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OPERA
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INTERPRETATIONES
OI MATHETAI
RES GESATAE
Claudia Terranova
Messina, 1964
OI MATHETAI
AUTORE

Docente di filosofia, sociologia e antropologia nei licei, ha conseguito il dottorato di ricerca in Metodologia della filosofia presso l’Università di Messina. Da tempo collabora con la rivista on line Jura Gentium Journal recensendo autori quali N. Chomsky, U. Curi, C. Schmitt, G. Anders.

Con Danilo Zolo, ha pubblicato per Diabasis, Il nuovo disordine mondiale. Un dialogo sulla guerra, il diritto e le relazioni internazionali, 2011.

Altri saggi:

Ha recensito per Jura Gentium Journal i seguenti volumi:

OPERA
Il tramonto del Nomos eurocentrico
Carl Schmitt, profeta della globalizzazione

Bonanno, 2013
Lettura integrale
SINOSSI

Nell'orizzonte globale in cui viviamo potrebbe sembrare che il pensiero di Carl Schmitt non abbia più nulla da dirci, così tenacemente radicato com'è nelle categorie del Moderno. In queste pagine l'autore ha invece cercato di mostrare come alcuni aspetti della globalizzazione si possono comprendere solo se vengono analizzati con le lenti della riflessione schmittiana. Questo non significa ricavare dal pensiero di Schmitt le risposta alle sfide che la globalizzazione oggi ci pone, ma significa approfondire le sue analisi e riconoscere la preveggenza della sua diagnosi. Solo accostandosi a Schmitt sostiene l'autore - è possibile fare luce sull'ambiguo e spesso strumentale uso di concetti come "guerra", "pace", "democrazia", "terrorismo", dei quali abusa la sovranità imperiale degli Stati Uniti. Soltanto attraverso Schmitt è possibile dare senso e restituire "forma" a concetti che la dimensione globale ha trascinato in un caos concettuale e ideologico.

ANTOLOGIA CITAZIONALE

Le aporie che contraddistinguono il nostro tempo, lo spaesamento al quale ci costringe la perdita di ogni limes e la conflittualità caotica di cui è intriso lo spazio globale non sono altro che l’ineluttabile esito di un processo di trasformazione dello spazio ‘politico’ che attraversa tutta la Modernità. E si tratta di un processo di trasformazione contrassegnato dallo sviluppo della tecnica e dal trionfo dell’economia tardo-capitastica, come Schmitt aveva saputo lucidamente capire già a partire dagli anni Trenta. In queste pagine si è cercato di mostrare come alcuni aspetti della globalizzazione, che ha profondamente trasformato i concetti di guerra, inimicizia e sovranità statale, si possono comprendere davvero solo se vengono analizzati con le lenti della riflessione schmittiana.

Solo accostandoci a Schmitt è possibile fare luce sull’ambiguo e spesso strumentale uso di concetti come “guerra”, “pace”, “democrazia”, “terrorismo”, dei quali abusa l’indiscussa sovranità dell’Impero globale attualmente di stampo statunitense.

Grazie alla spinta dell’universalismo pacifista wilsoniano – che aveva reintrodotto la nozione di justa causa belli - e grazie all’introduzione da parte degli Stati Uniti di un concetto discriminatorio di guerra che distingueva le guerre giuste e lecite da quelle ingiuste e illecite, la guerra interstatale ha finito per trasformarsi in una «guerra civile mondiale» [Weltbürgerkrieg]. Quest’ultima, non più sottoposta alla regolamentazione giuridica, diviene azione di polizia internazionale volta a sconfiggere dei criminali, presentandosi al mondo come ‘giusta’ e ‘umanitaria’. I conflitti d’ora in poi lasceranno spazio all’unica dicotomia possibile: i buoni contro i cattivi, il Bene contro il Male.
Lo justus hostis dello jus publicum europaeum – il nemico pubblico con il quale scendere a patti e riconciliarsi – svanisce nei meandri dell’indeterminatezza di una visione universalistica e ‘umanitaria’ di matrice neo-liberista. Secondo tale visione era doveroso diffondere nel globo intero i ‘valori’ di pace, libertà e democrazia, in opposizione alla sregolata supremazia del Mercato. Il nemico globale sarebbe stato d’ora in poi solo colui che intende sfuggire, anche se con inaudita violenza, a questa nuova religione del benessere neocapitalistico, di cui solo pochi eletti possono fruire i vantaggi.

Se l’“occidentalizzazione del mondo” si sta realizzando sotto il segno dell’American way of life, è perché l’Occidente già da tempo ha cambiato dimora, spostando il suo baricentro dal cuore dell’Europa al Nordamerica, dal Mediterraneo all’Oceano, dal confine all’illimite. Attraverso questa traduzione, il ‘vero’ Occidente, epigono di un’esistenza marittimo-oceanica di matrice atlantica, è divenuto il terreno fertile dell’Economico. Debordando dai propri confini, oltre ad emanciparsi dal Politico e dalla morale, il vero Occidente riduce a sé ogni altra istanza.
L’unità del mondo, che Schmitt paventava già negli anni Cinquanta, si è dunque realizzata sotto i nostri occhi. Questa unità del capitale liquido, di cui gli Stati Uniti sono i grandi promotori, inonda senza freni ogni spazio dell’esistenza umana che, attonita, assiste al liquefarsi di ogni visibile confine e consolidata identità.

Ma se vogliamo ‘governare’ l’irrefrenabile spinta verso l’Uno e intravedere orizzonti, orizzonti di senso che non siano quelli del capitale, e se crediamo ancora possibile ri-spazializzare politicamente la nostra Terra ripristinando uno jus gentium valido per i nomadi dell’epoca globale, è a Carl Schmitt che dobbiamo volgere lo sguardo. Potremmo così sperare che il destino del mondo non sia l’uniformizzazione planetaria, ma quello di una pluralità di ‘grandi spazi’.

