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OI MATHETAI
RES GESATAE
OI MATHETAI
Enrico Falbo
Benevento, 1981
Enrico Falbo
Benevento, 1981
OI MATHETAI
AUTORE
Laureatosi in filosofia teoretica, si interessa di metafisica, con particolare riferimento ai temi dell’universalità e della perennità di essa, autenticamente intesa – sulla scia della philosophia perennis, trasversalmente anzitutto presente nel neoplatonismo rinascimentale, nella filosofia ermetica e nella tradizione orientale (es. “Sanatana Dharma”), ma altresì perdurante nella modernità e nella contemporaneità –, quale originarietà incondizionata, approfondendone al contempo il rapporto con la Gnosi e le tradizioni sapienziali occidentali e orientali.

Studioso di musica e musicista, dopo una serie di esperienze con diverse band alternative rock ha intrapreso lo studio della viola e della musica indiana. La sua forma di ricerca è caratterizzata dall’uso di strumenti indiani ad arco (esraj, dilruba) miscelati con l’elettronica, effetti e loop. Le sue influenze spaziano dalla drone-music al post-rock, dalla “musica cosmica” e psichedelica alle sonorità dei rituali estatici”.

Laureatosi in filosofia teoretica, si interessa di metafisica, con particolare riferimento ai temi dell’universalità e della perennità di essa, autenticamente intesa – sulla scia della philosophia perennis, trasversalmente anzitutto presente nel neoplatonismo rinascimentale, nella filosofia ermetica e nella tradizione orientale (es. “Sanatana Dharma”), ma altresì perdurante nella modernità e nella contemporaneità –, quale originarietà incondizionata, approfondendone al contempo il rapporto con la Gnosi e le tradizioni sapienziali occidentali e orientali.

Studioso di musica e musicista, dopo una serie di esperienze con diverse band alternative rock ha intrapreso lo studio della viola e della musica indiana. La sua forma di ricerca è caratterizzata dall’uso di strumenti indiani ad arco (esraj, dilruba) miscelati con l’elettronica, effetti e loop. Le sue influenze spaziano dalla drone-music al post-rock, dalla “musica cosmica” e psichedelica alle sonorità dei rituali estatici”.

OPERE

LA RISONANZA DEL REMOTO
Il Richiamo Estatico ai tempi del “consumatore ipnotizzato”.
In, Aa.Vv. (a cura di A. Mastrogiacomo), divulgazioneaudiotestuale [d.a.t.], numero 4, anno III, crsm edizioni, Napoli, Aprile 2019.

VERSIONE INTEGRALE
LA RISONANZA DEL REMOTO
Il Richiamo Estatico ai tempi del “consumatore ipnotizzato”.
In, Aa.Vv. (a cura di A. Mastrogiacomo), divulgazioneaudiotestuale [d.a.t.], numero 4, anno III, crsm edizioni, Napoli, Aprile 2019.
Versione integrale
Sinossi

Il contributo cercherà di mostrare che il significato più profondo e più originario della musica rimanda non tanto alla  sua dimensione estetica ed emotiva o alla sua “missione sociale”, ma alla sua “dimensione estatica”.

Il richiamo del Remoto e l’incontro con le tradizioni extraoccidentali, che hanno custodito più gelosamente  i segreti della musica, nonostante la loro Zivilisation, può farci scorgere cose nuove e perenni, che l’eccessiva immersione nel tempo, la fandonia mediatica, la disattenzione e il conformismo  tendono ad escludere. Sono stati tenuti in debita considerazione gli studi sulla musica primitiva, sull’estasi e sulla cosmologia acustica di Marius Schneider, Jean During, Curt Sachs, e le riflessioni di Ananda Coomaraswamy, Elemire Zolla, Theodor Adorno e di Julius Evola.

Quanto può incidere la domanda sul significato della musica, che conduce inevitabilmente al di là dell’ideologia anti-metafisica e anti-rituale attualmente imperante, sulla creatività dei musicisti, sullo sviluppo ed utilizzo degli strumenti musicali elettro-acustici, sulle nuove tecniche e pratiche compositive, sugli spazi musicali, sul presente e sul futuro della musica?

Quale sarà il “nuovo archetipo” dell’artista-musicista, che lo eleverà  dall’ ibrido e dal deleterio?

Non si tratta, quindi, di condannare la commercializzazione della popular music  per fini meramente ideologici e per dimostrare l’esistenza di una  musica “seria”, ma di favorire l’apertura per un nuovo ascolto della Risonanza del Remoto, che non è tanto ciò che è distante nel tempo, ma ciò che è profondamente “altro” rispetto al nostro modo di intendere “qui ed ora”, ai tempi del “consumatore ipnotizzato”.
ANTOLOGIA CITAZIONALE
LA RISONANZA
DEL REMOTO
La domanda sul significato e sull’essenza della musica è sempre più inconsueta. Qualsiasi risposta basata sul soggettivismo del gusto, del piacere, dell’emozione, del sentimento che suscita in noi o sull’oggettivismo (conservatore o avanguardista), del “riscontro” o della “provocazione” nel contesto storico-culturale, non coglie e non comprende affatto la portata di una tale domanda […]. Il significato più profondo, più autentico e più originario della musica rimanda non tanto alla sua dimensione estetica ed emotiva o alla sua “missione sociale”, ma alla sua “dimensione estatica”.

