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ARGUMENTA
Esistenza ed Essenza

da Diá, Attraversando l'Ultimo Orizzonte e Altro della Notte.
Epopea dell'Originario ed Epoche dell'Umano
.
Aracne, 2020.Torneyamen con Sartre1 e Heidegger2.
Esistenza ed Essenza

da Diá, Attraversando l'Ultimo Orizzonte e Altro della Notte.
Epopea dell'Originario ed Epoche dell'Umano
.
Aracne, 2020. Torneyamen con Sartre1 e Heidegger2.
ARGUMENTA
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SAR: Essi [esistenzialisti cristiani e atei] hanno in comune soltanto questo: ritengono che l’esistenza preceda l’essenza, o, se volete, che bisogna partire dalla soggettività […]. Quando noi pensiamo a un Dio creatore, questo Dio è concepito in sostanza come un artigiano supremo […]. Ammettiamo sempre la volontà come in un modo posteriore all’intelletto o almeno come ciò che si accompagna ad esso, e che Dio, quando crea, sa con precisione che cosa crea. Così il concetto di uomo, nella mente di Dio, è come l’idea del tagliacarte nella mente del fabbricante, e Dio crea l’uomo servendosi di una tecnica determinata e ispirandosi ad una determinata concezione […]. Nel secolo XVIII°, con i filosofi atei, la nozione di Dio viene eliminata, non così però l’idea che l’essenza preceda l’esistenza […]. L’uomo possiede una natura umana: questa natura, cioè il concetto di uomo, si trova presso tutti gli uomini, il che significa che ogni essere umano è un esempio particolare di un concetto universale: l’uomo. In Kant da questa universalità risulta che l’uomo delle foreste, l’uomo naturale, come l’uomo civile, sono soggetti alla stessa definizione e possiedono le stesse qualità fondamentali. Così anche nel pensiero di Kant l’essenza umana precede quell’esistenza storica che incontriamo nella natura. L’esistenzialismo ateo, che io rappresento, è più coerente. Se Dio non esiste, esso afferma, c’è almeno un essere in cui l’esistenza precede l’essenza, un essere che esiste prima di poter essere definito da alcun concetto: quest’essere è l’uomo, o, come dice Heidegger, la realtà umana. Che significa in questo caso che l’esistenza precede l’essenza? Significa che l’uomo esiste innanzi tutto, si trova, sorge nel mondo, e che dopo si definisce. L’uomo, secondo la concezione esistenzialistica, non è definibile in quanto all’inizio non è nulla. Sarà solo in seguito, e sarà come si sarà fatto. Così non c’è una natura umana, poiché non c’è un Dio che la concepisca. L’uomo è soltanto, non solo quale si concepisce, ma quale si vuole, e precisamente quale si concepisce dopo l’esistenza e quale si vuole dopo questo slancio verso l’esistere: l’uomo non è altro che quello che si fa […]. Perché noi vogliamo dire che l’uomo in primo luogo esiste, ossia che egli è in primo luogo ciò che sfocia verso un avvenire e quello che ha coscienza di progettarsi verso l’avvenire. L’uomo è soprattutto un progetto che vive soggettivamente […]; nulla esiste prima di questo progetto.

Non la datità o ex–sistenza (non il suo esserci) e immutabile (die Götter) ed eterna (Aídios) di alcuna essenza può ante–incedere alcuna ex–sistenza, così a punto già da sempre essa conseguente ex–sistenza predeterminando e per sempre (Ich will, dass euer Muthmaassen nicht weiter reiche, als euer schaffender Wille): si conviene, in concento con quanto già postosi e con quanto oltre. L’ex–sistenza dell’Originario è — essenzialmente — autodecisionalità abissale, epperò non precondizionata da alcun fondamento posizionale di se stessa; è autoctisi, omonoma liceità endoex-vocativa del sé (Próklesis) dal nulla del sé (nullo praesupposto), assoluta creazione (Aber dass der Schaffende sei, dazu selber thut Leid noth und viel Verwandelung). Se vi fosse eterocondizionamento o eso-pre-supposizione all’ex–sistere dell’Originario, infatti, esso Originario non sarebbe tale, ma conseguente, e si dovrebbe ricercare la distinta identità (tì estì) — o essenza — del fondamento (o, egualmente, della datità già ex–sistente) di ciò che altresì appare quale esclusiva semovenza o autodistintività, inseitale dia-vergeza e dunque omnipreliminarietà.

Nondimeno, proprio giacché l’Originario non ammette alcuna ante-cedenza, in quanto ogni pre-ex-sistenza rispetto al suo avvento implicherebbe eterodeterminazione e di se stesso e di esso stesso avvento suo, invece a punto principiale, assolutamente liceo, abissale come affermatosi e autocausativo od omodeterminantesi, dichiarare il sorgere dell’originario ex–sistentesi particolare-categoriale entro un mondo (“Significa che l’uomo esiste innanzi tutto, si trova, sorge nel mondo, e che dopo si definisce”), porre ossia la precedenza dell’ex–sistenza rispetto alla stessa, abissalmente auto-ex-sistentesi, volontà di ex–sistenza — proiectiva volontà e autoctica che, proprio così (“ex–sistentesi”, “Autocausantesi”) determinandosi, già implicherebbe l’esserci di questa essenza o identità dello stesso autocausantesi —, presuppone il già esserci di questa datità o ex–sistenza (“il mondo”), l’esserci anteriore della quale già comporta condizionamento, epperò relativizzazione della stessa volontà autogena o libertà decisionale dell’Originario, così decretandolo sì originario di qualcosa, ma non originario di tutto, tantomeno del fondamento di se stesso, sì originario epperò, ma non assolutamente originantesi da sé, bensì o etero-originato, o a punto condizionato nel proprio auto-originarsi perciò stesso non autoctico, ebbene non autentico.

Questa affermazione dell’originaria sorgenza dell’Originantesi l’essenza entro un mondo già originatosi ovvero, qui a esprimersi in opposizione realistico-idealistica, implica l’anteposizione della Physis a fondamento del Geist, ma non l’Iità può ammettere fondamento esogeno alcuno, s’è dimostrato. Anche se, infatti — dopo ciò posto —, si ponesse il soggetto quale costruente — dal nulla — il proprio sé, qui inteso quale essenza del sé, l’esserci stesso di questo soggetto, l’identità del sé costruente dal nulla del contenuto del sé, non sarebbe stato anzitutto costruito da esso stesso soggetto, che pertanto non sarebbe l’assoluto costruttore del sé, qui inteso quale sostanza del sé, e, in quanto manchevole della costruzione originaria del sé, qui sempre inteso quale onticità del sé, non costruirebbe neppure il sé, qui inteso invece quale essenza del sé, dal nulla del sé, poiché, etero-ex–sistendo, questo suo esserci non è nulla, bensì mostra già almeno un’attribuzione, questa attribuzione, ossia il non essere costruttore del sé, qui inteso ancora come posizionalità del sé, ovvero l’essere esocausato, l’avere altresì oltre il sé dell’esserci del sé il fondamento.

Definendosi epperò la categorialità Uomo (= l’ex–sistentesi particolare originario) quale “assolutamente autodefinentesi”, non lo si può poi gettare neppure nella predefinizione dell’esocausazione della substanza del sé suo. Pertanto, non l’ex–sistenza dell’Originario può precedere questa sua stessa essenza (d’ex–sistentesi), non ossia esso stesso Originario può non già da se stesso e a se stesso vincolarsi, precisamente cioè a questa sua essenza d’ex–sistentesi, nell’atto e nell’esatto attimo stesso di tale imprecondizionato solo proprio ex–sistersi: ex-sistendo da se stesso, ebbene scegliendo di ex–sistere in assoluta o abissale liceità, già e di necessità elegge per se stesso anzitutto od originariamente — sincronicamente altresì o nella convergenza d’instante che coincentra i distinti nell’unità correlativa della Scissione — questa identità, e non altra, ovvero questa essenza.

Non dunque l’Originario ex–siste e poi costruisce la propria essenza in origine nulla, bensì anzitutto si ex–siste e dunque, in questo stesso attimo uniduale già determina la sua stessa essenza non e mai nulla, bensì a punto qualcosa già essente (cioè essente “omoprincipiazione del sé”) in questa stessa omoprincipiazione.

Altrimenti a porsi ebbene, sub specie ontologiae, l’ex–sistere da se stesso diviene già — ex–sistendo da se stesso l’Originario — attributo necessario della sua propria essenza — attributo epperò immanente o qualificante —, essenza che precisamente così si originariamente costituisce (principialmente e dunque, come già istituitosi, intrascendibilmente): liberamente scegliere per sé questa o quella essenza o qualità, anzitutto infatti implica l’originario libero scegliere per sé la Possibilità o Libertà totale della scelta, cioè la Possibilità o Libertà che non lascia oltre il proprio perimetro neppure la stessa possibilità o libertà originaria dell’autocausazione, e perciò già vincola a un’essenza, a questa qualità prima fondativa o autoprincipiale, già altresì determina o circoscrive — originariamente e dunque irrecedibilmente o irreversibilmente — l’orizzonte ulteriore dell’ex–sistere trascendentale (ossia quell’avvenire verso cui l’ex–sistenza “sfocia” o si “progetta”). Lo stesso modo d’essere dell’Originario pertanto, cioè il suo stesso e solo proprio evocarsi incondizionato all’ex–sistenza, la sua stessa libertà di scelta dell’essenza, già diviene la sua propria essenza o identità irrecedibile d’ex–sistentesi.

Egualmente, sub specie formae et formarum in spaziis, nell’istante autoctico stesso, il Principio si proietta nell’estremo, l’Orizzonte si posiziona o appunta, la Diavergenza coalesce, il Non-essere sostanzia, il — di volta in volta— liberamente Decidentesi si decide, e si decide così — Decidentesi — e non altrimenti, lungo tutta la durata della propria ex–sistenza o inoltrepassabilmente, incontrovertibilmente altresì.