Chi, se non l’Europa, potrebbe in futuro dare avvio ad un nuovo percorso e a un nuovo destino per tutti noi? Ma è improbabile che l’Europa possa farsi promotrice di un ‘nuovo inizio’ se non riuscirà a ritrovare se stessa e la sua molteplice identità. Un nuovo inizio ci sarà solo quando l’Europa avrà deciso di non rimanere atlantica e si impegnerà a recuperare la feconda ‘memoria’ del Mediterraneo – sua culla e sua origo – che potrebbe restituirla a se stessa e al proprio avvenire. Solo nel Mediterraneo l’Europa potrebbe trovare le radici del proprio futuro: un futuro nel quale le differenti nazionalità, lingue e culture che la compongono sappiano scoprire il valore e la potenza del cum, in virtù del quale ciascuna di esse possa vivere con l’altra, pur essendo diversa.

La nota affermazione di Schmitt secondo cui: «la specifica distinzione politica, alla quale è possibile ricondurre le azioni e i motivi politici, è la distinzione di amico (Freund) – nemico (Feind)», non va interpretata alla luce di un’ontologizzazione del conflitto. L’irriducibile dicotomia ‘amico-nemico’ è, per Schmitt, la questione politica per eccellenza, in virtù della quale è possibile definire l’ambito costitutivo del Politico, al quale ogni azione e motivo deve necessariamente riferirsi.
Nel suo essere originato e attraversato dalla conflittualità, il Politico genera un principio di identità e coesione, conseguite attraverso l’esclusione dell’Altro (la cui minacciosa presenza è imprescindibile per ogni affermazione di sé) che proprio nell’ostilità trova il suo paradigma. Un’ostilità, tuttavia, che dal Politico può solo essere limitata e mai del tutto cancellata. Amico e nemico rappresentano, per Schmitt, gli estremi con i quali individuare, nella dimensione pubblica – dunque politica – un ordine unitario esposto sempre alle derive della dissoluzione.

Emerge con chiarezza «come al centro del criterio del politico per Schmitt non vi sia il “nemico”, ma l’“unità politica”», che prende forma e perviene alla propria identità solo a partire dall’individuazione del nemico esterno da cui si sente minacciata e contro il quale decide di combattere. Nella logica identitaria dell’esclusione, quale è quella schmittiana, l’altro – il nemico – è presenza indispensabile che «dà unità e identità al nostro esistere», ma che, di questo stesso esistere, è concreta minaccia, dal momento che «nel concetto di nemico rientra l’eventualità, in termini reali, di una lotta» che prevede anche – quale possibilità estrema – l’uccisione fisica.

Ai due elementi della terra e del mare non corrispondono solamente due diverse concezioni dell’esistenza, ma anche diverse concezioni del nemico e della guerra: sul continente europeo gli Stati, riconoscendosi hostes aequaliter justi, si combattono secondo le regole della guerra en forme che, distinguendo tra civili e militari, tra nemico – justus hostis – e criminale, realizza una limitazione senza pari dell’ostilità. Sul mare, elemento al quale l’Inghilterra si converte già alla fine del Cinquecento, e sul resto del mondo vige solo una guerra senza limiti. È proprio grazie allo Stato, detentore del monopolio della decisione politica e della forza, che la guerra da bellum justum diviene bellum utrimque justum tra stati sovrani che si riconoscono justi hostes.

La razionalizzazione e umanizzazione del nemico, non più da annientare perché dotato di pari dignità, appare a Schmitt come la più grande evoluzione compiuta dall’uomo nel suo tragico itinerario esistenziale, in virtù della quale l’ineliminabile conflittualità che lo determina viene ragionevolmente limitata e circoscritta dalle regole del diritto. Al furore inarrestabile delle guerre civili e di religione, la sovranità degli Stati rispose con la guerra en forme, e cioè con una ritualizzazione della lotta che, come il duello, è «uno scontro armato tra personae morales determinate territorialmente».

È intorno alla fine dell’Ottocento che lo jus publicum Europaeum, capolavoro dell’epoca moderna – fondato sul primato e sulla centralità dell’Europa – cominciò il suo lento e inesorabile tramonto. La partecipazione di alcuni paesi extraeuropei alla conferenza di Berlino del 1885 e il progressivo coinvolgimento degli Stati Uniti d’America negli affari europei, frutto delle aspirazioni universalistiche della grande potenza emergente, fu per Schmitt il primo vero colpo, anche se non l’unico, inferto al diritto internazionale allora vigente che di lì a poco si sarebbe trasformato irrimediabilmente in un diritto mondiale indifferenziato.
Ma l’evento epocale, quale punto di non ritorno per il destino della storia europea e la questione del nomos, fu l’increscioso epilogo della prima guerra mondiale, siglato dalle potenze vincitrici nel trattato di Versailles del 1919 dalle potenze vincitrici […]. Il trattato di Versailles celebrò [...] la vittoria della ratio economica sull’essenza ordinativa dello jus publicum Europaeum che, sotto la pressione ‘universalistica’ del mercato mondiale, capitanata dagli Stati Uniti, avrebbe ceduto il passo a uno spazio liscio e indifferenziato, anomico e non più neutralizzabile.

Si trattava, dunque, di una situazione del tutto inedita, in cui il vincitore, appropriandosi del diritto e proclamandosi giudice esclusivo, finiva per distruggere l’architettura consensuale dello jus gentium moderno, inaugurando un nuovo concetto di guerra.

Lo spettro che s’aggira per l’Europa alla vigilia del ventesimo secolo è, per Carl Schmitt, lo spettro minaccioso della nuova linea globale dell’emisfero occidentale. È infatti con inquietudine che egli esplicita, nelle pagine del Nomos della terra, la portata rivoluzionaria della nuova linea, la cui evoluzione e le continue trasformazioni diventeranno la posta in gioco della realizzazione di un nuovo ordine mondiale. Congedandosi dalle moderne linee di amicizia – topoi di un pensiero del limes – l’emisfero occidentale dischiudeva una nuova epoca: l’epoca della «linea di valutazione morale».

Nella scomparsa di ogni limite, come di ogni possibile localizzazione, il nuovo diritto internazionale, che si afferma a partire dalla pretesa americana di decidere su tutta la terra tra ciò che è giusto e ingiusto, non fa che attestare «il significato genuino del paninterventismo globale in cui è sfociato il principio dell’emisfero occidentale», tradendo, così, il carattere originariamente ‘difensivo’ della dottrina di Monroe.