La Musica Primitiva risalendo alle antiche cosmologie “acustiche”, alla forza creatrice della musica primordiale, al “sacrificio sonoro” degli dei e della protoumanità e alla capacità del mago cantore di udire e di far ri-suonare questo “sacrificio” cosmico, ci pone dinanzi ad una porta maestosa e arcana del Remoto. I miti della creazione, anche quelli più primitivi, ci informano sul significato e sulla funzione della musica e sul suono “creatore”, che è al tempo stesso “sostanza” del mondo e che proviene da un “fondo di risonanza”, dall’ abisso primordiale di una “bocca spalancata”, dal Vuoto di una “fessura nella roccia” (Upanishad) o di una “caverna cosmica” (supernatural ground).

Il creatore e il cosmo stesso, l’uomo e gli dei, secondo le concezioni tradizionali remote, sono sostanze acustiche:se il creatore è un canto, è evidente che il mondo a cui dà vita è un mondo puramente acustico […]. Attraverso la “vibrazione primordiale” (OM, Logos, Tao, Brahman, Sefer Yezirah, il Tamburo di Shiva, il flauto di Pan, la risata di Thoth etc…) l’Invisibile si fa visibile, l’Indicibile risuona e l’universo metafisico di essenze sonore si manifesta “nascondendosi” e “custodendosi” come universo visibile e materiale. La musica, per l'antica sapienza è, quindi, una “via sacra”, nel senso profondamente interiore ed è l’espressione del sacrificio sonoro, forma più pura e più potente di qualsiasi altra offerta materiale, di qualsiasi olocausto, essendo in grado di spiritualizzare gli uomini e materializzare gli dei in un modo molto più immediato. Pertanto, gli uomini e dei hanno bisogno del “cibo sonoro”, del canto e del controcanto, che non è altro che l’essenza dei riti, ossia del sacrificio sonoro reciproco. La pratica musicale è rituale estatico, e non dimostrazione o autoesaltazione di sé stessi.

La musica potente è ek-stasi, è l’uscita dalla propria egoità ordinaria, quotidiana, è l’oscuramento del confine tra soggetto e oggetto, è la tensione originaria dell’Inaudito: non è “esibizionismo”, ma essere-disposti al Nascosto! Essa è il veicolo di trasformazione del nostro essere-nel-mondo, è il viaggio verso “luoghi” e verso sé alternativi, verso dimensioni di coscienza sovraindividuali, ma altrettanto reali.

Se tutto il significato della musica fosse rimandato al gusto o al criterio soggettivo, di un individuo o di una collettività, allora la musica sarebbe già finita da secoli o addirittura mai cominciata.

Il richiamo del Remoto e l’incontro con le tradizioni arcaiche ed extraoccidentali, che hanno custodito più gelosamente i segreti della musica, nonostante la loro Zivilisation, può farci scorgere cose nuove e perenni che l’eccessiva immersione nel tempo, la fandonia mediatica, la frenesia, la disattenzione, il conformismo e l’ingenuità tendono ad escludere.

È noto che nelle moderne società occidentali, dove la de-sacralizzazione è estesa ed evidente e dove la comunità si sgretola in una molteplicità di individui “consumatori” e “utenti”, spesso sotto il controllo dei “tecnocrati” e degli specialisti del settore, la musica acquisisce sempre più valore in riferimento a parametri astratti e quantitativi (vendite, download, visualizzazioni, clic, “mi piace” dei social network ecc…), riducendosi a un “prodotto” forgiato dalle leggi del mercato, del marketing e della tendenza del momento.

Se la manipolazione delle menti e del meccanismo emotivo dell’“uomo-massa” sia dovuta a intenzioni meramente commerciali e non ideologiche o se sia il degradarsi di una intenzione metafisica e sovra-storica più originaria, resta un problema aperto.

L’ingenuo rifiuto della metafisica, come sapienza perenne che vivifica e nutre ciclicamente ogni dimensione umana (dall’estetica alla politica), ha condotto alle filastrocche scientiste, all’idolatria del progresso e dell’illusoria “evoluzione lineare” e a una società governata da un meccanismo “fraudolento”, derivato dalla mancanza di principi perenni.

