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Oltre la Linea
Ernst Jünger - Martin Heidegger

Über die Linie, 1950 - 1955.1.
Oltre la Linea
Ernst Jünger - Martin Heidegger
Über die Linie, 1950 - 1955.1
OPERA
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Nel 1950, per l’occasione del 60esimo compleanno di Martin Heidegger, Ernst Jünger pubblicò il saggio Über die Linie, rivolgendo al filosofo svevo l’interrogazione circa un possibile passaggio-oltre la linea del nichilismo, cioè del tempo in cui di ogni ente non è che ni-ente. Cinque anni dopo, Heidegger risponderà all’esortazione che domandava di un superamento in grado di “portare una nuova dedizione dell’essere” che consentisse “a ciò che realmente è di risplendere”, ridefinendo nondimeno l’ambito della questione, l’orizzonte ovvero entro cui la “meditazione sull’essenza del nichilismo” doveva trovare localizzazione (Erörtetung). Il ribaltamento prospettico de La questione dell’Essere coinvolge pertanto la stessa possibilità che il portarsi oltre (hinüber, trans, metá) altro in verità non sia che un persistere presso (perí, de) la linea.


Ernst Jünger – Über die Linie

Si principi dunque dall’attitudine dell’entomologo alla dissezione per porre innanzi all’osservante i principali epifenomeni del nichilismo.

In ogni giudizio sulla situazione, in tutti i dialoghi e i monologhi che abbiano ad oggetto il futuro, si impone perciò subito la domanda a quali punti sia arrivato, in tanto, questo movimento […]. Non solo il concetto di nichilismo appartiene oggi a concetti confusi e controversi. Esso viene altresì utilizzato per scopi polemici. Si deve presagire comunque nel nichilismo un grande destino, una potenza fondamentale al cui influsso nessuno può sottrarsi. A questo carattere ubiquo del nichilismo è strettamente connesso il fatto che, se si prescinde dal sacrificio, è diventato impossibile il contatto con l’assoluto. Qui non ci sono santi. E neanche c’è l’opera d’arte perfetta. Come del resto non si trova, benché i progetti non manchino, un pensiero supremo che metta ordine; manca la principesca apparizione dell’uomo.

Il primo tratto che demarca l’effige del nichilismo è pertanto negativo, manchevole, apofatico: qui non si dà assolutezza né perfezione, non ordine alcuno, non qualsivoglia azione cosmizzatrice dell’umano e del suo lógos ordinatore.

La difficoltà di definire il nichilismo sta nel fatto che è impossibile per la mente giungere a una rappresentazione del niente […]. Del niente non ci si può formare né un’immagine, né un concetto. Perciò il nichilismo, per quanto possa inoltrarsi nelle zone circostanti, antistanti il niente, non entrerà mai in contatto con la potenza fondamentale stessa. Allo stesso modo, si può avere esperienza del morire, non della morte. Anche il contatto immediato con il niente è pensabile, ma allora la conseguenza sarà l’annientamento istantaneo, come se una scintilla scaturisse dall’assoluto.

Il nichilismo, dunque, essendo il tempo del Niente, non può essere definito, giacché ogni determinazione coimplica entificazione, e non si dà forma, concetto, oggettivazione, rappresentazione o deissi alcuna se non di ciò che è. Certo, sì può conferire concretezza ai preambula nihili, consapevoli tuttavia che essa rappresentazione non può che essere sempre asintotica: non possiamo esperire davvero la morte se non morendo, ma la morte coincide con la cessazione stessa di ogni esperibilità possibile.

Non ci è difficile oggi, dopo esperienza ben meditate, distinguere tra gli effetti del nichilismo e gli effetti del caos […]. Ormai è chiaro che il nichilismo può senz’altro combinarsi armonicamente con sistemi d’ordine di grandi dimensioni, e che anzi è la regola che esso sia attivo e dispieghi la sua forza in tali sistemi. L’ordine è per il nichilismo un terreno fertile, che esso rimodella per i propri fini […]. Il nichilismo può effettivamente armonizzarsi con sistemi d’ordine di estese dimensioni e, per diventare attivo su larga scala, deve addirittura ricorrere ad essi.

Nel nichilismo pertanto manca “un pensiero supremo che metta ordine” e purtuttavia il nichilismo non è il Caos, anzi, conformemente alla Weltanschauung jungeriana, è il “sistema-fabbrica”, il grande apparato burocratico dove dell’indomabile spirito dell’uomo non è che niente, a rappresentare l’espressione massima del tempo del Nulla, e la “terra selvaggia e primordiale” è ciò dona l’unica occasione di riscatto e “ribellione” dell’umano, nonché di oltrepassamento del nichilismo, in quanto quest'ultimo, per Junger, lo si vedrà a breve, è elettivamente questione che dimora nel cuore dell’uomo ancor prima che nella Storia (dell’Essere).

Non ci occuperemo qui di che cosa questo tempo racchiuda quanto a sublimi speranze […]. Qui ci attraggono piuttosto gli effetti della svolta che è già avvenuta senza che le masse se ne siano accorte. Qui si trovano forse segni che possono fornire indicazioni pratiche per orientarsi nelle correnti nichiliste. Si tratta perciò della descrizione di sintomi e non di cause. Al primo sguardo, colpisce tra questi sintomi un tratto fondamentale, che si può definire tratto della riduzione. Il mondo nichilistico è per sua essenza un mondo ridotto e che sempre più si va riducendo, ciò che corrisponde necessariamente a un movimento verso il punto zero. La sensazione dominante è quella del ridurre e dell’essere ridotto […]. È caratteristica del pensiero nichilista l’inclinazione a ridurre il mondo, con le se intricate, molteplici tendenze, a un comune denominatore […]. Un altro di questi segni (del riduzionismo, aggiunta nostra) è la scomparsa del meraviglioso: con esso svaniscono non solo le forme della venerazione, ma anche lo stupore come fonte della scienza. Ciò che in questo stadio si può chiamare meraviglia, sorpresa, è soprattutto l’impronta della cifra nel mondo dello spazio e dei numeri. L’incommensurabile si farà notare in ogni direzione quale corrispettivo della scienza esatta, ridotta finalmente a pura tecnica della misurazione.

Il nichilismo compiuto essendo il Tempo del Ni-ente, la progressiva riduzione della complessità dell’Essere non può che coerentemente rappresentare il sintomo più tipico di quest’epoca che si dirige verso il Crepuscolo. L’acutezza jungeriana sta nondimeno nell’aver colto il comune fondamento delle differenti direttrici lungo le quali viepiù procede e si compie il riduzionismo nichilistico: il mondo molteplice si accomuna e le divergenze convergono nell’Uno-senza-distinzioni; il meraviglioso, ossia lo stupore al cospetto del trascendente, dell’ex-cezionale, scompare, e con esso ciò di cui era fondamento e fomite: il Sacro e la Sapienza; mentre l’unica meraviglia (Thauma) ormai possibile è rappresentata dalla tecnica della misurazione e dall’esattezza del suo calcolo.

Un segno affine a tutto ciò può essere visto nella crescente tendenza al particolare, nella frammentazione e atomizzazione. Tale tendenza si manifesta anche nelle scienze dello spirito, dove la vocazione sinottica va quasi completamente svanendo, come del resto l’artigianato artistico nel mondo del lavoro […]. A questa atomizzazione, che nelle scienze e nella pratica ha un che di allarmante ma serve altresì a incrementare la circolazione, corrisponde sul piano morale il ricorso al valore inferiore […]. Un atto di riduzione si palesa, per esempio, quando Dio viene inteso come il “bene”.

Controcanto della riduzione a Uno della complessità del Mondo è la parcellizzazione estrema o atomizzazione del sapere, frammentazione della conoscenza a cui corrisponde un depotenziamento del cospetto della morale: il Dio Giudice, Pantocrate e Profligatore, diventa semplicemente l’astrattezza del “bene” del mondo (e se ciò comprendere sotto il pontificato di Bergoglio risulta certamente affatto agevole pressoché a chiunque criticamente lo interroghi, avvedersene nel 1950 mette assai conto al valore analitico di Ernst Jünger).

Si è già visto spesso nella storia dell’uomo, rispetto a individui singoli come a unità più o meno grandi, il crollo delle gerarchie immortali con tutte le conseguenze relative. Ma erano pur sempre disponibili potenti riserve, nel mondo dei semplici e in quello dei dotti. C’era ancora terreno vergine in abbondanza, e intere civiltà rimasero inviolate. Oggi lo svanimento, che non è semplicemente svanimento, ma nello stesso tempo accelerazione, semplificazione, potenziamento e pulsione verso mete sconosciute, afferra il mondo intero […]. Coabitiamo con i terrificanti depositi di missili, studiati per l’indifferenziato annientamento di gran parte del genere umano […]. Non è di nessun aiuto chiudere gli occhi di fronte ad esso: è un’espressione della guerra cosmopolitica nella quale siamo impegnati. L’enormità delle forze e dei mezzi porta a concludere che ormai è in gioco il tutto. A questo si aggiunge l’uniformità dello stile. Tutto ciò rende necessario lo Stato mondiale. Non si tratta più di questioni nazionalistiche né della delimitazione di grandi spazi. Si tratta del pianeta in generale.

L’epoca del “più inquietante tra tutti gli ospiti” ha quindi uni-formato il mondo: per la prima volta nella storia “è in gioco il tutto”, per la prima volta nella storia uno e uno solo è lo “stile”, e l’ordinamento delle diverse comunità di lingua e d’altare non più si articola e differenzia in Póleis, Imperi o Stati nazionali, bensì ogni unione di suolo e di sangue confluisce, disunendosi, ovvero precisamente annullandosi, nello Stato mondiale.

L’epoca delle ideologie, quali erano ancora possibili dopo il 1918, è tramontata; le grandi potenze le usano ormai come un trucco molto leggero […]. Che differenza fa se gli strumenti di sterminio vengono inventati e accumulati per incarico di oligarchie tiranniche o per deliberazioni parlamentari? Una differenza è certa: nel secondo caso la coercizione universale è ancora più evidente.

Le “visioni del mondo” dividono e differenziano gli uomini e i popoli; ecco dunque che nel tempo del “Sistema-globale”, le ideologie non possono che rappresentare solo delle divergenze adiaforiche, tutto convergendo nell’unica Weltanschauung licea e politicamente corretta, conforme, accettata, propagandata.