Se l’Ottocento fu per Schmitt il secolo nel quale l’“economico” ebbe un’importanza decisiva nelle relazioni internazionali, trascinando lo jus publicum Europaeun verso un universalismo indifferenziato di cui gli Stati Uniti d’America, con la loro politica imperialistica, furono la più significativa espressione, il Novecento si è presentato agli occhi di Schmitt come l’epoca in cui la tecnica diventa l’orizzonte di senso entro il quale ogni espressione dello spirito umano viene plasmato «dalla realtà di questo sviluppo tecnico».

Se il nuovo mondo non dispone di alcun pezzo di terra recintato per accogliere un santuario, il ritorno alla terra rimane ciò nonostante per Schmitt l’ultima speranza di dare luogo e forma all’esistenza umana.

La nuova ‘guerra giusta’, condotta in nome dell’umanità dall’universalismo etico della società ginevrina – di matrice anglosassone –, avrebbe di lì a poco ulteriormente confermato la spietata diagnosi schmittiana, e cioè l’avvento di una «guerra civile mondiale di segno totale e globale». Ma, come puntualizza Schmitt, solo apparentemente essa sembra il risultato di un processo di spoliticizzazione: «la polizia non è qualcosa di apolitico. La politica mondiale è una politica molto intensiva, risultante da una volontà di pan-interventismo; essa è soltanto un tipo particolare di politica e non certo la più attraente: è cioè la politica della guerra civile mondiale (Weltbürgerkriegspolitik)». Questa politica, nella quale domina un’ostilità assoluta e illimitata e alla quale è estranea ogni concretezza capace di dar ‘forma’ all’inimicizia reale, non coincide, per Schmitt, con il Politico – il cui presupposto è la distinzione reale e concreta fra amico e nemico – ma coincide con la potestas indirecta di un universalismo marittimo-tecnico-liberaldemocratico, del quale il formalismo giuridico della Società delle Nazioni è espressione.

Alla luce di un siffatto universalismo di matrice etica, in sé tendenzialmente discriminatorio perché portato a considerare l’eccezione come un “errore”, la nuova guerra globale e totale – legibus soluta – mostrava i suoi più distruttivi e sanguinari esiti negando ai suoi nemici ogni qualità umana.

Contro il nemico, posto al di fuori dell’umanità, la comunità internazionale, in nome dei grandi valori, non esiterà a utilizzare tutti i possibili mezzi utili per l’annientamento. Solo chi combatte in nome dell’umanità è convinto di poter decidere chi è umano e chi non lo è.

In nome della libertà e della pace Versailles, Ginevra e Norimberga avevano trasformato «il diritto internazionale in un’appendice del diritto penale e la guerra in azione di polizia destinata a reprimere il colpevole». Nessuno d’ora in poi, né Stati né tanto meno gli individui, potrà sottrarsi alla ‘giustizia dei vincitori’. Il tribunale penale internazionale, che in nome della giustizia era stato istituito a Norimberga alla fine del secondo conflitto mondiale – fiore all’occhiello di questa singolare giustizia – oltre a qualificare la guerra come un “crimine morale contro l’umanità”, ritenne necessario portare sul banco degli imputati non solo gli Stati, ma anche gli individui.

Nell’unità uniformante, in cui tutto è illimite, in-forme, senza tempo e luogo, quale Nomos può ancora spartire e distinguere lo spazio? Quale misura può sorgere da uno spirito imperante a «cui è estranea ogni ‘misura’»?

Entro questa visione, dove l’Occidente ha finito per identificare se stesso come il Bene assoluto e come Male assoluto tutto il resto, lo scontro assume, in virtù dell’indeterminatezza della nuova contrapposizione - l’Umanità o la Barbarie – i tratti indistinti e incontrollabili del conflitto totale e quindi infinito. Venute meno le nette distinzioni tra guerra e pace, interno ed esterno, pubblico e privato, amico e nemico, il mondo globale non può che configurarsi come «un mondo di guerra». Perché ciò dovrebbe stupirci? Il tragico orizzonte, al quale la post-modernità non può sottrarsi, non è forse l’epigono di un processo che da tempo ha spodestato gli Stati che hanno il monopolio del ‘politico’ e della guerra? Non si tratta forse del trionfo dell’ideologia liberista il cui linguaggio «essenzialmente non bellicoso» ed «essenzialmente pacifistico» tenta con ogni mezzo di spoliticizzare il mondo, ingaggiando nello stesso tempo sempre nuove guerre ‘umanitarie’? Se nella dimensione attuale, la guerra diviene uno stato d’eccezione permanente, non è forse il caso di ammettere con Schmitt che «ormai conosciamo la legge segreta di questo vocabolario e sappiamo che oggi la guerra più terribile può essere condotta solo in nome della pace, l’oppressione più terrificante solo in nome della libertà e la disumanità più abbietta solo in nome dell’umanità»?

Quale concordia può ancora attuarsi nell’omologante sviluppo di una reductio ad unum che disintegra ogni cultura che impone ai vinti le inappellabili norme del vincitore?

Per la grande potenza egemonica, la storia, dunque, non può considerarsi finita: essa è solo posticipata. La certezza messianica di incarnare il Bene, di sentire i propri principi investiti di un alone d’universalità, fa dell’America, nell’epoca dello stato d’eccezione permanente, anche «un ‘impero virtuoso’», che non si limita a dominare il mondo ma lo plasma sulla propria immagine.

L’ostilità che imperversa nel mondo globale dall’11 settembre fino ai nostri giorni con la guerra al terrorismo, ancora non conclusa, è l’espressione non di un “conflitto di civiltà” «ma di uno scontro quasi antropologico tra una cultura universale indifferente e tutto ciò che, in qualsiasi campo, conserva qualche tratto di un’alterità irriducibile».

La conquista del mare, e quindi del globo, rivela l’intraprendente spirito di un popolo attratto dall’Illimite.

Se Terra e mare è uno dei primi libri che narrano la storia della globalizzazione, lo è anche nella misura in cui Schmitt rintraccia l’essenza “acquatica” della stessa, il suo inarrestabile flusso, capace di travolgere ogni confine, ogni diversità, ogni misura, ogni ordine e stabilità [...]. La ‘liquidità’, matrice stessa della globale Zeit, appartiene all’immensità dell’Oceano: un mare s-confinato, al cui abissale orizzonte nessuna costa è data intravedersi, dove «non s’incontra nessuno, nessun luogo ci attende». È un mare senza lingue diverse e privo dei suoi tanti nomi, un mare che si estende in uno spazio assolutamente libero. Solo qui, nell’Oceano, si è potuta compiere, per Schmitt, quella totale Entortung già avviata «dallo spirito europeo-mediterraneo post-classico». L’Oceano è, per Schmitt, il luogo non-luogo nel quale i veri «“figli del mare”», immergendosi in esso, si sono emancipati da ogni legame terraneo.

