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Ernst Jünger
Heidelberg 1895
Riedlingen 1998
Itinerarium mentis per vestigia
κατα την του χρόνου τάξις
Nelle tempeste d’acciaio
La battaglia come esperienza interiore
Fuoco e Sangue
La mobilitazione totale
L’Operaio. Dominio e Forma
Oltre la linea
Trattato del ribelle
Lo stato mondiale
Filemone e Bauci
La battaglia come esperienza interiore
Der Kampf als inners Erlebnis, 1922.
Edizione italiana: Piano B edizioni, Prato 2017.
Noi però le sofferenze le abbiamo provate sul serio, le ferite ci hanno tormentato. Ma, e dobbiamo prendere anche questo in considerazione, noi abbiamo avuto accesso anche allo sconvolgimento ebbro che s’accompagna alla consapevolezza di compiere grandi azioni. Questa euforia […] sempre sia cara a colui che l’ha potuta provare nonostante l’orrore. Egli non ha sentito su di sé la sola violenza della materia. Si è spinto oltre: la sua è stata anche un’esperienza interiore.

È stata la guerra a fare gli uomini, e di questo tempo, ciò che sono. Una schiatta come la nostra non aveva mai calcato l’arena del pianeta per assumere il controllo sulla propria epoca. Mai prima d’ora una generazione è tornata alla luce della vita uscendo da un cancello buio e imponente – questa è la guerra. E non possiamo negare, come alcuni vorrebbero, che la guerra, madre di tutte le cose, lo sia anche di noi; ci ha forgiato, scalpellato e indurito. E sempre, finché la macina vibrante della vita continuerà a roteare in noi, questa guerra sarà il suo asse. Ci ha educato alla lotta, e resteremo combattenti finché viviamo. Potrà sembrare morta, i campi di battaglia abbandonati e maledetti come camere di tortura o colline da patibolo, ma lo spirito guerriero si è trasferito nei suoi uscieri, e non li abbandona mai. Esso è in noi, quindi ovunque, perché siamo noi a modellare il mondo, non il contrario.

La tecnica è mera macchina, è caso, proiettile cieco, privo di volontà propria, mentre ad animare l’uomo è la volontà di uccidere mediante una burrasca di polvere da sparo, ferro e acciaio, e quando due uomini si scontrano nel turbine della battaglia, s’incontrano due creature – e solo una sopravviverà. Queste due creature si lanciano in un confronto primigenio, la battaglia per la vita nella sua forma più cruda […]. L’urlo che nello scontro si mischia a quello del nemico è un urlo che lacera i cuori e li trascina ai confini dell’eternità. È un urlo ormai dimenticato dal fiume della cultura, un urlo di riconoscimento, d’orrore, di sete di sangue […]. Questa è la battaglia dei sentimenti, la lotta che impazza nel petto del guerriero quando attraversa i deserti di fuoco delle enormi battaglie: l’orrore, la paura, il presentimento della distruzione e la bramosia di scatenarsi.

Anche l’orrore appartiene alla massa di sentimenti che riposa da tempo nel nostro profondo, pronta a esplodere con una forza primigenia, complici vigorosi scossoni. Solo di rado le sue più oscure vibrazioni corrugano la fronte del moderno. Esso era invece costante, invisibile accompagnatore dell’uomo primitivo nel corso delle sue peregrinazioni per brulle steppe incommensurabili. Gli appariva di notte, tra tuoni e fulmini, e buttava in ginocchio con la sua presa strangolante il nostro antenato, colui che, impugnando miseri ciottoli, riuscì a rovesciare tutti i poteri del mondo. Eppure era proprio la consapevolezza dei propri punti deboli a tirare fuori la belva che era in lui. Perché un animale può forse provare timore quando un pericolo gli si para davanti, può provare paura quando viene inseguito e messo alle strette, ma non conosce l’orrore. Poiché esso è il primo baluginio della ragione. L’orrore è imparentato con la lussuria, l’ebbrezza del sangue e la voglia di mettersi in gioco.

Quando la guerra divampò come una fiaccola sui ruderi delle città, ognuno si sentì strappato, di punto in bianco, dal proprio quotidiano. Le masse si riversarono tumultuose e stravolte per le strade, pronte a sottoporsi alla mostruosa onda di sangue che andava formandosi e che finì per rimpicciolire tutti quei valori che le spinte tortuose del tempo avevano reso obbligatorio interiorizzare. La sofisticazione, il gusto dell’intreccio, delle sfumature infinite, la pianificata frammentazione del godimento, tutto questo evaporò nel cratere spumeggiante di pulsioni credute perse. La finezza dello spirito, il delicato culto della mente sparirono nella chiassosa rinascita della barbarie. Ben altri dèi furono posti sul trono della quotidianità: l’energia, la forza bruta, il coraggio virile.

La guerra è il più potente incontro tra i popoli […]. Poco importa quali idee e quali questioni agitino il mondo, è sempre stata la disputa del sangue a deciderne. Probabile che la libertà, la grandezza e la cultura siano nate nel silenzioso mondo delle idee, ma è stata la guerra a ottenerle, a diffonderle o a perderle. Mediante la guerra le grandi religioni sono divenute un bene per il mondo intero, le razze più valorose si sono messe in luce prendendo le mosse da oscure origini, e innumerevoli schiavi sono diventati uomini liberi. La guerra è umana quanto l’istinto sessuale: è legge di natura, perciò non ci sottrarremo mai al suo fascino. Non possiamo negarla, altrimenti finiamo divorati.

La nostra epoca mostra forti tendenze pacifiste […]. Ma bisogna dire le cose come stanno: se lo spirito di un popolo prende una direzione del genere, è un segno epocale della fine imminente. Per quanto una cultura svetti, se il suo polso virile si smorza, allora diventa un colosso dai piedi d’argilla. E più imponente è l’edificio, più chiasso farà crollando […]. Proprio per questo la cultura più alta ha il sacro dovere di avere anche i battaglioni più forti […]. Solo chi è forte tiene il proprio mondo in pugno: il debole è destinato a farlo evaporare nel caos.

In questo sono convintamente in sintonia con i pacifisti: per prima cosa siamo esseri umani, e questo ci unisce. Ma proprio perché siamo esseri umani verrà sempre il momento in cui dovremo saltarci addosso. Le occasioni e gli strumenti della battaglia cambieranno, ma la battaglia in sé è una di quelle forme di vita chiare fin da principio: resterà sempre la stessa.

Il coraggio virile è quanto di più prelibato. In faville divine il sangue schizza nelle vene quando si marcia sui campi diretti alla battaglia, con la chiara coscienza del proprio ardimento. Sotto il passo bellico appesantiscono, come foglie in autunno, tutti i valori del mondo […]. Il coraggio è il vento che soffia verso coste lontane, la chiave di tutti i tesori, il martello che ha forgiato grandi ricchezze, lo scudo senza il quale la cultura soccomberebbe. Il coraggio è l’impegno della singola persona fino alle più estreme conseguenze, l’assalto dell’idea alla materia senza remore né ripensamenti […]. Al diavolo quest’epoca che ci vuole privare del coraggio e degli uomini.

Poco ma sicuro, la lotta si nobilita con l’azione; e anche il motivo della lotta si nobilita. Altrimenti come si fa a stimare il nemico? Solo un valoroso può capirlo fino in fondo. La lotta è sempre qualcosa di sacro, un giudizio divino su due idee contrapposte. La voglia di difendere i nostri interessi in maniera sempre più aspra ci appartiene nel profondo; la battaglia è la nostra ragione ultima, perché solo combattendo si arriva a possedere qualcosa.

Noi abbiamo vissuto in un tempo in cui il coraggio era anche il migliore, ma anche se di questo tempo non dovesse rimanere nulla se non il ricordo di avvenimenti nei quali l’uomo non aveva alcun valore e i fini ne avevano uno assoluto, ci ripenseremo sempre con orgoglio. Noi abbiamo vissuto in un tempo in cui bisognava essere coraggiosi, e possedere coraggio significa essere all’altezza di qualsiasi destino: il sentimento più bello e più carico di orgoglio.

A quel punto solo i più focosi avvertivano l’ubriacatura della propria audacia. Non vi è nulla di più epico della marcia là dove sventola il manto della morte, là dove il nemico è l’unico obiettivo. È una cascata di vita. Niente compromessi: è il tutto per tutto. L’impegno al massimo, e se calano le tenebre è finita. E non si tratta di un gioco; un gioco lo si può ripetere, mentre qui un errore è irrimediabile e si perde la partita. Ecco cos’ha di straordinario, la guerra.

Il soldato presuppone il coraggio nel suo condottiero. I grandi, quelli veri, si sono sempre dimostrati all’altezza di questa fede. Alessandro, Cesare, Federico il Grande, Napoleone e i loro generali, son sempre intervenuti in prima persona quando le cose si mettevano male. Potevano sì perdere le battaglie, ma mai la fiducia dei loro uomini. Ne sono convinto: non le avrebbero mai perse, anche in assenza di reali occasioni per imporsi sul campo, perché i cuori coraggiosi riconoscono istintivamente la vera grandezza. Il coraggio riconosce il coraggio […]. Il sovrano ha l’obbligo di morire circondato dai suoi ultimi uomini. Legittimo desiderio degli innumerevoli altri che sono morti prima di lui. Lo richiede l’idea per la quale tutti scendono in battaglia. Quando un soldato dimostra, morendo, di elevare le proprie convinzioni al di sopra della vita, il condottiero non può fare altrimenti, perché egli è il rappresentante più fulgido di questa idea. Altrimenti è chiaro che il condottiero e l’idea non sono più indissolubilmente legati.

Vecchi siamo diventati, indolenti come gli anziani. Sarebbe un delitto essere o avere più degli altri. Ormai disabituati alle forti ebbrezze, il potere e gli uomini ci fanno orrore, i nostri nuovi dèi sono la massa e l’uguaglianza. Se la massa non può diventare come i pochi, allora che i pochi diventino come la massa. La politica, il teatro, gli artisti, i caffè, le scarpe tirate a lucido, i manifesti, i giornali, la morale, l’Europa di domani, il mondo di dopodomani: una massa tonante. Avanza come una bestia dalle mille teste, schiaccia tutto ciò che non si lascia inghiottire, invidiosa, parvenue, meschina.

