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Werner Sombart
Ermsleben 1863
Berlino 1941
Itinerarium mentis per vestigia
κατα την του χρόνου τάξις
Il Capitalismo moderno
Gli Ebrei e la vita economica
Il Borghese
Mercanti ed Eroi
Lusso e capitalismo
Il socialismo tedesco
Il capitalismo moderno
Der moderne Kapitalismus, 1902.
Edizione italiana: Ledizioni Ledipublishing, Milano 2020

Principio di copertura del bisogno e principio acquisitivo: differenze tra il precapitalismo e il capitalismo

Possiamo distinguere due tendenze sostanzialmente diverse. Gli uomini mirano infatti o a procurarsi una certa quantità e qualità di beni di consumo, cercano cioè di coprire il loro fabbisogno naturale, oppure tendono al guadagno, cercano cioè con la loro attività economica di procurarsi quanto più danaro possibile. Nel primo caso diciamo che le loro azioni sono orientate al principio di copertura del bisogno, nel secondo che sono orientate al principio acquisitivo.

È mia convinzione profonda che nei diversi periodi abbia dominato una mentalità economica diversa e che sia lo spirito a darsi una forma adeguata, creando così l’organizzazione economica.

Il bisogno stesso non è determinato arbitrariamente dall’individuo, ma ha assunto con l’andare del tempo nei singoli gruppi sociali un certo valore e una certa forma che vengono poi considerati come dati fissi. L’idea che il tenore di vita debba essere conforme al proprio ceto sociale domina tutta l’economia precapitalistica. Ciò che la vita ha lentamente sviluppato, riceve quindi il sostegno del riconoscimento e della norma dalle autorità del diritto e della morale. L’idea del tenore di vita conforme al proprio ceto sociale costituisce un importante fondamento della dottrina tomistica: è necessario che i rapporti dell’uomo con il mondo dei beni esterni siano soggetti a una limitazione, a una misura: nesse est quod bonum hominis circa ea (bona exteriora) consistat in quadam mensura. Questa misura corrisponde al tenore di vita conforme al proprio ceto: front sunt necessaria ad vitam eius secondum suam conditionem.

Il signore disprezza il denaro. È sporco come ogni attività diretta al guadagno. Il denaro serve solo per essere speso: “usus pecuniae est in emissione ipsius” (S. Tommaso).

(nel tempo precapitalistico) il tipo e l’ampiezza di ogni singola organizzazione economica sono determinati dal tipo e dalla misura del bisogno che si suppone come dato. Lo scopo di ogni attività economica è dunque il soddisfacimento di questo bisogno. L’economia è sottoposta a quello che abbiamo chiamato principio di copertura del fabbisogno.

In passato, quando esposi queste idee, mi si obiettò che è del tutto sbagliato supporre che in un tempo qualsiasi gli uomini si siano limitati a soddisfare soltanto le loro esigenze di vita, a ricercare solo il “nutrimento”, a coprire soltanto i bisogni naturali e tradizionali. In tutti i tempi, al contrario, sarebbe insito “nella natura dell’uomo” il desiderio di guadagnare quanto più possibile, di diventare quanto più ricco possibile. Io nego ciò anche oggi con altrettanta energia e affermo più decisamente che mai che la vita economica nell’era precapitalista era effettivamente soggetta al principio del soddisfacimento del bisogno, che il contadino e l’artigiano miravano al nutrimento e a null’altro nello svolgere la loro normale attività economica.

Un’ulteriore prova a favore della mancanza di aspirazione al guadagno proprio dello spirito dell’economia precapitalistica è fornita dal fatto che ogni impulso al guadagno, ogni cupidigia di denaro trova il proprio soddisfacimento al di fuori della produzione, del trasporto e in parte anche al di fuori del commercio dei beni. Si corre nelle miniere, si scava in cerca di tesori, ci si dedica all’alchimia e a ogni sorta di arti magiche per brama di denaro, si presta il denaro a interesse, perché non si riesce a guadagnarlo nell’ambito della normale attività quotidiana. Aristotele, che ha compreso a fondo la natura dell’economia precapitalistica, considera estraneo all’attività economica il guadagno quando supera il bisogno naturale. Neppure la ricchezza in denaro contante serve a fini economici, alla sussistenza provvede l’oikos, mentre la ricchezza è data soltanto a un suo extraeconomico, “immorale”. Ogni economia ha limiti e misura che il guadagno invece non conosce.

Nell’uomo economico precapitalista, l’energia spirituale è sviluppata tanto poco quanto la forza della volontà. Lo si rivela dal ritmo lento dell’attività economica. Prima di tutto si cerca di starne più alla larga possibile. Dove si può “far festa”, la si fa […]. Nessuna traccia di amore per l’economia o per il lavoro economico. Questo atteggiamento generale è documentato dal fatto che durante tutto il periodo precapitalistico il numero di giorni di festa in un anno era enorme.

(nell’economia precapitalistica) La domanda deve essere qualitativamente e quantitativamente stabile e sicura, cioè è necessario che venga richiesta sempre una stessa quantità di prodotti della stessa specie. La domanda inoltre sarà quantitativamente stabile e sicura, quando la quantità delle merci prodotte non crescerà in proporzione maggiore al potere di acquisto dei compratori […]. La domanda è qualitativamente tanto meno mutevole quanto più stabili sono le categorie di compratori e quanto meno è soggetto a mutamenti il gusto di queste persone. Quanto meno cambia la stratificazione dei rapporti sociali, cioè quanto più stabile è la struttura della società, tanto più costanti rimarranno le categorie dei compratori. La secolare divisione di una popolazione nei tradizionali “ceti” degli ecclesiastici, dei cavalieri, dei contadini e dei borghesi produce quindi una domanda stereotipata, che è qualitativamente tanto più stabile quanto meno si modificano gli usi e i costumi all’interno di questi gruppo, o, come si direbbe oggi, quanto più raramente cambia la moda. Una popolazione agricola che ha sviluppato e conservato per parecchi secoli un unico costume e la popolazione di una metropoli moderna che in dieci anni ha cambiato dieci modi di abbigliamento e cinque stili di mobili, rappresentano da questo punto di vista i poli estremi.

La particolarità del principio del profitto consiste nel fatto che sotto il suo dominio lo scopo immediato dell’adire economico non è più il soddisfacimento del bisogno, ma esclusivamente l’aumento di una somma di denaro. La determinazione di questo scopo è immanente all’idea dell’organizzazione capitalistica; si può quindi definire il conseguimento del profitto (cioè l’accrescimento di una somma iniziale di danaro per mezzo dell’attività economica) come lo scopo oggettivo dell’economia capitalistica, con esso non si identifica necessariamente (almeno in un’economia capitalistica completamente sviluppata) la determinazione del fine soggettivo del singolo soggetto economico.

Capitalismo e spirito faustiano

Il capitalismo è nato dal profondo dell’anima europea. Lo stesso spirito, da cui è sorto il nuovo stato e la nuova religione, la nuova scienza e la nuova tecnica, crea anche la nuova vita economica. Si tratta di uno spirito terreno e mondano; uno spirito che dispone di una immensa forza distruttrice di tutte le vecchie formazioni naturali, dei vecchi legami, delle vecchie barriere, ma forte anche perché capace di costruire nuove forme di vita, nuove creazioni, artistiche e artificiali. È quello spirito che dalla fine del Medio Evo strappa i vincoli che, formatisi in modo organico nella quiete del tempo, legano gli uomini alla cerchia degli affetti e alla comunità e li getta sulla via dell’egoismo insaziabile e dell’autodeterminazione.

È lo spirito di Faust: lo spirito dell’irrequietezza, dell’ansia, che anima ora gli uomini. “Il fermento lo spinge lontano...” […]. A ragione questo fenomeno è chiamato aspirazione all’infinito, perché la mèta è fissata fuori dai confini, nell’immenso, perché ogni dimensione naturale, ogni vincolo organico sembra inadeguato, anzi opprimente allo slancio di questi uomini d’avanguardia. Non si sbaglia neppure chiamandolo aspirazione al potere, perché infatti dal più profondo dell’anima, dove la nostra mente è incapace di penetrare, scaturisce quest’indescrivibile spinta dell’uomo forte a imporsi, a sottomettere gli altri alla sua volontà e alla sue azioni, che noi possiamo definire volontà di potere.

In altro luogo ho parlato dettagliatamente del modo in cui questa cupidigia di oro e denaro, in epoca precedente e per lungo tempo, si sia inserita a lato della vita economica e si sia manifestata in una serie di fenomeni che non hanno nulla a che fare con la vita economica. Agli inizi, infatti, la gente tende a procurarsi l’oro o il denaro al di fuori della propria normale attività economica. Ricordiamo quei fenomeni di massa caratteristici degli ultimi secoli del Medio Evo e dei primi della nuova èra, noti come cavalleria rapinatrice, ricerca di tesori sepolti, alchimia, progettistica, usura. In seguito però questo spirito di conquista penetra anche nella vita economica ed è allora che emerge il capitalismo: quel sistema economico che dischiude all’azione dell’uomo, un campo meraviglioso e particolarmente fertile dove l’aspirazione all’infinito, la volontà di potere, lo spirito d’intrapresa si impongono anche e proprio sul terreno dell’attività quotidiana volta al soddisfacimento dei bisogni. L’economia capitalistica è tutto questo, perché al centro del fine da cui è dominata non si trova una persona viva con i suoi bisogni naturali, ma una cosa astratta: il capitale. Nell’astrattezza dello scopo è insita la sua illimitatezza. Nel superamento della concretezza di tutti gli scopi individuali è insito il superamento della sua illimitatezza. Aspirazione al potere e al profitto diventano una cosa sola: l’imprenditore capitalistico (questo è il nome dei nuovi soggetti economici), tende al potere per guadagnare e chi guadagna, accresce il suo potere.