Nel mare va rintracciata dunque per Schmitt l’origo, l’intima essenza di quella che definiamo globalizzazione, l’avvio di quella globale Zeit che ai nostri giorni giunge a compimento, come pensiero del flusso che «rompe l’egemonia della scolastica sostanza – anche se ci vorranno ancora quattro secoli prima che la quotidianità euro-americana compia in modo definitivo questo passaggio». Perché, se la nave Inghilterra ha conquistato l’Oceano – nella sua dimensione di superficie libera contrapposta alla terra ferma – è ha dato vita e fondamento a un diritto internazionale globale, lo jus publicum Europaeum –, alla fine quel viaggio è stato nondimeno foriero alla fine di anomia e dissoluzione. Ordo e caos: questo è l’esito fatale dell’esistenza marittima inglese. L’Inghilterra, da «portatrice di una visione marittima universale dell’ordinamento eurocentrico, custode dell’altro aspetto dello jus publicum Europaeum, signora dell’equilibrio di terra e mare», è diventata in breve tempo «il campo in cui si sarebbe verificato il balzo successivo nella totale perdita di luogo della tecnica moderna». E si tratta di un balzo reso possibile proprio da quella Rivoluzione industriale che solo su quell’Isola «che aveva portato a termine il passaggio a un’esistenza di tipo marittimo» aveva trovato fertile terreno per svilupparsi. Uno straordinario balzo dettato dal furor di procedere oltre, all’infinito.

Se ogni ordinamento giuridico ha bisogno di trovare il suo radicamento terraneo, al quale ancorare anche la distesa del libero mare, l’Economico – quale libero flusso di capitale monetario, uomini, idee e mercanzie, che travolge ogni indugio e resistenza – trae la propria linfa dallo spazio sconfinato, divenuto assoluto, dell’Oceano.

I ‘figli del mare’, un tempo liberi avventurieri ed oggi pionieri dell’imprenditoria, siglano lo statuto dell’attuale globalizzazione e cioè «la sottomissione del globo alla forma delle rendite». Ma nello spazio ‘dinamico’ del «puro Fuori» un nuovo Dio aleggia incontrastato: il Dio Mercato che, rinvigorito dall’energia fluttuante del capitale, riversa il «puro Fuori» negli spazi localizzati della Terra, risucchiandoli nelle ‘sabbie mobili’ di uno spazio omogeneo che considera i luoghi terrestri soltanto come potenziali indirizzi del capitale.

Nessun luogo può catturarci, incantarci e radicarci là dove regna incontrastato il vorticoso movimento della liquidità, la cui forza annichilente, assorbendo ogni striatura e abbattendo ogni distanza, trasforma la Terra in una res extensa alla quale inerisce solo l’imperativo categorico delle leggi del mercato ‘occidentale’ […]. Nell’epoca dell’individualismo più integrale, precipua condizione di uno spazio senza luoghi e centri, l’homo oeconomicus è finalmente libero di «affermare la propria identità come “sovranità del consumatore”».

È stato senza dubbio merito di Carl Schmitt l’aver rintracciato nel mare aperto e nella sua liquidità l’‘elemento’ più idoneo a caratterizzare la globalizzazione e i risvolti di quella Entortung – il nichilistico processo di delocalizzazione – alla cui energia sradicante nessun autentico nomos avrebbe potuto sottrarsi.

L’Occidente che oggi tenta sempre più di plasmare il pianeta a sua immagine è più di una nozione geografica. L’Occidente è una nozione ideologica, il cui linguaggio non esprime più «un trionfo dell’umanità, ma un trionfo sull’umanità».

Se il processo di economicizzazione ha reso possibile «per la prima volta nella storia dell’umanità, l’unificazione del mondo», il mondo unificato dall’ideologia tecnico-economica non è un mondo unitario. L’Economico, esercitando sul mondo un potere diretto – non più mediato e messo in forma dalla politica – s’impone al mondo come istanza unificatrice che, lungi dal costituire uno spazio ordinato, è un’arena turbolenta in cui le linee di conflitto si moltiplicano, data la scomparsa e la frantumazione di ogni limes.

La globalizzazione è lo spazio omologante dei valori economici neo-liberali trionfanti, la cui tirannia, mai stata così dispotica, non dischiude nuovi spazi, ma livellando ogni differenza, è un turbine che alimenta chiusure.

Fieramente avverso ad ogni forma di universalismo, Schmitt intravede in un pluriverso di grandi spazi l’unica possibilità di un nuovo nomos della terra in grado di conferire un ordinamento concreto al mondo globale.

Al di là della stessa prospettiva schmittiana, dove potrà scorgersi l’alba di un nuovo ‘inizio’ che metta fine al dominio dell’in-forme, «dell’inautenticità dominata» dalla pura dispersione? Quale limite, nello spazio dell’Illimite, quale luogo nello spazio senza luoghi, potrà annunciarsi come un orizzonte politico ‘dotato di senso’? Dove cercarlo, trovarlo e perfino tradirlo questo orizzonte politico se non nell’Europa? Un’Europa «come frutto della ragione pratica» e di uno sforzo appassionato in grado di tracciare su questa terra non solo nuovi confini, ma anche un nuovo spazio in cui le potenze globali possano assumere contorni definiti e in cui la mobilità e l’incontro con l’altro siano indice di una ricchezza umana, non puramente economica.

Figlia legittima della razionalità calcolante, tecno-scientifica, che negli ultimi tempi è stata fagocitata dall’alta finanza globale, l’identità dell’Europa è la sterile compagine dell’Euro-zone entro la quale le banche e le borse sono il volto demoniaco della nuova governance capitalistico-finanziaria.

Se questa Europa, specchio di un processo di mercificazione già avviato nella Modernità, rischia di vacillare tra la vita e la morte, c’è da chiedersi se esiste ancora – nella crescente reductio ad unum che si rivela una vera e propria reductio ad nihil – uno spazio o un tempo per un’altra Europa che ci faccia sperare in un altro destino.