Non sarà sempre necessario farsi strada tra crateri, fuoco e acciaio, ma il ritmo che contraddistingue questi eventi, questo ritmo ferreo, resterà identico. Il tramonto rosseggiante di un’epoca è, al contempo, un’alba in cui ci si arma per nuove, ancora più ardue battaglie. Molto più indietro, le enormi città, me armate di macchine, i regni scombussolati nel profondo dalla tempesta bellica, tutto ciò attende l’uomo nuovo, audace e aduso alla battaglia, impietoso con se stesso e con gli altri. Questa guerra non è la fine, bensì l’avvio della violenza. È l’incudine sulla quale il nuovo mondo viene battuto in nuovi orizzonti e nuove comunità. Nuove forme che vogliono essere riempite di sangue, potere che vuole essere afferrato col pungo di ferro. La guerra è una grande scuola, e l’uomo nuovo apparterrà alla nostra schiatta.

Forse andiamo a sacrificarci per qualcosa di inessenziale. Ma nessuno può privarci del nostro valore. L’importante non è per cosa combattiamo, ma come combattiamo. Ci scagliamo sull’obiettivo finché non assaporiamo il trionfo o restiamo sul campo. L’arte della lotta, l’impegno della singola persona, fosse anche per la più minuscola delle idee, conta di più di qualsiasi lambiccamento sul bene e sul male […]. Noi vogliamo mostrare ciò che abbiamo dentro, allora sì che, se cadiamo, avremo vissuto.

Il debole cede e crolla a terra come una cartuccia vuota, perché ha perso l’ultimo stimolo: la paura. E non c’è preghiera, ordine o minaccia che possano di nuovo tirarlo in piedi. Il forte, invece, sta fermo col volto impietrito, trionfatore inebriato della materia, nel pieno della bufera. Ha ritrovato l’equilibrio nel nuovo paradigma degli eventi: il mondo potrà anche ribaltarsi, ma un cuore coraggioso sarà sempre saldo.

La battaglia delle macchine è così rintronante che l’uomo per poco non vi scompare. Spesso, immerso nel campo di forza delle moderne battaglie, non mi è parso vero di assistere a un evento di proporzioni storiche. La battaglia assumeva i tratti di un meccanismo gigantesco e morto, emanando un’onda di distruzione gelida, impersonale, su tutta la spianata […]. Eppure, dietro a tutto c’è l’uomo. È lui a imporre alle macchine una direzione, un senso. È lui a far sì che lancino proiettili, esplosivo e veleni. Egli si leva al loro interno come un uccello predatore sopra il nemico. Si accovaccia nel loro ventre quando avanzano massicce sul campo di battaglia, sputando fuoco. È lui la creatura più pericolosa, assetata di sangue e risoluta del pianeta Terra.

Le battaglie e le guerre ci sono sempre state, ma ciò che vediamo qui all’opera, oscuro e incessante, è la forma più spaventosa in cui lo spirito del mondo abbia mai modellato la vita. E proprio perché queste masse avanzano in maniera così monotona per noi, dietro agli argini, diventare bacini colmi di un mostruoso potenziale, proprio per questo danno la sensazione del potere puro, che invade ogni singolo spettatore come una tempesta elettrica. Si coglie la stessa sobrietà inebriante che si manifesta solo nei cuori pulsanti delle nostre grandi città o nel concetto dei campi di forza elaborato dalla fisica moderna. Vi soggiace una volontà imperiale, degna delle masse coinvolte. Ciò che qui sta per scatenarsi è una battaglia nel segno di una nuovissima epoca.

Chi in questa guerra vede solo negazione e sofferenza non l’affermazione, il massimo dinamismo, allora avrà vissuto da schiavo. Costui avrà avuto solo un’esperienza esteriore, non un’esperienza interiore.

Ed ecco volare via la vita, la grande emozione, la volontà di combattere e di conquistare il potere nelle forme della nostra epoca, la nostra forma, la forma più ostinata e robusta che si possa immaginare. Dinnanzi a tale potente, perpetuo rifluire versi la battaglia tutte le opere s’annichiliscono, tutti i concetti si svuotano, e si coglie un che di elementare e grandioso che è sempre stato e sempre sarà, anche quando non ci saranno più né uomini e né guerre.
Fuoco e Sangue
Breve episodio di una grande battaglia
Feuer und Blut
Ein kleiner Ausschnitt aus einer grossen Schlacht
, 1925.
Edizione italiana: Ugo Guanda Editore, Milano 2016.
Sono felice di poter vivere quest’ora qui, in pace, e di non dover stare laggiù, nelle trincee, dove adesso sibilano in alto le prime pallottole traccianti e la terra frolla precipita con un tambureggiare monotono nell’acqua fangosa del sottosuolo. Laggiù certamente è la battaglia in corso che scaccia via tutto il resto. Le stagioni passano oltre in silenzio e la primavera si annuncia solo per il fatto che le nuvole di shrapnel si levano più fitte nel cielo. Perché per il guerriero la primavera è il tempo dei grandi assalti. Ah sì, bisognerebbe mentire se si volesse dire che si aspettano ancora con gioia i grandi combattimenti. Forse prima era così, una volta, quando non si poteva neanche arrivare al punto troppo alla svelta e la voglia di combattere covava nel sangue come l’anelito a una meravigliosa realizzazione. Prima, quando si era ancora giovani e il cuore, nell’udire la marce e i canti di guerra, non poteva immaginarsi niente di più bello che la focosa ebrezza della battaglia e la selvaggia azione virile. Già, questo incantesimo delle armi lampeggianti, del sangue schiumante e del gioco audace per la vita e per la morte sembrava superare di gran lunga ciò che l’esistenza aveva altrimenti da offrire.

Così l’intera giornata trascorre con un’infernale monotonia, e questo spettacolo in una landa apparentemente morta non viene visto da altri occhi che non siano quelli dei partecipanti. Questo è il materiale. Sotto gli occhi appaiono ampie zone industriali con le torri di estrazione delle miniere di carbone e il bagliore notturno degli altiforni – sale macchine con cinghie di trasmissione e volanti scintillanti, possenti scali per le merci con binari rilucenti, con un turbinio di variopinte lanterne segnaletiche e con la schiera di lampade ad arco che illuminano geometricamente lo spazio. Già, laggiù si fonda e si forgia nelle fasi penosamente regolate dal processo lavorativo di una colossale produzione, e in seguito tutto circolerà sulle grandi vie del traffico fino al fronte, come una somme di prestazioni, come forza immagazzinata che si scarica contro l’uomo per annientarlo. Il combattimento è una spaventosa misurazione delle industrie e la vittoria è il successo del concorrente che sa lavorare in modo più veloce e spietato. Qui l’epoca da cui discendiamo scopre le sue carte. Il dominio della macchina sull’uomo, dello schiavo sul signore diviene evidente, e un profondo contrasto, che già in tempo di pace aveva iniziato a scuotere gli ordinamenti economici e sociali, si insinua mortalmente anche nei combattimenti. Qui si svela lo stile di una stirpe materialistica e la tecnica celebra un sanguinoso trionfo.

Anche questo abbiamo imparato a conoscere, questo sentimento che l’uomo è superiore al materiale se sa porsi nei confronti di esso con il giusto atteggiamento, e che non si può immaginare una misura o un eccesso delle potenze esteriori in grado di spezzare la resistenza di un cuore coraggioso. Credo abbia un grande valore il fatto che abbiamo dovuto fare una simile esperienza – è un’esperienza che coinvolge la carne e il sangue. E se la generazione che ne è stata colpita doveva pagare il debito di colpe accumulate dalle generazioni precedenti, forse, nelle ore solitarie e spaventose trascorse in quell’ardente purgatorio, si è anche già raccolto un guadagno che più tardi darà ancora i suoi frutti e che pesa più di tutti i morti e di tutti i dolori. Nello specchio mortalmente scintillante della battaglia di materiali abbiamo guardato il crollo di un’epoca disperata e perduta. E forse la domanda: “Come ne usciremo?” cela in sé ancora un altro senso, più segreto, una decisione antichissima che viene sempre riproposta all’uomo e che qui, adesso, si è resa di nuovo manifesta.

Mi viene in mente quel fuciliere che di recente, a Cambrai, preso da un entusiasmo selvaggio per i nostri progressi, nel bel messo del combattimento è saltato al di là di una barricata e immediatamente dopo, crivellato di colpi, è stato scagliato al suolo sul fondo di una trincea. E io stesso, invece di imparare la lezione, ho fatto la stessa sciocchezza pochi minuti dopo, e me la sono ancora cavata con poco, rimediando una ferita di striscio alla testa. No, stavolta voglio tenere gli occhi aperti e non farmi accecare da quella vampa ardente che, strana e irresistibile, si accende quando il campo fuma di sangue appena versato. Quando si scorge il nemico oltre la cerchia di fuoco della sua azione, che lo nasconde come sotto una cappa mimetica, si è sopraffatti dalla tentazione di gettare via le armi e di saltargli addosso, come attratti da un miraggio mortale che per troppo tempo si è sottratto ai nostri sensi. È l’istante del pericolo supremo, quello in cui ci si dimentica di proteggersi e ci si lascia uccidere come in preda all’ebrezza.