È chiaro, in tutti i campi della vita umana questo spirito d’intrapresa si fa largo combattendo. Soprattutto nello stato dove la mèta si chiama conquista e dominio. Ma con la stessa forza di esprime nella religione e nella chiesa, dove vuole liberare, sprigionare; nella scienza dove vuole spiegare; nella tecnica dove vuole inventare; sulla superficie della terra dove vuole scoprire […]. Questo spirito comincia a dominare anche nella vita economica. Esso spezza le barriere dell’economia tendente alla copertura del fabbisogno, fondata sulla moderazione e l’equilibrio, statica, feudale e artigianale, e sospinge gli uomini nel vortice dell’economia acquisitiva. Nel campo delle mire materiali conquistare significa acquisire: incrementare una somma di denaro. L’aspirazione all’infinito, l’aspirazione al potere non trova alcun campo di attività più congeniale di quello della caccia al danaro, a questo simbolo di valore assolutamente astratto, esente da qualsiasi limitazione organico-naturale, il cui possesso rappresenta sempre più il simbolo del potere.

Capitalismo e spirito del mercante

Le relazioni che l’imprenditore allaccia con altri individui sono anche di natura diversa da quella che si suole definire col temine “organizzazione”. Egli deve dapprima reclutare i suoi collaboratori, poi deve continuamente asservire ai suoi scopi persone estranee, inducendole a fare o a tralasciare determinate azioni, senza tuttavia usare mezzi di costrizione. A questo scopo egli deve “trattare”, deve condurre colloqui con altri per indurli, facendo valere le proprie ragioni e confutando le obiezioni altrui, ad accettare una certa proposta, ad eseguire o tralasciare una certa azione. La trattativa è un incontro di lotta con armi psichiche. L’imprenditore deve quindi essere anche un buon negoziatore, mediatore, mercante, tutti termini che esprimono la stessa cosa con diverse sfumature. Il mercante in senso stretto, cioè il negoziatore in questioni di affari, è solo una delle molte forme sotto le quali si presenta il negoziatore. Il problema è sempre quello di convincere i compratori (o i venditori) del vantaggio insito nella stipulazione di un certo contratto. L’ideale del venditore si realizza, quando tutta la popolazione ritiene che nulla sia più importante dell’acquisto dell’articolo che egli sta magnificando in quel momento, quando massa di persone si lasciano prendere dal panico di non arrivare più in tempo per l’acquisto (come succede nei casi di febbrile eccitazione sul mercato dei valori).

Suscitare interesse, conquistare la fiducia, risvegliare la voglia di acquistare: in questo crescendo si manifesta l’efficacia del mercante di successo. Non importa quali mezzi vengono usati a tal fine, basta che non vi sia costrizione esterna, ma solo interiore, che la controparte non accondiscenda al patto di malavoglia, ma per propria decisione. Il risultato dell’azione del venditore deve essere la suggestione.

Capitalismo come sintesi dello spirito faustiano (intrapresa imprenditoriale) e borghese (razionalismo amministrativo)

Chiamiamo spirito capitalistico quello stato d’animo risultante dalla fusione in un tutto unico dello spirito imprenditoriale e dello spirito borghese. Esso ha creato il capitalismo.

Audace, fresco, provocante, disinvolto, ma anche avventuroso, pieno di illusioni e pregiudizi, completamente irrazionale: ecco come si presenta nella storia il nuovo soggetto economico, da cui si svilupperà l’imprenditore capitalista. Avventurieri di commercio o commercianti avventurosi (merchants adventurers) vennero chiamati significativamente coloro che abbandonarono le solide strade tracciate dal Medio Evo e imboccarono nuove vie di guadagno. Essi miravano ad ottenere nel più comune dei commercio quel che i loro padri e fratelli avevano tentato di trovare nella ricerca dell’oro, nell’alchimia o nel brigantaggio. Si tratta soprattutto di spirito di avventura che si manifesta in quegli imprenditori del XVII e XVIII secolo, progettisti e speculatori che pullulano in tutti i paesi. Lo stesso spirito di avventura anima anche grandi mercanti d’oltremare, di cui il XVI e il XVII secolo sono ricchissimi, che portano una nota particolare nello spirito del primo capitalismo: lo spirito della pirateria […]. Gli uomini che partivano in cerca di bottino sul mare o sull’altra sponda del mare erano animati da uno spirito particolare. Sono dei conquistatori spavaldi, avventurosi, avvezzi alle vittorie, brutali e rozzi. Questi pirati geniali e senza scrupoli, di cui abbonda l’Inghilterra del XVI secolo […], sono della stessa stoffa dei capitani di ventura italiani come i Can Grande, i Francesco Sforza, i Cesare Borgia, solo che più di questi mirano alla conquista di beni e denaro e sono quindi più vicini agli imprenditori capitalistici […]. Erano dei filibustieri; ma lo spirito che li animava era lo stesso che ha stimolato il grande commercio e i traffici coloniali fino al XVIII secolo. Avventurieri, pirati e commercianti in grande stile (e questo lo diventa solo chi va sul mare) si confondono impercettibilmente gli uni con gli altri.

Ovunque risalta quest’inclinazione infantile e impulsiva, ovunque sentiamo lo stesso spirito fantastico e amante dell’avventura, ovunque si tratta di un’improvvisa fiammata di avidità che sospinge gli uomini verso audaci imprese,anche se poi abbastanza di frequente lasciano l’opera a metà. Quel che manca ancora è l’agire in base a un piano sistematico lungimirante, ponderato, perseverante, nato da uno spirito profondamente razionale, tipico delle epoche posteriori […]. Questo elemento venne portato da un altro affluente allo spirito capitalistico.

Se le idee fondamentali da cui si era sviluppato lo spirito romantico-capitalistico riecheggiavano l’idea medievale del commercio comunitario e corporativo, l’idea nobiliare del diritto di preda, l’idea della violenza, un altro indirizzo di pensiero si faceva strada fra gli imprenditori degli albori del capitalismo, partendo dalle idee della responsabilità del singolo e del legame contrattuale degli individui fra di loro, che si rifaceva a una mentalità fondamentalmente diversa, anzi diametralmente opposta.

Basta qui ricordare che l’idea di contratto ha cominciato ad affermarsi in tutti i settori della vita pubblica e privata sin dalla fine del Medio Evo e che – ciò che qui soprattutto ci interessa – la sua diffusione è senz’altro parallela allo spostamento avvenuto nell’idea di potere, dalla ricchezza fondata sul potere al potere fondato sulla ricchezza in conseguenza del rapido aumento della ricchezza borghese […]. Mentre l’idea della forza, a cui una buona parte del capitalismo deve la sua origine, è di natura prevalentemente aristocratica, l’idea di contratto si radicò soprattutto in quegli strati della popolazione che erano rimasti esclusi dal potere nello stato e in particolar modo nei casi dove il singolo era uscito dai legami della comunità ed era stato costretto a percorrere la propria strada. In primo luogo si trattava di determinati circoli borghesi che esercitavano professionalmente il commercio per terra. Già durante il Medio Evo questi circoli avevano sviluppato un loro tipico modo di vedere la vita che io chiamo spirito borghese e che di per sé non ha nulla a che vedere con l’idea di contratto o con il capitalismo, ma può dominare anche tra artigiani o redditieri. Ma combinandosi all’idea di contratto e unendosi allo spirito imprenditoriale dà luogo a una nuova forma caratteristica dello spirito capitalistico che si differenzia profondamente dalla variante presa in considerazione prima dello spirito avventuroso e piratesco indirizzato al guadagno e che costituisce lo spirito specificamente borghese e capitalistico che si è andato sempre più affermando ai giorni nostri.

L’epoca del capitalismo maturo è del tutto unica nella storia, nessun’epoca precedente ha con essa qualcosa in comune. Non si ripeterà mai di nuovo nella stessa misura e non potrà neppure venire prolungata; è un episodio isolato nella storia dell’umanità, che questa ha forse solo sognato.

Lo sviluppo del capitalismo ha provocato una radicale trasformazione della vita economica. Questo è il fenomeno portentoso che si è realizzato nel nostro tempo: in base a un motivo dominante o in virtù di un obiettivo che, come già sapeva Aristotele, in fondo non ha nulla a che fare con la vita economica, l’aspirazione al guadagno, si è sprigionata una vita economica di tale portata, grandezza e potenza che nessu’epoca precedente ha mai visto; nel perseguimento di una mèta così poco economica come quella del guadagno è stato possibile garantire l’esistenza di centinaia di milioni di uomini, trasformare la cultura fin dalle radici, fondare e distruggere imperi, costruire i mondi magici della tecnica, cambiare l’aspetto stesso della terra. E tutto questo perché uno sparuto manipolo di uomini p stato conquistato dalla passione di guadagnare.