Adunque, se l’Ex–sistentia pre–cedesse e sempre l’Essentia (del pari, come più innanzi: se ogni ex–sistenza intraprocessuale non avesse ante–sé alcuna essenza trascendentale), epperò, altrettalmente, se l’Originario avesse l’ex–sistersi o l’imprecondizionato causarsi per accidens, cioè quale suo attributo contingente (Symbebekós) e non necessario o a punto essenziale, esso Ex–sistentesi archeo sarebbe — sempre, ebbene lungo tutto il proprio essere — aperto alla presa della possibilità di non — quando che sia — liceamente più poter scegliere per sé la propria essenza, aperto quindi all’afferramento della libertà o contingenza di non più poter contingentemente eleggersi, decidersi, construirsi la propria essenza (dal suo “nulla” originario), aperto alla disponibilità epperò dell’afferramento (Herrschaft) del non più essere “artefice dell’essenza del sé”. E quindi, così predispostosi e non invece pre–salvatosi alla e dalla possibilità della Non–possibilità, così ossia — come già in altra figurazione dell’Antinomia originaria o dell’Originario in-sé antinomico — non escludente con necessità (Anánke) la Necessità dal proprio stesso adimensionale perimetro di possibilità positive, cioè dalla propria stessa posizione identitaria di Contingenza o Possibilità, ebbene non già originariamente assumendo questa solo sua o distintiva incontrovertibile essenza, non e mai avrebbe potuto essere, né mai potrebbe essere, libero di progettare imprecondizionatamente la propria ex–sistenza, giacché essa presa della possibilità dell’avvento suo in quanto Necessità — invero essa ghermitura della possibilità di recidere od oltrepassare la coerenza identitaria propria, cioè, parimenti, essa non esclusione — con necessità o per essentia — dell’Eterno dal perimetro puntuale od orizzonte identitario o essenziale del sé (si Ens necessarium est possibile, actu existet) —, già pre-avvolgerebbe ogni sua libertà autocreatrice (Was wäre denn zu schaffen, wenn Götter — da wären!: si Ens necessarium actu existet, ens contingens actu numquam existet), proprio in qualità di fondamento o essenza pre-disponendosi sovrastante a inibirla (mégas Ouranós, amphì dè Gaíe […] r’etanysthe pánte).

Ebbene, e l’essenza dell’Originario o Trascendentale si dà quale licea o contingente costruzione o (re)invenzione dell’essenza stessa, quale (ri)creazione constante ossia del senso dell’ex–sistere proprio (Essentia involvit solutam ex–sistentiam), e la sua stessa ex–sistenza, proprio così (“non alcuna essenza presupponente”) essa stessa essenza dell’ex–sistenza anzitutto e intrascendibilmente sempre proponendosi, così e non altrimenti (proprio cioè, ancora, escludendo, con necessità, da sé la Necessità o Essenza, ovvero proprio proponendo nella necessità o incontrovertibilità, nell’essenza altresì, questa sua — archeo-escate — scelta identitaria o precisamente essenziale di [constante ri-]creazione dell’identità o [immanente re-]invenzione dell’essenza), non può non già e sempre — incontrovertibilmente epperò o, si ripete, per essenza e non per accidente — determinare o costruite — e non può, come appena innanzi, che, con eguale cogenza, farlo progressivamente, cioè irreversibilmente, ebbene proprio via via imprimendosi quel carattere di necessità che in origine pro–positivamente conferisce a essa stessa distinta essenza sua — questa stessa sua essenza (soluta ex–sistentia involvit Essentiam suam) di libera costruzione o contingente determinazione dell’ex–sistenza.

Nell’attimo aurorale dunque, e l’autocausazione dell’ex–sistenza determina o stabilisce l’essenza trascendentale, e questa stessa essenza trascendentale orienta o perimetra essa stessa ex–sistenza trascendentale: ex–sistentia ed Essentia si coincentrano (Armonía Anankaia) nell’instante uniduale dell’Origine e così sempre si coimplicano e inoltrepassabilmente, cioè per — proposizionale (Pròodos) — necessità o coerenza identitaria del Categoriale, sempre riconvergendo (Epistrophé) nell’unità (Synthesis) permanente (Moné) della Controversione (Antíxoos Kállistos), nell’immanente ebbene conflittualità (Symmachía) che atremida (Ununruhe) dimora nell’incentro (Unruhe-ansich-selbst).

Pertanto, proprio proponendosi, già dall’infondatezza della stessa affermazione originaria, l’essenza dell’ex–sistenza quale Ex–sistenza, invero quale — sempre (= immanenza, identità, essenza, necessità) — libera determinazione dell’ex–sistenza, l’ex–sistentesi non può non — sempre — ex–sistersi, invero sempre liberamente determinare la propria ex–sistenza.

Nonpertanto, se l’ex–sistentesi si determinasse sempre quale ex–sistentesi, ebbene se scegliesse quale contenuto della propria essenza sempre la libera creazione dell’ex–sistenza, essa stessa essenza originaria non sarebbe a punto incontrovertibile, essa attribuzione cioè non sarebbe essenziale, bensì accidentale o contingente, giacché questa stessa perenne scelta dell’essenza originaria quale libera determinazione dell’ex–sistenza violerebbe o reciderebbe proprio questo medesimo contenuto dell’essenza (= identità) prima: affinché l’ex–sistentesi sia essenzialmente o sempre se stesso, affinché ovvero la libera determinazione della propria ex–sistenza sia a esso essenza e non accidentale attribuzione, si deve di necessità demarcare distinzione o differenza (= iato, dia–lacerazione) tra essa essenza originaria e ogni ulteriore essenza scelta.

Infatti, senza questa necessità di demarcazione di diversità o distinzione da questa stessa prima proposizione dell’essenza (di creazione della propria ex–sistenza), essa stessa prima ex–sistenza non sarebbe mai stata libera di crearsi la propria essenza, non avrebbe cioè mai potuto porre la libertà per sua essenza, giacché avrebbe avuto, ante la sua ex–sistenza, un’altra essenza predeterminantela, ossia l’essenza del Sempre–eguale o dell’Identità (= Necessità): l’impossibilità di scegliere (un contenuto) altro dalla scelta originaria (il cui contenuto è la Scelta–in-sé), pone infatti questa scelta originaria — il suo contenuto identitario di sempre nuovamente scegliersi — entro la necessità del sempre medesimo, epperò pone il contingente come necessario, violandone la coerenza identitaria (ma ciò, a sua volta, comporta il porre l’antecedenza della Necessità rispetto alla Contingenza, ed essa antecedenza la necessità di dimostrare la possibilità di fondazione dell’Endo–conciliato, possibilità che invece non appare). Al contrario, porre il Contingente come necessariamente — o a punto per essenza — cangiante, cioè porlo entro la necessità del sempre diverso, non pone il Contingente quale Necessario, ma pone — progressivamente — questo stesso Contingente quale necessariamente Contingente o (infine) Cangiante non (mai) per accidente.

E dunque, come ricomporre entro l’unità la dia–vergenza tra la necessità o essenza trascendentale dell’ex–sistentesi originario di sempre liberamente scegliere la propria ex–sistenza, cioè l’inoltrepassabilità (del contenuto) dell’essenza originaria, e la necessità di scegliere sempre una differente essenza dell’ex–sistere rispetto a detta essenza originaria o a punto trascendentale dell’ex–sistere, cioè il necessario oltrepassamento di questa stessa (posizione della) essenza originaria?

Ebbene, proprio essendo l’essenza dell’ex–sistenza originaria libera costruzione dell’ex–sistenza, cioè progressiva creazione o determinazione di ciò che si è, determinandosi come altra da questa stessa propria determinazione prima, cioè determinandosi come altra da sé, non già l’ex–sistenza trascendentale sovverte essa identità o scelta aurorale, bensì, proprio essendosi ancora determinata, cioè nuovamente determinata, ebbene, ulteriormente determinata rispetto al contenuto — certo orizzontale — della determinazione prima di sé (di sempre Determinante il proprio sé [e sempre determinare il sé significa, si è detto, ulteriormente distinguerlo e non eternamente permanere nell’eguale]), la conferma, anzi, la, a punto ulteriormente, riafferma, cioè maggiormente la rinsalda o più coerentizza.

Ovvero, ancora in ottica spaziale, sì essa ex–sistenza prima procede rispetto alla scelta originaria che distinta permane relitta, irreversibile a retaggiare o preavvolgere ogni ulteriorità (per cui ogni ulteriore ex–sistenza — intra-processuale — già trova essa stessa essenza trascendentale o prisca ante sé, quale sua struttura dell’essenza), ma il contenuto stesso o l’essenza di ciò che relitto permane quale — concreta o presente in quanto attuale — ipostatizzazione prima della libera proposizione del sé, si è già, dall’unidualità dell’autoprincipio stesso, subtracto e preserbato a, e da, ogni possibile sovvertimento proposto dall’ulteriorità sua — ed è esattamente questa prisca proiezione di insovvertibilità a conferigli, via via sempre più concretamente, il carattere di essenza categoriale o comune —, proprio in quanto già da principio salvo o partenio dimorante nell’ipostatizzazione — precisamente prolettica o “formale”, presente in quanto potenziale — di questo stesso suo essere Ex-tremità (suo ossia del contenuto di detta ipostasi o istituzione prima, di essa persistenza autentica altrettalmente), e saldo o essenzialmente stabilitosi in tale escate o ipotetica dimora precoinvolge, egualmente omniavvolge, ogni ulteriore alterazione o differente determinazione di questa stessa essenza originaria, essenza originaria o categoriale risospinta innanzi — cioè più oltre approssimata al suo compimento — proprio da ogni de terminazione diversa o ulteriore (= nuova ricreazione) dell’essenza dell’ex–sistere.

Ogni dilacerante differenziazione apertasi entro il contenuto dell’Originario, infatti, altrimenti a nuovamente stabilirsi, ogni ebbene diversione tra contenuto positivo dell’essenza “Creazione sempre nuova dell’ex–sistenza propria”, e sua concretizzazione negativa, cioè dantesi giacché altra da detta essenza originaria, è già, ancora una volta, e da principio, ricomposta, entro la medesima essenza dell’Originario, dalla sua consentaneità, a ogni contraddittorietà o contrastativa recisione confermatasi, ebbene viepiù concretizzatasi, con lo stesso in-sé dell’Originario, essenzialmente Formalità, Dilacerazione, Divergenza del sé dal sé o a punto dell’essenza del sé Reinvenzione constante.