E ora, da spettatori non visti, assistiamo a un’oscura parata, al corteo trionfale di una mortale volontà in cui si manifesta la spaventosa profondità della potenza. La sfilata passa qui silenziosa, inarrestabile, non si scorgono che contorni, quasi dissolti nelle tenebre, sicché ciò che appare è ormai solo un movimento e una volontà. Al di sopra della terra sta come sospeso un pugno possente, che spinge le masse in avanti – queste serrate colonne di fanteria, impersonali, senza una risata o un canto, avvolte dall’impatto degli stivali chiodati e dallo sferragliare dei fucili che sbattono contro gli elmetti in una ronzante nuvola di acciaio […]. Non è che una piccola porzione di ciò che viene sospinto innanzi, lungo molte strade e per molte notti, dalla volontà di combattere. Ma questo continuo movimento, questa ondata che avanza, rende lo spirito ebbro, allevia la gravità e affascina come la vista di una grande cascata. Qui non si spiegano bandiere colorate, non si levano dalle fila canti entusiasti, e il tessuto delle uniformi non risplende più del bagliore che irradiano gli sgargianti colori della paura negli animali corazzati. Tutto è monotono, uniforme e grigio. Tutto è sobrio e misurato, come l’andatura di una macchina in movimento. Tutto però è anche emozionante, come può esserlo la vista di una macchina per colui che ama la vita in tutta la sua pienezza e potenza. Qui andiamo verso il combattimento nelle nostre forme più proprie, per imprimere nuovi e vincolanti sigilli nella morbida cera del mondo. In silenzio, come prima di un azione solenne, lo spiegamento procede al cospetto dei testimoni, e ciascuno vede che è una grande causa quella per cui deve testimoniare qui, e si darà testimonianza, con il fuoco e con il sangue. Lo schieramento è ancora serrato, reca ancora in sé la forza gigantesca. Presto però si schiuderà focosamente, e allora apparirà chiaramente se siamo degni della terra. Sui campi fumanti essa accoglierà il vincitore, il migliore, il più audace, il più degno. È la terra che ama i combattenti, e perciò sarà ancora la terra a gettarci via come un attrezzo rotto se non supereremo la grande prova. Perciò marciate, reggimenti, affinché ogni singolo fucile sia al proprio posto! Avanzate cannoni, per darci la vostra testimonianza con le ardenti fauci da leoni e le lingue di fuoco! Ecco che si apre un varco nel grigio serpentone dell’esercito. Ci infiliamo dentro per affondare nel grande senso e nella grande unità.

La nostra tempesta di fuoco è così imponente che non ci si può immaginare nessuna forza capace di resisterle. E questo ci riempie di una gioia straordinaria. Ci spingiamo fuori dai cunicoli, da quella sicurezza cui solo poco prima avevamo attribuito un grandissimo valore, e danziamo come posseduti nella luce vacillante della trincea. Proprio così, siamo posseduti, posseduti da una volontà soverchiante che ci manifesta in questo paesaggio di fuoco, e non possiamo più prestare attenzione alla nostra sicurezza, che lo vogliamo o no. Mi accorgo subito che ciò che mi ero riproposto – non perdere la testa – è del tutto impossibile qui. Ciascuno di noi diviene necessariamente la parte vivente di una forza più grande. Qui non si può fare altro che lasciarsi condurre e formare sotto la presa dello spirito del mondo. Si vive la storia nel suo punto focale.

A tutte le postazioni delle sentinelle siedono giovani uomini dai volti audaci, induriti dalla lotta, e con occhi grandi e scuri. Ciascuno individuo si sente inserito nella comunità come in un saldo anello. Sono attimi in cui ci si rende conto della fortuna insita in simili legami – nella fratellanza del sangue, per la vita e per la morte.
Oltre la linea
Über die Linie, 1950.
Edizione italiana: Adelphi, 2010.
In ogni giudizio sulla situazione, in tutti i dialoghi e i monologhi che abbiano ad oggetto il futuro, si impone perciò subito la domanda a quali punti sia arrivato, in tanto, questo movimento […]. Non solo il concetto di nichilismo appartiene oggi a concetti confusi e controversi. Esso viene altresì utilizzato per scopi polemici. Si deve presagire comunque nel nichilismo un grande destino, una potenza fondamentale al cui influsso nessuno può sottrarsi. A questo carattere ubiquo del nichilismo è strettamente connesso il fatto che, se si prescinde dal sacrificio, è diventato impossibile il contatto con l’assoluto. Qui non ci sono santi. E neanche c’è l’opera d’arte perfetta. Come del resto non si trova, benché i progetti non manchino, un pensiero supremo che metta ordine; manca la principesca apparizione dell’uomo.

La difficoltà di definire il nichilismo sta nel fatto che è impossibile per la mente giungere a una rappresentazione del niente […]. Del niente non ci si può formare né un’immagine, né un concetto. Perciò il nichilismo, per quanto possa inoltrarsi nelle zone circostanti, antistanti il niente, non entrerà mai in contatto con la potenza fondamentale stessa. Allo stesso modo, si può avere esperienza del morire, non della morte. Anche il contatto immediato con il niente è pensabile, ma allora la conseguenza sarà l’annientamento istantaneo, come se una scintilla scaturisse dall’assoluto.

Non ci è difficile oggi, dopo esperienza ben meditate, distinguere tra gli effetti del nichilismo e gli effetti del caos […]. Ormai è chiaro che il nichilismo può senz’altro combinarsi armonicamente con sistemi d’ordine di grandi dimensioni, e che anzi è la regola che esso sia attivo e dispieghi la sua forza in tali sistemi. L’ordine è per il nichilismo un terreno fertile, che esso rimodella per i propri fini […]. Il nichilismo può effettivamente armonizzarsi con sistemi d’ordine di estese dimensioni e, per diventare attivo su larga scala, deve addirittura ricorrere ad essi.

Non ci occuperemo qui di che cosa questo tempo racchiuda quanto a sublimi speranze […]. Qui ci attraggono piuttosto gli effetti della svolta che è già avvenuta senza che le masse se ne siano accorte. Qui si trovano forse segni che possono fornire indicazioni pratiche per orientarsi nelle correnti nichiliste. Si tratta perciò della descrizione di sintomi e non di cause. Al primo sguardo, colpisce tra questi sintomi un tratto fondamentale, che si può definire tratto della riduzione. Il mondo nichilistico è per sua essenza un mondo ridotto e che sempre più si va riducendo, ciò che corrisponde necessariamente a un movimento verso il punto zero. La sensazione dominante è quella del ridurre e dell’essere ridotto […]. È caratteristica del pensiero nichilista l’inclinazione a ridurre il mondo, con le se intricate, molteplici tendenze, a un comune denominatore […]. Un altro di questi segni è la scomparsa del meraviglioso: con esso svaniscono non solo le forme della venerazione, ma anche lo stupore come fonte della scienza. Ciò che in questo stadio si può chiamare meraviglia, sorpresa, è soprattutto l’impronta della cifra nel mondo dello spazio e dei numeri. L’incommensurabile si farà notare in ogni direzione quale corrispettivo della scienza esatta, ridotta finalmente a pura tecnica della misurazione.

Un segno affine a tutto ciò può essere visto nella crescente tendenza al particolare, nella frammentazione e atomizzazione. Tale tendenza si manifesta anche nelle scienze dello spirito, dove la vocazione sinottica va quasi completamente svanendo, come del resto l’artigianato artistico nel mondo del lavoro […]. A questa atomizzazione, che nelle scienze e nella pratica ha un che di allarmante ma serve altresì a incrementare la circolazione, corrisponde sul piano morale il ricorso al valore inferiore […]. Un atto di riduzione si palesa, per esempio, quando Dio viene inteso come il “bene”.

Si è già visto spesso nella storia dell’uomo, rispetto a individui singoli come a unità più o meno grandi, il crollo delle gerarchie immortali con tutte le conseguenze relative. Ma erano pur sempre disponibili potenti riserve, nel mondo dei semplici e in quello dei dotti. C’era ancora terreno vergine in abbondanza, e intere civiltà rimasero inviolate. Oggi lo svanimento, che non è semplicemente svanimento, ma nello stesso tempo accelerazione, semplificazione, potenziamento e pulsione verso mete sconosciute, afferra il mondo intero […]. Coabitiamo con i terrificanti depositi di missili, studiati per l’indifferenziato annientamento di gran parte del genere umano […]. Non è di nessun aiuto chiudere gli occhi di fronte ad esso: è un’espressione della guerra cosmopolitica nella quale siamo impegnati. L’enormità delle forze e dei mezzi porta a concludere che ormai è in gioco il tutto. A questo si aggiunge l’uniformità dello stile. Tutto ciò rende necessario lo Stato mondiale. Non si tratta più di questioni nazionalistiche né della delimitazione di grandi spazi. Si tratta del pianeta in generale.

L’epoca delle ideologie, quali erano ancora possibili dopo il 1918, è tramontata; le grandi potenze le usano ormai come un trucco molto leggero […]. Che differenza fa se gli strumenti di sterminio vengono inventati e accumulati per incarico di oligarchie tiranniche o per deliberazioni parlamentari? Una differenza è certa: nel secondo caso la coercizione universale è ancora più evidente.

Ma la libertà non abita nel vuoto, essa dimora piuttosto nel disordinato e nell’indifferenziato, in quei territori che sono, sì, organizzabili ma che non appartengono all’organizzazione. Vogliamo chiamarli “la terra selvaggia” (die Wildnis); la terra selvaggia è lo spazio dal quale l’uomo può sperare non solo di condurre la lotta, ma anche di vincere. Non è più naturalmente una terra selvaggia di tipo romantico. È il terreno primordiale della sua esistenza, la boscaglia da cui egli un giorno irromperà come un leone. Anche nei nostri deserti ci sono infatti oasi nelle quali fiorisce la terra selvaggia. Isaia lo capì in analoghi tempi cruciali. Sono i giardini ai quali il Leviatano non ha accesso, intorno ai quali egli si aggira con rabbia. È innanzitutto la morte. Mai come oggi gli uomini che non temono la morte sono infinitamente superiori anche al più forte potere temporale. Per questo la paura deve essere propagata ininterrottamente. I tiranni vivono costantemente nella tremenda convinzione che a poter uscire dallo stato di paura siano in molti, non solo alcuni individui singoli, il che significherebbe con certezza la loro caduta. Questo è anche il vero motivo del rancore contro ogni dottrina del trascendente. Lì infatti si cela il massimo pericolo: che l’uomo non abbia più paura. Ci sono luoghi sulla terra nei quali già si perseguita la parola “metafisica” come eresia. È chiaro che ogni culto degli eroi e di ogni grande figura umana possa essere, lì, trascinato nella polvere.