Il processo di trasformazione si è verificato quando il capitalismo, su un’area ristrettissima della superficie terrestre, a sviluppato in intensità le sue forme più evolute e di qui si è diffuso fecondando il resto del mondo.

Un aspetto comune delle tendenze proprie dell’epoca del capitalismo maturo è la spinta verso l’infinito, l’illimitatezza delle mète è la forza che va al di là di ogni misura organica. Questa è una delle contraddizioni interne di cui è ricca la cultura moderna: la vita al suo massimo grado di attività ed espressione va al di là di se stessa e, come vedremo, si autodistrugge. […]. Sono quelle forze che si proiettano nell’indefinito che conferiscono all’economia di questo periodo il suo inimitabile carattere dinamico. Anche ciò è intrinseco all’essenza di ogni forma di capitalismo: portare a compimento gli elementi di quest’essenza, costituisce l’opera di quelle forze vitali che arrivano a maturazione nell’epoca moderna.

Lo sviluppo dell’energia economica nell’epoca del capitalismo maturo non si esaurisce tuttavia nello sprigionamento degli impulsi appena indicati. Anzi, nella stessa direzione di questo sprigionamento agisce un fenomeno che è in singolare contrasto con la potente manifestazione di quelle forze altamente irrazionali; si tratta del grandioso sviluppo del razionalismo economico, vale a dire la penetrazione nell’economia dei più raffinati metodi del pensiero razionale.

Lo spirito del capitalismo, questo strano miscuglio di passionale impulso verso l’infinito e freddo calcolo razionale giunto (internamente) al massimo grado di purezza, si diffonde quindi (esternamente) in aree sempre più ampie. Questa realizzazione in intensità ed estensione dello spirito del capitalismo costituisce il carattere distintivo dell’epoca del capitalismo maturo da quella del primo capitalismo. La generalizzazione in senso estensivo di questo spirito deve essere considerata sotto diversi aspetti: in primo luogo esso conquista l’intero ceto imprenditoriale, quindi il contagio dilaga anche tra il ceto impiegatizio e infine in cerchie sempre più vaste del mondo operaio. Infine, dobbiamo intendere questa espansione in senso geografico: tutta la terra – fino all’interno dell’Africa, dell’India e della Cina – viene sottomessa al demone dello spirito del capitalismo.

Lusso e capitalismo

Il lusso nel senso del bisogno raffinato e del suo suo soddisfacimento serve scopi molto diversi e perciò deve la sua esistenza anche a motivi molti diversi. Se dedico a Dio un altare ornato d’oro o se mi compero una camicia di seta, in entrambi i casi faccio del lusso, ma si avverte immediatamente che questi due atti sono estremamente diversi l’uno dall’altro. Si può chiamare la consacrazione dell’altare un lusso idealistico o forse anche altruistico, mentre l’acquisto della camicia di seta un lusso materialistico o anche egoistico, distinguendo con ciò nello stesso tempo la destinazione e il motivo. Entrambe le forme del lusso si sviluppano nell’epoca che stiamo considerando. Ma proprio in questo tempo tra Giotto e Tiepolo, che noi chiamiamo epoca del primo capitalismo, si diffonde in modo di gran lunga prevalente il lusso materialistico.

Tuttavia il processo di secolarizzazione non sarebbe stato tanto rapido, e la diffusione del lusso non avrebbe conosciuto proporzioni così colossali in un periodo così breve, se accanto alla corte non fosse emersa un’altra fonte importante dalla quale si sprigionasse l’ampio flusso della sete di piacere, della vita allegra, della vanità e del fasto che si riversò nel mondo: se cioè non fosse scoppiato come una malattia devastatrice un intenso bisogno di beni di lusso presso i nouveaux riches che abbiamo visto venire alla ribalda […]. Nella storia, dal momento in cui è apparso il primo nuovo venuto borghese, la via della ricchezza è parallela alle tappe della diffusione del lusso.

Un punto che mi sembra di grande e generale importanza per lo sviluppo della società moderna è il fatto che i nuovi ricchi, coloro che non posseggono nulla al di fuori del loro denaro, il cui potere è fondato soltanto sulla ricchezza e non hanno altra caratteristica che li possa distinguere se non la possibilità di condurre una vita sontuosa in virtù dei loro mezzi, che questi parvenu trasmettano la loro concezione del mondo materialistica anche alle vecchie famiglie nobili che vengono con ciò trascinate nel vortice della vita agiata.

Se ci chiediamo chi rese grandi le città, troviamo essenzialmente gli stessi ceti che avevamo visto all’opera nel corso del Medio Evo. Anche (e specialmente!) le grandi città dell’epoca del primo capitalismo sono in misura eminente città di consumatori […]. Le grandi città quindi sono cresciute perché sono diventate la dimora dei grandi consumatori; l’allargamento delle aree cittadine è perciò da imputare essenzialmente alla concentrazione del consumo nei centri urbani del paese.

Nel medio Evo di regola i tempi di produzione erano molto lunghi, si lavorava per anni e decenni allo stesso pezzo o alla stessa opera, non si aveva fretta di vederla finita. La vita era lunga perché si svolgeva in un tutto continuo: la chiesa, il convento, il comune, i discendenti avrebbero certo visto il compimento dell’opera anche se il singolo individuo, che aveva commissionato il lavoro, era stato ammazzato ormai da lungo tempo […]. Ogni duomo, ogni convento, ogni palazzo comunale, ogni borgo medioevale testimonia il superamento della vita di un singolo individuo, la loro origine risale ad antiche famiglie che credevano di vivere in eterno. Ma da quando l’individuo si è emancipato dalla comunità che a lui sopravvive nella continuità del tempo, il periodo della sua vita diventa la dimensione del suo godimento. Il singolo individuo vuole egli stesso partecipare nella maggior misura possibile al corso delle cose. Lo stesso re vuole abitare il castello che incomincia ad edificare. E quando il dominio di questo mondo passò alla donna, il ritmo col quale vengono procurati i mezzi per il soddisfacimento del bisogno di lusso venne ulteriormente accelerato. La donna non può aspettare. E l’uomo innamorato meno di lei.

Sembra invece che la moda sia una manifestazione necessaria del processo di secolarizzazione della condotta di vita, accompagnato dai crescenti consumi di lusso a sfondo edonistico.

Chi da artigiano vuol salire al livello di imprenditore capitalista deve possedere qualità imprenditoriali. Dalla massa emerge soltanto chi è più lungimirante, ma allo stesso tempo anche più energico; sono sempre commercianti audaci e artigiani audaci coloro che assumono il ruolo di nuovi soggetti economici. È questa audacia che li accomuna ai tipi di imprenditori prima esaminati (principi e signori feudali della antica nobiltà). Ma ciò che li distingue notevolmente da costoro, è il rilievo attribuito agli aspetti commerciali dell’imprenditorialità. Essi si fanno strada soprattutto perché sono “mercanti” di talento. La loro forza si basa sulla loro abilità nella stipulazione di contratti con i fornitori, con i lavoratori, con i clienti. Per costoro quindi il denaro viene a trovarsi al centro di tutta la loro attività economica; la quale viene dal denaro e al denaro ritorna. Nel danaro essi scorgono il vero, anzi l’unico fattore di potere, poiché non conoscono altro potere all’infuori della ricchezza. Con loro si porta a termine quel processo di permeazione del processo economico da parte dell’idea del denaro. Essi sono imprenditori capitalistici solo in quanto per essi il capitale (denaro) diventa la premessa indispensabile della loro attività di imprenditori.

Capitalismo, eterodossia ed eresia

L’“eresia” in quanto tale, quindi indipendentemente dalla confessione stessa di volta in volta considerata eretica, è stata chiaramente un importante vivaio di imprenditorialità capitalistica, poiché rafforzava potentemente l’interesse al guadagno e favoriva le doti commerciali. Le ragioni di ciò sono evidenti: esclusi dalla partecipazione alla vita pubblica, gli eretici non potevano che estrinsecare tutta la loro forza vitale nell’economia. Soltanto questa offriva loro la possibilità di procurarsi quella posizione di rilievo nella comunità che lo stato negava loro […]. Era logico dunque che questi eretici si dedicassero con particolare fervore nel periodo dell’inizio del capitalismo proprio alle imprese capitalistiche, poiché queste permettevano maggiori successi e offrivano il mezzo più sicuro per raggiungere la ricchezza e quindi il prestigio sociale. Perciò appunto in quei periodi critici, quindi prevalentemente dal XVI al XVIII secolo, li troviamo dappertutto ai primi posti come banchieri, grandi commercianti, industriali. I commerci, the trade, erano addirittura dominati da loro. Già durante quei secoli gli osservatori più acuti notarono subito il nesso fra questi fenomeni […]. Quindi che in questi ambienti degli “esclusi” il significato della ricchezza fosse più importante che, a parità di circostanze, in altri strati della popolazione, (è) perché per costoro il denaro significava l’unica via al potere.

