’orizzonte della Non–identità–in–sé (e dal suo pro–cesso) e lasciata alla presa dell’Identità–in–sé (e della sua stasi) — ciascuna de–terminata medesimezza e certamente la stessa seconda Identità–in–sé —, si ora palesa con–segnar–si all’im–mobile per–manenza presso la propria vuota tauto–logia, all’eterno altresì suo ri–verbero od obs–cillazione im–progrediente dell’in–sé entro e attorno al punto di–dimo o di–partito del sé: funzione ossia dell’in–sé–Identità, funzione ovvero extrin–secazione del suo con–tenuto identitario, si di–mostra pertanto essere ex–clusivamente il per–tenimento–presso–sé del qualcosa, il “che cosa” del qualcosa–che–è–sé o con–tenuto dis–tintivo dell’identità di–mostrando–si invece ancora una volta essere de–terminato — aut–enticamente o negativamente — dal pro–cesso di co–erentizzazione del sé dell’in–sé–Dif–ferenziante–si, dal (moltiplicativo/differenziativo) pro–gresso suo epperò di im–pressione d’in–contrad–dittorietà identitaria o extro–flessione dall’in–sé di tutta la solo propria contrad–dittorietà, ebbene di tutta la co–erentizzazione o in–contrad–dittorietà possibile, parimenti di ogni possibile attuazione o posizione dis–tinta di co–erenza identitaria. Infine, la stessa per–manenza per–petuamente endo–ri–flessiva dell’in–sé presso il punto uni–duale del sé, si di–mostra ulteriormente essere im–possibile da con–seguire per ciascuna posizionalità particolare senza l’originario con–seguimento — pro–leptico–ipo–tetico — del punto tauto–logico del sé della Non–identità, Dif–ferenza in–seitale o medesimezza prima la cui funzione o extrin–secazione del proprio con–tenuto identitario altro non ad–pare pertanto essere se non pro–cesso di con–ferimento aut–entico o contrad–distintivo di ogni con–tenuto identitario o dis–tintivo ad–traverso il pro–cesso di con–ferimento (= di con–quista) d’in–contrad–dis–tintività al sé del proprio pre–sub–positivo con–tenuto identitario (= in–seità) di Contrad–dis–tintività e Negazione–di–ogni–identità, di Alterità–da–ogni–medesimezza e Pre–sub–positività–in–sé.