Chi non ha sperimentato su di sé l'enorme potenza del niente e non ne ha subito la tentazione conosce ben poco la nostra epoca. Il proprio petto: qui sta, come un tempo nella Tebaide, il centro di ogni deserto e rovina. Qui sta la caverna verso cui spingono i demoni. Qui ognuno, di qualunque condizione e rango, conduce da solo e in prima persona la sua lotta, e con la sua vittoria il mondo cambia. Se egli ha la meglio, il niente si ritirerà in se stesso, abbandonando sulla riva i tesori che le sue onde avevano sommerso. Essi compenseranno i sacrifici.
Trattato del Ribelle
Der Waldgang, 1951.
Edizione italiana: Adelphi, 1990.
In questo mondo noi riconosciamo la libertà del singolo nel suo passaggio al bosco. E non si può non descrivere altresì la difficoltà, anzi il merito di essere un singolo in questo mondo. Nessuno contesta che il mondo è cambiato, e che, inevitabilmente, continua a cambiare – ma, insieme, canbia anche la libertà: non la sua natura, ma la sua forma. Viviamo nell'epoca del Lavoratore; sono convinto che questa tesi, col passare del tempo è diventata più chiara. La via del bosco crea all'interno di quest'ordine il movimento che lo differenzia dai modelli zoologici. Non si tratta di un gesto di liberalità né, tanto meno, di un gesto romantico, bensì di uno spazio d'azione per piccole élites consapevoli delle necessità del tempo, e non di queste soltanto.

In quel contesto una minoranza dell'uno per cento non ha alcun peso […]. Serve piuttosto a confermare la soverchiante maggioranza. Ma non appena si mettono da parte le statistiche per usare come criterio il valore, le cose cambiano aspetto. Da questo punto di vista, quell'unico voto si differenzia a tal punto da tutti gli altri da arrivare adirittura a legittimarli. E non c'è dubbio che il nostro elettore, oltre a essere in grado di formarsi un'opinione autonoma, sa come difenderla. Dobbiamo quindi concedergli anche la virtù del coraggio. È qui che dobbiamo cercare se vogliamo trovare quei singoli che, nei periodi, magari anche lunghi, di puro dominio della forza, pur con notevole sacrificio personale conservano la nozione del diritto. Anche quando tacciono, sono scogli sommersi intorno ai quali le acque continuano ad agitarsi. Essi dimostrano infatti che una forza predominante, se pure riesce a modificare il corso della storia, non può creare diritto. Se consideriamo le cose sotto questo aspetto, la forza del singolo in seno a grandi masse gerarchizzate non appare più tanto esigua.

Qui non si tratta più di rapporti numerici, bensì di concentrazioner dell'essere: entriamo infatti in un ordine diverso, in cui non fa alcuna differenza se l'opinione del singolo contrasta con quella di cento o di mille altri individui. Alla stessa stregua il suo giudizio, la sua volontà, la sua azione possono fare da contrappeso a dieci, venti o mille altre persone. Dacché il nostro uomo ha deciso di sottrarsi alle statistiche, lo stesso rischio che affronta gli darà la misura dell'insensatezza di quel meccanismo che si trova a una distanza così grande dalle fonti primigenee. Noi ci limiteremo a ipotizzare che, in una città di diecimila abitanti, cento di loro siano determinati a smantellare il potere.

Se le grandi masse fossero così trasparenti, così compatte fin nei singoli atomi come sostiene la propaganda dello Stato, basterebbero tanti poliziotti quanti sono i cani che servono a un pastore per le sue greggi. Ma le cose stanno diversamente, poiché tra il grigio delle pecore si celano i lupi, vale a dire quegli esseri che non hanno dimenticato che cos'è la libertà. E non soltanto quei lupi sono forti in se stessi, c'è anche il rischio che, un brutto giorno, essi trasmettano le loro qualità alla massa e che il gregge si trasformi in branco. È questo l'incubo dei potenti.

Uno dei caratteri peculiari del nostro tempo è che le scene più significative sono legate ad attori insignificanti. Soprattutto lo si vede nei suoi grandi uomini: abbiamo l'impresisone che si tratti di figure che potremmo incontrare ovunque, nei caffè di Ginevra o di Vienna, nelle mense ufficiali di provincia o in oscuri caravanserragli. Dove emergono tratti di intelligenza, oltre la mera forza di volontà, siamo autorizzati a pensare di essere in presenza di gente all'antica […]. L'aspetto irritante di questo spettacolo è il legame tra una statura così modesta e un potere funzionale così enorme. Questi sono gli uomini dinnanzi ai quali tremano milioni di persone, dalle cui decisioni milioni di persone dipendono.

Al pari di ogni altra configurazione strategica, anche questa riflette nitidamente l'immagine di un'epoca che vuole chiarire i suoi problemi in mezzo al fuoco. L'inevitabile assedio dell'essere umano è pronto da tempo, a disporlo sono teorie che tendono a una spiegazione logica e completa del mondo, e avanzano di pari passo con il progredire della tecnica. L'accerchiamento del nemico è prima razionale, poi anche sociale, e infine, al momento opportuno, lui, il nemico, viene sterminato. Non vi è destino più disperato che essere catturati in questa spirale, dove il diritto è usato come arma.

Si è ormai giunti a una nuova concezione del potere, a brutali considerazioni dagli effetti immediati. Per opporsi ad esse è necessaria una nuova concezione della libertà, ben lontana dagli sbiaditi concetti che oggi vengono associati a questa parola. Ma ciò presuppone che non ci si accontenti di salvare la pelle, e anzi si sia disposti a rischiarla.

Saranno quindi delle élites a dare battaglia per una nuova libertà – battaglia che esige grandi sacrifici e pretende un'interpretazione che non sia impari alla loro dignità.

Abbiamo indicato nel Lavoratore e nel Milite Ignoto due delle grandi figure del nostro tempo. Con sempre maggiore chiarezza il nostro sguardo vede delinearsi una terza figura, quella del Ribelle. Nel lavoratore il principio dell'efficienza tecnica si dispiega nel tentativo di penetrare e dominare l'universo in modo nuovo, di raggiungere mete vicine e lontane che nessun occhio aveva ancora mai veduto, di controllare forze che nessuno aveva ancoraa scatenato. Il Milite Ignoto dimora sul versante in ombra delle operazioni militari, è la vittima sascrificale designata a reggere i fardelli nei grandi deserti di fuoco, evocato quale spirito di bontà e di concordia non soltanto in seno ai singoli popoli, ma anche nelle controversie che li dividono. È il figlio diretto della terra. Chiamiamo invece Ribelle chi nel corso degli eventi si è trovato isolato, senza patria, per vedersi infine consegnato all'annientamento. Ma questo potrebbe essere il destino di molti, forse di tutti – perciò dobbiamo aggiungere qualcosa alla definizione: il Ribelle è deciso a opporre resistenza, il suo intento è dare battaglia, sia pure disperata. Ribelle è dunque colui che ha un profondo, nativo rapporto con la libertà, il che si esprime oggi nell'intenzione di contrapporsi all'automatismo e nel rifiuto di trarne la conseguenza etica, che è il fatalismo.

Perfino nella peggiore delle ipotesi, nel caso della disfatta totale, rimane una differenza abissale, come quella tra il giorno e la notte. Una strada sale verso i regni dei grandi sentieri, verso chi sacrifica la propria vita per una nobile causa, verso il destino di chi cade con le armi in pugno; l'altra scende invece verso le bassure dei campi di schiavitù e dei mattatoi, dove esseri primitivi hanno stretto con la tecnica un patto omicida. Qui non si parla più di destini, qui ciascuno è solamente un numero. Se avere ancora un proprio destino o essere considerato un numero: è questa la decisione che oggi sta di fronte a tutti, ma che ciascuno deve prendere da solo. Il singolo è sovrano oggi esattamente come in qualsiasi altro periodo della storia, e forse oggi è ancora più forte. Giacché il singolo, più i poteri collettivi guadagnano terreno, più si rende autonomo dalgi antichi organismi costituitisi nel tempo, e allora fa parte per se stesso. Diventa così l'antagonista del Leviatano, o addirittura il suo dominatore, il suo domatore.

Catturati nel gioco di potenti illusioni ottiche, siamo abituati a considerare l'uomo, se confrontato con le sue macchine e con l'arsenale della sua tecnica, un granello di sabbia. Ma queste illusioni sono e rimangono i fondali di una immaginazione gregaria. Come l'uomo le ha costruite così le può demolire, ovvero le può inserire in un nuovo ordine di significati. I vincoli della tecnica si possono infrangere, e a farlo può essere proprio il singolo.

In situaizoni del genere l'iniziativa passa immancabilmente nelle mani di quel gruppo di eletti che preferiscono il pericolo alla schiavitù.

I concetti di libertà del 1789 si sono rivelati caduchi e di fronte alla forza non riescono più ad affermarsi […]. Dobbiamo fare in modoche la libertà da noi ereditata si incarni nelle forme coniate dall'incontro con la necessità storica […]. Ma la storia autentica può essere fatta soltanto da uomini liberi. La storia è l'impronta che l'uomo libero dà al destino.

Vincere la paura della morte equivale dunque a vincere ogni altro terrore: tutti i terrori hanno significato solo in rapporto a questo problema primario. Passare al bosco, quindi, vuol dire innanzi tutto andare verso la morte. Questa strada arriva molto vicino alla morte – anzi, se necessario l'attraversa perfino. Il bosco come rifugio della vitadischiude i suoi tesori surreali quando l'uomo è riuscito a oltrepassare la linea. Qui si posa la eccedenza del mondo.

L'umana grandezza va conquistata lottando. Essa trionfa quando respinge nel cuore dell'uomo l'assalto dell'abiezione. Qui è racchiusa la sostanza della storia, nell'incontro dell'uomo con se stesso, o meglio: con la propria divina potenza.

Che cosa vuol dire per l'uomo di oggi farsi guidare dall'esempio del vincitore della morte, degli dèi, degli eroi, dei saggi? (Socrate) Vuol dire partecipare alla resistenza contro il tempo, e non soltanto contro questo tempo, bensì contro ogni tempo, il cui potere fondamentale è la paura. Qualsiasi paura, per quanto sembri derivata, è essenzialmente paura della morte. L'uomo che riesce qui a strapparle terreno può imporre la sua libertà in ogni altro ambito governato dalla paura, e abbattere i giganti, la cui arma è il terrore. Anche questo si è ripetuto nella storia moltissime volte.

È bene se la Chiesa può creare oasi. È meglio ancora se l'uomo non se ne accontenta. La Chiesa può offrire assistenza ma non esistenza. Anche qui, per il suo aspetto istituzionale, ci troviamo pur sempre a bordo della nave, ancora e sempre in movimento: la quiete è nel bosco. Soltanto all'uomo spetta la decisione: nessuno può sostituirsi a lui.