Un osservatore perspicace come William Petiy ci dà il seguente interessante giudizio sull’importanza dell’“eresia” per lo sviluppo dello spirito capitalistico: “In tutti gli stati e sotto tutti i governi il commercio si trova nelle mani del partito eterodosso e di coloro che sostengono un’opinione diversa da quella ufficialmente riconosciuta; quindi in India, dove è riconosciuta la religione musulmana, gli indù (the Banians) sono i maggiori commercianti. Nell’impero turco gli ebrei e i cristiani. A Venezia, Napoli, Livorno, Genova e Lisbona gli ebrei e gli antipapisti. Persino in Francia è sproporzionalmente maggiore il numero degli ugonotti nel commercio, mentre in Irlanda, dove la religione cattolica non è riconosciuta dallo stato, i seguaci di questa religione hanno in mano una gran parte del commercio. Da ciò segue che lo spirito commerciale non è legato a una religione come tale, ma come già visto prima, all’eterodossia nel suo insieme, come è confermato anche dall’esempio di tutte le grandi città commerciali inglesi”.

Gli ebrei e la vita economica

Se in quest’esposizione genetica dell’imprenditorialità capitalistica dedico un capitolo particolare agli ebrei, lo faccio perché il ruolo da essi svolto nella storia del capitalismo moderno è realmente unico: la loro attività come imprenditori capitalistici e le ragioni della loro straordinaria importanza per il corso degli eventi economici presentano tali e tante particolarità, che una storia economica degna di questo nome non può passarli sotto silenzio. Credo di aver dimostrato nel mio libro sugli ebrei (Gli ebrei e la vita economica, 1911) che la loro specifica importanza per la storia moderna va ricercata nella spinta da essi data a quella forma dello sviluppo capitalistico che ho chiamato commercializzazione della vita economica, la cui generalizzazione segna appunto il passaggio all’epoca del capitalismo maturo. La particolare e decisiva importanza degli ebrei va dunque ricercata nel fatto che alla loro attività va attribuita l’accelerazione del passaggio dalle forme economiche del primo capitalismo alle forme del capitalismo maturo.

La posizione d’eccezione degli ebrei nella storia del capitalismo europeo è determinata tanto dalle doti tipiche del popolo ebreo quanto dalla particolare situazione nella quale gli ebrei si sono trovati nei secoli in cui si gettavano le fondamenta dell’economia capitalistica. Qualunque sia la posizione che si assume di fronte alla questione cui è dedicata la maggior parte del mio libro sugli ebrei, se cioè, la struttura spirituale del popolo ebreo sul finire del Medio Evo dipenda da una sua originaria inclinazione oppure si sia formata come conseguenza della più che millenaria storia di sofferenza degli ebrei in esilio, per chi giudica obiettivamente non può esistere alcun dubbio che nel momento storico in cui il capitalismo comincia a svilupparsi, gli ebrei si presentano dotati di una serie di qualità che li rendono idonei ad intervenire in maniera determinante nel corso del divenire economico. Si tratta in primo luogo di capacità mercantili e amministrative, come pure di virtù borghesi che distinguono gli ebrei da molti altri dell’ambiente in cui vivono. Qualità dunque che fanno parte del buon imprenditore capitalista e che in altri popoli hanno dovuto essere coltivate soltanto nel corso dello sviluppo capitalistico, gli ebrei le possedevano già in misura notevole prima che questo sviluppo cominciasse. A ciò si aggiunge la circostanza che le condizioni esterne di vita degli ebrei erano tali che non si potrebbe immaginarne di più propizie alla formazione di imprenditori capitalistici. Quelle condizioni favorevoli che imparammo a conoscere nel caso degli eretici e degli stranieri, ritornano per gli ebrei solo che in questo caso vi si aggiungono altri momenti propizi […]. Mi sembra quindi di individuare quattro circostanze che hanno reso (e rendono) gli ebrei particolarmente idonei a produrre contributi tanto notevoli:
  1. la loro diffusione in tutto il mondo;
  2. la condizione di stranieri;
  3. la condizione di semicittadini;
  4. la loro ricchezza, a cui si aggiunge
  5. la loro attività di credito.

La conseguenza naturale di questi continui spostamenti in paesi già altamente sviluppati fu che membri di una stessa famiglia si stabilirono nei più diversi centri di vita economica e formarono ditte di fama mondiale con numerosi filiali [….]. Quel che le ditte cristiane dovevano crearsi con fatica e che soltanto in casi rarissimi raggiungevano allo stesso livello di perfezione, gli ebrei lo avevano da sé fin dall’inizio della loro attività: i punti di appoggio per tutte le operazioni internazionali di commercio e di credito, la great correspondence, condizione fondamentale di ogni attività commerciale internazionale.

Se sotto ogni aspetto gli ebrei si dimostrano idonei a promuovere lo spirito del capitalismo, lo devono certamente non per ultimo alla loro attività nel settore del credito […]. Il credito è infatti una delle più importanti radici del capitalismo. L’idea base del capitalismo è già contenuta in embrione nell’idea del credito e alcune caratteristiche importanti del capitalismo risalgono a questa attività. Nell’attività creditizia viene meno ogni aspetto qualitativo e il processo economico appare determinato solo quantitativamente. Nel credito l’elemento contrattuale è divenuto essenziale […]. Nel credito sono spariti tutti gli elementi che avevano a che fare con l’idea di nutrimento […] . Nell’attività del credito emerge chiaramente per la prima volta la possibilità di guadagnare denaro con un’attività economica senza il sudore della fronte; chiaramente emerge la possibilità di far lavorare a proprio vantaggio altra gente senza l’impiego di mezzi coercitivi […]. A ciò si aggiunge ancora il fatto che una parte veramente notevole del capitalismo moderno è emersa storicamente dal credito (l’anticipo, il muto), e in particolare ovunque troviamo l’“accomandita industriale” come forma primitiva dell’impresa capitalistica. Ma ciò vale anche dove questa è nata dal rapporto di commenda e infine anche dove è dapprima comparsa sotto una qualunque forma di società per azioni, perché in fondo la società per azioni non è altro che un’attività di credito con immediato contenuto produttivo. Credo quindi che nell’esercizio dell’attività di credito si trovi ancora una volta una circostanza che mette obiettivamente gli ebrei in grado di creare, promuovere, diffondere l’essenza capitalistica.

Mercantilismo ed economica classica, Stato e Mercato, tedeschi e inglesi, Comunità e Società, Collettivo e Individuale, Ceto/Ordine e Classe


Vorrei tuttavia esprimere ancora il dubbio che, con ogni probabilità, sotto il contrasto che divide i mercantilisti dai classici, l’economia politica dall’economia sociale (se intendiamo in profondità questo contrasto come il contrasto tra considerazione organicistica e considerazione meccanicistica), è nascosto il contrasto tra lo spirito di popoli (Volksseelen) ostili per intima essenza, in particolare è nascosto il contrasto tra l’anima del popolo tedesco e del popolo inglese che si sviluppano nella loro purezza soltanto dopo il XVIII secolo. L’economia “classica” è di stampo inglese non solo in senso esteriore, per il fatto che i suoi principali rappresentanti erano in inglesi, ma anche nel senso più profondo che essa nasce dallo spirito inglese.

Il pensiero mercantilista […] prende le mosse dall’idea di un tutto (lo stato, il popolo). I mercantilisti, ancora del tutto nel solco dello spirito medievale, hanno scarsa considerazione per il benessere o l’infelicità del singolo rispetto a quelli della collettività, ai cui interessi gli individui devono del tutto sottomettersi. Il netto orientamento all’interesse collettivo,che abbiamo riscontrato come il principio dominante degli uomini di stato, ricorre continuamente come massima prima di ogni elaborazione teorica negli scritti di tutti i mercantilisti […]. L’interesse collettivo corrisponde essenzialmente all’interesse dello stato: la potenza e l’indipendenza dello stato è l’ideale più alto.

L’idea del libero scambio con la quale gli economisti inglesi e i loro successori da Ricardo un poi vorrebbero unificare i popoli della terra, era molto lontana dalle menti dei mercantilisti. La concezione di una comunità internazionale fondata sul commercio, composta di membri dotati di pari diritti, e nella quale gli stati indipendenti avrebbero svolto il ruolo di province in un grande impero, doveva sembrare del tutto assurda ai mercantilisti il sui orientamento politico era indirizzato verso lo stato-nazione; il pensiero che lo scambio internazionale sarebbe stato in grado di favorire tutti i popoli della terra allo stesso modo con la benedizione della divisione geografica del lavoro, non aveva posto nel loro schema di pensiero.

Per imborghesimento del mondo, in senso esterno (a differenza dell’imborghesimento interno che consiste nell’assunzione dello spirito borghese), intendo la razionalizzazione dei rapporti umani da una parte, la loro contrattualizzazione dell’altra […]. Un sintomo esterno di questa crescente razionalizzazione nel campo della vita economica è la diffusione della partita doppia […]. La sua nascita, ma anche la sua definitiva affermazione cade proprio nell’epoca del primo capitalismo. Alla fine di questo periodo il suo predominio è saldamente radicato e il suo impiego è quindi diventato il requisito naturale di un ordine razionale nei rapporti economici.