L’ascolto della musica nelle tradizioni orientali o sciamaniche è sempre un “richiamo estatico” nella Risonanza del Remoto, che non implica alcun sentimento di afflizione o di rimpianto per un “qualcosa” di oggettivo o per un passato perduto, né un rifiuto pessimistico per il futuro, ma costituisce lo spazio metafisico per la relazione profonda, “verticale” con l’Origine, così prossima e così lontana, perché fuori dal tempo e dallo spazio. Da questo punto di vista, dalla capacità e dal livello di ascolto interiore dei “suoni esoterici” dipenderà il grado di esperienza estatica, la “fuor-iuscita” e la “ri-uscita”, la “fusione” e la “con-fusione”. Questo, però, è quanto di più “remoto”, “totalmente altro” rispetto al nostro modo di intendere la musica nell’era del “consumatore ipnotizzato”.

La Risonanza del Remoto […] non è tanto ciò che è distante nel tempo, ma ciò che è profondamente “altro” rispetto al nostro modo di intendere e sentire “qui ed ora”.

È, dunque, possibile ritrovare un significato “altro” della Musica, che non sia quello di una subliminale e occulta persuasione o di un sottofondo della “macchinazione” e dell’ingranaggio? Nel tempo della tecnocrazia e della sordità del “consumatore ipnotizzato”, è ancora possibile che la musica sia l’attimo eterno e spontaneo del “richiamo estatico” e non un rituale coercitivo di dissoluzione del tempo e di affossamento nella frivolezza o nel regressus ad infinitum del sub-umano? Se il Remoto risuona perennemente, nonostante e in forza della sua “distanza”, allora chi più del musicista ha il compito di aprirsi all’Ascolto del sacrificio sonoro originario e di ampliare la “fenditura” spaziotemporale per la sua Risonanza?
Sinossi

Il contributo cercherà di mostrare che il significato più profondo e più originario della musica rimanda non tanto alla  sua dimensione estetica ed emotiva o alla sua “missione sociale”, ma alla sua “dimensione estatica”.

Il richiamo del Remoto e l’incontro con le tradizioni extraoccidentali, che hanno custodito più gelosamente  i segreti della musica, nonostante la loro Zivilisation, può farci scorgere cose nuove e perenni, che l’eccessiva immersione nel tempo, la fandonia mediatica, la disattenzione e il conformismo  tendono ad escludere. Sono stati tenuti in debita considerazione gli studi sulla musica primitiva, sull’estasi e sulla cosmologia acustica di Marius Schneider, Jean During, Curt Sachs, e le riflessioni di Ananda Coomaraswamy, Elemire Zolla, Theodor Adorno e di Julius Evola.

Quanto può incidere la domanda sul significato della musica, che conduce inevitabilmente al di là dell’ideologia anti-metafisica e anti-rituale attualmente imperante, sulla creatività dei musicisti, sullo sviluppo ed utilizzo degli strumenti musicali elettro-acustici, sulle nuove tecniche e pratiche compositive, sugli spazi musicali, sul presente e sul futuro della musica?

Quale sarà il “nuovo archetipo” dell’artista-musicista, che lo eleverà  dall’ ibrido e dal deleterio?

Non si tratta, quindi, di condannare la commercializzazione della popular music  per fini meramente ideologici e per dimostrare l’esistenza di una  musica “seria”, ma di favorire l’apertura per un nuovo ascolto della Risonanza del Remoto, che non è tanto ciò che è distante nel tempo, ma ciò che è profondamente “altro” rispetto al nostro modo di intendere “qui ed ora”, ai tempi del “consumatore ipnotizzato”.

Antologia citazionale

La domanda sul significato e sull’essenza della musica è sempre più inconsueta. Qualsiasi risposta basata sul soggettivismo del gusto, del piacere, dell’emozione, del sentimento che suscita in noi o sull’oggettivismo (conservatore o avanguardista), del “riscontro” o della “provocazione” nel contesto storico-culturale, non coglie e non comprende affatto la portata di una tale domanda […]. Il significato più profondo, più autentico e più originario della musica rimanda non tanto alla sua dimensione estetica ed emotiva o alla sua “missione sociale”, ma alla sua “dimensione estatica”.

La Musica Primitiva risalendo alle antiche cosmologie “acustiche”, alla forza creatrice della musica primordiale, al “sacrificio sonoro” degli dei e della protoumanità e alla capacità del mago cantore di udire e di far ri-suonare questo “sacrificio” cosmico, ci pone dinanzi ad una porta maestosa e arcana del Remoto. I miti della creazione, anche quelli più primitivi, ci informano sul significato e sulla funzione della musica e sul suono “creatore”, che è al tempo stesso “sostanza” del mondo e che proviene da un “fondo di risonanza”, dall’ abisso primordiale di una “bocca spalancata”, dal Vuoto di una “fessura nella roccia” (Upanishad) o di una “caverna cosmica” (supernatural ground).