Dove esiste l'immortalità o anche soltanto la fede in essa, sappiamo che ci sono dei punti in cui nessun potere, nessuna potenza terrestre, per grande che sia, può ghermire, colpire o meno che mai distruggere l'uomo. Il bosco è un santuario.
Ernst Jünger
Heidelberg 1895 - Riedlingen 1998
Itinerarium mentis per vestigia
AUCTORITATES
La battaglia come esperienza interiore
Der Kampf als inners Erlebnis
, 1922.
Edizione italiana: Piano B edizioni, Prato 2017.

Noi però le sofferenze le abbiamo provate sul serio, le ferite ci hanno tormentato. Ma, e dobbiamo prendere anche questo in considerazione, noi abbiamo avuto accesso anche allo sconvolgimento ebbro che s’accompagna alla consapevolezza di compiere grandi azioni. Questa euforia […] sempre sia cara a colui che l’ha potuta provare nonostante l’orrore. Egli non ha sentito su di sé la sola violenza della materia. Si è spinto oltre: la sua è stata anche un’esperienza interiore.

È stata la guerra a fare gli uomini, e di questo tempo, ciò che sono. Una schiatta come la nostra non aveva mai calcato l’arena del pianeta per assumere il controllo sulla propria epoca. Mai prima d’ora una generazione è tornata alla luce della vita uscendo da un cancello buio e imponente – questa è la guerra. E non possiamo negare, come alcuni vorrebbero, che la guerra, madre di tutte le cose, lo sia anche di noi; ci ha forgiato, scalpellato e indurito. E sempre, finché la macina vibrante della vita continuerà a roteare in noi, questa guerra sarà il suo asse. Ci ha educato alla lotta, e resteremo combattenti finché viviamo. Potrà sembrare morta, i campi di battaglia abbandonati e maledetti come camere di tortura o colline da patibolo, ma lo spirito guerriero si è trasferito nei suoi uscieri, e non li abbandona mai. Esso è in noi, quindi ovunque, perché siamo noi a modellare il mondo, non il contrario.

La tecnica è mera macchina, è caso, proiettile cieco, privo di volontà propria, mentre ad animare l’uomo è la volontà di uccidere mediante una burrasca di polvere da sparo, ferro e acciaio, e quando due uomini si scontrano nel turbine della battaglia, s’incontrano due creature – e solo una sopravviverà. Queste due creature si lanciano in un confronto primigenio, la battaglia per la vita nella sua forma più cruda […]. L’urlo che nello scontro si mischia a quello del nemico è un urlo che lacera i cuori e li trascina ai confini dell’eternità. È un urlo ormai dimenticato dal fiume della cultura, un urlo di riconoscimento, d’orrore, di sete di sangue […]. Questa è la battaglia dei sentimenti, la lotta che impazza nel petto del guerriero quando attraversa i deserti di fuoco delle enormi battaglie: l’orrore, la paura, il presentimento della distruzione e la bramosia di scatenarsi.

Anche l’orrore appartiene alla massa di sentimenti che riposa da tempo nel nostro profondo, pronta a esplodere con una forza primigenia, complici vigorosi scossoni. Solo di rado le sue più oscure vibrazioni corrugano la fronte del moderno. Esso era invece costante, invisibile accompagnatore dell’uomo primitivo nel corso delle sue peregrinazioni per brulle steppe incommensurabili. Gli appariva di notte, tra tuoni e fulmini, e buttava in ginocchio con la sua presa strangolante il nostro antenato, colui che, impugnando miseri ciottoli, riuscì a rovesciare tutti i poteri del mondo. Eppure era proprio la consapevolezza dei propri punti deboli a tirare fuori la belva che era in lui. Perché un animale può forse provare timore quando un pericolo gli si para davanti, può provare paura quando viene inseguito e messo alle strette, ma non conosce l’orrore. Poiché esso è il primo baluginio della ragione. L’orrore è imparentato con la lussuria, l’ebbrezza del sangue e la voglia di mettersi in gioco.

Quando la guerra divampò come una fiaccola sui ruderi delle città, ognuno si sentì strappato, di punto in bianco, dal proprio quotidiano. Le masse si riversarono tumultuose e stravolte per le strade, pronte a sottoporsi alla mostruosa onda di sangue che andava formandosi e che finì per rimpicciolire tutti quei valori che le spinte tortuose del tempo avevano reso obbligatorio interiorizzare. La sofisticazione, il gusto dell’intreccio, delle sfumature infinite, la pianificata frammentazione del godimento, tutto questo evaporò nel cratere spumeggiante di pulsioni credute perse. La finezza dello spirito, il delicato culto della mente sparirono nella chiassosa rinascita della barbarie. Ben altri dèi furono posti sul trono della quotidianità: l’energia, la forza bruta, il coraggio virile.

La guerra è il più potente incontro tra i popoli […]. Poco importa quali idee e quali questioni agitino il mondo, è sempre stata la disputa del sangue a deciderne. Probabile che la libertà, la grandezza e la cultura siano nate nel silenzioso mondo delle idee, ma è stata la guerra a ottenerle, a diffonderle o a perderle. Mediante la guerra le grandi religioni sono divenute un bene per il mondo intero, le razze più valorose si sono messe in luce prendendo le mosse da oscure origini, e innumerevoli schiavi sono diventati uomini liberi. La guerra è umana quanto l’istinto sessuale: è legge di natura, perciò non ci sottrarremo mai al suo fascino. Non possiamo negarla, altrimenti finiamo divorati.

La nostra epoca mostra forti tendenze pacifiste […]. Ma bisogna dire le cose come stanno: se lo spirito di un popolo prende una direzione del genere, è un segno epocale della fine imminente. Per quanto una cultura svetti, se il suo polso virile si smorza, allora diventa un colosso dai piedi d’argilla. E più imponente è l’edificio, più chiasso farà crollando […]. Proprio per questo la cultura più alta ha il sacro dovere di avere anche i battaglioni più forti […]. Solo chi è forte tiene il proprio mondo in pugno: il debole è destinato a farlo evaporare nel caos.

In questo sono convintamente in sintonia con i pacifisti: per prima cosa siamo esseri umani, e questo ci unisce. Ma proprio perché siamo esseri umani verrà sempre il momento in cui dovremo saltarci addosso. Le occasioni e gli strumenti della battaglia cambieranno, ma la battaglia in sé è una di quelle forme di vita chiare fin da principio: resterà sempre la stessa.

Il coraggio virile è quanto di più prelibato. In faville divine il sangue schizza nelle vene quando si marcia sui campi diretti alla battaglia, con la chiara coscienza del proprio ardimento. Sotto il passo bellico appesantiscono, come foglie in autunno, tutti i valori del mondo […]. Il coraggio è il vento che soffia verso coste lontane, la chiave di tutti i tesori, il martello che ha forgiato grandi ricchezze, lo scudo senza il quale la cultura soccomberebbe. Il coraggio è l’impegno della singola persona fino alle più estreme conseguenze, l’assalto dell’idea alla materia senza remore né ripensamenti […]. Al diavolo quest’epoca che ci vuole privare del coraggio e degli uomini.

Poco ma sicuro, la lotta si nobilita con l’azione; e anche il motivo della lotta si nobilita. Altrimenti come si fa a stimare il nemico? Solo un valoroso può capirlo fino in fondo. La lotta è sempre qualcosa di sacro, un giudizio divino su due idee contrapposte. La voglia di difendere i nostri interessi in maniera sempre più aspra ci appartiene nel profondo; la battaglia è la nostra ragione ultima, perché solo combattendo si arriva a possedere qualcosa.

Noi abbiamo vissuto in un tempo in cui il coraggio era anche il migliore, ma anche se di questo tempo non dovesse rimanere nulla se non il ricordo di avvenimenti nei quali l’uomo non aveva alcun valore e i fini ne avevano uno assoluto, ci ripenseremo sempre con orgoglio. Noi abbiamo vissuto in un tempo in cui bisognava essere coraggiosi, e possedere coraggio significa essere all’altezza di qualsiasi destino: il sentimento più bello e più carico di orgoglio.

A quel punto solo i più focosi avvertivano l’ubriacatura della propria audacia. Non vi è nulla di più epico della marcia là dove sventola il manto della morte, là dove il nemico è l’unico obiettivo. È una cascata di vita. Niente compromessi: è il tutto per tutto. L’impegno al massimo, e se calano le tenebre è finita. E non si tratta di un gioco; un gioco lo si può ripetere, mentre qui un errore è irrimediabile e si perde la partita. Ecco cos’ha di straordinario, la guerra.

Il soldato presuppone il coraggio nel suo condottiero. I grandi, quelli veri, si sono sempre dimostrati all’altezza di questa fede. Alessandro, Cesare, Federico il Grande, Napoleone e i loro generali, son sempre intervenuti in prima persona quando le cose si mettevano male. Potevano sì perdere le battaglie, ma mai la fiducia dei loro uomini. Ne sono convinto: non le avrebbero mai perse, anche in assenza di reali occasioni per imporsi sul campo, perché i cuori coraggiosi riconoscono istintivamente la vera grandezza. Il coraggio riconosce il coraggio […]. Il sovrano ha l’obbligo di morire circondato dai suoi ultimi uomini. Legittimo desiderio degli innumerevoli altri che sono morti prima di lui. Lo richiede l’idea per la quale tutti scendono in battaglia. Quando un soldato dimostra, morendo, di elevare le proprie convinzioni al di sopra della vita, il condottiero non può fare altrimenti, perché egli è il rappresentante più fulgido di questa idea. Altrimenti è chiaro che il condottiero e l’idea non sono più indissolubilmente legati.

Vecchi siamo diventati, indolenti come gli anziani. Sarebbe un delitto essere o avere più degli altri. Ormai disabituati alle forti ebbrezze, il potere e gli uomini ci fanno orrore, i nostri nuovi dèi sono la massa e l’uguaglianza. Se la massa non può diventare come i pochi, allora che i pochi diventino come la massa. La politica, il teatro, gli artisti, i caffè, le scarpe tirate a lucido, i manifesti, i giornali, la morale, l’Europa di domani, il mondo di dopodomani: una massa tonante. Avanza come una bestia dalle mille teste, schiaccia tutto ciò che non si lascia inghiottire, invidiosa, parvenue, meschina.