La trasformazione delle antiche comunità di amore, sangue e luogo in una società che si fonda su accordi contrattuali è descritta magistralmente da Ferdinand Tònnies nel suo classico libro Gemeinschaft und Gesellschaft.

Abbiamo visto come nel corso dell’epoca del primo capitalismo nasca la borsa, un’organizzazione centrale per la stipulazione dei contratti commerciali, nella quale (meccanicamente!) si raggruppano i diversi individui, prima riuniti (organicamente!) in gilde e corporazioni.

Il fatto che la formazione delle grandi città, almeno negli inizi, risalga all’epoca del primo capitalismo è un’ulteriore prova che già con essa comincia la decomposizione della società. Infatti in nessun luogo come nelle grandi città si manifesta così chiaramente l’elemento contrattualistico, nei rapporti fra singole masse composte di atomi.

Se il ceto era una parte organica della comunità (il popolo), la classe è soltanto una componente meccanica della società […]. Considerata nella sua relazione con il tutto, la classe è egoistica, negativa, distruttrice, dissolutrice, perché il raggiungimento dei suoi interessi particolari esclude il riconoscimento di altri gruppo accanto ad essa […]. La classe sociale è un fenomeno assolutamente moderno. Essa sorge solo nell’ambito della società. L’antichità conosce solo embrioni di classi sociali; nella storia europea moderna compaiono con il capitalismo, del quale sono figlie legittime.

I mutamenti che si verificano in questa struttura (tripartizione funzionale in ordini o ceti) durante l’epoca del primo capitalismo sono, se prescindiamo dal ceto ecclesiastico che qui non ci riguarda, i seguenti:
1) la nobiltà perde ovunque l’importanza di un tempo come casta guerriera a causa della mutata costituzione dell’esercito e in Italia e negli stati dell’Europa occidentale […] subisce una trasformazione interna, nel senso dell’imborghesimento.
2) il terzo stato si divide in due parti che perdono ogni legame fra di loro: uno strato superiore, ricco, e uno inferiore, povero. Questo processo si verificò nelle città-stato italiane ancora durante il Medio Evo (separazione fra il popolo grasso e il popolo minuto!), nell’Europa occidentale dal XVI secolo in poi.

Assiologia capitalistica

Il XVIII secolo mostra – soprattutto nella seconda metà – un carattere già del tutto mercantile, che si esprime tangibilmente nell’emergere delle ideologie umanitarie, nella diffusione dell’idea di contratto nel campo della teoria dello stato, della società e dell’economia, nella crescente esaltazione del commerciante, nell’ideale dell’“affratellamento dei popoli” e in molti altri aspetti.

Osserviamo che le seguenti idee esercitano un influsso primario sul comportamento dell’imprenditore capitalista:
a) la fede nel progresso, nella missione umanitaria della espansione economica, che giunge talvolta alla convinzione di fornire un servizio al bene comune.
[…]
2) le influenze sterne […]: l’imprenditore stesso si vede in questo ambiente liberato da tutti quei numerosi vincoli che limitavano la libertà di azione del soggetto economico dei secoli precedenti e anche, come dimostrato , dell’imprenditore agli albori del capitalismo. I nuovi soggetti economici sono in quanto tali liberi dal riguardo verso la tradizione della famiglia, dell’azienda, degli usi commerciali […]. Questi soggetti economici sono dotati di “propensione ai mutamenti”.
[…]
Gli imprenditori nel complesso […] sono liberi dai pesanti vincoli imposti dalla religione o da una morale di fondamento religioso […]. La secolarizzazione dello spirito capitalista […] deve essere considerata come una delle espressioni più importanti dell’epoca moderna, poiché ha lasciato via libera a quel demone di passioni che è penetrato oggi nell’economia […]. Oggi il principio fondamentale di ogni agire economico è la “mancanza di scrupoli”, la quale si accorda difficilmente con qualsiasi sistema religioso che voglia fissare le norme della morale borghese.

Il capitalismo ha trovato in tutti i tempi i mezzi e le vie per affermarsi de lege, praeter legem e contra legem.
Nella struttura del capitalismo, inoltre, è spontaneo il favore col quale viene accolta ogni innovazione che renda possibile o necessaria una nuova invenzione. Al contrario di altri sistemi economici, per esempio l’artigianato, che è per sua natura ostile alle innovazioni e quindi agli inventori in quanto ogni cambiamento tecnico comporta un onere indesiderato, il capitalismo è avido di innovazioni sia per eliminare con il loro aiuto la concorrenza, sia per fondare nuove imprese sulla loro base, sia – soprattutto” per saziare con l’applicazione di nuovi (redditizi) procedimenti la sua aspirazione interna a profitti supplementari.

Soprattutto è il bisogno di libertà individuale che fa apparire affascinante la vita di città. La “libertà” che un tempo abitava sulle montagne è migrata oggi nelle città e le messa le vengono dietro. Libertà individuale come ideale di massa significa però sempre solo libertà “da qualcosa”, la liberazione dai vincoli del vicinato, della famiglia, dei padroni, lo sradicamento.

Quando abbiamo constatato che esse (le città moderne) hanno contribuito in modo considerevole all’evoluzione dell’individualismo come ideale di massa, abbiamo praticamente già detto che lo sviluppo dello spirito capitalistico è dovuto in parte a loro. Infatti, quest’individualismo ne costituisce una componente. Come l’individualismo è stato favorito dalle città, così anche altre caratteristiche dello spirito capitalistico hanno trovato la loro espressione più significativa solo nelle città: l’intellettualismo, la razionalità, la contabilizzazione. È difficile immaginare come l’imprenditorialità moderna avrebbe potuto raggiungere il suo pieno sviluppo senza le città e in particolare senza le città dell’epoca del capitalismo maturo. Ma non si può neppure pensare il moderno uomo-impiegato e tutta la scienza dell’organizzazione burocratica senza le città. Con altrettanta certezza si avverte che l’inventore e il costruttore e l’ingegnere e tutta la tecnica moderna hanno trovato nelle città l’ambiente di vita loro confacentesi per natura.

Quel che occorreva al capitalismo per raggiungere i suoi scopi era un “nuovo genere umano”, uomini che fossero in grado di inserirsi in un grande complesso, un’impresa capitalistica o addirittura una fabbrica, in uno di quei meravigliosi sistemi di relazioni di superiorità, inferiorità e adiacenza, queste strutture artefatte composte da frammenti di uomini. La nuova struttura economica richiedeva questi segmenti umani: esseri senz’anima, spersonalizzati, capaci di essere membri o meglio piccole ruote di un intricato meccanismo.

Capitalismo ed eradicamento migratorio

Popolazioni di riserva esterne per capitalismo sono i popoli di colore […] ma anche quelle masse che abbiamo visto affluire da paesi di civiltà economicamente arretrata nei paesi più sviluppati. Mi riferisco agli europei della parte occidentale del continente che emigrarono in Inghilterra e quindi nei paesi coloniali, agli europei meridionali e orientali che li seguirono e in parte riempirono le lacune lasciare dai primi nell’Europa occidentale […]. Perché il capitalismo ha attirato questi popoli di riserva? In primo luogo, e forse essenzialmente, perché senza di loro non avrebbe potuto espandersi. Ma oltre a ciò ha contribuito indubbiamente in modo molto forte la considerazione che questi popoli erano disposti a prestare il loro lavoro a condizioni più favorevoli dei lavoratori di casa propria. Anche se gli imprenditori non hanno mirato consapevolmente a influenzare in tal modo il livello dei salari (di fronte al fenomeno massiccio dell’immigrazione spontanea questa considerazione va accantonata), l’effetto in tal senso provocato dall’afflusso si popolazioni straniere è stato sempre visto con favore.

Bauer distingue opportunamente l’immigrazione libera dall’immigrazione organizzata “allo scopo di deprimere i salari”. Gli effetti di queste due forme sono identici , solo che nel primo caso, nel quale il punto di partenza è l’offerta, l’azione di pressione sui salari è soltanto l’effetto, nel secondo caso, invece, nel quale il punto di partenza è la domanda, l’azione di pressione è anche lo scopo.

Ecco come Bauer descrive questa seconda forma di immigrazione: “Gli imprenditori mandano i loro agenti in zone economicamente arretrate, vi arruolano gli operai, li impegnano a determinate condizioni di lavoro per determinate prestazioni lavorative e quindi importano la massa di operai nel paese di immigrazione… La forma più primitiva e di gran lunga più diffusa di importazione organizzata di lavoratori allo scopo di deprimere i salari è l’importazione al fine di rompere il fronte dello sciopero (cioè, di crumiri). Questa pratica si afferma gradualmente e diviene pressoché universale.