Come più innanzi indicatosi pertanto, nella trattazione del coinvolgimento di ontogenesi e filogenesi, proprio sul fondamento trascendentale dell’essenza comune di ogni ex–sitere quale creazione dell’essenza del solo proprio ex–sistere, cioè proprio sul fondamento della coimplicazione originaria di essenza ed ex–sistenza nel categoriale, ogni ex–sistenza (differrente e di necessità o per essenza, e da detta ex–sistenza universale, e da ogni altra ex–sistenza “empirica” o piuttosto intra-processuale) e sempre (ri)crea dal nulla la propria essenza, così corrispondendo (Wiederholung), e corrispondendovi per necessità, all’essenza del partecipato da ogni ex-sistentesi “oltre-gettatosi”, e, proprio in coerenza a essa con-risposta essenza categoriale, non e mai la (ri)crea dal nulla: se così fosse, infatti, ogni ex–sistenza avrebbe le medesime possibilità creative dell’ex–sistenza categoriale, ma se tale comunanza o continuità di potenza vi fosse, non vi sarebbe iato o distinzione tra l’ex–sistenza originaria e ogni altra ex–sistenza, ma, ancora, senza distanza tra l’origine e ogni punto del suo percorso, non vi sarebbe precisamente incremento o disvolgimento di questa stessa ex–sistenza trascendentale, che invece si dà proprio quale progressiva costruzione, ebbene processuale differenziazione, del proprio sé o a punto creazione della propria essenza (né altresì vi sarebbe la stessa origine, essa origine stessa per esserci necessitando il distaccamento di almeno un’ulteriorità da sé, s’è detto), ma, in ultimo, senza continuo incremento della diversità, senza cioè progressiva demarcazione della differenza, semplicemente non vi sarebbe la stessa discretudine dell’in-sé Differenziazione.

E pertanto, questa medesima ex–sistenza trascendentale, proponendosi quale “libera costruzione del sé”, non può permanere nel sempre eguale o nel necessario, bensì, proprio nel sempre eguale (cioè in detta coerenza identitaria o essenza, ovvero necessità — ipotetica — di contingenza) dimorando, già e irreversibilmente oltreprocede (e si rammenti altresì qui, parenteticamente, quanto già espostosi nel principio isagogico circa la coimplicazione — che struttura la stessa essenza dell’Originario, in se stesso costitutivamente diviso tra seità e inseità, posizione e contenuto della posizione [= Ulteriorità, Alterità], quale strutturazione processiva del sé — tra categoriale e individuale, giacché l’autoprincipiantesi stessa struttura identitaria endo-dia-vergentesi del categoriale medesimo comprende, nell’individuazione intro-dipartitiva propria, la delegazione o l’affido del sé suo alla co-essenzialità altra da sé e da sé ulteriore).

E dunque, esplicando ancora la dicotomia o contraddizione dimorante nell’unitarietà o coalescenza ipseitale dell’Originario, la cui fenomenologia del fondarsi suo è qui posta sotto indagine, ora “esistenzialisticamente”: non ogni ex–sistenza, da un lato, può determinare per sé un’essenza già da altre ex–sistenze — datesi — posta, altrimenti l’ex–sistenza trascendentale reciderebbe la propria coerenza identitaria (e s’è già dedotta l’impossibilità ante finem di ciò), cioè permarrebbe nell’eguale, nell’eterno, nel coerente, nell’identico, nell’immoto, nell’immemorabile (Ákletos) epperò e nell’indistinto (Akleés) o improcesso (ovvero, altresì a dirsi, non ogni riscelta autentica ha innanzi la stessa quantità di Potenza); dall’altro, non ogni ex–sistenza, proprio in quanto gettata nella necessità (o essenza trascendentale) di creare per sé la propria essenza, e di crearla in assoluta liceità, ossia dal nulla di qualsivoglia precondizione o essenza già posta, ebbene di determinare essenze sempre nuove, può non (ri)scegliere (Wiederholung) per sé anzitutto questa stessa essenza comune a ogni ex–sistenza, essenza comune che pertanto si pone proprio quale precondizione o struttura (= orizzonte categoriale) di ogni ex–sistenza autentica in libera costruzione dell’essenza e particolare e propria (ovvero, simmetricamente, ogni riscelta autentica assume sempre la stessa qualità di Potenza).

Proprio giacché datasi essa essenza comune e trascendentale quale constante creazione del sé, ebbene quale progressiva distinzione di detta stessa essenza comune, non tale delimitativa o perimetrale precondizione entro cui ogni ex–sistenza non categoriale si trova “gettata”, può dunque sempre e soltanto essere determinata come in principio, ossia quale libera costruzione del sé (non si deve ossia intendere che ogni ex–sistenza non trascendentale sia vincolata solo e soltanto alla necessità della libera creazione del sé), proprio perché, se così avvenisse, questa stessa ex–sistenza omnicompartecipata o prima reciderebbe esattamente questa sua medesima coerenza identitaria o essenziale (di Essenziante-si) a cui anzitutto e sempre si vincola (o entro cui si “auto[pro]getta”), in sé permanendo e non oltre sé, cioè oltre l’originaria — orizzontale o escate — affermazione dell’essenza del sé, procedendo.

Ogni ex–sistenza intra-processuale infatti si trova vincolata non esclusivamente dalla scelta — originaria e dunque trascendentale, categoriale e dunque strutturale — della libera costruzione del sé, bensì, oltre a questa deliberazione primordiale, e proprio sul fondamento archeo-escate od omniavvolgente del contenuto di detta stessa decisione, a tutte le ulteriori — sino a lì e allora datesi — decisioni dell’essenza del sé trascendentale, ossia, egualmente, a tutte le scelte del solo proprio sé attuate da ogni distinto o intra-processuale sé antecedente, deliberazioni distinte distinguenti l’Originario e dunque costituenti precisamente il contenuto di questa solo sua e comune essenza trascendentale o prima (proprio poiché infatti il contenuto dell’essenza trascendentale si pro-pone quale “creazione della propria essenza”, può tenersi in unità e il suo legare nell’inoltrepassabilità comune l’omni-inerenza propria, e il dover-essere oltrepassata di ogni concretizzazione dell’essenza sua da a punto ogni ex–sistenza ulteriore e dunque distinta [e il suo essere intrascendibilmente epperò o sempre — essenzialmente a punto — creazione dell’essenza, eil suo non poterlo più ulteriormente o nuovamente essere oltre l’originario o precisamente categoriale così escate proporsi nell’ex–sistenza]: si rammenti infatti l’Omni-compartecipato essere in sé, nel proprio contenuto ossia, Altro-da-ogni-suo-compartecipantelo, cioè si ricordi il suo legare negativamente a sé il differente molteplice, ebbene si ripresenzi ora l’essere in sé dilacerazione l’uno che accomuna il distinto, vuoto il contenuto che avvolge ogni pienezza — e la pienezza anzitutto aurorale o adimensionale del sé di Perimetralità di ogni pienezza —, negativo il fondamento di ogni affermazione, l’essere negativo o piuttosto l’essere il Negativo in sé).

Pertanto, ogni ex–sistenza si trova oscillante (Épamphoterizein) tra la necessità della libera invenzione del sé dal nulla di ogni precondizione (si ribadisce: il contenuto dell’essenza categoriale o autentica diviene struttura dell’essenza di ogni ex–sistenza, egualmente all’identità autentica o primiera), e il vincolo a detta possibilità ricreativa posto dalle precondizioni rappresentate e dalla posizione di questa stessa necessità della libera invenzione del sé o prima e trascendentale proposizione dell’essenza del sé, e dal via via concretarsi del suo contenuto, ossia da ogni ulteriore proposizione essenziale già presenziatasi ante il presenziarsi di questa ex–sistenza particolare, e ciò senz’altro in corrispondenza al dettato medesimo dell’Originario: se ogni ex–sistenza particolare infatti sceglie per sé sempre l’inaudito, altro non compie se non l’incremento della lacerazione entro il contenuto del sé dell’Originario, aumentandone la concentrazione di concretezze o attualità, distinzioni o identità, entro la sua contraddittorietà, intensificazione della concentrazione della contraddittorietà, innalzamento del suo dettaglio o discretudine, che già e simmetricamente altro non realizza se non l’estendere maggiormente la distanza tra l’originario e la sua origine, dilatandone (Diastolé) epperò la negatività e dunque già, enantio-dromicamente, contraendone (Sy[n] stolé) la positività verso l’ultimità adimensionale (Orizzonte = Io).

Anche in questa figurazione dell’Originario quindi, la dia-vergenza entro cui si trova gettata ogni individualità è ricondotta a unità dalla compartecipazione alla stessa Mono-dualità omni-ecistica: così come, infatti, dal proprio stesso autogenerativo atto primo, il Distinguentesi in sé e permane in sé (Methektós), e proprio permanendo in esso sé di Dia-vergenza si distanzia da questa ipostasi prima sottraendosi nell’estremità dell’attesa compiuta del sé (Améthektos), cioè già in principio e sempre dimora nel contenuto escate di detta ipostasi archea, dischiudendo così lo Iato, ebbene la sua stessa essenza, entro cui ogni gettatezza alberga, epperò la divaricazione — identitaria per l’Originario — che ogni intraprocessualità assume quale struttura del sé; così, allo stesso modo, ogni ex–sistenza proprio in essa Dilacerazione prima o essenziale di morando (e che, ed essendo, e questa essendo, vi dimori per necessità, si è già più volte dedotto), trova — quale sempre avanguardiale coincentrazione del Dibattito trascendentale — e innanzi a sé (ossia tra il suo essere estremità intraprocessuale o concentrazionale punto più avanzato del processo, e il contenuto — prolettico — Estremità in se stessa) la potenza residua della Potenza in se stessa, cetera vacuità che le consente esattamente la possibilità di estrarre dal nulla della precondizione la propria perciò assolutamente libera essenza, e ante sé (ossia tra questo stesso suo essere quadraturale [Geviert] estremità non categoriale, e lo stesso originario proporsi o appuntarsi della Prolessi trascendentale), il contenuto della Potenza in se stessa — invero la sua contraddistinzione, ebbene ogni sua attuazione pregressa, dall’attuazione prima o peri-delineativa di Potenza, a ogni ulteriore attuazione, già, in quanto tale, apofaticamente viepiù affermantela —, ebbene la sua Storia, cioè, egualmente, (il contenuto de) la sua identità o essenza.