Non sarà sempre necessario farsi strada tra crateri, fuoco e acciaio, ma il ritmo che contraddistingue questi eventi, questo ritmo ferreo, resterà identico. Il tramonto rosseggiante di un’epoca è, al contempo, un’alba in cui ci si arma per nuove, ancora più ardue battaglie. Molto più indietro, le enormi città, me armate di macchine, i regni scombussolati nel profondo dalla tempesta bellica, tutto ciò attende l’uomo nuovo, audace e aduso alla battaglia, impietoso con se stesso e con gli altri. Questa guerra non è la fine, bensì l’avvio della violenza. È l’incudine sulla quale il nuovo mondo viene battuto in nuovi orizzonti e nuove comunità. Nuove forme che vogliono essere riempite di sangue, potere che vuole essere afferrato col pungo di ferro. La guerra è una grande scuola, e l’uomo nuovo apparterrà alla nostra schiatta.

Forse andiamo a sacrificarci per qualcosa di inessenziale. Ma nessuno può privarci del nostro valore. L’importante non è per cosa combattiamo, ma come combattiamo. Ci scagliamo sull’obiettivo finché non assaporiamo il trionfo o restiamo sul campo. L’arte della lotta, l’impegno della singola persona, fosse anche per la più minuscola delle idee, conta di più di qualsiasi lambiccamento sul bene e sul male […]. Noi vogliamo mostrare ciò che abbiamo dentro, allora sì che, se cadiamo, avremo vissuto.

Il debole cede e crolla a terra come una cartuccia vuota, perché ha perso l’ultimo stimolo: la paura. E non c’è preghiera, ordine o minaccia che possano di nuovo tirarlo in piedi. Il forte, invece, sta fermo col volto impietrito, trionfatore inebriato della materia, nel pieno della bufera. Ha ritrovato l’equilibrio nel nuovo paradigma degli eventi: il mondo potrà anche ribaltarsi, ma un cuore coraggioso sarà sempre saldo.

La battaglia delle macchine è così rintronante che l’uomo per poco non vi scompare. Spesso, immerso nel campo di forza delle moderne battaglie, non mi è parso vero di assistere a un evento di proporzioni storiche. La battaglia assumeva i tratti di un meccanismo gigantesco e morto, emanando un’onda di distruzione gelida, impersonale, su tutta la spianata […]. Eppure, dietro a tutto c’è l’uomo. È lui a imporre alle macchine una direzione, un senso. È lui a far sì che lancino proiettili, esplosivo e veleni. Egli si leva al loro interno come un uccello predatore sopra il nemico. Si accovaccia nel loro ventre quando avanzano massicce sul campo di battaglia, sputando fuoco. È lui la creatura più pericolosa, assetata di sangue e risoluta del pianeta Terra.

Le battaglie e le guerre ci sono sempre state, ma ciò che vediamo qui all’opera, oscuro e incessante, è la forma più spaventosa in cui lo spirito del mondo abbia mai modellato la vita. E proprio perché queste masse avanzano in maniera così monotona per noi, dietro agli argini, diventare bacini colmi di un mostruoso potenziale, proprio per questo danno la sensazione del potere puro, che invade ogni singolo spettatore come una tempesta elettrica. Si coglie la stessa sobrietà inebriante che si manifesta solo nei cuori pulsanti delle nostre grandi città o nel concetto dei campi di forza elaborato dalla fisica moderna. Vi soggiace una volontà imperiale, degna delle masse coinvolte. Ciò che qui sta per scatenarsi è una battaglia nel segno di una nuovissima epoca.

Chi in questa guerra vede solo negazione e sofferenza non l’affermazione, il massimo dinamismo, allora avrà vissuto da schiavo. Costui avrà avuto solo un’esperienza esteriore, non un’esperienza interiore.

Ed ecco volare via la vita, la grande emozione, la volontà di combattere e di conquistare il potere nelle forme della nostra epoca, la nostra forma, la forma più ostinata e robusta che si possa immaginare. Dinnanzi a tale potente, perpetuo rifluire versi la battaglia tutte le opere s’annichiliscono, tutti i concetti si svuotano, e si coglie un che di elementare e grandioso che è sempre stato e sempre sarà, anche quando non ci saranno più né uomini e né guerre.

Fuoco e Sangue
Breve episodio di una grande battaglia
Feuer und Blut
Ein kleiner Ausschnitt aus einer grossen Schlacht
, 1925
Edizione italiana: Ugo Guanda Editore, Milano 2016.

Sono felice di poter vivere quest’ora qui, in pace, e di non dover stare laggiù, nelle trincee, dove adesso sibilano in alto le prime pallottole traccianti e la terra frolla precipita con un tambureggiare monotono nell’acqua fangosa del sottosuolo. Laggiù certamente è la battaglia in corso che scaccia via tutto il resto. Le stagioni passano oltre in silenzio e la primavera si annuncia solo per il fatto che le nuvole di shrapnel si levano più fitte nel cielo. Perché per il guerriero la primavera è il tempo dei grandi assalti. Ah sì, bisognerebbe mentire se si volesse dire che si aspettano ancora con gioia i grandi combattimenti. Forse prima era così, una volta, quando non si poteva neanche arrivare al punto troppo alla svelta e la voglia di combattere covava nel sangue come l’anelito a una meravigliosa realizzazione. Prima, quando si era ancora giovani e il cuore, nell’udire la marce e i canti di guerra, non poteva immaginarsi niente di più bello che la focosa ebrezza della battaglia e la selvaggia azione virile. Già, questo incantesimo delle armi lampeggianti, del sangue schiumante e del gioco audace per la vita e per la morte sembrava superare di gran lunga ciò che l’esistenza aveva altrimenti da offrire.

Così l’intera giornata trascorre con un’infernale monotonia, e questo spettacolo in una landa apparentemente morta non viene visto da altri occhi che non siano quelli dei partecipanti. Questo è il materiale. Sotto gli occhi appaiono ampie zone industriali con le torri di estrazione delle miniere di carbone e il bagliore notturno degli altiforni – sale macchine con cinghie di trasmissione e volanti scintillanti, possenti scali per le merci con binari rilucenti, con un turbinio di variopinte lanterne segnaletiche e con la schiera di lampade ad arco che illuminano geometricamente lo spazio. Già, laggiù si fonda e si forgia nelle fasi penosamente regolate dal processo lavorativo di una colossale produzione, e in seguito tutto circolerà sulle grandi vie del traffico fino al fronte, come una somme di prestazioni, come forza immagazzinata che si scarica contro l’uomo per annientarlo. Il combattimento è una spaventosa misurazione delle industrie e la vittoria è il successo del concorrente che sa lavorare in modo più veloce e spietato. Qui l’epoca da cui discendiamo scopre le sue carte. Il dominio della macchina sull’uomo, dello schiavo sul signore diviene evidente, e un profondo contrasto, che già in tempo di pace aveva iniziato a scuotere gli ordinamenti economici e sociali, si insinua mortalmente anche nei combattimenti. Qui si svela lo stile di una stirpe materialistica e la tecnica celebra un sanguinoso trionfo.

Anche questo abbiamo imparato a conoscere, questo sentimento che l’uomo è superiore al materiale se sa porsi nei confronti di esso con il giusto atteggiamento, e che non si può immaginare una misura o un eccesso delle potenze esteriori in grado di spezzare la resistenza di un cuore coraggioso. Credo abbia un grande valore il fatto che abbiamo dovuto fare una simile esperienza – è un’esperienza che coinvolge la carne e il sangue. E se la generazione che ne è stata colpita doveva pagare il debito di colpe accumulate dalle generazioni precedenti, forse, nelle ore solitarie e spaventose trascorse in quell’ardente purgatorio, si è anche già raccolto un guadagno che più tardi darà ancora i suoi frutti e che pesa più di tutti i morti e di tutti i dolori. Nello specchio mortalmente scintillante della battaglia di materiali abbiamo guardato il crollo di un’epoca disperata e perduta. E forse la domanda: “Come ne usciremo?” cela in sé ancora un altro senso, più segreto, una decisione antichissima che viene sempre riproposta all’uomo e che qui, adesso, si è resa di nuovo manifesta.

Mi viene in mente quel fuciliere che di recente, a Cambrai, preso da un entusiasmo selvaggio per i nostri progressi, nel bel messo del combattimento è saltato al di là di una barricata e immediatamente dopo, crivellato di colpi, è stato scagliato al suolo sul fondo di una trincea. E io stesso, invece di imparare la lezione, ho fatto la stessa sciocchezza pochi minuti dopo, e me la sono ancora cavata con poco, rimediando una ferita di striscio alla testa. No, stavolta voglio tenere gli occhi aperti e non farmi accecare da quella vampa ardente che, strana e irresistibile, si accende quando il campo fuma di sangue appena versato. Quando si scorge il nemico oltre la cerchia di fuoco della sua azione, che lo nasconde come sotto una cappa mimetica, si è sopraffatti dalla tentazione di gettare via le armi e di saltargli addosso, come attratti da un miraggio mortale che per troppo tempo si è sottratto ai nostri sensi. È l’istante del pericolo supremo, quello in cui ci si dimentica di proteggersi e ci si lascia uccidere come in preda all’ebrezza.

E ora, da spettatori non visti, assistiamo a un’oscura parata, al corteo trionfale di una mortale volontà in cui si manifesta la spaventosa profondità della potenza. La sfilata passa qui silenziosa, inarrestabile, non si scorgono che contorni, quasi dissolti nelle tenebre, sicché ciò che appare è ormai solo un movimento e una volontà. Al di sopra della terra sta come sospeso un pugno possente, che spinge le masse in avanti – queste serrate colonne di fanteria, impersonali, senza una risata o un canto, avvolte dall’impatto degli stivali chiodati e dallo sferragliare dei fucili che sbattono contro gli elmetti in una ronzante nuvola di acciaio […]. Non è che una piccola porzione di ciò che viene sospinto innanzi, lungo molte strade e per molte notti, dalla volontà di combattere. Ma questo continuo movimento, questa ondata che avanza, rende lo spirito ebbro, allevia la gravità e affascina come la vista di una grande cascata. Qui non si spiegano bandiere colorate, non si levano dalle fila canti entusiasti, e il tessuto delle uniformi non risplende più del bagliore che irradiano gli sgargianti colori della paura negli animali corazzati. Tutto è monotono, uniforme e grigio. Tutto è sobrio e misurato, come l’andatura di una macchina in movimento. Tutto però è anche emozionante, come può esserlo la vista di una macchina per colui che ama la vita in tutta la sua pienezza e potenza. Qui andiamo verso il combattimento nelle nostre forme più proprie, per imprimere nuovi e vincolanti sigilli nella morbida cera del mondo. In silenzio, come prima di un azione solenne, lo spiegamento procede al cospetto dei testimoni, e ciascuno vede che è una grande causa quella per cui deve testimoniare qui, e si darà testimonianza, con il fuoco e con il sangue. Lo schieramento è ancora serrato, reca ancora in sé la forza gigantesca. Presto però si schiuderà focosamente, e allora apparirà chiaramente se siamo degni della terra. Sui campi fumanti essa accoglierà il vincitore, il migliore, il più audace, il più degno. È la terra che ama i combattenti, e perciò sarà ancora la terra a gettarci via come un attrezzo rotto se non supereremo la grande prova. Perciò marciate, reggimenti, affinché ogni singolo fucile sia al proprio posto! Avanzate cannoni, per darci la vostra testimonianza con le ardenti fauci da leoni e le lingue di fuoco! Ecco che si apre un varco nel grigio serpentone dell’esercito. Ci infiliamo dentro per affondare nel grande senso e nella grande unità.