“Il sogno di un direttore di miniera è di abbassare il più possibile il costo del lavoro indigeno, arruolando un numero sempre maggiore e sempre più regolare di negri e ottenendo del cibo sempre più a buon mercato per nutrire i lavoratori … in questo modo, anche il lavoro dei bianchi può essere retribuito in modo minore...” (J. Bryce, Impressions of South Africa).

L’omniavvolgenza del Mercato

Quando abbiamo parlato del destino delle invenzioni nell’epoca del capitalismo maturo, abbiamo potuto constatare che vengono riconosciute e realizzate essenzialmente soltanto quelle invenzioni dalle quali l’imprenditore si ripromette di ricavare un profitto, La selezione delle invenzioni ha luogo quindi in base a un criterio puramente capitalistico. Se ciò è vero, verranno allora prodotti anche soltanto quei beni che hanno l’approvazione dell’imprenditore e quindi dovremo mangiare, vestirci, lavarci, illuminare la nostra abitazione, organizzare i nostri viaggi, programmare i nostri divertimenti come piace all’imprenditore. È difficile valutare in che enorme misura gli imprenditori riescano in questo modo a configurare i bisogni dell’umanità, la quale vive in balia e secondo l’arbitrio dell’economia capitalistica […]. Il dominio dell’imprenditore sul mercato dei beni non si esaurisce tuttavia soltanto in questi aspetti. Non solo egli determina in larga misura di che tipo di beni abbiamo bisogno, egli ci prescrive anche in quale forma dobbiamo averne bisogno.

Uno dei tratti inconfondibili dell’epoca del capitalismo maturo è costituito senz’altro dal frequente mutamento degli oggetti verso i quali sono indirizzati i bisogni. Questo mutamento si manifesta sia in riferimento ai mezzi di produzione che ai beni di consumo […]. Nella maggior parte dei casi tuttavia l’uomo moderno non si ostina a desiderare gli oggetti del passato. Nella maggior parte dei casi egli desidera cambiare, prova gioia nel mutamento, e quindi rafforza di spontanea volontà la tendenza originata dalla tecnica all’innovazione frequente. Il senso di crescere insieme agli oggetti comuni di uso quotidiano, quale era proprio delle generazioni del passato, gli è completamente estraneo. In occasione delle sue nozze d’argento egli rinnova completamente l’arredamento della sua casa senza essere ostacolato da alcun sentimento di devozione e fedeltà. La sua libertà da ogni legame interiore, il suo nervosismo, la sua inquietudine fanno sì che egli non avverta con disagio, ma piuttosto come un mezzo per aumentare il proprio senso di benessere, il mutamento nell’ambiente delle cose che lo circondano […]. Dove i produttori si mettono all’opera per inventare qualcosa di nuovo, dove case di confezioni o fabbricanti di tessuti assumo propri disegnatori e infine soprattutto in quelle ditte ce esistono soltanto per fornire agli altri delle novità, in tutti questi casi siamo di fronte a una fucina per la creazione di una vera e propria febbre di innovazione. Ci si morde le unghie e ci si rompe il cervello per poter sempre di nuovo gettare sul mercato – e questo è l’elemento essenziale – qualcosa di nuovo.

Noi percorriamo una certa distanza in un terzo o un decimo o un ventesimo del tempo che era necessario un volta; Goethe stava a tavola tre ore di fila, l’impiegato americano mangia in dieci minuti; fumare una lunga pipa dura un’ora, una sigaretta cinque minuti, ecc. La conseguenza di questa accelerazione è che nello stesso lasso di tempo possono venire soddisfatti più bisogni o lo stesso bisogno può venire soddisfatto più volte […]. Si verifica quindi una intensificazione del soddisfacimento dei bisogni.

Vogliamo ricordare che questa volontà di uniformità nella configurazione dei bisogni dei singoli consumatori viene rafforzata in modo essenziale dalla dipendenza dalla moda e che l’uniformazione dei bisogni indotta da questa volontà di rappresenta l’altra, spesso dimenticata, funzione della moda nell’organismo dell’economia capitalistica (accanto alla prima più evidente di produrre il mutamento).

Resta da vedersi che cosa in ognuno di questi casi provochi questo desiderio verso l’uniformità. A ciò probabilmente contribuisce in misura decisiva l’aspirazione dell’individuo, isolato e orfano nella società decomposta, verso una qualche forma, anche se puramente esteriore, di legame comunitario, il suo desiderio di immergersi, scomparire e nascondersi nella massa per non dover andare attraverso la vita in eterna solitudine. Quel legame, che gli antichi vincoli associativi gli garantivano dall’interno, egli lo ritrova, inconsapevolmente, negli aspetti esteriori.

Mercanti ed Eroi
Händler und Helden
Patriotische Besinnungen
, 1915.
Edizione italiana: Aracne Editore, Roma 2012.
Noi abbiamo riconosciuto, con assoluta chiarezza, i nostri nemici, quando annunciarono al mondo che ciò che ora è in guerra sono “la civiltà dell’Europa occidentale” e “le idee del 1789” contro il “militarismo” tedesco e la “barbarità” tedesca. In effetti, è qui espressa, in modo istintivo, ma corretto, la contrapposizione più profonda. Io preferisco coglierla soltanto in un modo un può diverso e dire: ciò che ora è in lotta sono il mercante e l’eroe, sono la concezione mercantile del mondo e la concezione eroica del mondo, con le loro rispettive civiltà.

Innanzitutto, ogni singolo uomo ha una concezione del mondo e così infatti vivono, l’una accanto all’altra, anche le anime da mercante e le anime da eroe, nello stesso popolo, nella medesima città. Però, io sostengo una guerra dei popoli per le loro concezioni del mondo e affermo, dunque, che mercanti ed eroi sono ora in lotta […]. In questo senso i popoli possono essere anche distinti in popoli di mercanti e popoli di eroi, cosicché in questa grande guerra sono tra loro in lotta per il predominio la concezione mercantile del mondo e la concezione eroica del mondo. Ma i loro portatori, i due popoli che rappresentano in modo netto la contrapposizione, sono gli Inglesi e i Tedeschi. E soltanto concepita come guerra anglo-tedesca, la guerra mondiale del 1914 ritrova il suo più profondo significato storico-universale.

Con spirito da mercanti io intendo quella concezione del mondo che si rivolge alla vita, domandando: “che cosa puoi darmi tu, o Vita?", che dunque guarda a tutta l’esistenza degli individui sulla terra come a una somma di negozi commerciali, che viene a patti, nel modo possibilmente più vantaggioso per se stessi, con il destino o con il Dio amato […] o con i propri simili, come singoli individui o nel loro complesso (vale a dire, con lo Stato). Il guadagno, che ne deve derivare dalla vita di ciascun individuo, è il maggiore piacere possibile, di cui fa parte una corrispondente provvista di beni materiali, idonea ad allietare l’esistenza. Nell’ambito di tale considerazione della vita, dunque, sarà riservato ai valori materiali uno spazio sempre più ampio e perciò sarà fonte di onore e gloria anche quell’attività che si preoccupa di produrre i mezzi per il piacere – i beni materiali –, cioè l’attività economica e soprattutto l’attività mercantile. Gli interessi economici otterranno dunque il predominio e gradualmente a essi verranno subordinate tutte le altre occupazioni della vita. Appena conquistata l’egemonia in un Paese, i rappresentanti dell’economia trasferiranno facilmente le concezioni proprie della loro vita professionale su tutte le altre attività della vita e l’immagine mercantile del mondo conoscerà un notevole rafforzamento e consolidamento, finché la concezione mercantile del mondo e la pratica commerciale non si confonderanno in un’unità in cui sarà impossibile distinguerle, come sta infatti accadendo nell’odierna Inghilterra.

Occorreva solo attendere un brillante sviluppo della vita economica capitalistica e, soprattutto, la nascita di una lesta razza di mercanti dediti al commercio, come accadde in Inghilterra alla fine del XVI sec. (nel 1591 le prime navi inglesi salpano per le Indie, nel 1600 viene già fondata la Compagnia delle Indie Orientali), per costruire con questi elementi quella robusta concezione mercantile del mondo, che già da un paio di secoli caratterizza l’essenza inglese nel suo complesso.

È stato recentemente rilevato da studiosi competenti, e di nuovo a ragione, come la biologia inglese e la dottrina dell’evoluzione, divenute così famose, in fondo, altro non siano che la trasposizione della concezione borghese e liberale sui processi della vita umana.

Il mercante non riesce a rappresentarsi neppure lo Stato se non ricorrendo all’immagine di un gigantesco contratto commerciale che tutti stipulano con tutti.

La posizione teoretica del mercante di fronte alla guerra deriva senz’altro dalle sue opinioni fondamentali: il suo ideale deve essere la pace universale ed “eterna” […]. Che gli investimenti internazionali, che il commercio, e in particolar modo il grande commercio d’oltremare (beninteso, nelle forme assunte dall’odierna civilizzazione), abbiano bisogno della pace per poter prosperare, lo capisce persino un bambino. Da che il lardo e il cotone possono essere trasportati, senza pericolo, da una parte all’altra della terra e da quando questo fatto ha assunto, nella realtà storica, una così grande importanza, si deve considerare anche la più breve interruzione del traffico commerciale, a causa dello scoppio di una guerra, come un evento incompatibile con il progresso della civilizzazione. Poiché, anzi, la progressiva commercificazione dell’umanità viene spacciata come un’evoluzione verso forme di esistenza superiori, allora l’esigenza morale della pace perpetua ed eterna si pone proprio come una conclusione ovvia e naturale.