In questa compartecipazione della struttura dell’essenza impartecipabile dell’Originario pertanto, ogni ex–sistenza riassume o rivive in sé la vicenda sublime (Tragödie) della Contraddizione principiale (Morgenröte), qui datasi sub specie essentiae exsistentiaeque, l’evento ossia e il dramma gioioso (Fröhliche) del dilacerarsi tra l’essere e l’essere Dover-essere, tra attualità e attualità giacché Potenza, tra essenza ed essenza di libera invenzione dell’essenza, tra irreversibilità o pienezza del Retaggio (Erde) e imprecondizionalità o vacuità dell’Orizzonte (Himmel).

SAR: Ma se davvero l’esistenza precede l’essenza, l’uomo è responsabile di quello che è […]. E quando diciamo che l’uomo è responsabile di se stesso, non vogliamo dire che l’uomo è responsabile della sua rigorosa individualità, ma lui è responsabile di tutti gli uomini […]. Quando diciamo che l’uomo si sceglie, intendiamo che ciascuno di noi si sceglie, ma, con questo, vogliamo anche dire che ciascuno di noi, scegliendosi, sceglie per tutti gli uomini. Infatti, non c’è un solo dei nostri atti che, creando l’uomo che vogliamo essere, non crei nello stesso tempo una immagine dell’uomo quale noi giudichiamo debba essere […]. Se l’esistenza, d’altra parte, precede l’essenza e noi vogliamo esistere nello stesso tempo in cui formiamo la nostra immagine, questa immagine è valida per tutti e per tutta la nostra epoca intera. Così la nostra responsabilità è molto più grande di quello che potremmo supporre, poiché essa coinvolge l’umanità intera […]. Così sono responsabile per me stesso e per tutti e creo una certa immagine dell’uomo che scelgo. Scegliendomi, io scelgo l’uomo.

Certamente: proprio in quanto incentro-della-quadratura, come già più innanzi manifesto, ogni ex–sistenza autentica decide dell’ex–sistenza trascendentale. Precisamente infatti giacché gettata nella necessità della compartecipazione all’essenza universale — categoriale essenza, si ripete, datasi quale libera o contingente costruzione dell’essenza del sé nella distinzione del sé da ogni costruzione datasi — ogni azione — autentica o agita nell’attimo della riassunzione grave — di ogni ex–sistentesi intraprocessuale o a punto posizionata entro la dispiegantesi essenza trascendentale, proprio giacché esso agentesi sopraggiunge libero di decidere o costruire la propria essenza, proprio ebbene in quanto avviene all’ex–sistenza già imposto nella disponibilità di estrarre (Exciere) o ex-imprimere (Nafnfestr, Eidopoíesis) dal nulla reli-quo — dal nulla dell’innanzi ossia — la propria imprecondizionata forma distintiva, decide della stessa disponibilità cetera di esso Nulla, decide ossia della stessa essenza del Trascendentesi, poiché ogni sua distintiva scelta propelle (= occlude, specularmente) lo stesso contenuto di Possibilità o Nullità dell’essenza originaria (il suo contenuto quindi, e non mai essa stessa positiva essenza [di Contenente la potenza o il nulla di ogni attuazione ulteriore e anzi tutto della propria, autoctica e archea, d’Orizzonte ultimo o Possibilità estrema o in sé, ebbene liminale altresì o non altro contenente dal riverbero tautologico del sé]), verso l’estremità o esaustività del proprio compimento, ossia aggiunge quest’ulteriore pienezza — rappresentata precisamente da questa solo sua propria distintiva decisione autentica — al contraddittorio della Contraddizione, viepiù stipandolo d’essere o identità, atto o essenza. E pertanto, proprio poiché questa medesima aggiunta o sopraggiunta pienezza colma viepiù o ulteriormente serra questo stesso contro-orizzonte della gettatezza che predetermina ossia, irreversibile, vincola o delimita, ogni ex–sistenza successiva che in esso trascorso sopraggiungendo alligna, ogni decisione autentica certamente decide per tutta “l’umanità” ventura, a cui a punto sottrae o esclude possibilità o, in rifrazione contraria, a cui a punto conferisce ulteriore retaggio, inspessisce del pari il passato (ogni autentica decisione, infatti, sì è presa risguardando l’orizzonte categoriale venturo [Himmel], evocando l’inaudito altresì, e in ciò è impredeterminata o abissale, ebbene autentica, ma non ogni autentico decidente può non autenticamente decidere risguardando tale endoevacuo orizzonte lontano se non già esso stesso essendo allignato [Erde] in questo sempre suo e più prossimo trascorso, trascendentale trascorso o filogenetico esso stesso già riassunto nel medesimo attimo, parimenti dicotomico o uniduale, d’autentica decisionalità).

E tuttavia, ulteriormente, proprio poiché l’essenza dell’originario si propone in quanto distinzione progressiva (Epopoiía), non la sua effige dimora in questa stessa primigenìa prolettica, non nella semplice concretezza ultima della formalità archea, bensì nel complesso o integralità del suo stesso trascorso, nella teoria ossia di tutte le azioni (Peripéteia). Ogni azione epperò scolpendone il profilo, questa stessa attuale decisione autentica, in questo stesso instante concentrazionale della quadratura, non solo ha giurisdizione sulle possibilità dei sopraggiungenti, ma retroagisce anche su tutto lo stesso già agito, proprio perché alla luce di questa nuova azione, tutto il già trascorso acquisisce questa sempre differente profilazione complessiva: posta A, sì B, conseguente, non può annullarla, recandola entro sé e irreversibilmente, per cui anche se B si proponesse come non-A, è dall’essere stato di A che vive entro B e già la predetermina, che B proietterebbe il suo voler essere antitesi di A; nondimeno, il significato stesso di A, posta B, è differente dal significato che A aveva ante la posizione di B, poiché alla nuova luce di B, A stesso disvela maggiormente il proprio significato pregresso, ebbene ciò che allora fu.

HEI: Nella decisione ne va per l’Esserci del suo poter-essere più proprio, il quale, in quanto gettato, può progettarsi soltanto in possibilità determinate ed effettive.

Può pro-gettarsi autenticamente soltanto, piuttosto, nella determinazione effettiva di possibilità non ancora determinate, ossia può autenticamente progettarsi soltanto da possibilità già determinate ed effettive (Iità) contro l’indeterminatezza residuale della Possibilità originaria (Orizzontalità).

SAR: Innanzitutto, che cosa intendiamo per l’angoscia? L’esistenzialista prontamente dichiara che l’uomo è l’angoscia. Significa questo: l’uomo che è impegnato e che si rende conto che non è solo quello che sceglie di essere, ma è la scelta di un legislatore, insieme a tutta l’umanità in sé, non può sfuggire al senso della sua responsabilità totale e profonda.

La consapevolezza di essere il centro (Geviert) del cozzare (Stossen) di Terra-e-Cielo, Io-e-Orizzonte, Oltrepassato-e-Avvento, la consapevolezza egualmente di riassumere entro sé, in ogni istante decisivo, il Tutto, la consapevolezza, ancora, di decidere e per ogni ex–sistenza transcorsa, e per ogni ex–sistenza ventura, non già getta, se si permane precisamente nel dominio dell’autenticità, l’Uomo nell’angoscia, bensì gli conferisce Gravitas, l’unico ebbene o a punto l’autentico modo d’essere dell’Uomo consentaneo all’essenza trascendentale solo sua e sempre.

HEI: Siccome il fondare che istituisce è il progetto delle proprie possibilità, in esso l’esserci si slancia ognora in avanti. In conformità alla sua essenza, il progetto delle possibilità è via via più ricco del possesso in cui il progettante si trova già precedentemente. Ma un simile possesso appartiene all’esserci perché, in quanto progettante, esso si sente situato in mezzo all’ente. Con ciò sono già sottratte all’esserci determinate altre possibilità, e precisamente solo per la sua fatticità. Ma proprio questa sottrazione di certe possibilità al suo poter-essere-nel-mondo, inclusa nel coinvolgimento nell’ente, è ciò che pone di fronte all’esserci, come costitutive del suo mondo, le possibilità «realmente » coglibili nel progetto di un mondo.

Piuttosto: trascendentalmente, ognora l’attualità della Progettualità in sé s’incrementa, decrescendo al contempo la possibilità della Progettualità, per cui ogni progettante intra-processuale e via via possiede maggiore fondatezza o attualità (“è via via più ricco del possesso in cui il progettante si trova già precedentemente”), e via via possiede minore abissalità o potenza (“con ciò sono già sottratte all’esserci determinate altre possibilità, e precisamente solo per la sua fatticità”). Ma, possedere una quota minore di latenza o negazione coimplica con necessità l’allontanarsi dall’origine dell’originaria Latenza o Negazione per approssimarsi viepiù alla sua conchiusione incontraddittoria o compiuta affermatività: ecco pertanto come la decisione che evoca e oltrepassa vesta sempre il cremisi della Gravitas. Ciò che dunque ciascun progettante-gettato progressivamente possiede non è null’altro che sottrazione di Sottrazionalità, epperò addizione di Positività e Pienezza che, se da un lato (Phylé-Génesis) incrementa del Differenziantesi categoriale la distanza o dia-versione dal principio autodiscostativo o endodevastativo proprio, dall’altro (Ónto-Génesis) offre la possibilità autentica a questo coessenziale differenziantesi individuale di assidersi innanzi alle solo sue proprie possibilità, ebbene di fronte alla stessa pretta e incalcata Potenza originaria.

HEI: In corrispondenza ai due modi di fondare, la trascendenza è ad un tempo uno slancio in avanti e una sottrazione. Il fatto che il progetto di un mondo, slanciandosi in avanti, acquisti forza e diventi un possesso solo nella sottrazione, è una testimonianza trascendentale della finitezza della libertà dell’esserci.

Della finitezza della libertà dell’esserci, dell’esserci stesso e della stessa Trascendentalità: sia.