Ma la libertà non abita nel vuoto, essa dimora piuttosto nel disordinato e nell’indifferenziato, in quei territori che sono, sì, organizzabili ma che non appartengono all’organizzazione. Vogliamo chiamarli “la terra selvaggia” (die Wildnis); la terra selvaggia è lo spazio dal quale l’uomo può sperare non solo di condurre la lotta, ma anche di vincere. Non è più naturalmente una terra selvaggia di tipo romantico. È il terreno primordiale della sua esistenza, la boscaglia da cui egli un giorno irromperà come un leone. Anche nei nostri deserti ci sono infatti oasi nelle quali fiorisce la terra selvaggia. Isaia lo capì in analoghi tempi cruciali. Sono i giardini ai quali il Leviatano non ha accesso, intorno ai quali egli si aggira con rabbia. È innanzitutto la morte. Mai come oggi gli uomini che non temono la morte sono infinitamente superiori anche al più forte potere temporale. Per questo la paura deve essere propagata ininterrottamente. I tiranni vivono costantemente nella tremenda convinzione che a poter uscire dallo stato di paura siano in molti, non solo alcuni individui singoli, il che significherebbe con certezza la loro caduta. Questo è anche il vero motivo del rancore contro ogni dottrina del trascendente. Lì infatti si cela il massimo pericolo: che l’uomo non abbia più paura. Ci sono luoghi sulla terra nei quali già si perseguita la parola “metafisica” come eresia. È chiaro che ogni culto degli eroi e di ogni grande figura umana possa essere, lì, trascinato nella polvere.

La posizione dell’Eroe contro il tempo del Nulla non può che essere una posizione – primordiale – di Lotta contro il Nulla, ovvero di atremia di fronte ad esso. Giacché la Lotta, ogni guerriero lo sa, è anzitutto lotta interiore:

Chi non ha sperimentato su di sé l'enorme potenza del niente e non ne ha subito la tentazione conosce ben poco la nostra epoca. Il proprio petto: qui sta, come un tempo nella Tebaide, il centro di ogni deserto e rovina. Qui sta la caverna verso cui spingono i demoni. Qui ognuno, di qualunque condizione e rango, conduce da solo e in prima persona la sua lotta, e con la sua vittoria il mondo cambia. Se egli ha la meglio, il niente si ritirerà in se stesso, abbandonando sulla riva i tesori che le sue onde avevano sommerso. Essi compenseranno i sacrifici.
Se dunque la domanda che chiede conto circa il fondamento del nostro stesso essere rappresenta l’essenza dell’Esserci, l’evento che ne determina l’avvento è di necessità coimplicato con l’evenire all’essere del Nulla, ossia col suo donarsi all’Uomo. Esso evento co-involge ognuno di noi, e ognuno di noi, “di qualunque condizione e rango”, è chiamato a corrispondervi, e ogni cor-responsione determina il Destino (Geschick) del mondo. E la cor-responsione dell’Eroe – cioè, e quasi archetipicamente, di Ernst Jünger – non può che, per pari destinalità, essere di lotta contro il Nulla per l’Essere(-del-Nulla), ovvero per la Storia (Geschichte) della sua contraddittorietà o Seinsgeschichte.


Martin Heidegger – Zur Seinsfrage

Caro Signor Jünger […], il suo contributo Über die Linie […] è una “valutazione della situazione” che mira all’“attraversamento” della linea, ma che non si esaurisce nel descrivere la situazione. La linea si chiama anche “meridiano zero”. Lei parla di “punto zero”. Lo zero allude al niente, e precisamente al niente vuoto. Dove tutto spinge al niente, lì domina il nichilismo. Al meridiano zero il nichilismo si avvicina al suo compimento […]. Come meridiano, la linea-zero ha la sua zona. L’ambito del nichilismo compiuto costituisce il confine tra due epoche del mondo. La linea che lo definisce è la linea critica, dove si decide se il movimento del nichilismo finisce nel niente vuoto oppure se esso è il passaggio nell’ambito di una “nuova dedizione dell’essere” […]. La sua valutazione della situazione guarda ai segni che permettono di riconoscere se e in che misura noi attraversiamo la linea, uscendo così dalla zona del nichilismo compiuto. Nel titolo del suo scritto Über die Linie, “über” significa al di là (hinüber), trans, µetá. Le osservazioni che seguono intendono invece l’“über” solo nel significato di de, perí. Esse trattano “della” linea stessa, cioè della zona in cui si compie il nichilismo […]. Per ora mi accontento di presumere che il solo modo in cui potremmo meditare sull’essenza del nichilismo sia quello di imboccare anzitutto la via che conduce a una localizzazione dell’essenza dell’essere. Solo per questa via è possibile localizzare la questione del niente. Sennonché, la questione dell’essenza dell’essere si estingue se essa non abbandona il linguaggio della metafisica, perché il rappresentare metafisico impedisce di pensare la questione dell’essenza dell’essere.

Definita, come si anticipava, la “svolta” prospettica heideggeriana che traspone l’oltre nell’attorno, ciò che ora occorre porre in questione è la coimplicazione che sembra coinvolgere e immorsare la localizzazione dell’essenza dell’Essere con la “questione del niente”. Ma, per ciò compiere, è necessario anzitutto oltre-passare e il linguaggio e l’orizzonte di senso della meta-fisica.

Lei scrive: “L’istante in cui la linea sarà passata porterà una nuova dedizione dell’essere, e così comincerà a risplendere ciò che realmente è” […]. La sua proposizione dice: “ciò che realmente è”, dunque il reale, cioè l’ente, comincia a risplendere perché l’essere di nuovo si dedica. Per questo, ora, ci domandiamo più correttamente se l’“essere” è qualcosa di per sé, e se, oltre a ciò, talvolta si dedica anche all’uomo. Presumibilmente proprio questa dedizione è, ma in maniera ancora velata, ciò che in modo assai imbarazzato e indeterminato chiamiamo “l’essere”. Ma una tale dedizione non accade anch’essa ancora, e in uno strano modo, sotto il dominio del nichilismo, cioè in un modo tale che “l’essere” si distoglie e si sottrae nell’assenza? Distoglimento e sottrazione, tuttavia, non è che siano niente. Essi dominano per l’uomo in modo quasi più opprimente, tanto da trascinarlo via, da risucchiare il suo aspirare e il suo fare, e da inghiottirlo infine nel vortice che si ritrae, e in modo tale che l’uomo può credere di non incontrare ormai che se stesso. In verità, però, questo suo se stesso non è più nient’altro che la consumazione della sua e-sistenza nel dominio di ciò che lei connota come il carattere totale del lavoro. Naturalmente, se prestiamo una sufficiente attenzione, la dedizione (Zuwendung) e il distoglimento (Abwendung) dell’essere non possono mai essere rappresentati come se riguardassero l’uomo solo di quando in quando e solo per qualche istante. Piuttosto l’essere dell’uomo consiste nel fatto che ognora, in un modo o nell’altro, esso perdura e dimora in questa dedizione e in questo distoglimento.

Ebbene, l’Essere, argomenta Heidegger, non è e qualcosa di per sé, e qualcosa che si “dedica” o dona all’uomo, di tanto in tanto o perlopiù, bensì esso è – per essenza, altresì sempre – donazione all’umano. Coimplicativamente, l’uomo non è se non entro la donazione o dedizione dell’Essere. Si tratterà nondimeno di comprendere il modo d’essere di tale dedizione essenziale, epperò le conseguenti epoche dell’umano. Se, dunque, l’Essere non può non donarsi all’uomo e l’uomo non può essere se non entro la dedizione (Zu-wendung) dell’Essere, allora, se qualcosa in generale si dà anche nel tempo del nichilismo, di necessità la dedizione accadrà anche qui, anche in questo tempo, ma avverrà “in uno strano modo”, ossia come sottrazione e distoglimento (Ab-wendung).

Dell’“essere stesso” diciamo sempre troppo poco se, dicendo l’“essere”, tralasciamo il suo presentarsi (Anwesen) all’essere dell’uomo (Menschenwesen), dando così a vedere di non comprendere che proprio questo essere entra a far parte dell’“essere”. Ma anche dell’uomo diciamo sempre troppo poco se, dicendo l’“essere” (non l’essere-uomo), poniamo l’uomo per se stesso e, dopo averlo così posto, lo mettiamo in relazione all’“essere”. Diciamo invece anche troppo, se pensiamo l’essere come qualcosa di onnicomprensivo, e ci rappresentiamo l’uomo soltanto come un ente particolare tra gli altri (vegetali, animali), per poi mettere i due in relazione tra loro; infatti, già nell’essere umano è insita la relazione con ciò che è determinato come “essere” attraverso il riferimento, il riferirsi nel senso del fruire, e che così è sottratto al suo presunto “in sé e per sé” […]. Parlando di una “dedizione dell’essere” rimane allora un espediente, e del tutto problematico, perché l’essere consiste nella dedizione, in modo tale che questa dedizione non è mai soltanto qualcosa che può aggiungersi all’“essere”. Essere-presente (“essere”) è sempre, in quanto essere-presente, un essere-presente all’essere umano, essendo l’essere-presente quell’ingiunzione che di volta in volta chiama l’essere umano. In quanto tale, l’essere umano è disposto all’ascolto, perché appartiene all’ingiunzione che chiama, all’essere-presente (An-wesen). Questa cosa che ognora si annuncia come la stessa, questa coappartenenza di chiamata e ascolto, sarebbe allora l’“essere”? […]. In verità, allora, non possiamo più nemmeno dire che “l’essere” e “l’uomo” “sono” la stessa cosa nel senso che essi appartengono l’uno all’altro, perché, dicendo così, continuiamo a lasciare essere l’uomo e l’altro per sé.

Giacché e nell’essenza dell’Essere, e nell’essenza dell’uomo, dimora il riferimento dell’uno all’altro, in modo che non l’Essere può essere senza l’esserci dell’uomo a cui si dedica, l’uomo può esserci senza essere nella donazione dell’Essere (= nella donazione d’essere dell’Essere), allora il Ri-ferimento-in-se-stesso non potrà che proporsi quale unica inseità e perseità originaria in-se-stessa-divisa. Ebbene, questa Mediazione assoluta e prima, questa Dia-ferenza archea, non è null’altro che Contraddizione-a-sé, ovvero auto-ctisi del Nulla, l’entificazione prisca pertanto o trascendentale. Ma si ritorni alla questione che domanda della localizzazione dell’essenza dell’Essere, quale unico adito possibile alla localizzazione della questione del Niente che immediatamente si aderge nel discutere del nichilismo.

Sono questioni, queste, che nell’andare “oltre la linea” rilevano una particolare pungenza; perché questo andare si muove nell’ambito del niente. Forse che col compimento o per lo meno con l’oltrepassamento del nichilismo sparisce il niente? Probabilmente questo oltrepassamento accade solo se, invece dell’apparenza del niente nullo, arriva e trova accoglienza presso di noi mortali l’essenza del niente da sempre affine all’“essere”.