Ad–fermato–si pertanto il con–tenuto del sé originario quale dif–ferenziazione del con–tenuto del sé (Was–sein) dal suo esser–ci (Daß–sein) (con–tenuto del sé o essenza co–erentemente co–im–plicante altresì — sarà posto — il pro–cesso di trans–izione com–pleta del proprio modo d’essere [Wie–sein], dal modo d’essere dell’in–seità o co–erenza originaria al sé, a quello della seità [deuteriormente in–seitale: Co–erenza–in–sé] o in–co–erenza ex–trema all’in–seità archea [In–co–erenza], nella con–stante e con–stitutiva co–ad–partenenza di Identità–Essere–Modo–d’Essere [Was–sein–Daß–sein–Wie–sein] che di–mora nell’identità stessa dell’Originario); in–stituita–si altresì la necessaria co–im–plicazione tra elettivo con–tenuto del sé e com–pimento del sé (il sé Com–piente–si non può, infatti, “semplicemente” essente–ci, già non com–pier–si, già non dis–chiudere epperò iato tra, di esso suo sé, il modo d’essere originario [Com–piente–si da com–pier–si] e il proprio modo d’essere ex–tremo [Com–piente–si com–piuto–si], già altresì non dis–piegare, di esso suo sé, lo stesso con–tenuto in–sé–Dis–piegante–si, giacché il Com–piente–si, in quanto con–tenuto dell’omni–pre–liminarità, non può che di necessità originariamente essere nel modo del sé, pre–cisamente così aprendo la dif–ferenza tra il con–tenuto suo — che per–mane in–contro–vertibilmente — e il proprio modo d’essere — che si dif–ferenzia via via dall’origine, ove co–in–cide col con–tenuto del sé, sino al com–pleto e–vanescente essere presso l’ob–posto di esso con–tenuto in–contro–vertibile del sé, del sé nell’escatia propria e comune —, e ciò licemanete o co–erentemente poiché, ancora, la dif–ferenza tra il con–tenuto suo e il suo modo d’essere è lo stesso suo con–tenuto, con–tenuto che pertanto può sub–portare questa dia–vergenza originaria tra sé e [modo di] essere del sé); e de–terminata–si in–oltre, e sempre dal con–tenuto stesso dell’Originario o co–erentemente, la modalità del com–pimento del sé, ebbene essa medesima dif–ferenziazione — pro–gressiva o dis–volta in sub–cessione dis–creta— da sé di tutto l’altro da sé o dis–tinzione pro–cessiva della contrad–dis–tinzione della dis–tintività Contrad–dis–tintività; e posta in fine, seppur ancora qui in pro–lepsi, la necessità che la seconda con–cretizzazione dell’Originario sia l’in–stituzione — in quanto in–seità dis–taccata o a punto presso–sé–stante — della propria negazione im–manente, ossia dello stesso suo con–cretizzar–si in quanto Negazione–in–sé, del suo stesso essere–Non–essere altresì, del suo stesso essere identico–a–sé in quanto Altro–da–sé egualmente; ecco che trova fondazione e l’inter–rogazione circa il perché della partecipazione — positiva — di ogni ultra–deuteriore dis–tinzione di realtà e all’Essere, e all’Identità, e l’inter–rogazione circa il perché della partecipazione — negativa — di tutte loro al Non–essere o Alterità–in–sé: etero–de–terminata–si la deuteriorità per ad–sumzione a in–seità della negazione intrin–seca o trans–scendentale dell’Originario, ovvero etero–in–stituita–si quale prima contrad–dittorietà ex–cepente al con–tenuto positivo o sogliale dell’identità pro–emiale, e–grescente è im–messa e per–tenuta nella contrad–dittorietà sua di Contrad–dittorietà–in–sé — dunque in quanto seconda ipo–stasi con–seguente l’essere o lo stare del Non–essere o del Pro–cedente–si, prima ipo–stasi o im–manente contrad–dittorietà (= aut–entica) che altro, a ri–badir–si, non ha per con–tenuto se non essa stessa Contrad–dittorietà di cui è per–tenimento–in–co–erenza o de–posizione–del–fondamento —, ogni ulteriore con–cretizzazione contrad–dicente la Contrad–dittorietà originaria trova di–mora (partecipazione positiva) presso questa contrad–dis–tinzione che il con–tenuto dell’ipo–stati seconda com–pletamente saturata — come si vedrà per necessaria co–erenza al con–tenuto di detto sé deuteriore — ex–cepto che per lo stare — dis–tinto — del punto archeo che in sé con–tiene l’Orizzonte stesso in cui negativamente o aut–enticamente di–mora essa stessa deuteriorità e com–pattamente im–morsata e in–aut–enticamente panica.
Ecco dunque che ad–venendo lungo il pro–ceder–si dell’Originario, le realtà dis–tinte — cioè i frantumi della deuteriorità — prendono via via posizione entro la pluri–vocità cat–egoriale e dell’Essere e dell’Identità, cioè entro il loro co–ad–erire alla Deuteriorità [...], ma proprio poiché essa stessa ipostasi seconda o extrin–seca della contrad–dittorietà dell’Originario entro cui le realtà dis–tinte (Tà ónta) trovano di–mora, a sua volta trova di–mora a punto entro la negatività (partecipazione negativa) dell’in–sé e positivo e co–erente in quanto Non–essere o Alterità, ogni realtà dis–tinta o pre–cisamente, e d’ora in–nanzi con fondamento, ogni sin–olarità onto–tautotetica, e partecipano — positivamentee dell’Essere, e dell’Identità, per cui e sono, e sono se stesse, e partecipano — negativamente — della positività dell’in–sé Negazione (cioè di questa stessa positività aut–entica, che si è di–mostrata divenire con–tenuto dell’in–seità deuteriore, alla cui pluri–vocità ogni di–partizione o in–dividuazione ulteriore ad–ferisce per ciò detto con positività), per cui e non sono l’Essere–in–sé, e non sono l’Identità–in–sé, e non sono alcuna altra sin–olarità onto–tautotetica o in–seità dis–tinta.

Pertanto, il toglimento o ad–nullamento della contrad–dizione entro S, altro anzi–tutto non rappresenta se non una particolarità (Vestigium) del pro–cesso di in–crementale sub–sunzione entro la Contrad–dizione–in–se–stessa di tutta la contrad–dizione presente oltre essa Contrad–dizione prima o trans–scendentale, questa particolarità ossia del pro–gressivo em–pimento di vacuità o nullità dell’ad–fermatività di C (Kénosis), ovvero, a–un–medesimo–tempo in pro–cessione contraria, questa particolarità del pro–gressivo em–pimento di posizionalità o ad–fermatività della Negatività di C (Oíkisis). Tale orizzonte ex–tremo di com–pletezza di C certamente rappresenta pertanto la totalità della Mediazione, ebbene l’extro–flessione o in–stituzione di ogni punto o posizione re–lazionale, di ogni dis–tintività onto–tautotetica altresì: la Medialità–in–se–stessa infatti non in altro può trovare com–pimento se non nel massimamente mediare o co–re–lare, ebbene nel mediare o co–re–lare ogni cosa con ogni cosa (ekybérnese pánta dià pánton). In quanto dunque il grado massimo o totalità del mediare co–im–plica l’ad–fermazione di ogni punto o posizione re–lazionale, cioè e, anzi–tutto, della dis–tintività onto–tautotetica C, e, deuteriormente, della dis–tintività onto–tautotetica S (“totalità [a–concreta] dell’immediato”), e, ulteriormente, secondo l’ordine del tempo, di ogni dis–tintività onto–tautotetica (cioè della stessa con–cretezza di S), la totalità dell’Im–mediato, ossia la Totalità–in–se–stessa o l’in–seitale Im–mediatezza, cioè ancora e del pari la posizione dell’Eterno, dell’Essere, dell’In–contrad–dittorietà e della Pienezza (quindi già egualmente di S), altro non è se non la posizione o realizzazione deuteriore o ex–terna della contrad–dizione di C — l’originaria o im–manente contrad–dizione di C altro non essendo se non la stessa auto–posizione od omo–realizzazione di sé in quanto C, cioè C stessa —, altro epperò egualmente non è se non la posizione o realizzazione deuteriore o ex–terna proprio di C medesima, ebbene la sua vestigia seconda.