Alberto Iannelli

1 I passi di Sartre sono tratti da:
L’esistenzialismo è un umanismo, Armando Editore, Roma 2010.
2 I passi di Heidegger sono tratti da:
Essere e tempo, Longanesi, Milano 1980.
Dell’essenza del Fondamento, in, Segnavia, Adelphi, Milano 1987.

SAR: Essi [esistenzialisti cristiani e atei] hanno in comune soltanto questo: ritengono che l’esistenza preceda l’essenza, o, se volete, che bisogna partire dalla soggettività […]. Quando noi pensiamo a un Dio creatore, questo Dio è concepito in sostanza come un artigiano supremo […]. Ammettiamo sempre la volontà come in un modo posteriore all’intelletto o almeno come ciò che si accompagna ad esso, e che Dio, quando crea, sa con precisione che cosa crea. Così il concetto di uomo, nella mente di Dio, è come l’idea del tagliacarte nella mente del fabbricante, e Dio crea l’uomo servendosi di una tecnica determinata e ispirandosi ad una determinata concezione […]. Nel secolo XVIII°, con i filosofi atei, la nozione di Dio viene eliminata, non così però l’idea che l’essenza preceda l’esistenza […]. L’uomo possiede una natura umana: questa natura, cioè il concetto di uomo, si trova presso tutti gli uomini, il che significa che ogni essere umano è un esempio particolare di un concetto universale: l’uomo. In Kant da questa universalità risulta che l’uomo delle foreste, l’uomo naturale, come l’uomo civile, sono soggetti alla stessa definizione e possiedono le stesse qualità fondamentali. Così anche nel pensiero di Kant l’essenza umana precede quell’esistenza storica che incontriamo nella natura. L’esistenzialismo ateo, che io rappresento, è più coerente. Se Dio non esiste, esso afferma, c’è almeno un essere in cui l’esistenza precede l’essenza, un essere che esiste prima di poter essere definito da alcun concetto: quest’essere è l’uomo, o, come dice Heidegger, la realtà umana. Che significa in questo caso che l’esistenza precede l’essenza? Significa che l’uomo esiste innanzi tutto, si trova, sorge nel mondo, e che dopo si definisce. L’uomo, secondo la concezione esistenzialistica, non è definibile in quanto all’inizio non è nulla. Sarà solo in seguito, e sarà come si sarà fatto. Così non c’è una natura umana, poiché non c’è un Dio che la concepisca. L’uomo è soltanto, non solo quale si concepisce, ma quale si vuole, e precisamente quale si concepisce dopo l’esistenza e quale si vuole dopo questo slancio verso l’esistere: l’uomo non è altro che quello che si fa […]. Perché noi vogliamo dire che l’uomo in primo luogo esiste, ossia che egli è in primo luogo ciò che sfocia verso un avvenire e quello che ha coscienza di progettarsi verso l’avvenire. L’uomo è soprattutto un progetto che vive soggettivamente […]; nulla esiste prima di questo progetto.

Non la datità o ex–sistenza (non il suo esserci) e immutabile (die Götter) ed eterna (Aídios) di alcuna essenza può ante–incedere alcuna ex–sistenza, così a punto già da sempre essa conseguente ex–sistenza predeterminando e per sempre (Ich will, dass euer Muthmaassen nicht weiter reiche, als euer schaffender Wille): si conviene, in concento con quanto già postosi e con quanto oltre. L’ex–sistenza dell’Originario è — essenzialmente — autodecisionalità abissale, epperò non precondizionata da alcun fondamento posizionale di se stessa; è autoctisi, omonoma liceità endoex-vocativa del sé (Próklesis) dal nulla del sé (nullo praesupposto), assoluta creazione (Aber dass der Schaffende sei, dazu selber thut Leid noth und viel Verwandelung). Se vi fosse eterocondizionamento o eso-pre-supposizione all’ex–sistere dell’Originario, infatti, esso Originario non sarebbe tale, ma conseguente, e si dovrebbe ricercare la distinta identità (tì estì) — o essenza — del fondamento (o, egualmente, della datità già ex–sistente) di ciò che altresì appare quale esclusiva semovenza o autodistintività, inseitale dia-vergeza e dunque omnipreliminarietà.

Nondimeno, proprio giacché l’Originario non ammette alcuna ante-cedenza, in quanto ogni pre-ex-sistenza rispetto al suo avvento implicherebbe eterodeterminazione e di se stesso e di esso stesso avvento suo, invece a punto principiale, assolutamente liceo, abissale come affermatosi e autocausativo od omodeterminantesi, dichiarare il sorgere dell’originario ex–sistentesi particolare-categoriale entro un mondo (“Significa che l’uomo esiste innanzi tutto, si trova, sorge nel mondo, e che dopo si definisce”), porre ossia la precedenza dell’ex–sistenza rispetto alla stessa, abissalmente auto-ex-sistentesi, volontà di ex–sistenza — proiectiva volontà e autoctica che, proprio così (“ex–sistentesi”, “Autocausantesi”) determinandosi, già implicherebbe l’esserci di questa essenza o identità dello stesso autocausantesi —, presuppone il già esserci di questa datità o ex–sistenza (“il mondo”), l’esserci anteriore della quale già comporta condizionamento, epperò relativizzazione della stessa volontà autogena o libertà decisionale dell’Originario, così decretandolo sì originario di qualcosa, ma non originario di tutto, tantomeno del fondamento di se stesso, sì originario epperò, ma non assolutamente originantesi da sé, bensì o etero-originato, o a punto condizionato nel proprio auto-originarsi perciò stesso non autoctico, ebbene non autentico.

Questa affermazione dell’originaria sorgenza dell’Originantesi l’essenza entro un mondo già originatosi ovvero, qui a esprimersi in opposizione realistico-idealistica, implica l’anteposizione della Physis a fondamento del Geist, ma non l’Iità può ammettere fondamento esogeno alcuno, s’è dimostrato. Anche se, infatti — dopo ciò posto —, si ponesse il soggetto quale costruente — dal nulla — il proprio sé, qui inteso quale essenza del sé, l’esserci stesso di questo soggetto, l’identità del sé costruente dal nulla del contenuto del sé, non sarebbe stato anzitutto costruito da esso stesso soggetto, che pertanto non sarebbe l’assoluto costruttore del sé, qui inteso quale sostanza del sé, e, in quanto manchevole della costruzione originaria del sé, qui sempre inteso quale onticità del sé, non costruirebbe neppure il sé, qui inteso invece quale essenza del sé, dal nulla del sé, poiché, etero-ex–sistendo, questo suo esserci non è nulla, bensì mostra già almeno un’attribuzione, questa attribuzione, ossia il non essere costruttore del sé, qui inteso ancora come posizionalità del sé, ovvero l’essere esocausato, l’avere altresì oltre il sé dell’esserci del sé il fondamento.

Definendosi epperò la categorialità Uomo (= l’ex–sistentesi particolare originario) quale “assolutamente autodefinentesi”, non lo si può poi gettare neppure nella predefinizione dell’esocausazione della substanza del sé suo. Pertanto, non l’ex–sistenza dell’Originario può precedere questa sua stessa essenza (d’ex–sistentesi), non ossia esso stesso Originario può non già da se stesso e a se stesso vincolarsi, precisamente cioè a questa sua essenza d’ex–sistentesi, nell’atto e nell’esatto attimo stesso di tale imprecondizionato solo proprio ex–sistersi: ex-sistendo da se stesso, ebbene scegliendo di ex–sistere in assoluta o abissale liceità, già e di necessità elegge per se stesso anzitutto od originariamente — sincronicamente altresì o nella convergenza d’instante che coincentra i distinti nell’unità correlativa della Scissione — questa identità, e non altra, ovvero questa essenza.

Non dunque l’Originario ex–siste e poi costruisce la propria essenza in origine nulla, bensì anzitutto si ex–siste e dunque, in questo stesso attimo uniduale già determina la sua stessa essenza non e mai nulla, bensì a punto qualcosa già essente (cioè essente “omoprincipiazione del sé”) in questa stessa omoprincipiazione.

Altrimenti a porsi ebbene, sub specie ontologiae, l’ex–sistere da se stesso diviene già — ex–sistendo da se stesso l’Originario — attributo necessario della sua propria essenza — attributo epperò immanente o qualificante —, essenza che precisamente così si originariamente costituisce (principialmente e dunque, come già istituitosi, intrascendibilmente): liberamente scegliere per sé questa o quella essenza o qualità, anzitutto infatti implica l’originario libero scegliere per sé la Possibilità o Libertà totale della scelta, cioè la Possibilità o Libertà che non lascia oltre il proprio perimetro neppure la stessa possibilità o libertà originaria dell’autocausazione, e perciò già vincola a un’essenza, a questa qualità prima fondativa o autoprincipiale, già altresì determina o circoscrive — originariamente e dunque irrecedibilmente o irreversibilmente — l’orizzonte ulteriore dell’ex–sistere trascendentale (ossia quell’avvenire verso cui l’ex–sistenza “sfocia” o si “progetta”). Lo stesso modo d’essere dell’Originario pertanto, cioè il suo stesso e solo proprio evocarsi incondizionato all’ex–sistenza, la sua stessa libertà di scelta dell’essenza, già diviene la sua propria essenza o identità irrecedibile d’ex–sistentesi.

Egualmente, sub specie formae et formarum in spaziis, nell’istante autoctico stesso, il Principio si proietta nell’estremo, l’Orizzonte si posiziona o appunta, la Diavergenza coalesce, il Non-essere sostanzia, il — di volta in volta— liberamente Decidentesi si decide, e si decide così — Decidentesi — e non altrimenti, lungo tutta la durata della propria ex–sistenza o inoltrepassabilmente, incontrovertibilmente altresì.