Questo dunque il punto cruciale: il nichilismo rintracciato da Nietzsche e Dostoevskij nel secondo ‘800 e da noi ancora attraversato, non è il tempo del Niente, bensì, e al contrario, è il Tempo in cui del Niente – autenticamente inteso – non ne è (quasi) più niente, epperò più niente ne è di ogni ente distinto, nel dominio (pressoché) entelechiale della Deuteriortà, cioè, in linguaggio heideggeriano, dell’Essere compreso come Ens primum o Super-ente, di quell’Essere ossia pensato, dalla metafisica classica, quale pienezza ontica sempre salva posta a fondamento dell’ente molteplice, da Hegel, quale Soggetto trascendentale e, in ultimo, da Nietzsche stesso, in quanto Volontà di Volontà. Ecco pertanto che oltrepassare la linea del nichilismo non è per nulla un andare oltre il Nulla, bensì un portarsi circa (de, perí) la sua essenza “da sempre affine all’essere”, pensandone l’unitario enantiodromico volgersi vicendevole principiale dei due.

Più originario dell’Essere-dell’ente è l’essere-del-Nulla in cui esso primo trova conseguente dimora. Ma pensare l’essere-del-Nulla senza pensare il suo essere essere-del-Nulla significa non pensare il Nulla-dell’essere, significa altresì pensare nullo il Nulla in cui trova dimora l’Essere-dell’ente, significa epperò pensare ciò che si dà nella presenza, l’ente a punto, quale fondato anzitutto e autenticamente nell’Essere-dell’ente. Questo pensare esclusivamente dell’Essere, obliando l’essere esso Essere anzitutto od originariamente essere-del-Nulla, rappresenta precisamente il tempo del nichilismo e, per Heidegger, dal secondo ‘800, dalla Volontà di Volontà di Nietzsche a punto al “dominio del carattere totale del lavoro” di Jünger, del nichilismo compiuto.

Se all’“essere” appartiene la dedizione in modo tale che quello stia in questa, allora l’“essere” si risolve nella dedizione. Quest’ultima diventa ora ciò che va domandato, e come tale d’ora in poi viene pensato l’essere che si è ritirato nella sua essenza e che in essa si è risolto. Corrispondentemente, lo sguardo del pensiero che vede già in questo ambito può ormai scrivere l’“essere” soltanto in modo seguente: l’essere. Questa barratura a forma di croce difende innanzitutto dall’abitudine, quasi inestirpabile, di rappresentare l’“essere”come un qualcosa che sta di fronte e che sta per sé, e che poi talvolta si fa innanzi all’uomo […]. Dopo quanto si è detto, però, il segno della barratura a croce non può essere un segno meramente negativo di cancellazione. Piuttosto esso indica le quattro contrade dell’insieme dei Quattro (Geviert) e la loro riunione nel luogo dell’incrocio […]. L’essere-presente (An-wesen) si dedica come tale all’essere umano, e in questo solamente si compie la dedizione, in quanto quello, l’essere umano, è memore di questa. Nella sua essenza, infatti, l’uomo è la memoria dell’essere, ma nel senso dell’essere.

L’espediente tipografico cerca di dare conto proprio della suddetta co-appartenenza necessaria di Essere-e-Nulla: il Nulla assoluto non è e non può (mai) essere, e l’Essere-in-sé non può essere l’originaria emersione autoctica; e nondimeno, anzitutto qualcosa si dà, e non niente. Questo è precisamente l’E-vento: il portarsi presso la presenza di ciò che è, in-sé, l’Altro-da-ogni-presenza. Questo Evento è, per necessità, ossia per il contenuto identitario stesso di ciò che anzitutto si dà, processuale: ecco che l’Essere rettamente inteso, cioè a punto l’Essere, null’altro è se non la Storia-del-Nulla in cui l’Essere della Metafisica – ebbene l’essere-del-Nulla nell’oblio del Nulla-dell’essere, null’altro è se non la seconda (de-)posizione nella presenza, ebbene la (de-)posizione nella presenza della Posizionalità o Positività-in-sé, dell’Essere sempre salvo giacché ir-relato al Nulla, il suo assolutamente altro. Non resta ora che comprendere quale relazione e quale compito sia affidato all’uomo in questa Storia.

Come l’essere, anche il niente dovrebbe essere scritto, cioè pensato, così. Ciò significa che al niente appartiene, e in modo non accessorio, l’essere umano che ne è memore. Pertanto, se nel nichilismo il niente giunge a dominare in modo del tutto particolare, allora l’uomo non solo è riguardato dal nichilismo, ma vi prende essenzialmente parte. Ma allora anche l’intera “sostanza” umana non sta da qualche parte, al di qua della linea, per poi attraversarla e stabilirsi dall’altra parte presso l’essere. È l’essere umano stesso ad appartenere all’essenza del nichilismo e quindi alla fase del suo compimento. L’uomo, in quanto essere che è fruito nell’essere, fa parte della zona dell’essere e quindi nello stesso tempo di quella del niente. Egli non è soltanto nella zona critica della linea. Egli stesso, ma non per sé e ancor meno mediante se stesso soltanto, è questa zona e perciò la linea. Pensata come segno che delimita la zona del nichilismo compiuto, la linea non è in nessun caso qualcosa che stia davanti all’uomo come un che di oltrepassabile. Ma allora cade anche la possibilità di un trans lineam e perciò di un suo attraversamento.

Ebbene, l’Uomo custodisce la Storia-del-Nulla, ossia l’Essere, rammemorandone la teoria distintiva. Che il Nulla originario deleghi e demandi alla propria ulteriorità il pertenimento nell’essere del sé distintivamente suo, non rappresenta per nulla, per esso, una lacuna o mancanza, bensì precisamente ne ipostatizza – via via – la pienezza della posizionalità decisasi (in-sé o assolutamente) Potenza, Avvento, Ulteriorità, Pro-posizionalità. Che, in ultimo, detta delegazione dell’esserci entelechiale o compiuto, pieno e pienamente essente, del sé all’oltre-sé rappresenti esattamente la stessa essenza dell’Umano (Kléos A–thánatos), è parimenti posto in Diá.

Nella fase del nichilismo compiuto sembra che non si dia qualcosa come l’essere dell’ente, come se dell’essere non ne fosse niente (nel senso del niente nullo). L’essere rimane assente in un modo singolare. Si vela e si mantiene in una velatezza che a sua volta si vela. In tale velatezza riposa l’essenza della dimenticanza esperita in modo greco. In fondo, cioè a partire dall’inizio del dispiegarsi della sua essenza, questa dimenticanza non è niente di negativo, ma, in quanto velamento-salvamento (Ver-bergung), è presumibilmente un mettere in salvo che preserva qualcosa di non ancora svelato.

Dimostranosi o svelandosi attraverso ciò-che-é, e anzitutto o secondariamente attraverso Ciò-che-assolutamente-è, ovvero attraverso ciò che esso stesso assolutamente non-è, Ciò-che-assolutamente-non-è si vela, simultaneamente. Questo celarsi rappresenta certamente la preservazione di “qualcosa di non ancora svelato”, ossia della residualità del Nulla (di ogni essente), della Potenza (di ogni attualità), dell’Ulteriorità (di ogni presenza).

Ora, la dimenticanza, apparentemente distinta dall’essenza dell’essere, non si limita a colpire quest’essenza. Essa fa parte della cosa stessa dell’essere, domina come destino della sua essenza. La dimenticanza rettamente pensata, il velamento del non ancora svelato dispiegarsi dell’essenza (in senso verbale) dell’essere, vela e mette in salvo tesori non ancora scoperti ad è la promessa di un ritrovamento che attende solo una ricerca adeguata.

Certamente il velamento del Non-ancora-condotto-si-nella-svelatezza-della-presenza “fa parte della cosa stessa” dell’Essere, ossia ne è il Destino dell’essenza quale progressiva storicizzazione del contenuto del suo velamento, del contenuto ovvero della Velatezza-in-sé, egualmente quale processiva attualizzazione della potenza della Potenza-in-sé, quale ebbene incrementale entificazione della nullità compresa, da principio massimamente, nella Nullità trascendentale che è giacché si auto-perimetra nel pro-mettersi estrema, ultima (Ouranós Éschatos, Kléos Ouranòn ikánei), ulteriore epperò a ogni entità, identità, attualità, presenza.

La svelatezza riposa nella velatezza dell’essere-presente. A questa velatezza, in cui si fonda la svelatezza (Alétheia), è destinato il pensiero rammemorante. Esso pensa e rammemora ciò che è stato, ma che non è passato, perché rimane l’imperituro in ogni durare che di volta in volta l’evento dell’essere concede.

L’essere-presente o disvelato essendo la (contro-)storia del Non-essere-(mai-)nella-presenza, ebbene, ancora, il darsi viepiù e per via di slevatezza o apofaticamente dell’inseità originaria immediatamente e pro-lettica e contra-stativa ed escate giacché decisasi, abissalmente, Pro-lessi (Vorlaufen), Contra-statività, Escatia, l’An-denken pensa e rammemora – cioè si trattiene presso – l’Evento originario del trascendentale, ebbene di “ciò che è stato (= originario), ma che non è passato (= in quanto trascendentale, ultimo)”, poiché “permane l’imperituro” o, piuttosto, il principiale-estremo, fondamento omni-avvolgente di “ogni durare” (= di ogni essere-presente-nella-svelatezza) che l’e-venire all’essere (alla presenza, alla svelatezza) del Nulla – egualmente il concretarsi della Contraddizione, l’adunarsi della Diade, l’immorsarsi della Differenza, l’attuarsi della Potenza –, “di volta in volta (= progressivamente o secondo il disvolgersi del prima e del poi [katà tèn tou Chrónou Táxis]) concede”, e di volta in volta (Geschehen) secondo necessità (katà tò Chreón) o destinalmente (Geschickt).

Quelle che seguono, e che concludono la risposta di Heidegger a Jünger, rappresentano pagine particolarmente preziose nell’esegesi del suo pensiero, in quanto qui esso, altrimenti eracliteamente skótos, si offre con rara essoteria e puntualità. Rammemorando la genesi e l’intenzione della prolusione Was ist Metaphysik? (Che cos’è la Metafisica), tenuta all’Università di Friburgo il 29 luglio del 1929 in occasione dell’apertura dell’anno accademico, Heidegger, nel tentativo di superare la dimenticanza dell’Essere, propria sia della Metafisica classica, che pensa l’ente in quanto ente, ossia pensa l’enticità comune degli essenti differenti, sia della scienze moderne, concentrate invece sulle particolarità degli enti e dimentiche di tutto ciò che non è, come la stessa Enticità-in-sé della Metafisica, principia a pensare e indicare l’Essere giacché l’Assolutamente-altro-da-ogni-ente, ossia quale il Trascendente-ogni-ente-presente, egualmente in quanto Non-ente (Ni-ente).