La nostra tempesta di fuoco è così imponente che non ci si può immaginare nessuna forza capace di resisterle. E questo ci riempie di una gioia straordinaria. Ci spingiamo fuori dai cunicoli, da quella sicurezza cui solo poco prima avevamo attribuito un grandissimo valore, e danziamo come posseduti nella luce vacillante della trincea. Proprio così, siamo posseduti, posseduti da una volontà soverchiante che ci manifesta in questo paesaggio di fuoco, e non possiamo più prestare attenzione alla nostra sicurezza, che lo vogliamo o no. Mi accorgo subito che ciò che mi ero riproposto – non perdere la testa – è del tutto impossibile qui. Ciascuno di noi diviene necessariamente la parte vivente di una forza più grande. Qui non si può fare altro che lasciarsi condurre e formare sotto la presa dello spirito del mondo. Si vive la storia nel suo punto focale.

A tutte le postazioni delle sentinelle siedono giovani uomini dai volti audaci, induriti dalla lotta, e con occhi grandi e scuri. Ciascuno individuo si sente inserito nella comunità come in un saldo anello. Sono attimi in cui ci si rende conto della fortuna insita in simili legami – nella fratellanza del sangue, per la vita e per la morte.

Oltre la linea
Über die Linie
, 1950
Edizione italiana: Adelphi, 2010.

In ogni giudizio sulla situazione, in tutti i dialoghi e i monologhi che abbiano ad oggetto il futuro, si impone perciò subito la domanda a quali punti sia arrivato, in tanto, questo movimento […]. Non solo il concetto di nichilismo appartiene oggi a concetti confusi e controversi. Esso viene altresì utilizzato per scopi polemici. Si deve presagire comunque nel nichilismo un grande destino, una potenza fondamentale al cui influsso nessuno può sottrarsi. A questo carattere ubiquo del nichilismo è strettamente connesso il fatto che, se si prescinde dal sacrificio, è diventato impossibile il contatto con l’assoluto. Qui non ci sono santi. E neanche c’è l’opera d’arte perfetta. Come del resto non si trova, benché i progetti non manchino, un pensiero supremo che metta ordine; manca la principesca apparizione dell’uomo.

La difficoltà di definire il nichilismo sta nel fatto che è impossibile per la mente giungere a una rappresentazione del niente […]. Del niente non ci si può formare né un’immagine, né un concetto. Perciò il nichilismo, per quanto possa inoltrarsi nelle zone circostanti, antistanti il niente, non entrerà mai in contatto con la potenza fondamentale stessa. Allo stesso modo, si può avere esperienza del morire, non della morte. Anche il contatto immediato con il niente è pensabile, ma allora la conseguenza sarà l’annientamento istantaneo, come se una scintilla scaturisse dall’assoluto.

Non ci è difficile oggi, dopo esperienza ben meditate, distinguere tra gli effetti del nichilismo e gli effetti del caos […]. Ormai è chiaro che il nichilismo può senz’altro combinarsi armonicamente con sistemi d’ordine di grandi dimensioni, e che anzi è la regola che esso sia attivo e dispieghi la sua forza in tali sistemi. L’ordine è per il nichilismo un terreno fertile, che esso rimodella per i propri fini […]. Il nichilismo può effettivamente armonizzarsi con sistemi d’ordine di estese dimensioni e, per diventare attivo su larga scala, deve addirittura ricorrere ad essi.

Non ci occuperemo qui di che cosa questo tempo racchiuda quanto a sublimi speranze […]. Qui ci attraggono piuttosto gli effetti della svolta che è già avvenuta senza che le masse se ne siano accorte. Qui si trovano forse segni che possono fornire indicazioni pratiche per orientarsi nelle correnti nichiliste. Si tratta perciò della descrizione di sintomi e non di cause. Al primo sguardo, colpisce tra questi sintomi un tratto fondamentale, che si può definire tratto della riduzione. Il mondo nichilistico è per sua essenza un mondo ridotto e che sempre più si va riducendo, ciò che corrisponde necessariamente a un movimento verso il punto zero. La sensazione dominante è quella del ridurre e dell’essere ridotto […]. È caratteristica del pensiero nichilista l’inclinazione a ridurre il mondo, con le se intricate, molteplici tendenze, a un comune denominatore […]. Un altro di questi segni è la scomparsa del meraviglioso: con esso svaniscono non solo le forme della venerazione, ma anche lo stupore come fonte della scienza. Ciò che in questo stadio si può chiamare meraviglia, sorpresa, è soprattutto l’impronta della cifra nel mondo dello spazio e dei numeri. L’incommensurabile si farà notare in ogni direzione quale corrispettivo della scienza esatta, ridotta finalmente a pura tecnica della misurazione.

Un segno affine a tutto ciò può essere visto nella crescente tendenza al particolare, nella frammentazione e atomizzazione. Tale tendenza si manifesta anche nelle scienze dello spirito, dove la vocazione sinottica va quasi completamente svanendo, come del resto l’artigianato artistico nel mondo del lavoro […]. A questa atomizzazione, che nelle scienze e nella pratica ha un che di allarmante ma serve altresì a incrementare la circolazione, corrisponde sul piano morale il ricorso al valore inferiore […]. Un atto di riduzione si palesa, per esempio, quando Dio viene inteso come il “bene”.

Si è già visto spesso nella storia dell’uomo, rispetto a individui singoli come a unità più o meno grandi, il crollo delle gerarchie immortali con tutte le conseguenze relative. Ma erano pur sempre disponibili potenti riserve, nel mondo dei semplici e in quello dei dotti. C’era ancora terreno vergine in abbondanza, e intere civiltà rimasero inviolate. Oggi lo svanimento, che non è semplicemente svanimento, ma nello stesso tempo accelerazione, semplificazione, potenziamento e pulsione verso mete sconosciute, afferra il mondo intero […]. Coabitiamo con i terrificanti depositi di missili, studiati per l’indifferenziato annientamento di gran parte del genere umano […]. Non è di nessun aiuto chiudere gli occhi di fronte ad esso: è un’espressione della guerra cosmopolitica nella quale siamo impegnati. L’enormità delle forze e dei mezzi porta a concludere che ormai è in gioco il tutto. A questo si aggiunge l’uniformità dello stile. Tutto ciò rende necessario lo Stato mondiale. Non si tratta più di questioni nazionalistiche né della delimitazione di grandi spazi. Si tratta del pianeta in generale.

L’epoca delle ideologie, quali erano ancora possibili dopo il 1918, è tramontata; le grandi potenze le usano ormai come un trucco molto leggero […]. Che differenza fa se gli strumenti di sterminio vengono inventati e accumulati per incarico di oligarchie tiranniche o per deliberazioni parlamentari? Una differenza è certa: nel secondo caso la coercizione universale è ancora più evidente.

Ma la libertà non abita nel vuoto, essa dimora piuttosto nel disordinato e nell’indifferenziato, in quei territori che sono, sì, organizzabili ma che non appartengono all’organizzazione. Vogliamo chiamarli “la terra selvaggia” (die Wildnis); la terra selvaggia è lo spazio dal quale l’uomo può sperare non solo di condurre la lotta, ma anche di vincere. Non è più naturalmente una terra selvaggia di tipo romantico. È il terreno primordiale della sua esistenza, la boscaglia da cui egli un giorno irromperà come un leone. Anche nei nostri deserti ci sono infatti oasi nelle quali fiorisce la terra selvaggia. Isaia lo capì in analoghi tempi cruciali. Sono i giardini ai quali il Leviatano non ha accesso, intorno ai quali egli si aggira con rabbia. È innanzitutto la morte. Mai come oggi gli uomini che non temono la morte sono infinitamente superiori anche al più forte potere temporale. Per questo la paura deve essere propagata ininterrottamente. I tiranni vivono costantemente nella tremenda convinzione che a poter uscire dallo stato di paura siano in molti, non solo alcuni individui singoli, il che significherebbe con certezza la loro caduta. Questo è anche il vero motivo del rancore contro ogni dottrina del trascendente. Lì infatti si cela il massimo pericolo: che l’uomo non abbia più paura. Ci sono luoghi sulla terra nei quali già si perseguita la parola “metafisica” come eresia. È chiaro che ogni culto degli eroi e di ogni grande figura umana possa essere, lì, trascinato nella polvere.

Chi non ha sperimentato su di sé l'enorme potenza del niente e non ne ha subito la tentazione conosce ben poco la nostra epoca. Il proprio petto: qui sta, come un tempo nella Tebaide, il centro di ogni deserto e rovina. Qui sta la caverna verso cui spingono i demoni. Qui ognuno, di qualunque condizione e rango, conduce da solo e in prima persona la sua lotta, e con la sua vittoria il mondo cambia. Se egli ha la meglio, il niente si ritirerà in se stesso, abbandonando sulla riva i tesori che le sue onde avevano sommerso. Essi compenseranno i sacrifici.

Trattato del Ribelle
Der Waldgang
, 1951
Edizione italiana: Adelphi, 1990.