Il Cielo, radicato alla Terra, lotta per oltre–pro–tender–si contro l’ad–lignamento della Terra. La Terra, com–presa nell’omni–avvolgimento del Cielo, lotta per re–stare contro il trans–volgimento del Cielo. Gli Im–mortali, de–stinati alla Mortalità, lottano per essere al–di–là della partizione della Mortalità. I Mortali, de–terminati all’Im–mortalità, lottano per essere–sé al–di–qua dell’im–partibilità dell’Im–mortalità. I mortali, scrutando il Cielo, sos–tengono l’essere–stato del lottante contro il Cielo. Gli Im–mortali, calcando la Terra, ri–ad–sumono l’essere–venturo del lottante contro la Terra […]. Nella de–cisione che de–stina a de–terminazione in–contro–vertibile, l’Uomo ad–quista l’ir–ripetibile dis–tintività del se stesso e del solo proprio solco identitario: se vi fosse il Divino, esso dominio non potrebbe sotto–articolarsi in Pantheon; se l’Eterno si desse nel modo d’essere dell’atto, non a essa stessa di–mensione im–peritura potrebbe contrap–por–si il perituro; se l’In–finito com–parisse giacché presenzialità, non alcuna individualità — mortale o im–mortale — con–seguirebbe presenza e posizione. Nella de–cisione che ad–erge la Per–petuità omni–sovra–stante, l’uomo con–ferisce lontananza e re–motezza al proprio sguardo e scaglia nell’ex–tremo l’Orizzonte del suo poter–essere ancora, altrimenti, ulteriormente: se non vi fosse trans–scendenza ris–petto alla caducità, non vi sarebbe pro–cessione, di–rezione, senso, ad–venire, com–pimento e con–quista. Im–primendo il sé nella Terra e scrutando il punto di fuoco ultimo del Cielo (Ouranós Éschatos), l’Uomo di–mora saldo e a–tremido nella solo sua co–in–centrativa aut–enticità. Mortali–Im–motali, Chthoníe–Ólympos, si co–ad–partengono e co–im–plicano, per–ennemente ant–agonisti in–sistendo nell’im–morsatura dell’Uno auto–di–lacerante–si ove solo in–quieta l’essenza e polemica dell’Umano ri–posa e giace […]. Nell’ad–cogliere il Cielo che pre–serba la Terra–del–Cielo, nell’ad–tendere la mortalità che con–duce all’im–mortalità–del–mortale, ad–viene l’abitare aut–entico presso la Pro–abitazione come in–centro della Quadratura, l’aut–entica custodia ossia della solo sua im–partecipabile essenza d’Ulteriorità–in–sé, nella co–essenziale ri–presa che ne ri–presenzia, del suo non–essere di Non–essere–ancora, tutto l’essere–stato.

Silloge argomentale
Nulla ed Essere
Differenza e Identità
Essere, Nulla, Divenire
Élenchos e Contraddizione
Esistenza ed Essenza
Essere e Uomo
IL POTERE DEL NOSTRO TEMPO
2020
Sinossi

Dove giace il fondamento del Potere del nostro Tempo? Quale relazione la sua essenza instaura con le categorie dell’Identità e della Differenza, dell’Essere e del Nulla? Si dà una qualche forma di coimplicazione tra la sua teleologia, la struttura endiadica dell’Originario e la corresponsione antropica che tripartisce la possibilità esistenziale dell’esserci nostro? Quale dunque l’archetipo umano immorsato nella vicenda storica di esso peculiare Potere? Si muove caccia prospezionale a entrambi.