OI MATHETAI
Claudia Terranova
Messina, 1964
AUTORE
Docente di filosofia, sociologia e antropologia nei licei, ha conseguito il dottorato di ricerca in Metodologia della filosofia presso l’Università di Messina. Da tempo collabora con la rivista on line Jura Gentium Journal recensendo autori quali N. Chomsky, U. Curi, C. Schmitt, G. Anders.

Con Danilo Zolo, ha pubblicato per Diabasis, Il nuovo disordine mondiale. Un dialogo sulla guerra, il diritto e le relazioni internazionali, 2011.

Altri saggi: Ha recensito per Jura Gentium Journal i seguenti volumi:
OPERE
Il tramonto del Nomos eurocentrico.
Carl Schmitt, profeta della globalizzazione.
Versione integrale
Sinossi

Nell'orizzonte globale in cui viviamo potrebbe sembrare che il pensiero di Carl Schmitt non abbia più nulla da dirci, così tenacemente radicato com'è nelle categorie del Moderno. In queste pagine l'autore ha invece cercato di mostrare come alcuni aspetti della globalizzazione si possono comprendere solo se vengono analizzati con le lenti della riflessione schmittiana. Questo non significa ricavare dal pensiero di Schmitt le risposta alle sfide che la globalizzazione oggi ci pone, ma significa approfondire le sue analisi e riconoscere la preveggenza della sua diagnosi. Solo accostandosi a Schmitt sostiene l'autore - è possibile fare luce sull'ambiguo e spesso strumentale uso di concetti come "guerra", "pace", "democrazia", "terrorismo", dei quali abusa la sovranità imperiale degli Stati Uniti. Soltanto attraverso Schmitt è possibile dare senso e restituire "forma" a concetti che la dimensione globale ha trascinato in un caos concettuale e ideologico.
ANTOLOGIA CITAZIONALE
Le aporie che contraddistinguono il nostro tempo, lo spaesamento al quale ci costringe la perdita di ogni limes e la conflittualità caotica di cui è intriso lo spazio globale non sono altro che l’ineluttabile esito di un processo di trasformazione dello spazio ‘politico’ che attraversa tutta la Modernità. E si tratta di un processo di trasformazione contrassegnato dallo sviluppo della tecnica e dal trionfo dell’economia tardo-capitastica, come Schmitt aveva saputo lucidamente capire già a partire dagli anni Trenta. In queste pagine si è cercato di mostrare come alcuni aspetti della globalizzazione, che ha profondamente trasformato i concetti di guerra, inimicizia e sovranità statale, si possono comprendere davvero solo se vengono analizzati con le lenti della riflessione schmittiana.

Solo accostandoci a Schmitt è possibile fare luce sull’ambiguo e spesso strumentale uso di concetti come “guerra”, “pace”, “democrazia”, “terrorismo”, dei quali abusa l’indiscussa sovranità dell’Impero globale attualmente di stampo statunitense.

Grazie alla spinta dell’universalismo pacifista wilsoniano – che aveva reintrodotto la nozione di justa causa belli - e grazie all’introduzione da parte degli Stati Uniti di un concetto discriminatorio di guerra che distingueva le guerre giuste e lecite da quelle ingiuste e illecite, la guerra interstatale ha finito per trasformarsi in una «guerra civile mondiale» [Weltbürgerkrieg]. Quest’ultima, non più sottoposta alla regolamentazione giuridica, diviene azione di polizia internazionale volta a sconfiggere dei criminali, presentandosi al mondo come ‘giusta’ e ‘umanitaria’. I conflitti d’ora in poi lasceranno spazio all’unica dicotomia possibile: i buoni contro i cattivi, il Bene contro il Male.
Lo justus hostis dello jus publicum europaeum – il nemico pubblico con il quale scendere a patti e riconciliarsi – svanisce nei meandri dell’indeterminatezza di una visione universalistica e ‘umanitaria’ di matrice neo-liberista. Secondo tale visione era doveroso diffondere nel globo intero i ‘valori’ di pace, libertà e democrazia, in opposizione alla sregolata supremazia del Mercato. Il nemico globale sarebbe stato d’ora in poi solo colui che intende sfuggire, anche se con inaudita violenza, a questa nuova religione del benessere neocapitalistico, di cui solo pochi eletti possono fruire i vantaggi.

Se l’“occidentalizzazione del mondo” si sta realizzando sotto il segno dell’American way of life, è perché l’Occidente già da tempo ha cambiato dimora, spostando il suo baricentro dal cuore dell’Europa al Nordamerica, dal Mediterraneo all’Oceano, dal confine all’illimite. Attraverso questa traduzione, il ‘vero’ Occidente, epigono di un’esistenza marittimo-oceanica di matrice atlantica, è divenuto il terreno fertile dell’Economico. Debordando dai propri confini, oltre ad emanciparsi dal Politico e dalla morale, il vero Occidente riduce a sé ogni altra istanza.
L’unità del mondo, che Schmitt paventava già negli anni Cinquanta, si è dunque realizzata sotto i nostri occhi. Questa unità del capitale liquido, di cui gli Stati Uniti sono i grandi promotori, inonda senza freni ogni spazio dell’esistenza umana che, attonita, assiste al liquefarsi di ogni visibile confine e consolidata identità.

Ma se vogliamo ‘governare’ l’irrefrenabile spinta verso l’Uno e intravedere orizzonti, orizzonti di senso che non siano quelli del capitale, e se crediamo ancora possibile ri-spazializzare politicamente la nostra Terra ripristinando uno jus gentium valido per i nomadi dell’epoca globale, è a Carl Schmitt che dobbiamo volgere lo sguardo. Potremmo così sperare che il destino del mondo non sia l’uniformizzazione planetaria, ma quello di una pluralità di ‘grandi spazi’.

Chi, se non l’Europa, potrebbe in futuro dare avvio ad un nuovo percorso e a un nuovo destino per tutti noi? Ma è improbabile che l’Europa possa farsi promotrice di un ‘nuovo inizio’ se non riuscirà a ritrovare se stessa e la sua molteplice identità. Un nuovo inizio ci sarà solo quando l’Europa avrà deciso di non rimanere atlantica e si impegnerà a recuperare la feconda ‘memoria’ del Mediterraneo – sua culla e sua origo – che potrebbe restituirla a se stessa e al proprio avvenire. Solo nel Mediterraneo l’Europa potrebbe trovare le radici del proprio futuro: un futuro nel quale le differenti nazionalità, lingue e culture che la compongono sappiano scoprire il valore e la potenza del cum, in virtù del quale ciascuna di esse possa vivere con l’altra, pur essendo diversa.