In questo mondo noi riconosciamo la libertà del singolo nel suo passaggio al bosco. E non si può non descrivere altresì la difficoltà, anzi il merito di essere un singolo in questo mondo. Nessuno contesta che il mondo è cambiato, e che, inevitabilmente, continua a cambiare – ma, insieme, canbia anche la libertà: non la sua natura, ma la sua forma. Viviamo nell'epoca del Lavoratore; sono convinto che questa tesi, col passare del tempo è diventata più chiara. La via del bosco crea all'interno di quest'ordine il movimento che lo differenzia dai modelli zoologici. Non si tratta di un gesto di liberalità né, tanto meno, di un gesto romantico, bensì di uno spazio d'azione per piccole élites consapevoli delle necessità del tempo, e non di queste soltanto.

In quel contesto una minoranza dell'uno per cento non ha alcun peso […]. Serve piuttosto a confermare la soverchiante maggioranza. Ma non appena si mettono da parte le statistiche per usare come criterio il valore, le cose cambiano aspetto. Da questo punto di vista, quell'unico voto si differenzia a tal punto da tutti gli altri da arrivare adirittura a legittimarli. E non c'è dubbio che il nostro elettore, oltre a essere in grado di formarsi un'opinione autonoma, sa come difenderla. Dobbiamo quindi concedergli anche la virtù del coraggio. È qui che dobbiamo cercare se vogliamo trovare quei singoli che, nei periodi, magari anche lunghi, di puro dominio della forza, pur con notevole sacrificio personale conservano la nozione del diritto. Anche quando tacciono, sono scogli sommersi intorno ai quali le acque continuano ad agitarsi. Essi dimostrano infatti che una forza predominante, se pure riesce a modificare il corso della storia, non può creare diritto. Se consideriamo le cose sotto questo aspetto, la forza del singolo in seno a grandi masse gerarchizzate non appare più tanto esigua.

Qui non si tratta più di rapporti numerici, bensì di concentrazioner dell'essere: entriamo infatti in un ordine diverso, in cui non fa alcuna differenza se l'opinione del singolo contrasta con quella di cento o di mille altri individui. Alla stessa stregua il suo giudizio, la sua volontà, la sua azione possono fare da contrappeso a dieci, venti o mille altre persone. Dacché il nostro uomo ha deciso di sottrarsi alle statistiche, lo stesso rischio che affronta gli darà la misura dell'insensatezza di quel meccanismo che si trova a una distanza così grande dalle fonti primigenee. Noi ci limiteremo a ipotizzare che, in una città di diecimila abitanti, cento di loro siano determinati a smantellare il potere.

Se le grandi masse fossero così trasparenti, così compatte fin nei singoli atomi come sostiene la propaganda dello Stato, basterebbero tanti poliziotti quanti sono i cani che servono a un pastore per le sue greggi. Ma le cose stanno diversamente, poiché tra il grigio delle pecore si celano i lupi, vale a dire quegli esseri che non hanno dimenticato che cos'è la libertà. E non soltanto quei lupi sono forti in se stessi, c'è anche il rischio che, un brutto giorno, essi trasmettano le loro qualità alla massa e che il gregge si trasformi in branco. È questo l'incubo dei potenti.

Uno dei caratteri peculiari del nostro tempo è che le scene più significative sono legate ad attori insignificanti. Soprattutto lo si vede nei suoi grandi uomini: abbiamo l'impresisone che si tratti di figure che potremmo incontrare ovunque, nei caffè di Ginevra o di Vienna, nelle mense ufficiali di provincia o in oscuri caravanserragli. Dove emergono tratti di intelligenza, oltre la mera forza di volontà, siamo autorizzati a pensare di essere in presenza di gente all'antica […]. L'aspetto irritante di questo spettacolo è il legame tra una statura così modesta e un potere funzionale così enorme. Questi sono gli uomini dinnanzi ai quali tremano milioni di persone, dalle cui decisioni milioni di persone dipendono.

Al pari di ogni altra configurazione strategica, anche questa riflette nitidamente l'immagine di un'epoca che vuole chiarire i suoi problemi in mezzo al fuoco. L'inevitabile assedio dell'essere umano è pronto da tempo, a disporlo sono teorie che tendono a una spiegazione logica e completa del mondo, e avanzano di pari passo con il progredire della tecnica. L'accerchiamento del nemico è prima razionale, poi anche sociale, e infine, al momento opportuno, lui, il nemico, viene sterminato. Non vi è destino più disperato che essere catturati in questa spirale, dove il diritto è usato come arma.

Si è ormai giunti a una nuova concezione del potere, a brutali considerazioni dagli effetti immediati. Per opporsi ad esse è necessaria una nuova concezione della libertà, ben lontana dagli sbiaditi concetti che oggi vengono associati a questa parola. Ma ciò presuppone che non ci si accontenti di salvare la pelle, e anzi si sia disposti a rischiarla.

Saranno quindi delle élites a dare battaglia per una nuova libertà – battaglia che esige grandi sacrifici e pretende un'interpretazione che non sia impari alla loro dignità.

Abbiamo indicato nel Lavoratore e nel Milite Ignoto due delle grandi figure del nostro tempo. Con sempre maggiore chiarezza il nostro sguardo vede delinearsi una terza figura, quella del Ribelle. Nel lavoratore il principio dell'efficienza tecnica si dispiega nel tentativo di penetrare e dominare l'universo in modo nuovo, di raggiungere mete vicine e lontane che nessun occhio aveva ancora mai veduto, di controllare forze che nessuno aveva ancoraa scatenato. Il Milite Ignoto dimora sul versante in ombra delle operazioni militari, è la vittima sascrificale designata a reggere i fardelli nei grandi deserti di fuoco, evocato quale spirito di bontà e di concordia non soltanto in seno ai singoli popoli, ma anche nelle controversie che li dividono. È il figlio diretto della terra. Chiamiamo invece Ribelle chi nel corso degli eventi si è trovato isolato, senza patria, per vedersi infine consegnato all'annientamento. Ma questo potrebbe essere il destino di molti, forse di tutti – perciò dobbiamo aggiungere qualcosa alla definizione: il Ribelle è deciso a opporre resistenza, il suo intento è dare battaglia, sia pure disperata. Ribelle è dunque colui che ha un profondo, nativo rapporto con la libertà, il che si esprime oggi nell'intenzione di contrapporsi all'automatismo e nel rifiuto di trarne la conseguenza etica, che è il fatalismo.

Perfino nella peggiore delle ipotesi, nel caso della disfatta totale, rimane una differenza abissale, come quella tra il giorno e la notte. Una strada sale verso i regni dei grandi sentieri, verso chi sacrifica la propria vita per una nobile causa, verso il destino di chi cade con le armi in pugno; l'altra scende invece verso le bassure dei campi di schiavitù e dei mattatoi, dove esseri primitivi hanno stretto con la tecnica un patto omicida. Qui non si parla più di destini, qui ciascuno è solamente un numero. Se avere ancora un proprio destino o essere considerato un numero: è questa la decisione che oggi sta di fronte a tutti, ma che ciascuno deve prendere da solo. Il singolo è sovrano oggi esattamente come in qualsiasi altro periodo della storia, e forse oggi è ancora più forte. Giacché il singolo, più i poteri collettivi guadagnano terreno, più si rende autonomo dalgi antichi organismi costituitisi nel tempo, e allora fa parte per se stesso. Diventa così l'antagonista del Leviatano, o addirittura il suo dominatore, il suo domatore.

Catturati nel gioco di potenti illusioni ottiche, siamo abituati a considerare l'uomo, se confrontato con le sue macchine e con l'arsenale della sua tecnica, un granello di sabbia. Ma queste illusioni sono e rimangono i fondali di una immaginazione gregaria. Come l'uomo le ha costruite così le può demolire, ovvero le può inserire in un nuovo ordine di significati. I vincoli della tecnica si possono infrangere, e a farlo può essere proprio il singolo.

In situaizoni del genere l'iniziativa passa immancabilmente nelle mani di quel gruppo di eletti che preferiscono il pericolo alla schiavitù.

I concetti di libertà del 1789 si sono rivelati caduchi e di fronte alla forza non riescono più ad affermarsi […]. Dobbiamo fare in modoche la libertà da noi ereditata si incarni nelle forme coniate dall'incontro con la necessità storica […]. Ma la storia autentica può essere fatta soltanto da uomini liberi. La storia è l'impronta che l'uomo libero dà al destino.

Vincere la paura della morte equivale dunque a vincere ogni altro terrore: tutti i terrori hanno significato solo in rapporto a questo problema primario. Passare al bosco, quindi, vuol dire innanzi tutto andare verso la morte. Questa strada arriva molto vicino alla morte – anzi, se necessario l'attraversa perfino. Il bosco come rifugio della vitadischiude i suoi tesori surreali quando l'uomo è riuscito a oltrepassare la linea. Qui si posa la eccedenza del mondo.

L'umana grandezza va conquistata lottando. Essa trionfa quando respinge nel cuore dell'uomo l'assalto dell'abiezione. Qui è racchiusa la sostanza della storia, nell'incontro dell'uomo con se stesso, o meglio: con la propria divina potenza.

Che cosa vuol dire per l'uomo di oggi farsi guidare dall'esempio del vincitore della morte, degli dèi, degli eroi, dei saggi? (Socrate) Vuol dire partecipare alla resistenza contro il tempo, e non soltanto contro questo tempo, bensì contro ogni tempo, il cui potere fondamentale è la paura. Qualsiasi paura, per quanto sembri derivata, è essenzialmente paura della morte. L'uomo che riesce qui a strapparle terreno può imporre la sua libertà in ogni altro ambito governato dalla paura, e abbattere i giganti, la cui arma è il terrore. Anche questo si è ripetuto nella storia moltissime volte.

È bene se la Chiesa può creare oasi. È meglio ancora se l'uomo non se ne accontenta. La Chiesa può offrire assistenza ma non esistenza. Anche qui, per il suo aspetto istituzionale, ci troviamo pur sempre a bordo della nave, ancora e sempre in movimento: la quiete è nel bosco. Soltanto all'uomo spetta la decisione: nessuno può sostituirsi a lui.

Dove esiste l'immortalità o anche soltanto la fede in essa, sappiamo che ci sono dei punti in cui nessun potere, nessuna potenza terrestre, per grande che sia, può ghermire, colpire o meno che mai distruggere l'uomo. Il bosco è un santuario.

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