Adunque, se l’Ex–sistentia pre–cedesse e sempre l’Essentia (del pari, come più innanzi: se ogni ex–sistenza intraprocessuale non avesse ante–sé alcuna essenza trascendentale), epperò, altrettalmente, se l’Originario avesse l’ex–sistersi o l’imprecondizionato causarsi per accidens, cioè quale suo attributo contingente (Symbebekós) e non necessario o a punto essenziale, esso Ex–sistentesi archeo sarebbe — sempre, ebbene lungo tutto il proprio essere — aperto alla presa della possibilità di non — quando che sia — liceamente più poter scegliere per sé la propria essenza, aperto quindi all’afferramento della libertà o contingenza di non più poter contingentemente eleggersi, decidersi, construirsi la propria essenza (dal suo “nulla” originario), aperto alla disponibilità epperò dell’afferramento (Herrschaft) del non più essere “artefice dell’essenza del sé”. E quindi, così predispostosi e non invece pre–salvatosi alla e dalla possibilità della Non–possibilità, così ossia — come già in altra figurazione dell’Antinomia originaria o dell’Originario in-sé antinomico — non escludente con necessità (Anánke) la Necessità dal proprio stesso adimensionale perimetro di possibilità positive, cioè dalla propria stessa posizione identitaria di Contingenza o Possibilità, ebbene non già originariamente assumendo questa solo sua o distintiva incontrovertibile essenza, non e mai avrebbe potuto essere, né mai potrebbe essere, libero di progettare imprecondizionatamente la propria ex–sistenza, giacché essa presa della possibilità dell’avvento suo in quanto Necessità — invero essa ghermitura della possibilità di recidere od oltrepassare la coerenza identitaria propria, cioè, parimenti, essa non esclusione — con necessità o per essentia — dell’Eterno dal perimetro puntuale od orizzonte identitario o essenziale del sé (si Ens necessarium est possibile, actu existet) —, già pre-avvolgerebbe ogni sua libertà autocreatrice (Was wäre denn zu schaffen, wenn Götter — da wären!: si Ens necessarium actu existet, ens contingens actu numquam existet), proprio in qualità di fondamento o essenza pre-disponendosi sovrastante a inibirla (mégas Ouranós, amphì dè Gaíe […] r’etanysthe pánte).

Ebbene, e l’essenza dell’Originario o Trascendentale si dà quale licea o contingente costruzione o (re)invenzione dell’essenza stessa, quale (ri)creazione constante ossia del senso dell’ex–sistere proprio (Essentia involvit solutam ex–sistentiam), e la sua stessa ex–sistenza, proprio così (“non alcuna essenza presupponente”) essa stessa essenza dell’ex–sistenza anzitutto e intrascendibilmente sempre proponendosi, così e non altrimenti (proprio cioè, ancora, escludendo, con necessità, da sé la Necessità o Essenza, ovvero proprio proponendo nella necessità o incontrovertibilità, nell’essenza altresì, questa sua — archeo-escate — scelta identitaria o precisamente essenziale di [constante ri-]creazione dell’identità o [immanente re-]invenzione dell’essenza), non può non già e sempre — incontrovertibilmente epperò o, si ripete, per essenza e non per accidente — determinare o costruite — e non può, come appena innanzi, che, con eguale cogenza, farlo progressivamente, cioè irreversibilmente, ebbene proprio via via imprimendosi quel carattere di necessità che in origine pro–positivamente conferisce a essa stessa distinta essenza sua — questa stessa sua essenza (soluta ex–sistentia involvit Essentiam suam) di libera costruzione o contingente determinazione dell’ex–sistenza.

Nell’attimo aurorale dunque, e l’autocausazione dell’ex–sistenza determina o stabilisce l’essenza trascendentale, e questa stessa essenza trascendentale orienta o perimetra essa stessa ex–sistenza trascendentale: ex–sistentia ed Essentia si coincentrano (Armonía Anankaia) nell’instante uniduale dell’Origine e così sempre si coimplicano e inoltrepassabilmente, cioè per — proposizionale (Pròodos) — necessità o coerenza identitaria del Categoriale, sempre riconvergendo (Epistrophé) nell’unità (Synthesis) permanente (Moné) della Controversione (Antíxoos Kállistos), nell’immanente ebbene conflittualità (Symmachía) che atremida (Ununruhe) dimora nell’incentro (Unruhe-ansich-selbst).

Pertanto, proprio proponendosi, già dall’infondatezza della stessa affermazione originaria, l’essenza dell’ex–sistenza quale Ex–sistenza, invero quale — sempre (= immanenza, identità, essenza, necessità) — libera determinazione dell’ex–sistenza, l’ex–sistentesi non può non — sempre — ex–sistersi, invero sempre liberamente determinare la propria ex–sistenza.

Nonpertanto, se l’ex–sistentesi si determinasse sempre quale ex–sistentesi, ebbene se scegliesse quale contenuto della propria essenza sempre la libera creazione dell’ex–sistenza, essa stessa essenza originaria non sarebbe a punto incontrovertibile, essa attribuzione cioè non sarebbe essenziale, bensì accidentale o contingente, giacché questa stessa perenne scelta dell’essenza originaria quale libera determinazione dell’ex–sistenza violerebbe o reciderebbe proprio questo medesimo contenuto dell’essenza (= identità) prima: affinché l’ex–sistentesi sia essenzialmente o sempre se stesso, affinché ovvero la libera determinazione della propria ex–sistenza sia a esso essenza e non accidentale attribuzione, si deve di necessità demarcare distinzione o differenza (= iato, dia–lacerazione) tra essa essenza originaria e ogni ulteriore essenza scelta.

Infatti, senza questa necessità di demarcazione di diversità o distinzione da questa stessa prima proposizione dell’essenza (di creazione della propria ex–sistenza), essa stessa prima ex–sistenza non sarebbe mai stata libera di crearsi la propria essenza, non avrebbe cioè mai potuto porre la libertà per sua essenza, giacché avrebbe avuto, ante la sua ex–sistenza, un’altra essenza predeterminantela, ossia l’essenza del Sempre–eguale o dell’Identità (= Necessità): l’impossibilità di scegliere (un contenuto) altro dalla scelta originaria (il cui contenuto è la Scelta–in-sé), pone infatti questa scelta originaria — il suo contenuto identitario di sempre nuovamente scegliersi — entro la necessità del sempre medesimo, epperò pone il contingente come necessario, violandone la coerenza identitaria (ma ciò, a sua volta, comporta il porre l’antecedenza della Necessità rispetto alla Contingenza, ed essa antecedenza la necessità di dimostrare la possibilità di fondazione dell’Endo–conciliato, possibilità che invece non appare). Al contrario, porre il Contingente come necessariamente — o a punto per essenza — cangiante, cioè porlo entro la necessità del sempre diverso, non pone il Contingente quale Necessario, ma pone — progressivamente — questo stesso Contingente quale necessariamente Contingente o (infine) Cangiante non (mai) per accidente.

E dunque, come ricomporre entro l’unità la dia–vergenza tra la necessità o essenza trascendentale dell’ex–sistentesi originario di sempre liberamente scegliere la propria ex–sistenza, cioè l’inoltrepassabilità (del contenuto) dell’essenza originaria, e la necessità di scegliere sempre una differente essenza dell’ex–sistere rispetto a detta essenza originaria o a punto trascendentale dell’ex–sistere, cioè il necessario oltrepassamento di questa stessa (posizione della) essenza originaria?

Ebbene, proprio essendo l’essenza dell’ex–sistenza originaria libera costruzione dell’ex–sistenza, cioè progressiva creazione o determinazione di ciò che si è, determinandosi come altra da questa stessa propria determinazione prima, cioè determinandosi come altra da sé, non già l’ex–sistenza trascendentale sovverte essa identità o scelta aurorale, bensì, proprio essendosi ancora determinata, cioè nuovamente determinata, ebbene, ulteriormente determinata rispetto al contenuto — certo orizzontale — della determinazione prima di sé (di sempre Determinante il proprio sé [e sempre determinare il sé significa, si è detto, ulteriormente distinguerlo e non eternamente permanere nell’eguale]), la conferma, anzi, la, a punto ulteriormente, riafferma, cioè maggiormente la rinsalda o più coerentizza.

Ovvero, ancora in ottica spaziale, sì essa ex–sistenza prima procede rispetto alla scelta originaria che distinta permane relitta, irreversibile a retaggiare o preavvolgere ogni ulteriorità (per cui ogni ulteriore ex–sistenza — intra-processuale — già trova essa stessa essenza trascendentale o prisca ante sé, quale sua struttura dell’essenza), ma il contenuto stesso o l’essenza di ciò che relitto permane quale — concreta o presente in quanto attuale — ipostatizzazione prima della libera proposizione del sé, si è già, dall’unidualità dell’autoprincipio stesso, subtracto e preserbato a, e da, ogni possibile sovvertimento proposto dall’ulteriorità sua — ed è esattamente questa prisca proiezione di insovvertibilità a conferigli, via via sempre più concretamente, il carattere di essenza categoriale o comune —, proprio in quanto già da principio salvo o partenio dimorante nell’ipostatizzazione — precisamente prolettica o “formale”, presente in quanto potenziale — di questo stesso suo essere Ex-tremità (suo ossia del contenuto di detta ipostasi o istituzione prima, di essa persistenza autentica altrettalmente), e saldo o essenzialmente stabilitosi in tale escate o ipotetica dimora precoinvolge, egualmente omniavvolge, ogni ulteriore alterazione o differente determinazione di questa stessa essenza originaria, essenza originaria o categoriale risospinta innanzi — cioè più oltre approssimata al suo compimento — proprio da ogni de terminazione diversa o ulteriore (= nuova ricreazione) dell’essenza dell’ex–sistere.

Ogni dilacerante differenziazione apertasi entro il contenuto dell’Originario, infatti, altrimenti a nuovamente stabilirsi, ogni ebbene diversione tra contenuto positivo dell’essenza “Creazione sempre nuova dell’ex–sistenza propria”, e sua concretizzazione negativa, cioè dantesi giacché altra da detta essenza originaria, è già, ancora una volta, e da principio, ricomposta, entro la medesima essenza dell’Originario, dalla sua consentaneità, a ogni contraddittorietà o contrastativa recisione confermatasi, ebbene viepiù concretizzatasi, con lo stesso in-sé dell’Originario, essenzialmente Formalità, Dilacerazione, Divergenza del sé dal sé o a punto dell’essenza del sé Reinvenzione constante.