La nota affermazione di Schmitt secondo cui: «la specifica distinzione politica, alla quale è possibile ricondurre le azioni e i motivi politici, è la distinzione di amico (Freund) – nemico (Feind)», non va interpretata alla luce di un’ontologizzazione del conflitto. L’irriducibile dicotomia ‘amico-nemico’ è, per Schmitt, la questione politica per eccellenza, in virtù della quale è possibile definire l’ambito costitutivo del Politico, al quale ogni azione e motivo deve necessariamente riferirsi.
Nel suo essere originato e attraversato dalla conflittualità, il Politico genera un principio di identità e coesione, conseguite attraverso l’esclusione dell’Altro (la cui minacciosa presenza è imprescindibile per ogni affermazione di sé) che proprio nell’ostilità trova il suo paradigma. Un’ostilità, tuttavia, che dal Politico può solo essere limitata e mai del tutto cancellata. Amico e nemico rappresentano, per Schmitt, gli estremi con i quali individuare, nella dimensione pubblica – dunque politica – un ordine unitario esposto sempre alle derive della dissoluzione.

Emerge con chiarezza «come al centro del criterio del politico per Schmitt non vi sia il “nemico”, ma l’“unità politica”», che prende forma e perviene alla propria identità solo a partire dall’individuazione del nemico esterno da cui si sente minacciata e contro il quale decide di combattere. Nella logica identitaria dell’esclusione, quale è quella schmittiana, l’altro – il nemico – è presenza indispensabile che «dà unità e identità al nostro esistere», ma che, di questo stesso esistere, è concreta minaccia, dal momento che «nel concetto di nemico rientra l’eventualità, in termini reali, di una lotta» che prevede anche – quale possibilità estrema – l’uccisione fisica.

Ai due elementi della terra e del mare non corrispondono solamente due diverse concezioni dell’esistenza, ma anche diverse concezioni del nemico e della guerra: sul continente europeo gli Stati, riconoscendosi hostes aequaliter justi, si combattono secondo le regole della guerra en forme che, distinguendo tra civili e militari, tra nemico – justus hostis – e criminale, realizza una limitazione senza pari dell’ostilità. Sul mare, elemento al quale l’Inghilterra si converte già alla fine del Cinquecento, e sul resto del mondo vige solo una guerra senza limiti. È proprio grazie allo Stato, detentore del monopolio della decisione politica e della forza, che la guerra da bellum justum diviene bellum utrimque justum tra stati sovrani che si riconoscono justi hostes.

La razionalizzazione e umanizzazione del nemico, non più da annientare perché dotato di pari dignità, appare a Schmitt come la più grande evoluzione compiuta dall’uomo nel suo tragico itinerario esistenziale, in virtù della quale l’ineliminabile conflittualità che lo determina viene ragionevolmente limitata e circoscritta dalle regole del diritto. Al furore inarrestabile delle guerre civili e di religione, la sovranità degli Stati rispose con la guerra en forme, e cioè con una ritualizzazione della lotta che, come il duello, è «uno scontro armato tra personae morales determinate territorialmente».

È intorno alla fine dell’Ottocento che lo jus publicum Europaeum, capolavoro dell’epoca moderna – fondato sul primato e sulla centralità dell’Europa – cominciò il suo lento e inesorabile tramonto. La partecipazione di alcuni paesi extraeuropei alla conferenza di Berlino del 1885 e il progressivo coinvolgimento degli Stati Uniti d’America negli affari europei, frutto delle aspirazioni universalistiche della grande potenza emergente, fu per Schmitt il primo vero colpo, anche se non l’unico, inferto al diritto internazionale allora vigente che di lì a poco si sarebbe trasformato irrimediabilmente in un diritto mondiale indifferenziato.
Ma l’evento epocale, quale punto di non ritorno per il destino della storia europea e la questione del nomos, fu l’increscioso epilogo della prima guerra mondiale, siglato dalle potenze vincitrici nel trattato di Versailles del 1919 dalle potenze vincitrici […]. Il trattato di Versailles celebrò [...] la vittoria della ratio economica sull’essenza ordinativa dello jus publicum Europaeum che, sotto la pressione ‘universalistica’ del mercato mondiale, capitanata dagli Stati Uniti, avrebbe ceduto il passo a uno spazio liscio e indifferenziato, anomico e non più neutralizzabile.

Si trattava, dunque, di una situazione del tutto inedita, in cui il vincitore, appropriandosi del diritto e proclamandosi giudice esclusivo, finiva per distruggere l’architettura consensuale dello jus gentium moderno, inaugurando un nuovo concetto di guerra.

Lo spettro che s’aggira per l’Europa alla vigilia del ventesimo secolo è, per Carl Schmitt, lo spettro minaccioso della nuova linea globale dell’emisfero occidentale. È infatti con inquietudine che egli esplicita, nelle pagine del Nomos della terra, la portata rivoluzionaria della nuova linea, la cui evoluzione e le continue trasformazioni diventeranno la posta in gioco della realizzazione di un nuovo ordine mondiale. Congedandosi dalle moderne linee di amicizia – topoi di un pensiero del limes – l’emisfero occidentale dischiudeva una nuova epoca: l’epoca della «linea di valutazione morale».

Nella scomparsa di ogni limite, come di ogni possibile localizzazione, il nuovo diritto internazionale, che si afferma a partire dalla pretesa americana di decidere su tutta la terra tra ciò che è giusto e ingiusto, non fa che attestare «il significato genuino del paninterventismo globale in cui è sfociato il principio dell’emisfero occidentale», tradendo, così, il carattere originariamente ‘difensivo’ della dottrina di Monroe.

Se l’Ottocento fu per Schmitt il secolo nel quale l’“economico” ebbe un’importanza decisiva nelle relazioni internazionali, trascinando lo jus publicum Europaeun verso un universalismo indifferenziato di cui gli Stati Uniti d’America, con la loro politica imperialistica, furono la più significativa espressione, il Novecento si è presentato agli occhi di Schmitt come l’epoca in cui la tecnica diventa l’orizzonte di senso entro il quale ogni espressione dello spirito umano viene plasmato «dalla realtà di questo sviluppo tecnico».