Il superamento della metafisica è il superamento della dimenticanza dell’essere […]. Il rappresentare che è proprio delle scienze mira ovunque all’ente, e precisamente ad ambiti separati dell’ente […]. Esse ritengono che tutto l’ambito di ciò che si può ricercare e indagare si esaurisca nel rappresentare l’ente, e che oltre all’ente non ci sarebbe “niente altro”. La questione dell’essenza della metafisica tenta di raccogliere questa opinione delle scienze e, apparentemente, di dividerla con esse. Ma chiunque riflette deve già sapere che il domandare che riguarda l’essenza della metafisica non può aver presente che quell’unica cosa che caratterizza la meta-fisica, e cioè il trascendimento: l’essere dell’ente. Invece, nell’orizzonte del rappresentare scientifico che conosce solo l’ente, ciò che non è assolutamente un ente (cioè l’essere) non può offrirsi che come un ente. Perciò la Prolusione pone la questione di “questo niente”. Essa non domanda in modo arbitrario e indeterminato “del” niente. Essa domanda che ne è di ciò che è tutt’altro rispetto a ogni ente, che ne è di ciò che ente non è […]. La domanda “Che cos’è la metafisica?” tenta questa sola cosa: condurre le scienze a riflettere sul fatto che esse incontrano necessariamente, e perciò sempre e dappertutto, il tutt’altro rispetto all’ente, il niente di ente. A loro insaputa, esse stanno già in riferimento all’essere. Solo dalla verità dell’essere di volta in volta dominante esse ricevono una luce per poter vedere e considerare come tale l’ente che esse si rappresentano. Il domandare “Che cos’è metafisica?”, ossia il pensiero che ne deriva, non è più scienza. Ma il pensiero, il trascendimento come tale, cioè l’essere dell’ente, diventa ora degno di essere interrogato relativamente alla sua essenza, e perciò non è mai qualcosa di indegno e di nullo. “Essere”, questa parola apparentemente vuota, è qui pensata sempre nella pienezza essenziale di quella determinazione che, dalla Phýsis al Lógos fino alla “volontà di potenza”, rinviano l’una all’altra, rivelando ovunque un tratto fondamentale che in Sein und Zeit si tenta di nominare col termine “essere-presente”.

Ebbene, questo Ni-ente (cioè, ancora, non già il Nulla assoluto, che non è, che non si dà, ma la Ni-entità che “prende” haecceitas, determinatezza altresì o essere, datità e presenza, attraverso la “donazione” temporalmente articolata dell’assolutamente altro da sé, ebbene, simultaneamente o enantio-dromicamente, del se stesso, se stesso essendo l’Assolutamente-altro-da-sé-in-sé) determina la localizzazione dell’essenza dell’umano, quale suo “luogo-tenente”.

Alla luce di questa domanda appare che l’esserci dell’uomo è “tenuto immerso” in “questo” niente, nel tutt’altro rispetto all’ente. Detto in altri termini, questo significa e poteva significare soltanto che “l’uomo è il luogo-tenente del niente”. La frase vuol dire che l’uomo tiene libero il luogo per il tutt’altro rispetto all’ente, in modo tale che nella sua apertura possa darsi qualcosa come l’essere-presente (l’essere). Questo niente, che non è l’ente, e che però si dà, non è niente di nullo, ma appartiene all’essere-presente. Essere e niente non si danno uno accanto all’altro, ma l’uno si adopera per l’altro, in una sorta di parentela di cui non abbiamo ancora pensato la pienezza essenziale.

Perché e come dunque l’Uomo mantiene libero il luogo per il Ni-ente, in modo tale che nell’apertura del Ni-ente possa avvenire l’essere-presente, possa altresì sopraggiungere – via via – ogni ente, egualmente tutta la teoria dell’essere-del-Nulla (tà pánta, tà ónta)? Heidegger non lo affermerà mai chiaramente, non mai chiaramente affermando la coimplicazione originaria tra Uomo, Niente (assoluto) ed Essere-del-Ni-ente, forse perché è solo attraverso l’allusione all’altro da sé che l’Altro-in-sé può darsi, e si dà, o forse perché egli non dismetterà mai del tutto il fondamento teologico della sua tensione interrogativa e meditativa, fondamento che lo manterrà sempre lontano da ogni possibile – e per lui ubristica – apoteosi dell’umano, ma possiamo azzardare la seguente – nostra si precisa – interpretazione.

Il Ni-ente non è per niente un Dio e, se lo si vuole pensare giacché l’Originario, questi non può essere la negazione conseguente o l’antitesi di qualcosa che già si dà, bensì deve essere assoluto, epperò la Negazione o l’Anti-tesi non può che essere, se è, immanentemente o per coerenza identitaria, sempre negante se stessa o contro-ponente se stessa a se stessa: è precisamente questa la “parentela tra essere e nulla di cui non abbiamo ancora pensato la pienezza essenziale", è precisamente questa la Dia-ferenza trascendentale o la Dia-latazione inseitale prima in cui il destino di ogni ente si concreta e compie, via via.

Resta nondimeno da chiedere, perché il Nulla si dà, estroflettendo immediatamente o intrinsecamente orizzontando la propria contraddittorietà, resta nondimeno da chiedersi, con Heidegger, che cosa sia il Nulla e perché anzitutto si dia l’essere-del-Nulla e non l’Essere-in-sé. E la risposta a questo interrogare de l’essenza del fondamento ci conduce direttamente là dove dimora l’essenza dell’Umano: il Nulla è semplicemente il contenuto di una decisione identitaria, della Decisione ossia e auto-ctica e abissale e tutto anticipante – tutto e anzitutto la stessa deposizione seconda dell’Identità –, giacché l’anticipazione, quale suo modo d’essere essenziale, è il suo stesso contenuto ipseitale originario, ebbene, in ultimo, della Decisione Anticipatrice che tutto avvolge e fa – autenticamente o per via di negazione o contraddittorietà – essere.

Definendo noi il Nulla quale contenuto della Decisione Anticipatrice abbiamo forse semplicemente “spostato” la questione della sua relazione con l’Uomo? Come può l’Uomo “tenere libero il luogo per il tutt’altro rispetto all’ente, in modo tale che nella sua apertura possa darsi qualcosa come l’essere-presente (l’essere)”?
Semplicemente essendo e sé essendo, giacché la Decisione è dell’Uomo e l’Uomo è nell’istante della Decisione, e trascendentalmente, categorialmente o filogeneticamente, e “storicamente”, individualmente od ontogeneticamente.
De-cidendo, l’Uomo decide della nullità (residua) del Nulla, ossia imprime viepiù essere al non-essere-ancora-qualcosa del Non-essere-mai-alcunché, destinando così il Nulla originario alla contraddittoria compiutezza estrema del sé, secondo necessità e secondo l’ordine del tempo.
Decidendo, infine, l’Uomo prende dunque su di sé il Destino del Nulla, ossia e ancora il Destino del contenuto della Decisione Originaria, egualmente il suo più proprio Destino anzitutto e conseguentemente il Destino dell’Essere tutto: questa presa in carico del Destino del Nulla è il Destino stesso dell’Uomo, ebbene la solo nostra Storia, ed è precisamente questa presa in carico che consente il mantenimento dell’apertura della Dia-lacerazione o Dif-ferenza originaria entro – ossia di contro – l’endo-dia-vergenza immanente o immediata della quale avviene o sopraggiunge via via ogni “essere-presente” e infine tutti.

Ecco dunque, in clausola, come per Heidegger non si tratti di superare il nichilismo inteso come tempo dell’essere-del-Nulla, come tempo ovvero della Dimenticanza-dell’essere-dell’ente, bensì, al contrario, di trattenersi presso l’originarietà del nichilismo così pensato per superare il tempo dell’oblio del Nulla-dell’essere (dell’oblio altresì che l’Oblio-dell’Essere sia l’Essere autentico di ogni ente lì presente epperò non obliabile), il tempo epperò del nichilismo moderno, per oltrepassare ossia la dimenticanza che l’Essere-dell’ente si fondi anzitutto nella Dimenticanza-dell’Essere, che ogni svelatezza egualmente e la stessa Svelatezza seconda in-sé sopraggiunga oltre ed entro l’archea Velatezza-di-ogni-svelatezza: pensare la Velatezza, pensare – rammemorandola – la Dimenticanza-originaria-dell’essere, induce il ritorno presso quella località dalla quale la stessa meta-fisica, compresa quale pensiero della differenza tra Essere e ente, cioè quale pensiero dell’Essere giacché l’Assolutamente Altro da ogni ente-presente, pro-viene.

L’essenza del nichilismo, che da ultimo si compie nel dominio della volontà di volontà, sta nella dimenticanza dell’essere. A questa dimenticanza sembra che corrispondiamo al meglio quando la dimentichiamo, cioè quando la buttiamo al vento. Così facendo, non prestiamo attenzione a che cosa significa dimenticanza in quanto velatezza dell’essere. Se invece prestiamo attenzione a ciò, allora esperiamo questa sconcertante necessità: invece di voler oltrepassare il nichilismo, dobbiamo prima raccoglierci nella sua essenza. Questo raccoglimento (Ein-kehr) nella sua essenza è il primo passo mediante il quale lasciamo il nichilismo alle nostre spalle. La via di questo raccoglimento ha la direzione e la modalità di un ritorno (Ruck-kehr). Non si tratta naturalmente di un ritorno ai tempi trascorsi per tentare di restaurarli in una forma artificiosa. Ritorno qui significa la direzione verso quella località (la dimenticanza dell’essere) dalla quale la metafisica ha ricevuto e continua ad avere la sua provenienza.

Il nichilismo moderno, pertanto, concludiamo noi, è precisamente il tempo in cui di ogni ente particolare non è che pressoché più niente proprio perché pressoché più niente ne è del Niente stesso, mentre pressoché completamente o esclusivamente tutto ne è dell’Essere-dell’ente-presente, ossia dell’Unità parmenidea deuteriore. Ma non il Nulla Originario può essere compiutamente o esaustivamente sé senza e da principio destinarsi all’attraversamento di questo stesso pen-ultimo (suo) tempo.