Versione PDF
Versione cartacea

Antologia citazionale

Dappertutto assistiamo alla preordinata e sistematica distruzione di ogni statuizione identitaria, di qualsivoglia individuazione distintiva, di tutte le differenze e anzitutto della Differenza stessa, tanto che è proprio esso impeto iconoclasta e riottoso a ogni adersione eidetica, a ogni posizione precisa o decisa partizione dell’insé, a ogni altresì appropriativa o immedesimativa individuazione d’alterità contro l’altro tutto, a definirne la Forma, l’Aspetto essenziale che pertanto non può non essere determinato se non giacche Indeterminatezza in se stessa e Indeterminatezza omniavvolgente.

La chiarezza della distintività di ogni posizione particolare, cioè la saldezza della sua propria identità, è pertanto direttamente proporzionale alla diafania o kenosis dell’Orizzonte dell’Alterità: più saldamente si tiene fermo lo sfondo della Diaferenza, più pienamente ossia si sostiene la nientità dell’Originario, in quell’autenticità esistenziale correlata alla situazione emotiva della gravitas, più chiaramente appare lo staglio dell’identità particolare, più – coimplicativamente, come detto –, ciascuna realtà determinata conquista pienezza di fondamento od onticità inconcussa e compiuta; all’opposto, più turgescente s’effonde e abbacinante l’Identità, più torbide e oscure appaiono le parvenze delle identità individuali, più instabili i loro confini epperò maggiormente nientificate le rispettive posizioni o sostanze singole: è questo il tempo del nichilismo inautentico, il tempo della notte del mondo, quando le singole realtà o posizioni di identità particolari sono nulla e del Nulla non ne e più nulla.

Nell’essenza del Mercante, nonché nel suo destino o compito storico-funzionale, vi e co-immorsata la pulsione alla distruzione della stessa differenziazione tra le funzioni, quale prodromica condizione necessaria alla delezione ulteriore di ogni alterità.

Se la tensione alla soppressione di ogni distintività o posizione di delimitazione della quantità astratta dimora nell’essenza stessa della terza funzione tanto da definirne il perimetro identitario, e se la dissoluzione della tripartizione conquista citoyennete precisa nel cronotopo eliaco dell’umano, ciò significa che vi e sempre stata, e da principio, un’opposizione (to katechon) che, per qualche ragione, in quel preciso punto, è venuta meno.

Dandosi la suddetta coimplicazione nittemerale nell’enantio-dromia dell’Uno-in-sé-diviso da cui tutto – autenticamente o apofaticamente – discende, ciò significa che nella stessa struttura dell’Originario è destino che l’opposizione a quella tensione – a un certo punto – divenga nulla.

Non sarà pertanto l’immanenza stessa ad aver lì e allora – ovvero tra le remotezze diuturnamente ascensionali di Faust – sospeso (Epoché), lungo lo strutturarsi notturno dell’Originario, la propria sacra delimitazione che incatenava la perenne pulsione alla turgescenza del Mercante, mostrandogli ora una Physis infinitamente disponibile e per i suoi mezzi (Techne) e per le sue brame indeterminatamente accrescitive?

Ebbene, estrutte nell’aprico e nel manifesto le nostre fiere, e ridotte là ove ciò che distinto si dimostra (Phainomenon) offrendo sé all’inambigua presa deittico-referenziale (Deiknynai), quale compito essenziale a noi, abitatori dell’odierno, ancora permane? Ossia, altrimenti a domandarsi, dovremmo noi – oggi – adire reazione e adergere il vessillo della contesa contro questo Potere e il suo archetipo antropico? Ovvero, ancora, finalmente consapevoli del reale fondamento e del verace scopo (Pleonexia, Cupiditia, Quantitat, Auxesis, Sullexis) che sostiene l’universalizzazione giuridica dell’individuo, nonché l’eradicazione globalizzatrice e omologatrice di ogni allignamento avito e patrio, d’ogni ara e d’ogni glossa, d’ogni polarità e d’ogni genere, d’ogni precettistica e d’ogni tradizione, d’ogni linea d’inimicizia e d’ogni d’alleanza, d’ogni ordinamento (Ordnung) e d’ogni localizzazione (Ortung), d’ogni esclusività e d’ogni pathos della distanza, d’ogni mos maiorum e d’ogni maiestas, d’ogni fascinoso mistero e d’ogni tremenda trascendenza, d’ogni pomerium e d’ogni templum, d’ogni centuria e d’ogni enomotia, d’ogni confine e d’ogni tradizione, dovremmo noi – qui – abbandonarci a una nostalgica e melancolica laudatio temporis acti, o accenderci in progetti di restaurazione dell’antico, o, ancora, slanciarci innanzi in cerca di un ulteriore e altro omniavvolgente orizzonte di senso, ben consci che qualsivoglia pur apparentemente e legittima e giusta posizione o istanza emancipativo-progressiva muta radicalmente di significato in relazione allo sfondo contro il quale si staglia e in cui prende dimora?