Come più innanzi indicatosi pertanto, nella trattazione del coinvolgimento di ontogenesi e filogenesi, proprio sul fondamento trascendentale dell’essenza comune di ogni ex–sitere quale creazione dell’essenza del solo proprio ex–sistere, cioè proprio sul fondamento della coimplicazione originaria di essenza ed ex–sistenza nel categoriale, ogni ex–sistenza (differrente e di necessità o per essenza, e da detta ex–sistenza universale, e da ogni altra ex–sistenza “empirica” o piuttosto intra-processuale) e sempre (ri)crea dal nulla la propria essenza, così corrispondendo (Wiederholung), e corrispondendovi per necessità, all’essenza del partecipato da ogni ex-sistentesi “oltre-gettatosi”, e, proprio in coerenza a essa con-risposta essenza categoriale, non e mai la (ri)crea dal nulla: se così fosse, infatti, ogni ex–sistenza avrebbe le medesime possibilità creative dell’ex–sistenza categoriale, ma se tale comunanza o continuità di potenza vi fosse, non vi sarebbe iato o distinzione tra l’ex–sistenza originaria e ogni altra ex–sistenza, ma, ancora, senza distanza tra l’origine e ogni punto del suo percorso, non vi sarebbe precisamente incremento o disvolgimento di questa stessa ex–sistenza trascendentale, che invece si dà proprio quale progressiva costruzione, ebbene processuale differenziazione, del proprio sé o a punto creazione della propria essenza (né altresì vi sarebbe la stessa origine, essa origine stessa per esserci necessitando il distaccamento di almeno un’ulteriorità da sé, s’è detto), ma, in ultimo, senza continuo incremento della diversità, senza cioè progressiva demarcazione della differenza, semplicemente non vi sarebbe la stessa discretudine dell’in-sé Differenziazione.

E pertanto, questa medesima ex–sistenza trascendentale, proponendosi quale “libera costruzione del sé”, non può permanere nel sempre eguale o nel necessario, bensì, proprio nel sempre eguale (cioè in detta coerenza identitaria o essenza, ovvero necessità — ipotetica — di contingenza) dimorando, già e irreversibilmente oltreprocede (e si rammenti altresì qui, parenteticamente, quanto già espostosi nel principio isagogico circa la coimplicazione — che struttura la stessa essenza dell’Originario, in se stesso costitutivamente diviso tra seità e inseità, posizione e contenuto della posizione [= Ulteriorità, Alterità], quale strutturazione processiva del sé — tra categoriale e individuale, giacché l’autoprincipiantesi stessa struttura identitaria endo-dia-vergentesi del categoriale medesimo comprende, nell’individuazione intro-dipartitiva propria, la delegazione o l’affido del sé suo alla co-essenzialità altra da sé e da sé ulteriore).

E dunque, esplicando ancora la dicotomia o contraddizione dimorante nell’unitarietà o coalescenza ipseitale dell’Originario, la cui fenomenologia del fondarsi suo è qui posta sotto indagine, ora “esistenzialisticamente”: non ogni ex–sistenza, da un lato, può determinare per sé un’essenza già da altre ex–sistenze — datesi — posta, altrimenti l’ex–sistenza trascendentale reciderebbe la propria coerenza identitaria (e s’è già dedotta l’impossibilità ante finem di ciò), cioè permarrebbe nell’eguale, nell’eterno, nel coerente, nell’identico, nell’immoto, nell’immemorabile (Ákletos) epperò e nell’indistinto (Akleés) o improcesso (ovvero, altresì a dirsi, non ogni riscelta autentica ha innanzi la stessa quantità di Potenza); dall’altro, non ogni ex–sistenza, proprio in quanto gettata nella necessità (o essenza trascendentale) di creare per sé la propria essenza, e di crearla in assoluta liceità, ossia dal nulla di qualsivoglia precondizione o essenza già posta, ebbene di determinare essenze sempre nuove, può non (ri)scegliere (Wiederholung) per sé anzitutto questa stessa essenza comune a ogni ex–sistenza, essenza comune che pertanto si pone proprio quale precondizione o struttura (= orizzonte categoriale) di ogni ex–sistenza autentica in libera costruzione dell’essenza e particolare e propria (ovvero, simmetricamente, ogni riscelta autentica assume sempre la stessa qualità di Potenza).

Proprio giacché datasi essa essenza comune e trascendentale quale constante creazione del sé, ebbene quale progressiva distinzione di detta stessa essenza comune, non tale delimitativa o perimetrale precondizione entro cui ogni ex–sistenza non categoriale si trova “gettata”, può dunque sempre e soltanto essere determinata come in principio, ossia quale libera costruzione del sé (non si deve ossia intendere che ogni ex–sistenza non trascendentale sia vincolata solo e soltanto alla necessità della libera creazione del sé), proprio perché, se così avvenisse, questa stessa ex–sistenza omnicompartecipata o prima reciderebbe esattamente questa sua medesima coerenza identitaria o essenziale (di Essenziante-si) a cui anzitutto e sempre si vincola (o entro cui si “auto[pro]getta”), in sé permanendo e non oltre sé, cioè oltre l’originaria — orizzontale o escate — affermazione dell’essenza del sé, procedendo.

Ogni ex–sistenza intra-processuale infatti si trova vincolata non esclusivamente dalla scelta — originaria e dunque trascendentale, categoriale e dunque strutturale — della libera costruzione del sé, bensì, oltre a questa deliberazione primordiale, e proprio sul fondamento archeo-escate od omniavvolgente del contenuto di detta stessa decisione, a tutte le ulteriori — sino a lì e allora datesi — decisioni dell’essenza del sé trascendentale, ossia, egualmente, a tutte le scelte del solo proprio sé attuate da ogni distinto o intra-processuale sé antecedente, deliberazioni distinte distinguenti l’Originario e dunque costituenti precisamente il contenuto di questa solo sua e comune essenza trascendentale o prima (proprio poiché infatti il contenuto dell’essenza trascendentale si pro-pone quale “creazione della propria essenza”, può tenersi in unità e il suo legare nell’inoltrepassabilità comune l’omni-inerenza propria, e il dover-essere oltrepassata di ogni concretizzazione dell’essenza sua da a punto ogni ex–sistenza ulteriore e dunque distinta [e il suo essere intrascendibilmente epperò o sempre — essenzialmente a punto — creazione dell’essenza, eil suo non poterlo più ulteriormente o nuovamente essere oltre l’originario o precisamente categoriale così escate proporsi nell’ex–sistenza]: si rammenti infatti l’Omni-compartecipato essere in sé, nel proprio contenuto ossia, Altro-da-ogni-suo-compartecipantelo, cioè si ricordi il suo legare negativamente a sé il differente molteplice, ebbene si ripresenzi ora l’essere in sé dilacerazione l’uno che accomuna il distinto, vuoto il contenuto che avvolge ogni pienezza — e la pienezza anzitutto aurorale o adimensionale del sé di Perimetralità di ogni pienezza —, negativo il fondamento di ogni affermazione, l’essere negativo o piuttosto l’essere il Negativo in sé).

Pertanto, ogni ex–sistenza si trova oscillante (Épamphoterizein) tra la necessità della libera invenzione del sé dal nulla di ogni precondizione (si ribadisce: il contenuto dell’essenza categoriale o autentica diviene struttura dell’essenza di ogni ex–sistenza, egualmente all’identità autentica o primiera), e il vincolo a detta possibilità ricreativa posto dalle precondizioni rappresentate e dalla posizione di questa stessa necessità della libera invenzione del sé o prima e trascendentale proposizione dell’essenza del sé, e dal via via concretarsi del suo contenuto, ossia da ogni ulteriore proposizione essenziale già presenziatasi ante il presenziarsi di questa ex–sistenza particolare, e ciò senz’altro in corrispondenza al dettato medesimo dell’Originario: se ogni ex–sistenza particolare infatti sceglie per sé sempre l’inaudito, altro non compie se non l’incremento della lacerazione entro il contenuto del sé dell’Originario, aumentandone la concentrazione di concretezze o attualità, distinzioni o identità, entro la sua contraddittorietà, intensificazione della concentrazione della contraddittorietà, innalzamento del suo dettaglio o discretudine, che già e simmetricamente altro non realizza se non l’estendere maggiormente la distanza tra l’originario e la sua origine, dilatandone (Diastolé) epperò la negatività e dunque già, enantio-dromicamente, contraendone (Sy[n] stolé) la positività verso l’ultimità adimensionale (Orizzonte = Io).

Anche in questa figurazione dell’Originario quindi, la dia-vergenza entro cui si trova gettata ogni individualità è ricondotta a unità dalla compartecipazione alla stessa Mono-dualità omni-ecistica: così come, infatti, dal proprio stesso autogenerativo atto primo, il Distinguentesi in sé e permane in sé (Methektós), e proprio permanendo in esso sé di Dia-vergenza si distanzia da questa ipostasi prima sottraendosi nell’estremità dell’attesa compiuta del sé (Améthektos), cioè già in principio e sempre dimora nel contenuto escate di detta ipostasi archea, dischiudendo così lo Iato, ebbene la sua stessa essenza, entro cui ogni gettatezza alberga, epperò la divaricazione — identitaria per l’Originario — che ogni intraprocessualità assume quale struttura del sé; così, allo stesso modo, ogni ex–sistenza proprio in essa Dilacerazione prima o essenziale di morando (e che, ed essendo, e questa essendo, vi dimori per necessità, si è già più volte dedotto), trova — quale sempre avanguardiale coincentrazione del Dibattito trascendentale — e innanzi a sé (ossia tra il suo essere estremità intraprocessuale o concentrazionale punto più avanzato del processo, e il contenuto — prolettico — Estremità in se stessa) la potenza residua della Potenza in se stessa, cetera vacuità che le consente esattamente la possibilità di estrarre dal nulla della precondizione la propria perciò assolutamente libera essenza, e ante sé (ossia tra questo stesso suo essere quadraturale [Geviert] estremità non categoriale, e lo stesso originario proporsi o appuntarsi della Prolessi trascendentale), il contenuto della Potenza in se stessa — invero la sua contraddistinzione, ebbene ogni sua attuazione pregressa, dall’attuazione prima o peri-delineativa di Potenza, a ogni ulteriore attuazione, già, in quanto tale, apofaticamente viepiù affermantela —, ebbene la sua Storia, cioè, egualmente, (il contenuto de) la sua identità o essenza.