Alberto Iannelli


1 Edizione italiana: Oltre la linea, Adelphi, 2010.
Nel 1950, per l’occasione del 60esimo compleanno di Martin Heidegger, Ernst Jünger pubblicò il saggio Über die Linie, rivolgendo al filosofo svevo l’interrogazione circa un possibile passaggio-oltre la linea del nichilismo, cioè del tempo in cui di ogni ente non è che ni-ente. Cinque anni dopo, Heidegger risponderà all’esortazione che domandava di un superamento in grado di “portare una nuova dedizione dell’essere” che consentisse “a ciò che realmente è di risplendere”, ridefinendo nondimeno l’ambito della questione, l’orizzonte ovvero entro cui la “meditazione sull’essenza del nichilismo” doveva trovare localizzazione (Erörtetung). Il ribaltamento prospettico de La questione dell’Essere coinvolge pertanto la stessa possibilità che il portarsi oltre (hinüber, trans, metá) altro in verità non sia che un persistere presso (perí, de) la linea.


Ernst Jünger
Über die Linie


Si principi dunque dall’attitudine dell’entomologo alla dissezione per porre innanzi all’osservante i principali epifenomeni del nichilismo.

In ogni giudizio sulla situazione, in tutti i dialoghi e i monologhi che abbiano ad oggetto il futuro, si impone perciò subito la domanda a quali punti sia arrivato, in tanto, questo movimento […]. Non solo il concetto di nichilismo appartiene oggi a concetti confusi e controversi. Esso viene altresì utilizzato per scopi polemici. Si deve presagire comunque nel nichilismo un grande destino, una potenza fondamentale al cui influsso nessuno può sottrarsi. A questo carattere ubiquo del nichilismo è strettamente connesso il fatto che, se si prescinde dal sacrificio, è diventato impossibile il contatto con l’assoluto. Qui non ci sono santi. E neanche c’è l’opera d’arte perfetta. Come del resto non si trova, benché i progetti non manchino, un pensiero supremo che metta ordine; manca la principesca apparizione dell’uomo.

Il primo tratto che demarca l’effige del nichilismo è pertanto negativo, manchevole, apofatico: qui non si dà assolutezza né perfezione, non ordine alcuno, non qualsivoglia azione cosmizzatrice dell’umano e del suo lógos ordinatore.

La difficoltà di definire il nichilismo sta nel fatto che è impossibile per la mente giungere a una rappresentazione del niente […]. Del niente non ci si può formare né un’immagine, né un concetto. Perciò il nichilismo, per quanto possa inoltrarsi nelle zone circostanti, antistanti il niente, non entrerà mai in contatto con la potenza fondamentale stessa. Allo stesso modo, si può avere esperienza del morire, non della morte. Anche il contatto immediato con il niente è pensabile, ma allora la conseguenza sarà l’annientamento istantaneo, come se una scintilla scaturisse dall’assoluto.

Il nichilismo, dunque, essendo il tempo del Niente, non può essere definito, giacché ogni determinazione coimplica entificazione, e non si dà forma, concetto, oggettivazione, rappresentazione o deissi alcuna se non di ciò che è. Certo, sì può conferire concretezza ai preambula nihili, consapevoli tuttavia che essa rappresentazione non può che essere sempre asintotica: non possiamo esperire davvero la morte se non morendo, ma la morte coincide con la cessazione stessa di ogni esperibilità possibile.

Non ci è difficile oggi, dopo esperienza ben meditate, distinguere tra gli effetti del nichilismo e gli effetti del caos […]. Ormai è chiaro che il nichilismo può senz’altro combinarsi armonicamente con sistemi d’ordine di grandi dimensioni, e che anzi è la regola che esso sia attivo e dispieghi la sua forza in tali sistemi. L’ordine è per il nichilismo un terreno fertile, che esso rimodella per i propri fini […]. Il nichilismo può effettivamente armonizzarsi con sistemi d’ordine di estese dimensioni e, per diventare attivo su larga scala, deve addirittura ricorrere ad essi.

Nel nichilismo pertanto manca “un pensiero supremo che metta ordine” e purtuttavia il nichilismo non è il Caos, anzi, conformemente alla Weltanschauung jungeriana, è il “sistema-fabbrica”, il grande apparato burocratico dove dell’indomabile spirito dell’uomo non è che niente, a rappresentare l’espressione massima del tempo del Nulla, e la “terra selvaggia e primordiale” è ciò dona l’unica occasione di riscatto e “ribellione” dell’umano, nonché di oltrepassamento del nichilismo, in quanto quest'ultimo, per Junger, lo si vedrà a breve, è elettivamente questione che dimora nel cuore dell’uomo ancor prima che nella Storia (dell’Essere).

Non ci occuperemo qui di che cosa questo tempo racchiuda quanto a sublimi speranze […]. Qui ci attraggono piuttosto gli effetti della svolta che è già avvenuta senza che le masse se ne siano accorte. Qui si trovano forse segni che possono fornire indicazioni pratiche per orientarsi nelle correnti nichiliste. Si tratta perciò della descrizione di sintomi e non di cause. Al primo sguardo, colpisce tra questi sintomi un tratto fondamentale, che si può definire tratto della riduzione. Il mondo nichilistico è per sua essenza un mondo ridotto e che sempre più si va riducendo, ciò che corrisponde necessariamente a un movimento verso il punto zero. La sensazione dominante è quella del ridurre e dell’essere ridotto […]. È caratteristica del pensiero nichilista l’inclinazione a ridurre il mondo, con le se intricate, molteplici tendenze, a un comune denominatore […]. Un altro di questi segni (del riduzionismo, aggiunta nostra) è la scomparsa del meraviglioso: con esso svaniscono non solo le forme della venerazione, ma anche lo stupore come fonte della scienza. Ciò che in questo stadio si può chiamare meraviglia, sorpresa, è soprattutto l’impronta della cifra nel mondo dello spazio e dei numeri. L’incommensurabile si farà notare in ogni direzione quale corrispettivo della scienza esatta, ridotta finalmente a pura tecnica della misurazione.

Il nichilismo compiuto essendo il Tempo del Ni-ente, la progressiva riduzione della complessità dell’Essere non può che coerentemente rappresentare il sintomo più tipico di quest’epoca che si dirige verso il Crepuscolo. L’acutezza jungeriana sta nondimeno nell’aver colto il comune fondamento delle differenti direttrici lungo le quali viepiù procede e si compie il riduzionismo nichilistico: il mondo molteplice si accomuna e le divergenze convergono nell’Uno-senza-distinzioni; il meraviglioso, ossia lo stupore al cospetto del trascendente, dell’ex-cezionale, scompare, e con esso ciò di cui era fondamento e fomite: il Sacro e la Sapienza; mentre l’unica meraviglia (Thauma) ormai possibile è rappresentata dalla tecnica della misurazione e dall’esattezza del suo calcolo.

Un segno affine a tutto ciò può essere visto nella crescente tendenza al particolare, nella frammentazione e atomizzazione. Tale tendenza si manifesta anche nelle scienze dello spirito, dove la vocazione sinottica va quasi completamente svanendo, come del resto l’artigianato artistico nel mondo del lavoro […]. A questa atomizzazione, che nelle scienze e nella pratica ha un che di allarmante ma serve altresì a incrementare la circolazione, corrisponde sul piano morale il ricorso al valore inferiore […]. Un atto di riduzione si palesa, per esempio, quando Dio viene inteso come il “bene”.

Controcanto della riduzione a Uno della complessità del Mondo è la parcellizzazione estrema o atomizzazione del sapere, frammentazione della conoscenza a cui corrisponde un depotenziamento del cospetto della morale: il Dio Giudice, Pantocrate e Profligatore, diventa semplicemente l’astrattezza del “bene” del mondo (e se ciò comprendere sotto il pontificato di Bergoglio risulta certamente affatto agevole pressoché a chiunque criticamente lo interroghi, avvedersene nel 1950 mette assai conto al valore analitico di Ernst Jünger).

Si è già visto spesso nella storia dell’uomo, rispetto a individui singoli come a unità più o meno grandi, il crollo delle gerarchie immortali con tutte le conseguenze relative. Ma erano pur sempre disponibili potenti riserve, nel mondo dei semplici e in quello dei dotti. C’era ancora terreno vergine in abbondanza, e intere civiltà rimasero inviolate. Oggi lo svanimento, che non è semplicemente svanimento, ma nello stesso tempo accelerazione, semplificazione, potenziamento e pulsione verso mete sconosciute, afferra il mondo intero […]. Coabitiamo con i terrificanti depositi di missili, studiati per l’indifferenziato annientamento di gran parte del genere umano […]. Non è di nessun aiuto chiudere gli occhi di fronte ad esso: è un’espressione della guerra cosmopolitica nella quale siamo impegnati. L’enormità delle forze e dei mezzi porta a concludere che ormai è in gioco il tutto. A questo si aggiunge l’uniformità dello stile. Tutto ciò rende necessario lo Stato mondiale. Non si tratta più di questioni nazionalistiche né della delimitazione di grandi spazi. Si tratta del pianeta in generale.

L’epoca del “più inquietante tra tutti gli ospiti” ha quindi uni-formato il mondo: per la prima volta nella storia “è in gioco il tutto”, per la prima volta nella storia uno e uno solo è lo “stile”, e l’ordinamento delle diverse comunità di lingua e d’altare non più si articola e differenzia in Póleis, Imperi o Stati nazionali, bensì ogni unione di suolo e di sangue confluisce, disunendosi, ovvero precisamente annullandosi, nello Stato mondiale.

L’epoca delle ideologie, quali erano ancora possibili dopo il 1918, è tramontata; le grandi potenze le usano ormai come un trucco molto leggero […]. Che differenza fa se gli strumenti di sterminio vengono inventati e accumulati per incarico di oligarchie tiranniche o per deliberazioni parlamentari? Una differenza è certa: nel secondo caso la coercizione universale è ancora più evidente.

Le “visioni del mondo” dividono e differenziano gli uomini e i popoli; ecco dunque che nel tempo del “Sistema-globale”, le ideologie non possono che rappresentare solo delle divergenze adiaforiche, tutto convergendo nell’unica Weltanschauung licea e politicamente corretta, conforme, accettata, propagandata.