Gli Inglesi sono persino diventati “tolleranti” nelle questioni religiose: infatti la tolleranza si accorda molto meglio con il guadagnare e il vivere comodamente di quanto non possa fare un’ostinata ortodossia […]. Non dobbiamo neppure dimenticare che nella celebre Dichiarazione d’Indulgenza di Giacomo II, dell’anno 1687, che viene ammirata come la Magna Charta della tolleranza religiosa, è detto espressamente: persecution was unfavourable to population and to trade, le persecuzioni religiose non favoriscono gli interessi dell’industria e del commercio.

Il pensiero tedesco e il sentimento tedesco si manifestano innanzitutto nel rifiuto unanime di tutto ciò che, anche solo lontanamente, si avvicina al pensiero e al sentimento inglese o in generale dell’Europa occidentale. Con avversione dell’animo, con sdegno, con senso di ribellione, “con profondo schifo”, lo spirito tedesco si è sollevato contro le “idee del XVIII sec.”, che erano di origine inglese; con risolutezza, ogni pensatore tedesco, ma anche ogni Tedesco capace di pensare in modo tedesco, ha rifiutato in ogni tempo l’utilitarismo, l’eudaimonismo e dunque ogni filosofia dell’utilità, della felicità e del piacere: in ciò furono concordi i fratelli nemici Schopenhauer e Hegel, e Fichte e Nietzsche, in ciò furono d’accorco classici e romantici, potsdamiani e weimeriani, Tedeschi antichi e moderni.

E cosa noi possiamo opporre all’ideale del bottegaio? Vi è un’affermazione che può ritrovarsi, sempre e comunque, in ogni concezione del mondo che voglia dirsi tedesca? Io credo di sì. E se devo esprime con una frase qual è tale affermazione, vorrei citare l’antico motto del marinaio, che è scolpito sulla Casa della Marina a Brema e che dice:

Navigare necesse, vivere non est

“Noi non abbiamo bisogno di vivere; se però viviamo, dobbiamo fare il nostro dannato dovere e adempiere i nostri obblighi”; oppure: “l’uomo deve compiere la propria opera finché vive”; oppure: “la vita del singolo è cosa importante, ma impegnarsi per la collettività è la nostra determinazione”; oppure: “il benessere dell’uomo non è per nulla importante, se serve solo a se stesso”.

Nella lingua tedesca […] solo una parola, mi sembra, racchiude tutto il senso di ogni nostro pensiero, di ogni nostra poesia e di ogni nostra aspirazione: questa parola è Aufgabe, cioè compito, dovere, ma anche rinunzia, abbandono […]. Raggiungere già sulla terra l’unione con la divinità è la caratteristica più luminosa del pensiero tedesco: e raggiungerla non con la mortificazione della carne e della volontà, bensì attraverso l’agire e il creare pieni di forza ed energia. Il nostro stesso compito deriva dal continuo porre e portare a termine nuovi compiti della vita attiva: ciò dà alla nostra concezione del mondo la forza trionfante, ciò le conferisce l’insuperabilità su questa terra. Per questo motivo io la chiamo una concezione eroica del mondo, una concezione del mondo propria degli eroi e ora il lettore può vedere sino a che punto io l’ho condotto: essere tedesco significa essere un eroe. Per questo noi, nella vita e nello spirito, contrapponiamo al mercantilismo inglese l’eroismo tedesco.

La concezione eroica della vita sfocia direttamente e con necessità in un sentimento patriottico. Non c’è eroismo senza Patria e, come parimenti si deve dire, non c’è Patria senza eroismo […]. La concezione eroica del mondo, che può essere chiamata anche concezione idealistica, culmina, come abbiamo visto, nel disprezzo della vita meramente naturalistica del singolo individuo, la cui vocazione, invece, essa scorge nella rinuncia a se stessi per adempiere il proprio compito, nel sacrificio di sé offerto per raggiungere una superiore vita dello spirito […]. Così ciascuno è al servizio della causa, di un’entità sovrindividuale e, compiendo la propria opera, genera un mondo che si pone al di sopra e al di là dei singoli individui […]. Questa vita superindividuale, per la quale e nella quale il singolo vive, è rappresentata dall’idea del popolo o della Patria. La convinzione che noi siamo chiamati a vivere e a morire per questo Tutto, il quale vive sopra di noi, che esiste anche senza di noi e contro la nostra volontà; che soltanto la sua vita è vita reale, perché è una vita in Dio e nello spirito; ecco, questa consapevolezza morale costituisce il contenuto dell’idea di Patria e non ha nulla a che vedere con l’attaccamento sentimentale al “paese d’origine” e alla “terra natia”.

Nessun dubbio: prima della guerra, la civiltà dei mercanti era sul punto di conquistare il mondo. Come lo spirito dei mercanti si era creato un sistema economico adeguato alle proprie esigenze, cioè il capitalismo, così del resto lo utilizzò per trovare con esso uno sbocco in tutti i Paesi. Anzi – vi erano circoli in cui dominava la profonda convinzione che, nella misura in cui il sistema economico capitalistico si fosse diffuso sulla terra, allo stesso modo anche lo spirito dei mercanti e con esso la civiltà mercantile sarebbero diventati dominanti su tutte le altre culture, una visione secondo la quale dunque il problema di un’umanità comune sarebbe dovuto finalmente giungere a risoluzione […]. Solo questo è certo: in Inghilterra, per prima, l’umanità si ammalò dello spirito dei mercanti.

Chi ha letto i due capitoli precedenti avrà compreso, anche senza conoscere i miei scritti anteriori, perché io e molti altri, e non certo i peggiori, fossimo caduti in preda, prima della guerra, a un profondo pessimismo sulla nostra civiltà. Eravamo pervenuti alla precisa convinzione che per l’umanità si fosse giunti alla fine, che il resto della sua esistenza su questa terra sarebbe consistito in una situazione oltremodo sgradevole di plebeizzazione, nella trasformazione di tutti in formiche; eravamo convinti che lo spirito dei mercanti fosse in procinto di annidarsi dovunque e che vicino fosse l’avvento degli “ultimi uomini”, i quali parlano così: noi abbiamo inventato la felicità, dicono, e strizzano l’occhio.

Qui si compì il miracolo. Venne la guerra. E da mille e mille fonti, da sorgenti infinite, proruppe un nuovo spirito: no – nessun nuovo spirito! Era l’antico spirito tedesco degli eroi, che aveva continuato ad ardere sotto la cenere e che ora, improvvisamente, brillava splendendo in una nuova fiamma.

Ma che fine farà, si domandano quegli animi pavidi a cui la germanità è ancora qualcosa di estraneo, che fine farà il lodato “internazionalismo”, a favore del quale abbiamo lavorato da secoli con tanto zelo e che in fondo per noi assume il significato dell’unico e vero valore? Io non voglio essere così grossolano da rispondere a questa domanda senza troppi giri di parole: “Che il diavolo se lo porti!” (e colga l’occasione per portarsi via pure voi, animi pavidi!)”, ma voglio riflettere per un attimo su cosa propriamente si deve intendere con questo “internazionalismo” e quali faccende hanno a che fare con esso […]. Gli appartenenti a diversi popoli si sono trasformati, per così dire, in tipi particolari. E così come non si dà un albero astratto se non nella nostra rappresentazione ideale, allo stesso modo neanche un uomo astratto esiste in un senso diverso. E soprattutto non esiste l’idea di un uomo oltrenazionale, la realizzazione della quale possa costituire il compimento dell’uomo nazionale. Significa distruggere tutti i valori dell’umanità, se si vogliono mescolare o cancellare le peculiarità nazionali […]. Ancora, è impensabile un Superuomo meta-nazionale come creatore di valori culturali. In quale lingua, infatti, il Superuomo, che non è né tedesco né inglese, dovrebbe poetare? Forse in esperanto? Buon appetito, questo è il mio augurio.

Noi non vogliamo conquistare il mondo. Non abbiate paura, voi cari vicini: non v’inghiottiremo. Come potremmo vivere con un tale indigesto boccone nello stomaco? Inoltre, neppure la conquista di popoli primitivi o solo per metà civilizzati, al fine di colmarli di spirito tedesco, rientra nei nostri desideri. Una tale “germanizzazione” non è assolutamente possibile. L’inglese può semmai colonizzare in tal guisa tutti i popoli stranieri e riversare su di loro il suo spirito. Proprio perché non ne ha nessuno. Si tratta infatti dello spirito bottegaio. In un mercante posso trasformarci qualsiasi uomo, e diffondere così la civilizzazione inglese: non si tratta certo di un gioco di prestigio. Il grande “talento colonizzatore” che si loda negli Inglesi non è nient’altro che un’espressione per indicare la loro povertà spirituale. Impiantare negli altri popoli la cultura tedesca: chi potrebbe averne l’ardire? L’eroismo non può essere instillato in qualsivoglia posto della terra come una conduttura del gas.