Se il nuovo mondo non dispone di alcun pezzo di terra recintato per accogliere un santuario, il ritorno alla terra rimane ciò nonostante per Schmitt l’ultima speranza di dare luogo e forma all’esistenza umana.

La nuova ‘guerra giusta’, condotta in nome dell’umanità dall’universalismo etico della società ginevrina – di matrice anglosassone –, avrebbe di lì a poco ulteriormente confermato la spietata diagnosi schmittiana, e cioè l’avvento di una «guerra civile mondiale di segno totale e globale». Ma, come puntualizza Schmitt, solo apparentemente essa sembra il risultato di un processo di spoliticizzazione: «la polizia non è qualcosa di apolitico. La politica mondiale è una politica molto intensiva, risultante da una volontà di pan-interventismo; essa è soltanto un tipo particolare di politica e non certo la più attraente: è cioè la politica della guerra civile mondiale (Weltbürgerkriegspolitik)». Questa politica, nella quale domina un’ostilità assoluta e illimitata e alla quale è estranea ogni concretezza capace di dar ‘forma’ all’inimicizia reale, non coincide, per Schmitt, con il Politico – il cui presupposto è la distinzione reale e concreta fra amico e nemico – ma coincide con la potestas indirecta di un universalismo marittimo-tecnico-liberaldemocratico, del quale il formalismo giuridico della Società delle Nazioni è espressione.

Alla luce di un siffatto universalismo di matrice etica, in sé tendenzialmente discriminatorio perché portato a considerare l’eccezione come un “errore”, la nuova guerra globale e totale – legibus soluta – mostrava i suoi più distruttivi e sanguinari esiti negando ai suoi nemici ogni qualità umana.

Contro il nemico, posto al di fuori dell’umanità, la comunità internazionale, in nome dei grandi valori, non esiterà a utilizzare tutti i possibili mezzi utili per l’annientamento. Solo chi combatte in nome dell’umanità è convinto di poter decidere chi è umano e chi non lo è.

In nome della libertà e della pace Versailles, Ginevra e Norimberga avevano trasformato «il diritto internazionale in un’appendice del diritto penale e la guerra in azione di polizia destinata a reprimere il colpevole». Nessuno d’ora in poi, né Stati né tanto meno gli individui, potrà sottrarsi alla ‘giustizia dei vincitori’. Il tribunale penale internazionale, che in nome della giustizia era stato istituito a Norimberga alla fine del secondo conflitto mondiale – fiore all’occhiello di questa singolare giustizia – oltre a qualificare la guerra come un “crimine morale contro l’umanità”, ritenne necessario portare sul banco degli imputati non solo gli Stati, ma anche gli individui.

Nell’unità uniformante, in cui tutto è illimite, in-forme, senza tempo e luogo, quale Nomos può ancora spartire e distinguere lo spazio? Quale misura può sorgere da uno spirito imperante a «cui è estranea ogni ‘misura’»?

Entro questa visione, dove l’Occidente ha finito per identificare se stesso come il Bene assoluto e come Male assoluto tutto il resto, lo scontro assume, in virtù dell’indeterminatezza della nuova contrapposizione - l’Umanità o la Barbarie – i tratti indistinti e incontrollabili del conflitto totale e quindi infinito. Venute meno le nette distinzioni tra guerra e pace, interno ed esterno, pubblico e privato, amico e nemico, il mondo globale non può che configurarsi come «un mondo di guerra». Perché ciò dovrebbe stupirci? Il tragico orizzonte, al quale la post-modernità non può sottrarsi, non è forse l’epigono di un processo che da tempo ha spodestato gli Stati che hanno il monopolio del ‘politico’ e della guerra? Non si tratta forse del trionfo dell’ideologia liberista il cui linguaggio «essenzialmente non bellicoso» ed «essenzialmente pacifistico» tenta con ogni mezzo di spoliticizzare il mondo, ingaggiando nello stesso tempo sempre nuove guerre ‘umanitarie’? Se nella dimensione attuale, la guerra diviene uno stato d’eccezione permanente, non è forse il caso di ammettere con Schmitt che «ormai conosciamo la legge segreta di questo vocabolario e sappiamo che oggi la guerra più terribile può essere condotta solo in nome della pace, l’oppressione più terrificante solo in nome della libertà e la disumanità più abbietta solo in nome dell’umanità»?

Quale concordia può ancora attuarsi nell’omologante sviluppo di una reductio ad unum che disintegra ogni cultura che impone ai vinti le inappellabili norme del vincitore?

Per la grande potenza egemonica, la storia, dunque, non può considerarsi finita: essa è solo posticipata. La certezza messianica di incarnare il Bene, di sentire i propri principi investiti di un alone d’universalità, fa dell’America, nell’epoca dello stato d’eccezione permanente, anche «un ‘impero virtuoso’», che non si limita a dominare il mondo ma lo plasma sulla propria immagine.

L’ostilità che imperversa nel mondo globale dall’11 settembre fino ai nostri giorni con la guerra al terrorismo, ancora non conclusa, è l’espressione non di un “conflitto di civiltà” «ma di uno scontro quasi antropologico tra una cultura universale indifferente e tutto ciò che, in qualsiasi campo, conserva qualche tratto di un’alterità irriducibile».

La conquista del mare, e quindi del globo, rivela l’intraprendente spirito di un popolo attratto dall’Illimite.

Se Terra e mare è uno dei primi libri che narrano la storia della globalizzazione, lo è anche nella misura in cui Schmitt rintraccia l’essenza “acquatica” della stessa, il suo inarrestabile flusso, capace di travolgere ogni confine, ogni diversità, ogni misura, ogni ordine e stabilità [...]. La ‘liquidità’, matrice stessa della globale Zeit, appartiene all’immensità dell’Oceano: un mare s-confinato, al cui abissale orizzonte nessuna costa è data intravedersi, dove «non s’incontra nessuno, nessun luogo ci attende». È un mare senza lingue diverse e privo dei suoi tanti nomi, un mare che si estende in uno spazio assolutamente libero. Solo qui, nell’Oceano, si è potuta compiere, per Schmitt, quella totale Entortung già avviata «dallo spirito europeo-mediterraneo post-classico». L’Oceano è, per Schmitt, il luogo non-luogo nel quale i veri «“figli del mare”», immergendosi in esso, si sono emancipati da ogni legame terraneo.