Ma la libertà non abita nel vuoto, essa dimora piuttosto nel disordinato e nell’indifferenziato, in quei territori che sono, sì, organizzabili ma che non appartengono all’organizzazione. Vogliamo chiamarli “la terra selvaggia” (die Wildnis); la terra selvaggia è lo spazio dal quale l’uomo può sperare non solo di condurre la lotta, ma anche di vincere. Non è più naturalmente una terra selvaggia di tipo romantico. È il terreno primordiale della sua esistenza, la boscaglia da cui egli un giorno irromperà come un leone. Anche nei nostri deserti ci sono infatti oasi nelle quali fiorisce la terra selvaggia. Isaia lo capì in analoghi tempi cruciali. Sono i giardini ai quali il Leviatano non ha accesso, intorno ai quali egli si aggira con rabbia. È innanzitutto la morte. Mai come oggi gli uomini che non temono la morte sono infinitamente superiori anche al più forte potere temporale. Per questo la paura deve essere propagata ininterrottamente. I tiranni vivono costantemente nella tremenda convinzione che a poter uscire dallo stato di paura siano in molti, non solo alcuni individui singoli, il che significherebbe con certezza la loro caduta. Questo è anche il vero motivo del rancore contro ogni dottrina del trascendente. Lì infatti si cela il massimo pericolo: che l’uomo non abbia più paura. Ci sono luoghi sulla terra nei quali già si perseguita la parola “metafisica” come eresia. È chiaro che ogni culto degli eroi e di ogni grande figura umana possa essere, lì, trascinato nella polvere.

La posizione dell’Eroe contro il tempo del Nulla non può che essere una posizione – primordiale – di Lotta contro il Nulla, ovvero di atremia di fronte ad esso. Giacché la Lotta, ogni guerriero lo sa, è anzitutto lotta interiore:

Chi non ha sperimentato su di sé l'enorme potenza del niente e non ne ha subito la tentazione conosce ben poco la nostra epoca. Il proprio petto: qui sta, come un tempo nella Tebaide, il centro di ogni deserto e rovina. Qui sta la caverna verso cui spingono i demoni. Qui ognuno, di qualunque condizione e rango, conduce da solo e in prima persona la sua lotta, e con la sua vittoria il mondo cambia. Se egli ha la meglio, il niente si ritirerà in se stesso, abbandonando sulla riva i tesori che le sue onde avevano sommerso. Essi compenseranno i sacrifici.
Se dunque la domanda che chiede conto circa il fondamento del nostro stesso essere rappresenta l’essenza dell’Esserci, l’evento che ne determina l’avvento è di necessità coimplicato con l’evenire all’essere del Nulla, ossia col suo donarsi all’Uomo. Esso evento co-involge ognuno di noi, e ognuno di noi, “di qualunque condizione e rango”, è chiamato a corrispondervi, e ogni cor-responsione determina il Destino (Geschick) del mondo. E la cor-responsione dell’Eroe – cioè, e quasi archetipicamente, di Ernst Jünger – non può che, per pari destinalità, essere di lotta contro il Nulla per l’Essere(-del-Nulla), ovvero per la Storia (Geschichte) della sua contraddittorietà o Seinsgeschichte.


Martin Heidegger
Zur Seinsfrage


Caro Signor Jünger […], il suo contributo Über die Linie […] è una “valutazione della situazione” che mira all’“attraversamento” della linea, ma che non si esaurisce nel descrivere la situazione. La linea si chiama anche “meridiano zero”. Lei parla di “punto zero”. Lo zero allude al niente, e precisamente al niente vuoto. Dove tutto spinge al niente, lì domina il nichilismo. Al meridiano zero il nichilismo si avvicina al suo compimento […]. Come meridiano, la linea-zero ha la sua zona. L’ambito del nichilismo compiuto costituisce il confine tra due epoche del mondo. La linea che lo definisce è la linea critica, dove si decide se il movimento del nichilismo finisce nel niente vuoto oppure se esso è il passaggio nell’ambito di una “nuova dedizione dell’essere” […]. La sua valutazione della situazione guarda ai segni che permettono di riconoscere se e in che misura noi attraversiamo la linea, uscendo così dalla zona del nichilismo compiuto. Nel titolo del suo scritto Über die Linie, “über” significa al di là (hinüber), trans, µetá. Le osservazioni che seguono intendono invece l’“über” solo nel significato di de, perí. Esse trattano “della” linea stessa, cioè della zona in cui si compie il nichilismo […]. Per ora mi accontento di presumere che il solo modo in cui potremmo meditare sull’essenza del nichilismo sia quello di imboccare anzitutto la via che conduce a una localizzazione dell’essenza dell’essere. Solo per questa via è possibile localizzare la questione del niente. Sennonché, la questione dell’essenza dell’essere si estingue se essa non abbandona il linguaggio della metafisica, perché il rappresentare metafisico impedisce di pensare la questione dell’essenza dell’essere.

Definita, come si anticipava, la “svolta” prospettica heideggeriana che traspone l’oltre nell’attorno, ciò che ora occorre porre in questione è la coimplicazione che sembra coinvolgere e immorsare la localizzazione dell’essenza dell’Essere con la “questione del niente”. Ma, per ciò compiere, è necessario anzitutto oltre-passare e il linguaggio e l’orizzonte di senso della meta-fisica.

Lei scrive: “L’istante in cui la linea sarà passata porterà una nuova dedizione dell’essere, e così comincerà a risplendere ciò che realmente è” […]. La sua proposizione dice: “ciò che realmente è”, dunque il reale, cioè l’ente, comincia a risplendere perché l’essere di nuovo si dedica. Per questo, ora, ci domandiamo più correttamente se l’“essere” è qualcosa di per sé, e se, oltre a ciò, talvolta si dedica anche all’uomo. Presumibilmente proprio questa dedizione è, ma in maniera ancora velata, ciò che in modo assai imbarazzato e indeterminato chiamiamo “l’essere”. Ma una tale dedizione non accade anch’essa ancora, e in uno strano modo, sotto il dominio del nichilismo, cioè in un modo tale che “l’essere” si distoglie e si sottrae nell’assenza? Distoglimento e sottrazione, tuttavia, non è che siano niente. Essi dominano per l’uomo in modo quasi più opprimente, tanto da trascinarlo via, da risucchiare il suo aspirare e il suo fare, e da inghiottirlo infine nel vortice che si ritrae, e in modo tale che l’uomo può credere di non incontrare ormai che se stesso. In verità, però, questo suo se stesso non è più nient’altro che la consumazione della sua e-sistenza nel dominio di ciò che lei connota come il carattere totale del lavoro. Naturalmente, se prestiamo una sufficiente attenzione, la dedizione (Zuwendung) e il distoglimento (Abwendung) dell’essere non possono mai essere rappresentati come se riguardassero l’uomo solo di quando in quando e solo per qualche istante. Piuttosto l’essere dell’uomo consiste nel fatto che ognora, in un modo o nell’altro, esso perdura e dimora in questa dedizione e in questo distoglimento.

Ebbene, l’Essere, argomenta Heidegger, non è e qualcosa di per sé, e qualcosa che si “dedica” o dona all’uomo, di tanto in tanto o perlopiù, bensì esso è – per essenza, altresì sempre – donazione all’umano. Coimplicativamente, l’uomo non è se non entro la donazione o dedizione dell’Essere. Si tratterà nondimeno di comprendere il modo d’essere di tale dedizione essenziale, epperò le conseguenti epoche dell’umano. Se, dunque, l’Essere non può non donarsi all’uomo e l’uomo non può essere se non entro la dedizione (Zu-wendung) dell’Essere, allora, se qualcosa in generale si dà anche nel tempo del nichilismo, di necessità la dedizione accadrà anche qui, anche in questo tempo, ma avverrà “in uno strano modo”, ossia come sottrazione e distoglimento (Ab-wendung).

Dell’“essere stesso” diciamo sempre troppo poco se, dicendo l’“essere”, tralasciamo il suo presentarsi (Anwesen) all’essere dell’uomo (Menschenwesen), dando così a vedere di non comprendere che proprio questo essere entra a far parte dell’“essere”. Ma anche dell’uomo diciamo sempre troppo poco se, dicendo l’“essere” (non l’essere-uomo), poniamo l’uomo per se stesso e, dopo averlo così posto, lo mettiamo in relazione all’“essere”. Diciamo invece anche troppo, se pensiamo l’essere come qualcosa di onnicomprensivo, e ci rappresentiamo l’uomo soltanto come un ente particolare tra gli altri (vegetali, animali), per poi mettere i due in relazione tra loro; infatti, già nell’essere umano è insita la relazione con ciò che è determinato come “essere” attraverso il riferimento, il riferirsi nel senso del fruire, e che così è sottratto al suo presunto “in sé e per sé” […]. Parlando di una “dedizione dell’essere” rimane allora un espediente, e del tutto problematico, perché l’essere consiste nella dedizione, in modo tale che questa dedizione non è mai soltanto qualcosa che può aggiungersi all’“essere”. Essere-presente (“essere”) è sempre, in quanto essere-presente, un essere-presente all’essere umano, essendo l’essere-presente quell’ingiunzione che di volta in volta chiama l’essere umano. In quanto tale, l’essere umano è disposto all’ascolto, perché appartiene all’ingiunzione che chiama, all’essere-presente (An-wesen). Questa cosa che ognora si annuncia come la stessa, questa coappartenenza di chiamata e ascolto, sarebbe allora l’“essere”? […]. In verità, allora, non possiamo più nemmeno dire che “l’essere” e “l’uomo” “sono” la stessa cosa nel senso che essi appartengono l’uno all’altro, perché, dicendo così, continuiamo a lasciare essere l’uomo e l’altro per sé.

Giacché e nell’essenza dell’Essere, e nell’essenza dell’uomo, dimora il riferimento dell’uno all’altro, in modo che non l’Essere può essere senza l’esserci dell’uomo a cui si dedica, l’uomo può esserci senza essere nella donazione dell’Essere (= nella donazione d’essere dell’Essere), allora il Ri-ferimento-in-se-stesso non potrà che proporsi quale unica inseità e perseità originaria in-se-stessa-divisa. Ebbene, questa Mediazione assoluta e prima, questa Dia-ferenza archea, non è null’altro che Contraddizione-a-sé, ovvero auto-ctisi del Nulla, l’entificazione prisca pertanto o trascendentale. Ma si ritorni alla questione che domanda della localizzazione dell’essenza dell’Essere, quale unico adito possibile alla localizzazione della questione del Niente che immediatamente si aderge nel discutere del nichilismo.

Sono questioni, queste, che nell’andare “oltre la linea” rilevano una particolare pungenza; perché questo andare si muove nell’ambito del niente. Forse che col compimento o per lo meno con l’oltrepassamento del nichilismo sparisce il niente? Probabilmente questo oltrepassamento accade solo se, invece dell’apparenza del niente nullo, arriva e trova accoglienza presso di noi mortali l’essenza del niente da sempre affine all’“essere”.