In questa compartecipazione della struttura dell’essenza impartecipabile dell’Originario pertanto, ogni ex–sistenza riassume o rivive in sé la vicenda sublime (Tragödie) della Contraddizione principiale (Morgenröte), qui datasi sub specie essentiae exsistentiaeque, l’evento ossia e il dramma gioioso (Fröhliche) del dilacerarsi tra l’essere e l’essere Dover-essere, tra attualità e attualità giacché Potenza, tra essenza ed essenza di libera invenzione dell’essenza, tra irreversibilità o pienezza del Retaggio (Erde) e imprecondizionalità o vacuità dell’Orizzonte (Himmel).

SAR: Ma se davvero l’esistenza precede l’essenza, l’uomo è responsabile di quello che è […]. E quando diciamo che l’uomo è responsabile di se stesso, non vogliamo dire che l’uomo è responsabile della sua rigorosa individualità, ma lui è responsabile di tutti gli uomini […]. Quando diciamo che l’uomo si sceglie, intendiamo che ciascuno di noi si sceglie, ma, con questo, vogliamo anche dire che ciascuno di noi, scegliendosi, sceglie per tutti gli uomini. Infatti, non c’è un solo dei nostri atti che, creando l’uomo che vogliamo essere, non crei nello stesso tempo una immagine dell’uomo quale noi giudichiamo debba essere […]. Se l’esistenza, d’altra parte, precede l’essenza e noi vogliamo esistere nello stesso tempo in cui formiamo la nostra immagine, questa immagine è valida per tutti e per tutta la nostra epoca intera. Così la nostra responsabilità è molto più grande di quello che potremmo supporre, poiché essa coinvolge l’umanità intera […]. Così sono responsabile per me stesso e per tutti e creo una certa immagine dell’uomo che scelgo. Scegliendomi, io scelgo l’uomo.

Certamente: proprio in quanto incentro-della-quadratura, come già più innanzi manifesto, ogni ex–sistenza autentica decide dell’ex–sistenza trascendentale. Precisamente infatti giacché gettata nella necessità della compartecipazione all’essenza universale — categoriale essenza, si ripete, datasi quale libera o contingente costruzione dell’essenza del sé nella distinzione del sé da ogni costruzione datasi — ogni azione — autentica o agita nell’attimo della riassunzione grave — di ogni ex–sistentesi intraprocessuale o a punto posizionata entro la dispiegantesi essenza trascendentale, proprio giacché esso agentesi sopraggiunge libero di decidere o costruire la propria essenza, proprio ebbene in quanto avviene all’ex–sistenza già imposto nella disponibilità di estrarre (Exciere) o ex-imprimere (Nafnfestr, Eidopoíesis) dal nulla reli-quo — dal nulla dell’innanzi ossia — la propria imprecondizionata forma distintiva, decide della stessa disponibilità cetera di esso Nulla, decide ossia della stessa essenza del Trascendentesi, poiché ogni sua distintiva scelta propelle (= occlude, specularmente) lo stesso contenuto di Possibilità o Nullità dell’essenza originaria (il suo contenuto quindi, e non mai essa stessa positiva essenza [di Contenente la potenza o il nulla di ogni attuazione ulteriore e anzi tutto della propria, autoctica e archea, d’Orizzonte ultimo o Possibilità estrema o in sé, ebbene liminale altresì o non altro contenente dal riverbero tautologico del sé]), verso l’estremità o esaustività del proprio compimento, ossia aggiunge quest’ulteriore pienezza — rappresentata precisamente da questa solo sua propria distintiva decisione autentica — al contraddittorio della Contraddizione, viepiù stipandolo d’essere o identità, atto o essenza. E pertanto, proprio poiché questa medesima aggiunta o sopraggiunta pienezza colma viepiù o ulteriormente serra questo stesso contro-orizzonte della gettatezza che predetermina ossia, irreversibile, vincola o delimita, ogni ex–sistenza successiva che in esso trascorso sopraggiungendo alligna, ogni decisione autentica certamente decide per tutta “l’umanità” ventura, a cui a punto sottrae o esclude possibilità o, in rifrazione contraria, a cui a punto conferisce ulteriore retaggio, inspessisce del pari il passato (ogni autentica decisione, infatti, sì è presa risguardando l’orizzonte categoriale venturo [Himmel], evocando l’inaudito altresì, e in ciò è impredeterminata o abissale, ebbene autentica, ma non ogni autentico decidente può non autenticamente decidere risguardando tale endoevacuo orizzonte lontano se non già esso stesso essendo allignato [Erde] in questo sempre suo e più prossimo trascorso, trascendentale trascorso o filogenetico esso stesso già riassunto nel medesimo attimo, parimenti dicotomico o uniduale, d’autentica decisionalità).

E tuttavia, ulteriormente, proprio poiché l’essenza dell’originario si propone in quanto distinzione progressiva (Epopoiía), non la sua effige dimora in questa stessa primigenìa prolettica, non nella semplice concretezza ultima della formalità archea, bensì nel complesso o integralità del suo stesso trascorso, nella teoria ossia di tutte le azioni (Peripéteia). Ogni azione epperò scolpendone il profilo, questa stessa attuale decisione autentica, in questo stesso instante concentrazionale della quadratura, non solo ha giurisdizione sulle possibilità dei sopraggiungenti, ma retroagisce anche su tutto lo stesso già agito, proprio perché alla luce di questa nuova azione, tutto il già trascorso acquisisce questa sempre differente profilazione complessiva: posta A, sì B, conseguente, non può annullarla, recandola entro sé e irreversibilmente, per cui anche se B si proponesse come non-A, è dall’essere stato di A che vive entro B e già la predetermina, che B proietterebbe il suo voler essere antitesi di A; nondimeno, il significato stesso di A, posta B, è differente dal significato che A aveva ante la posizione di B, poiché alla nuova luce di B, A stesso disvela maggiormente il proprio significato pregresso, ebbene ciò che allora fu.

HEI: Nella decisione ne va per l’Esserci del suo poter-essere più proprio, il quale, in quanto gettato, può progettarsi soltanto in possibilità determinate ed effettive.

Può pro-gettarsi autenticamente soltanto, piuttosto, nella determinazione effettiva di possibilità non ancora determinate, ossia può autenticamente progettarsi soltanto da possibilità già determinate ed effettive (Iità) contro l’indeterminatezza residuale della Possibilità originaria (Orizzontalità).

SAR: Innanzitutto, che cosa intendiamo per l’angoscia? L’esistenzialista prontamente dichiara che l’uomo è l’angoscia. Significa questo: l’uomo che è impegnato e che si rende conto che non è solo quello che sceglie di essere, ma è la scelta di un legislatore, insieme a tutta l’umanità in sé, non può sfuggire al senso della sua responsabilità totale e profonda.

La consapevolezza di essere il centro (Geviert) del cozzare (Stossen) di Terra-e-Cielo, Io-e-Orizzonte, Oltrepassato-e-Avvento, la consapevolezza egualmente di riassumere entro sé, in ogni istante decisivo, il Tutto, la consapevolezza, ancora, di decidere e per ogni ex–sistenza transcorsa, e per ogni ex–sistenza ventura, non già getta, se si permane precisamente nel dominio dell’autenticità, l’Uomo nell’angoscia, bensì gli conferisce Gravitas, l’unico ebbene o a punto l’autentico modo d’essere dell’Uomo consentaneo all’essenza trascendentale solo sua e sempre.

HEI: Siccome il fondare che istituisce è il progetto delle proprie possibilità, in esso l’esserci si slancia ognora in avanti. In conformità alla sua essenza, il progetto delle possibilità è via via più ricco del possesso in cui il progettante si trova già precedentemente. Ma un simile possesso appartiene all’esserci perché, in quanto progettante, esso si sente situato in mezzo all’ente. Con ciò sono già sottratte all’esserci determinate altre possibilità, e precisamente solo per la sua fatticità. Ma proprio questa sottrazione di certe possibilità al suo poter-essere-nel-mondo, inclusa nel coinvolgimento nell’ente, è ciò che pone di fronte all’esserci, come costitutive del suo mondo, le possibilità «realmente » coglibili nel progetto di un mondo.

Piuttosto: trascendentalmente, ognora l’attualità della Progettualità in sé s’incrementa, decrescendo al contempo la possibilità della Progettualità, per cui ogni progettante intra-processuale e via via possiede maggiore fondatezza o attualità (“è via via più ricco del possesso in cui il progettante si trova già precedentemente”), e via via possiede minore abissalità o potenza (“con ciò sono già sottratte all’esserci determinate altre possibilità, e precisamente solo per la sua fatticità”). Ma, possedere una quota minore di latenza o negazione coimplica con necessità l’allontanarsi dall’origine dell’originaria Latenza o Negazione per approssimarsi viepiù alla sua conchiusione incontraddittoria o compiuta affermatività: ecco pertanto come la decisione che evoca e oltrepassa vesta sempre il cremisi della Gravitas. Ciò che dunque ciascun progettante-gettato progressivamente possiede non è null’altro che sottrazione di Sottrazionalità, epperò addizione di Positività e Pienezza che, se da un lato (Phylé-Génesis) incrementa del Differenziantesi categoriale la distanza o dia-versione dal principio autodiscostativo o endodevastativo proprio, dall’altro (Ónto-Génesis) offre la possibilità autentica a questo coessenziale differenziantesi individuale di assidersi innanzi alle solo sue proprie possibilità, ebbene di fronte alla stessa pretta e incalcata Potenza originaria.

HEI: In corrispondenza ai due modi di fondare, la trascendenza è ad un tempo uno slancio in avanti e una sottrazione. Il fatto che il progetto di un mondo, slanciandosi in avanti, acquisti forza e diventi un possesso solo nella sottrazione, è una testimonianza trascendentale della finitezza della libertà dell’esserci.

Della finitezza della libertà dell’esserci, dell’esserci stesso e della stessa Trascendentalità: sia.

Alberto Iannelli

1 I passi di Sartre sono tratti da:
L’esistenzialismo è un umanismo, Armando Editore, Roma 2010.
2 I passi di Heidegger sono tratti da:
Essere e tempo, Longanesi, Milano 1980.
Dell’essenza del Fondamento, in, Segnavia, Adelphi, Milano 1987.

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