Nel mare va rintracciata dunque per Schmitt l’origo, l’intima essenza di quella che definiamo globalizzazione, l’avvio di quella globale Zeit che ai nostri giorni giunge a compimento, come pensiero del flusso che «rompe l’egemonia della scolastica sostanza – anche se ci vorranno ancora quattro secoli prima che la quotidianità euro-americana compia in modo definitivo questo passaggio». Perché, se la nave Inghilterra ha conquistato l’Oceano – nella sua dimensione di superficie libera contrapposta alla terra ferma – è ha dato vita e fondamento a un diritto internazionale globale, lo jus publicum Europaeum –, alla fine quel viaggio è stato nondimeno foriero alla fine di anomia e dissoluzione. Ordo e caos: questo è l’esito fatale dell’esistenza marittima inglese. L’Inghilterra, da «portatrice di una visione marittima universale dell’ordinamento eurocentrico, custode dell’altro aspetto dello jus publicum Europaeum, signora dell’equilibrio di terra e mare», è diventata in breve tempo «il campo in cui si sarebbe verificato il balzo successivo nella totale perdita di luogo della tecnica moderna». E si tratta di un balzo reso possibile proprio da quella Rivoluzione industriale che solo su quell’Isola «che aveva portato a termine il passaggio a un’esistenza di tipo marittimo» aveva trovato fertile terreno per svilupparsi. Uno straordinario balzo dettato dal furor di procedere oltre, all’infinito.

Se ogni ordinamento giuridico ha bisogno di trovare il suo radicamento terraneo, al quale ancorare anche la distesa del libero mare, l’Economico – quale libero flusso di capitale monetario, uomini, idee e mercanzie, che travolge ogni indugio e resistenza – trae la propria linfa dallo spazio sconfinato, divenuto assoluto, dell’Oceano.

I ‘figli del mare’, un tempo liberi avventurieri ed oggi pionieri dell’imprenditoria, siglano lo statuto dell’attuale globalizzazione e cioè «la sottomissione del globo alla forma delle rendite». Ma nello spazio ‘dinamico’ del «puro Fuori» un nuovo Dio aleggia incontrastato: il Dio Mercato che, rinvigorito dall’energia fluttuante del capitale, riversa il «puro Fuori» negli spazi localizzati della Terra, risucchiandoli nelle ‘sabbie mobili’ di uno spazio omogeneo che considera i luoghi terrestri soltanto come potenziali indirizzi del capitale.

Nessun luogo può catturarci, incantarci e radicarci là dove regna incontrastato il vorticoso movimento della liquidità, la cui forza annichilente, assorbendo ogni striatura e abbattendo ogni distanza, trasforma la Terra in una res extensa alla quale inerisce solo l’imperativo categorico delle leggi del mercato ‘occidentale’ […]. Nell’epoca dell’individualismo più integrale, precipua condizione di uno spazio senza luoghi e centri, l’homo oeconomicus è finalmente libero di «affermare la propria identità come “sovranità del consumatore”».

È stato senza dubbio merito di Carl Schmitt l’aver rintracciato nel mare aperto e nella sua liquidità l’‘elemento’ più idoneo a caratterizzare la globalizzazione e i risvolti di quella Entortung – il nichilistico processo di delocalizzazione – alla cui energia sradicante nessun autentico nomos avrebbe potuto sottrarsi.

L’Occidente che oggi tenta sempre più di plasmare il pianeta a sua immagine è più di una nozione geografica. L’Occidente è una nozione ideologica, il cui linguaggio non esprime più «un trionfo dell’umanità, ma un trionfo sull’umanità».

Se il processo di economicizzazione ha reso possibile «per la prima volta nella storia dell’umanità, l’unificazione del mondo», il mondo unificato dall’ideologia tecnico-economica non è un mondo unitario. L’Economico, esercitando sul mondo un potere diretto – non più mediato e messo in forma dalla politica – s’impone al mondo come istanza unificatrice che, lungi dal costituire uno spazio ordinato, è un’arena turbolenta in cui le linee di conflitto si moltiplicano, data la scomparsa e la frantumazione di ogni limes.

La globalizzazione è lo spazio omologante dei valori economici neo-liberali trionfanti, la cui tirannia, mai stata così dispotica, non dischiude nuovi spazi, ma livellando ogni differenza, è un turbine che alimenta chiusure.

Fieramente avverso ad ogni forma di universalismo, Schmitt intravede in un pluriverso di grandi spazi l’unica possibilità di un nuovo nomos della terra in grado di conferire un ordinamento concreto al mondo globale.

Al di là della stessa prospettiva schmittiana, dove potrà scorgersi l’alba di un nuovo ‘inizio’ che metta fine al dominio dell’in-forme, «dell’inautenticità dominata» dalla pura dispersione? Quale limite, nello spazio dell’Illimite, quale luogo nello spazio senza luoghi, potrà annunciarsi come un orizzonte politico ‘dotato di senso’? Dove cercarlo, trovarlo e perfino tradirlo questo orizzonte politico se non nell’Europa? Un’Europa «come frutto della ragione pratica» e di uno sforzo appassionato in grado di tracciare su questa terra non solo nuovi confini, ma anche un nuovo spazio in cui le potenze globali possano assumere contorni definiti e in cui la mobilità e l’incontro con l’altro siano indice di una ricchezza umana, non puramente economica.

Figlia legittima della razionalità calcolante, tecno-scientifica, che negli ultimi tempi è stata fagocitata dall’alta finanza globale, l’identità dell’Europa è la sterile compagine dell’Euro-zone entro la quale le banche e le borse sono il volto demoniaco della nuova governance capitalistico-finanziaria.

Se questa Europa, specchio di un processo di mercificazione già avviato nella Modernità, rischia di vacillare tra la vita e la morte, c’è da chiedersi se esiste ancora – nella crescente reductio ad unum che si rivela una vera e propria reductio ad nihil – uno spazio o un tempo per un’altra Europa che ci faccia sperare in un altro destino.
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