Questo dunque il punto cruciale: il nichilismo rintracciato da Nietzsche e Dostoevskij nel secondo ‘800 e da noi ancora attraversato, non è il tempo del Niente, bensì, e al contrario, è il Tempo in cui del Niente – autenticamente inteso – non ne è (quasi) più niente, epperò più niente ne è di ogni ente distinto, nel dominio (pressoché) entelechiale della Deuteriortà, cioè, in linguaggio heideggeriano, dell’Essere compreso come Ens primum o Super-ente, di quell’Essere ossia pensato, dalla metafisica classica, quale pienezza ontica sempre salva posta a fondamento dell’ente molteplice, da Hegel, quale Soggetto trascendentale e, in ultimo, da Nietzsche stesso, in quanto Volontà di Volontà. Ecco pertanto che oltrepassare la linea del nichilismo non è per nulla un andare oltre il Nulla, bensì un portarsi circa (de, perí) la sua essenza “da sempre affine all’essere”, pensandone l’unitario enantiodromico volgersi vicendevole principiale dei due.

Più originario dell’Essere-dell’ente è l’essere-del-Nulla in cui esso primo trova conseguente dimora. Ma pensare l’essere-del-Nulla senza pensare il suo essere essere-del-Nulla significa non pensare il Nulla-dell’essere, significa altresì pensare nullo il Nulla in cui trova dimora l’Essere-dell’ente, significa epperò pensare ciò che si dà nella presenza, l’ente a punto, quale fondato anzitutto e autenticamente nell’Essere-dell’ente. Questo pensare esclusivamente dell’Essere, obliando l’essere esso Essere anzitutto od originariamente essere-del-Nulla, rappresenta precisamente il tempo del nichilismo e, per Heidegger, dal secondo ‘800, dalla Volontà di Volontà di Nietzsche a punto al “dominio del carattere totale del lavoro” di Jünger, del nichilismo compiuto.

Se all’“essere” appartiene la dedizione in modo tale che quello stia in questa, allora l’“essere” si risolve nella dedizione. Quest’ultima diventa ora ciò che va domandato, e come tale d’ora in poi viene pensato l’essere che si è ritirato nella sua essenza e che in essa si è risolto. Corrispondentemente, lo sguardo del pensiero che vede già in questo ambito può ormai scrivere l’“essere” soltanto in modo seguente: l’essere. Questa barratura a forma di croce difende innanzitutto dall’abitudine, quasi inestirpabile, di rappresentare l’“essere”come un qualcosa che sta di fronte e che sta per sé, e che poi talvolta si fa innanzi all’uomo […]. Dopo quanto si è detto, però, il segno della barratura a croce non può essere un segno meramente negativo di cancellazione. Piuttosto esso indica le quattro contrade dell’insieme dei Quattro (Geviert) e la loro riunione nel luogo dell’incrocio […]. L’essere-presente (An-wesen) si dedica come tale all’essere umano, e in questo solamente si compie la dedizione, in quanto quello, l’essere umano, è memore di questa. Nella sua essenza, infatti, l’uomo è la memoria dell’essere, ma nel senso dell’essere.

L’espediente tipografico cerca di dare conto proprio della suddetta co-appartenenza necessaria di Essere-e-Nulla: il Nulla assoluto non è e non può (mai) essere, e l’Essere-in-sé non può essere l’originaria emersione autoctica; e nondimeno, anzitutto qualcosa si dà, e non niente. Questo è precisamente l’E-vento: il portarsi presso la presenza di ciò che è, in-sé, l’Altro-da-ogni-presenza. Questo Evento è, per necessità, ossia per il contenuto identitario stesso di ciò che anzitutto si dà, processuale: ecco che l’Essere rettamente inteso, cioè a punto l’Essere, null’altro è se non la Storia-del-Nulla in cui l’Essere della Metafisica – ebbene l’essere-del-Nulla nell’oblio del Nulla-dell’essere, null’altro è se non la seconda (de-)posizione nella presenza, ebbene la (de-)posizione nella presenza della Posizionalità o Positività-in-sé, dell’Essere sempre salvo giacché ir-relato al Nulla, il suo assolutamente altro. Non resta ora che comprendere quale relazione e quale compito sia affidato all’uomo in questa Storia.

Come l’essere, anche il niente dovrebbe essere scritto, cioè pensato, così. Ciò significa che al niente appartiene, e in modo non accessorio, l’essere umano che ne è memore. Pertanto, se nel nichilismo il niente giunge a dominare in modo del tutto particolare, allora l’uomo non solo è riguardato dal nichilismo, ma vi prende essenzialmente parte. Ma allora anche l’intera “sostanza” umana non sta da qualche parte, al di qua della linea, per poi attraversarla e stabilirsi dall’altra parte presso l’essere. È l’essere umano stesso ad appartenere all’essenza del nichilismo e quindi alla fase del suo compimento. L’uomo, in quanto essere che è fruito nell’essere, fa parte della zona dell’essere e quindi nello stesso tempo di quella del niente. Egli non è soltanto nella zona critica della linea. Egli stesso, ma non per sé e ancor meno mediante se stesso soltanto, è questa zona e perciò la linea. Pensata come segno che delimita la zona del nichilismo compiuto, la linea non è in nessun caso qualcosa che stia davanti all’uomo come un che di oltrepassabile. Ma allora cade anche la possibilità di un trans lineam e perciò di un suo attraversamento.

Ebbene, l’Uomo custodisce la Storia-del-Nulla, ossia l’Essere, rammemorandone la teoria distintiva. Che il Nulla originario deleghi e demandi alla propria ulteriorità il pertenimento nell’essere del sé distintivamente suo, non rappresenta per nulla, per esso, una lacuna o mancanza, bensì precisamente ne ipostatizza – via via – la pienezza della posizionalità decisasi (in-sé o assolutamente) Potenza, Avvento, Ulteriorità, Pro-posizionalità. Che, in ultimo, detta delegazione dell’esserci entelechiale o compiuto, pieno e pienamente essente, del sé all’oltre-sé rappresenti esattamente la stessa essenza dell’Umano (Kléos A–thánatos), è parimenti posto in Diá.

Nella fase del nichilismo compiuto sembra che non si dia qualcosa come l’essere dell’ente, come se dell’essere non ne fosse niente (nel senso del niente nullo). L’essere rimane assente in un modo singolare. Si vela e si mantiene in una velatezza che a sua volta si vela. In tale velatezza riposa l’essenza della dimenticanza esperita in modo greco. In fondo, cioè a partire dall’inizio del dispiegarsi della sua essenza, questa dimenticanza non è niente di negativo, ma, in quanto velamento-salvamento (Ver-bergung), è presumibilmente un mettere in salvo che preserva qualcosa di non ancora svelato.

Dimostranosi o svelandosi attraverso ciò-che-é, e anzitutto o secondariamente attraverso Ciò-che-assolutamente-è, ovvero attraverso ciò che esso stesso assolutamente non-è, Ciò-che-assolutamente-non-è si vela, simultaneamente. Questo celarsi rappresenta certamente la preservazione di “qualcosa di non ancora svelato”, ossia della residualità del Nulla (di ogni essente), della Potenza (di ogni attualità), dell’Ulteriorità (di ogni presenza).

Ora, la dimenticanza, apparentemente distinta dall’essenza dell’essere, non si limita a colpire quest’essenza. Essa fa parte della cosa stessa dell’essere, domina come destino della sua essenza. La dimenticanza rettamente pensata, il velamento del non ancora svelato dispiegarsi dell’essenza (in senso verbale) dell’essere, vela e mette in salvo tesori non ancora scoperti ad è la promessa di un ritrovamento che attende solo una ricerca adeguata.

Certamente il velamento del Non-ancora-condotto-si-nella-svelatezza-della-presenza “fa parte della cosa stessa” dell’Essere, ossia ne è il Destino dell’essenza quale progressiva storicizzazione del contenuto del suo velamento, del contenuto ovvero della Velatezza-in-sé, egualmente quale processiva attualizzazione della potenza della Potenza-in-sé, quale ebbene incrementale entificazione della nullità compresa, da principio massimamente, nella Nullità trascendentale che è giacché si auto-perimetra nel pro-mettersi estrema, ultima (Ouranós Éschatos, Kléos Ouranòn ikánei), ulteriore epperò a ogni entità, identità, attualità, presenza.

La svelatezza riposa nella velatezza dell’essere-presente. A questa velatezza, in cui si fonda la svelatezza (Alétheia), è destinato il pensiero rammemorante. Esso pensa e rammemora ciò che è stato, ma che non è passato, perché rimane l’imperituro in ogni durare che di volta in volta l’evento dell’essere concede.

L’essere-presente o disvelato essendo la (contro-)storia del Non-essere-(mai-)nella-presenza, ebbene, ancora, il darsi viepiù e per via di slevatezza o apofaticamente dell’inseità originaria immediatamente e pro-lettica e contra-stativa ed escate giacché decisasi, abissalmente, Pro-lessi (Vorlaufen), Contra-statività, Escatia, l’An-denken pensa e rammemora – cioè si trattiene presso – l’Evento originario del trascendentale, ebbene di “ciò che è stato (= originario), ma che non è passato (= in quanto trascendentale, ultimo)”, poiché “permane l’imperituro” o, piuttosto, il principiale-estremo, fondamento omni-avvolgente di “ogni durare” (= di ogni essere-presente-nella-svelatezza) che l’e-venire all’essere (alla presenza, alla svelatezza) del Nulla – egualmente il concretarsi della Contraddizione, l’adunarsi della Diade, l’immorsarsi della Differenza, l’attuarsi della Potenza –, “di volta in volta (= progressivamente o secondo il disvolgersi del prima e del poi [katà tèn tou Chrónou Táxis]) concede”, e di volta in volta (Geschehen) secondo necessità (katà tò Chreón) o destinalmente (Geschickt).

Quelle che seguono, e che concludono la risposta di Heidegger a Jünger, rappresentano pagine particolarmente preziose nell’esegesi del suo pensiero, in quanto qui esso, altrimenti eracliteamente skótos, si offre con rara essoteria e puntualità. Rammemorando la genesi e l’intenzione della prolusione Was ist Metaphysik? (Che cos’è la Metafisica), tenuta all’Università di Friburgo il 29 luglio del 1929 in occasione dell’apertura dell’anno accademico, Heidegger, nel tentativo di superare la dimenticanza dell’Essere, propria sia della Metafisica classica, che pensa l’ente in quanto ente, ossia pensa l’enticità comune degli essenti differenti, sia della scienze moderne, concentrate invece sulle particolarità degli enti e dimentiche di tutto ciò che non è, come la stessa Enticità-in-sé della Metafisica, principia a pensare e indicare l’Essere giacché l’Assolutamente-altro-da-ogni-ente, ossia quale il Trascendente-ogni-ente-presente, egualmente in quanto Non-ente (Ni-ente).