Il creatore e il cosmo stesso, l’uomo e gli dei, secondo le concezioni tradizionali remote, sono sostanze acustiche:se il creatore è un canto, è evidente che il mondo a cui dà vita è un mondo puramente acustico […]. Attraverso la “vibrazione primordiale” (OM, Logos, Tao, Brahman, Sefer Yezirah, il Tamburo di Shiva, il flauto di Pan, la risata di Thoth etc…) l’Invisibile si fa visibile, l’Indicibile risuona e l’universo metafisico di essenze sonore si manifesta “nascondendosi” e “custodendosi” come universo visibile e materiale. La musica, per l'antica sapienza è, quindi, una “via sacra”, nel senso profondamente interiore ed è l’espressione del sacrificio sonoro, forma più pura e più potente di qualsiasi altra offerta materiale, di qualsiasi olocausto, essendo in grado di spiritualizzare gli uomini e materializzare gli dei in un modo molto più immediato. Pertanto, gli uomini e dei hanno bisogno del “cibo sonoro”, del canto e del controcanto, che non è altro che l’essenza dei riti, ossia del sacrificio sonoro reciproco. La pratica musicale è rituale estatico, e non dimostrazione o autoesaltazione di sé stessi.

La musica potente è ek-stasi, è l’uscita dalla propria egoità ordinaria, quotidiana, è l’oscuramento del confine tra soggetto e oggetto, è la tensione originaria dell’Inaudito: non è “esibizionismo”, ma essere-disposti al Nascosto! Essa è il veicolo di trasformazione del nostro essere-nel-mondo, è il viaggio verso “luoghi” e verso sé alternativi, verso dimensioni di coscienza sovraindividuali, ma altrettanto reali.

Se tutto il significato della musica fosse rimandato al gusto o al criterio soggettivo, di un individuo o di una collettività, allora la musica sarebbe già finita da secoli o addirittura mai cominciata.

È noto che nelle moderne società occidentali, dove la de-sacralizzazione è estesa ed evidente e dove la comunità si sgretola in una molteplicità di individui “consumatori” e “utenti”, spesso sotto il controllo dei “tecnocrati” e degli specialisti del settore, la musica acquisisce sempre più valore in riferimento a parametri astratti e quantitativi (vendite, download, visualizzazioni, clic, “mi piace” dei social network ecc…), riducendosi a un “prodotto” forgiato dalle leggi del mercato, del marketing e della tendenza del momento.

Se la manipolazione delle menti e del meccanismo emotivo dell’“uomo-massa” sia dovuta a intenzioni meramente commerciali e non ideologiche o se sia il degradarsi di una intenzione metafisica e sovra-storica più originaria, resta un problema aperto.

L’ingenuo rifiuto della metafisica, come sapienza perenne che vivifica e nutre ciclicamente ogni dimensione umana (dall’estetica alla politica), ha condotto alle filastrocche scientiste, all’idolatria del progresso e dell’illusoria “evoluzione lineare” e a una società governata da un meccanismo “fraudolento”, derivato dalla mancanza di principi perenni.

L’ascolto della musica nelle tradizioni orientali o sciamaniche è sempre un “richiamo estatico” nella Risonanza del Remoto, che non implica alcun sentimento di afflizione o di rimpianto per un “qualcosa” di oggettivo o per un passato perduto, né un rifiuto pessimistico per il futuro, ma costituisce lo spazio metafisico per la relazione profonda, “verticale” con l’Origine, così prossima e così lontana, perché fuori dal tempo e dallo spazio. Da questo punto di vista, dalla capacità e dal livello di ascolto interiore dei “suoni esoterici” dipenderà il grado di esperienza estatica, la “fuor-iuscita” e la “ri-uscita”, la “fusione” e la “con-fusione”. Questo, però, è quanto di più “remoto”, “totalmente altro” rispetto al nostro modo di intendere la musica nell’era del “consumatore ipnotizzato”.

La Risonanza del Remoto […] non è tanto ciò che è distante nel tempo, ma ciò che è profondamente “altro” rispetto al nostro modo di intendere e sentire “qui ed ora”.

È, dunque, possibile ritrovare un significato “altro” della Musica, che non sia quello di una subliminale e occulta persuasione o di un sottofondo della “macchinazione” e dell’ingranaggio? Nel tempo della tecnocrazia e della sordità del “consumatore ipnotizzato”, è ancora possibile che la musica sia l’attimo eterno e spontaneo del “richiamo estatico” e non un rituale coercitivo di dissoluzione del tempo e di affossamento nella frivolezza o nel regressus ad infinitum del sub-umano? Se il Remoto risuona perennemente, nonostante e in forza della sua “distanza”, allora chi più del musicista ha il compito di aprirsi all’Ascolto del sacrificio sonoro originario e di ampliare la “fenditura” spaziotemporale per la sua Risonanza?