Il superamento della metafisica è il superamento della dimenticanza dell’essere […]. Il rappresentare che è proprio delle scienze mira ovunque all’ente, e precisamente ad ambiti separati dell’ente […]. Esse ritengono che tutto l’ambito di ciò che si può ricercare e indagare si esaurisca nel rappresentare l’ente, e che oltre all’ente non ci sarebbe “niente altro”. La questione dell’essenza della metafisica tenta di raccogliere questa opinione delle scienze e, apparentemente, di dividerla con esse. Ma chiunque riflette deve già sapere che il domandare che riguarda l’essenza della metafisica non può aver presente che quell’unica cosa che caratterizza la meta-fisica, e cioè il trascendimento: l’essere dell’ente. Invece, nell’orizzonte del rappresentare scientifico che conosce solo l’ente, ciò che non è assolutamente un ente (cioè l’essere) non può offrirsi che come un ente. Perciò la Prolusione pone la questione di “questo niente”. Essa non domanda in modo arbitrario e indeterminato “del” niente. Essa domanda che ne è di ciò che è tutt’altro rispetto a ogni ente, che ne è di ciò che ente non è […]. La domanda “Che cos’è la metafisica?” tenta questa sola cosa: condurre le scienze a riflettere sul fatto che esse incontrano necessariamente, e perciò sempre e dappertutto, il tutt’altro rispetto all’ente, il niente di ente. A loro insaputa, esse stanno già in riferimento all’essere. Solo dalla verità dell’essere di volta in volta dominante esse ricevono una luce per poter vedere e considerare come tale l’ente che esse si rappresentano. Il domandare “Che cos’è metafisica?”, ossia il pensiero che ne deriva, non è più scienza. Ma il pensiero, il trascendimento come tale, cioè l’essere dell’ente, diventa ora degno di essere interrogato relativamente alla sua essenza, e perciò non è mai qualcosa di indegno e di nullo. “Essere”, questa parola apparentemente vuota, è qui pensata sempre nella pienezza essenziale di quella determinazione che, dalla Phýsis al Lógos fino alla “volontà di potenza”, rinviano l’una all’altra, rivelando ovunque un tratto fondamentale che in Sein und Zeit si tenta di nominare col termine “essere-presente”.

Ebbene, questo Ni-ente (cioè, ancora, non già il Nulla assoluto, che non è, che non si dà, ma la Ni-entità che “prende” haecceitas, determinatezza altresì o essere, datità e presenza, attraverso la “donazione” temporalmente articolata dell’assolutamente altro da sé, ebbene, simultaneamente o enantio-dromicamente, del se stesso, se stesso essendo l’Assolutamente-altro-da-sé-in-sé) determina la localizzazione dell’essenza dell’umano, quale suo “luogo-tenente”.

Alla luce di questa domanda appare che l’esserci dell’uomo è “tenuto immerso” in “questo” niente, nel tutt’altro rispetto all’ente. Detto in altri termini, questo significa e poteva significare soltanto che “l’uomo è il luogo-tenente del niente”. La frase vuol dire che l’uomo tiene libero il luogo per il tutt’altro rispetto all’ente, in modo tale che nella sua apertura possa darsi qualcosa come l’essere-presente (l’essere). Questo niente, che non è l’ente, e che però si dà, non è niente di nullo, ma appartiene all’essere-presente. Essere e niente non si danno uno accanto all’altro, ma l’uno si adopera per l’altro, in una sorta di parentela di cui non abbiamo ancora pensato la pienezza essenziale.

Perché e come dunque l’Uomo mantiene libero il luogo per il Ni-ente, in modo tale che nell’apertura del Ni-ente possa avvenire l’essere-presente, possa altresì sopraggiungere – via via – ogni ente, egualmente tutta la teoria dell’essere-del-Nulla (tà pánta, tà ónta)? Heidegger non lo affermerà mai chiaramente, non mai chiaramente affermando la coimplicazione originaria tra Uomo, Niente (assoluto) ed Essere-del-Ni-ente, forse perché è solo attraverso l’allusione all’altro da sé che l’Altro-in-sé può darsi, e si dà, o forse perché egli non dismetterà mai del tutto il fondamento teologico della sua tensione interrogativa e meditativa, fondamento che lo manterrà sempre lontano da ogni possibile – e per lui ubristica – apoteosi dell’umano, ma possiamo azzardare la seguente – nostra si precisa – interpretazione.

Il Ni-ente non è per niente un Dio e, se lo si vuole pensare giacché l’Originario, questi non può essere la negazione conseguente o l’antitesi di qualcosa che già si dà, bensì deve essere assoluto, epperò la Negazione o l’Anti-tesi non può che essere, se è, immanentemente o per coerenza identitaria, sempre negante se stessa o contro-ponente se stessa a se stessa: è precisamente questa la “parentela tra essere e nulla di cui non abbiamo ancora pensato la pienezza essenziale", è precisamente questa la Dia-ferenza trascendentale o la Dia-latazione inseitale prima in cui il destino di ogni ente si concreta e compie, via via.

Resta nondimeno da chiedere, perché il Nulla si dà, estroflettendo immediatamente o intrinsecamente orizzontando la propria contraddittorietà, resta nondimeno da chiedersi, con Heidegger, che cosa sia il Nulla e perché anzitutto si dia l’essere-del-Nulla e non l’Essere-in-sé. E la risposta a questo interrogare de l’essenza del fondamento ci conduce direttamente là dove dimora l’essenza dell’Umano: il Nulla è semplicemente il contenuto di una decisione identitaria, della Decisione ossia e auto-ctica e abissale e tutto anticipante – tutto e anzitutto la stessa deposizione seconda dell’Identità –, giacché l’anticipazione, quale suo modo d’essere essenziale, è il suo stesso contenuto ipseitale originario, ebbene, in ultimo, della Decisione Anticipatrice che tutto avvolge e fa – autenticamente o per via di negazione o contraddittorietà – essere.

Definendo noi il Nulla quale contenuto della Decisione Anticipatrice abbiamo forse semplicemente “spostato” la questione della sua relazione con l’Uomo? Come può l’Uomo “tenere libero il luogo per il tutt’altro rispetto all’ente, in modo tale che nella sua apertura possa darsi qualcosa come l’essere-presente (l’essere)”?
Semplicemente essendo e sé essendo, giacché la Decisione è dell’Uomo e l’Uomo è nell’istante della Decisione, e trascendentalmente, categorialmente o filogeneticamente, e “storicamente”, individualmente od ontogeneticamente.
De-cidendo, l’Uomo decide della nullità (residua) del Nulla, ossia imprime viepiù essere al non-essere-ancora-qualcosa del Non-essere-mai-alcunché, destinando così il Nulla originario alla contraddittoria compiutezza estrema del sé, secondo necessità e secondo l’ordine del tempo.
Decidendo, infine, l’Uomo prende dunque su di sé il Destino del Nulla, ossia e ancora il Destino del contenuto della Decisione Originaria, egualmente il suo più proprio Destino anzitutto e conseguentemente il Destino dell’Essere tutto: questa presa in carico del Destino del Nulla è il Destino stesso dell’Uomo, ebbene la solo nostra Storia, ed è precisamente questa presa in carico che consente il mantenimento dell’apertura della Dia-lacerazione o Dif-ferenza originaria entro – ossia di contro – l’endo-dia-vergenza immanente o immediata della quale avviene o sopraggiunge via via ogni “essere-presente” e infine tutti.

Ecco dunque, in clausola, come per Heidegger non si tratti di superare il nichilismo inteso come tempo dell’essere-del-Nulla, come tempo ovvero della Dimenticanza-dell’essere-dell’ente, bensì, al contrario, di trattenersi presso l’originarietà del nichilismo così pensato per superare il tempo dell’oblio del Nulla-dell’essere (dell’oblio altresì che l’Oblio-dell’Essere sia l’Essere autentico di ogni ente lì presente epperò non obliabile), il tempo epperò del nichilismo moderno, per oltrepassare ossia la dimenticanza che l’Essere-dell’ente si fondi anzitutto nella Dimenticanza-dell’Essere, che ogni svelatezza egualmente e la stessa Svelatezza seconda in-sé sopraggiunga oltre ed entro l’archea Velatezza-di-ogni-svelatezza: pensare la Velatezza, pensare – rammemorandola – la Dimenticanza-originaria-dell’essere, induce il ritorno presso quella località dalla quale la stessa meta-fisica, compresa quale pensiero della differenza tra Essere e ente, cioè quale pensiero dell’Essere giacché l’Assolutamente Altro da ogni ente-presente, pro-viene.

L’essenza del nichilismo, che da ultimo si compie nel dominio della volontà di volontà, sta nella dimenticanza dell’essere. A questa dimenticanza sembra che corrispondiamo al meglio quando la dimentichiamo, cioè quando la buttiamo al vento. Così facendo, non prestiamo attenzione a che cosa significa dimenticanza in quanto velatezza dell’essere. Se invece prestiamo attenzione a ciò, allora esperiamo questa sconcertante necessità: invece di voler oltrepassare il nichilismo, dobbiamo prima raccoglierci nella sua essenza. Questo raccoglimento (Ein-kehr) nella sua essenza è il primo passo mediante il quale lasciamo il nichilismo alle nostre spalle. La via di questo raccoglimento ha la direzione e la modalità di un ritorno (Ruck-kehr). Non si tratta naturalmente di un ritorno ai tempi trascorsi per tentare di restaurarli in una forma artificiosa. Ritorno qui significa la direzione verso quella località (la dimenticanza dell’essere) dalla quale la metafisica ha ricevuto e continua ad avere la sua provenienza.

Il nichilismo moderno, pertanto, concludiamo noi, è precisamente il tempo in cui di ogni ente particolare non è che pressoché più niente proprio perché pressoché più niente ne è del Niente stesso, mentre pressoché completamente o esclusivamente tutto ne è dell’Essere-dell’ente-presente, ossia dell’Unità parmenidea deuteriore. Ma non il Nulla Originario può essere compiutamente o esaustivamente sé senza e da principio destinarsi all’attraversamento di questo stesso pen-ultimo (suo) tempo.

Alberto Iannelli


1 Edizione italiana: Oltre la linea, Adelphi, 2010.
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