La Germina è l’ultimo argine, l’ultima diga contro il fiume di melma e di fango del commercialismo, che o si è già riversato su tutti gli altri popoli oppure ha in mente di riversarsi in modo inarrestabile su di loro, perché nessuno di questi può difendersi dal pericolo che avanza impetuoso, opponendogli la corazza della concezione eroica del mondo, che è la sola, come abbiamo visto, in grado di promettere salvezza e protezione.

Werner Sombart
Ermsleben 1863 - Berlino 1941
Itinerarium mentis per vestigia
AUCTORITATES
Il capitalismo moderno
Der moderne Kapitalismus, 1902
Edizione italiana: Ledizioni Ledipublishing, Milano 2020

Principio di copertura del bisogno e principio acquisitivo: differenze tra il precapitalismo e il capitalismo

Possiamo distinguere due tendenze sostanzialmente diverse. Gli uomini mirano infatti o a procurarsi una certa quantità e qualità di beni di consumo, cercano cioè di coprire il loro fabbisogno naturale, oppure tendono al guadagno, cercano cioè con la loro attività economica di procurarsi quanto più danaro possibile. Nel primo caso diciamo che le loro azioni sono orientate al principio di copertura del bisogno, nel secondo che sono orientate al principio acquisitivo.

È mia convinzione profonda che nei diversi periodi abbia dominato una mentalità economica diversa e che sia lo spirito a darsi una forma adeguata, creando così l’organizzazione economica.

Il bisogno stesso non è determinato arbitrariamente dall’individuo, ma ha assunto con l’andare del tempo nei singoli gruppi sociali un certo valore e una certa forma che vengono poi considerati come dati fissi. L’idea che il tenore di vita debba essere conforme al proprio ceto sociale domina tutta l’economia precapitalistica. Ciò che la vita ha lentamente sviluppato, riceve quindi il sostegno del riconoscimento e della norma dalle autorità del diritto e della morale. L’idea del tenore di vita conforme al proprio ceto sociale costituisce un importante fondamento della dottrina tomistica: è necessario che i rapporti dell’uomo con il mondo dei beni esterni siano soggetti a una limitazione, a una misura: nesse est quod bonum hominis circa ea (bona exteriora) consistat in quadam mensura. Questa misura corrisponde al tenore di vita conforme al proprio ceto: front sunt necessaria ad vitam eius secondum suam conditionem.

Il signore disprezza il denaro. È sporco come ogni attività diretta al guadagno. Il denaro serve solo per essere speso: “usus pecuniae est in emissione ipsius” (S. Tommaso).

(nel tempo precapitalistico) il tipo e l’ampiezza di ogni singola organizzazione economica sono determinati dal tipo e dalla misura del bisogno che si suppone come dato. Lo scopo di ogni attività economica è dunque il soddisfacimento di questo bisogno. L’economia è sottoposta a quello che abbiamo chiamato principio di copertura del fabbisogno.

In passato, quando esposi queste idee, mi si obiettò che è del tutto sbagliato supporre che in un tempo qualsiasi gli uomini si siano limitati a soddisfare soltanto le loro esigenze di vita, a ricercare solo il “nutrimento”, a coprire soltanto i bisogni naturali e tradizionali. In tutti i tempi, al contrario, sarebbe insito “nella natura dell’uomo” il desiderio di guadagnare quanto più possibile, di diventare quanto più ricco possibile. Io nego ciò anche oggi con altrettanta energia e affermo più decisamente che mai che la vita economica nell’era precapitalista era effettivamente soggetta al principio del soddisfacimento del bisogno, che il contadino e l’artigiano miravano al nutrimento e a null’altro nello svolgere la loro normale attività economica.

Un’ulteriore prova a favore della mancanza di aspirazione al guadagno proprio dello spirito dell’economia precapitalistica è fornita dal fatto che ogni impulso al guadagno, ogni cupidigia di denaro trova il proprio soddisfacimento al di fuori della produzione, del trasporto e in parte anche al di fuori del commercio dei beni. Si corre nelle miniere, si scava in cerca di tesori, ci si dedica all’alchimia e a ogni sorta di arti magiche per brama di denaro, si presta il denaro a interesse, perché non si riesce a guadagnarlo nell’ambito della normale attività quotidiana. Aristotele, che ha compreso a fondo la natura dell’economia precapitalistica, considera estraneo all’attività economica il guadagno quando supera il bisogno naturale. Neppure la ricchezza in denaro contante serve a fini economici, alla sussistenza provvede l’oikos, mentre la ricchezza è data soltanto a un suo extraeconomico, “immorale”. Ogni economia ha limiti e misura che il guadagno invece non conosce.

Nell’uomo economico precapitalista, l’energia spirituale è sviluppata tanto poco quanto la forza della volontà. Lo si rivela dal ritmo lento dell’attività economica. Prima di tutto si cerca di starne più alla larga possibile. Dove si può “far festa”, la si fa […]. Nessuna traccia di amore per l’economia o per il lavoro economico. Questo atteggiamento generale è documentato dal fatto che durante tutto il periodo precapitalistico il numero di giorni di festa in un anno era enorme.

(nell’economia precapitalistica) La domanda deve essere qualitativamente e quantitativamente stabile e sicura, cioè è necessario che venga richiesta sempre una stessa quantità di prodotti della stessa specie. La domanda inoltre sarà quantitativamente stabile e sicura, quando la quantità delle merci prodotte non crescerà in proporzione maggiore al potere di acquisto dei compratori […]. La domanda è qualitativamente tanto meno mutevole quanto più stabili sono le categorie di compratori e quanto meno è soggetto a mutamenti il gusto di queste persone. Quanto meno cambia la stratificazione dei rapporti sociali, cioè quanto più stabile è la struttura della società, tanto più costanti rimarranno le categorie dei compratori. La secolare divisione di una popolazione nei tradizionali “ceti” degli ecclesiastici, dei cavalieri, dei contadini e dei borghesi produce quindi una domanda stereotipata, che è qualitativamente tanto più stabile quanto meno si modificano gli usi e i costumi all’interno di questi gruppo, o, come si direbbe oggi, quanto più raramente cambia la moda. Una popolazione agricola che ha sviluppato e conservato per parecchi secoli un unico costume e la popolazione di una metropoli moderna che in dieci anni ha cambiato dieci modi di abbigliamento e cinque stili di mobili, rappresentano da questo punto di vista i poli estremi.

La particolarità del principio del profitto consiste nel fatto che sotto il suo dominio lo scopo immediato dell’adire economico non è più il soddisfacimento del bisogno, ma esclusivamente l’aumento di una somma di denaro. La determinazione di questo scopo è immanente all’idea dell’organizzazione capitalistica; si può quindi definire il conseguimento del profitto (cioè l’accrescimento di una somma iniziale di danaro per mezzo dell’attività economica) come lo scopo oggettivo dell’economia capitalistica, con esso non si identifica necessariamente (almeno in un’economia capitalistica completamente sviluppata) la determinazione del fine soggettivo del singolo soggetto economico.

Capitalismo e spirito faustiano

Il capitalismo è nato dal profondo dell’anima europea. Lo stesso spirito, da cui è sorto il nuovo stato e la nuova religione, la nuova scienza e la nuova tecnica, crea anche la nuova vita economica. Si tratta di uno spirito terreno e mondano; uno spirito che dispone di una immensa forza distruttrice di tutte le vecchie formazioni naturali, dei vecchi legami, delle vecchie barriere, ma forte anche perché capace di costruire nuove forme di vita, nuove creazioni, artistiche e artificiali. È quello spirito che dalla fine del Medio Evo strappa i vincoli che, formatisi in modo organico nella quiete del tempo, legano gli uomini alla cerchia degli affetti e alla comunità e li getta sulla via dell’egoismo insaziabile e dell’autodeterminazione.

È lo spirito di Faust: lo spirito dell’irrequietezza, dell’ansia, che anima ora gli uomini. “Il fermento lo spinge lontano...” […]. A ragione questo fenomeno è chiamato aspirazione all’infinito, perché la mèta è fissata fuori dai confini, nell’immenso, perché ogni dimensione naturale, ogni vincolo organico sembra inadeguato, anzi opprimente allo slancio di questi uomini d’avanguardia. Non si sbaglia neppure chiamandolo aspirazione al potere, perché infatti dal più profondo dell’anima, dove la nostra mente è incapace di penetrare, scaturisce quest’indescrivibile spinta dell’uomo forte a imporsi, a sottomettere gli altri alla sua volontà e alla sue azioni, che noi possiamo definire volontà di potere.

In altro luogo ho parlato dettagliatamente del modo in cui questa cupidigia di oro e denaro, in epoca precedente e per lungo tempo, si sia inserita a lato della vita economica e si sia manifestata in una serie di fenomeni che non hanno nulla a che fare con la vita economica. Agli inizi, infatti, la gente tende a procurarsi l’oro o il denaro al di fuori della propria normale attività economica. Ricordiamo quei fenomeni di massa caratteristici degli ultimi secoli del Medio Evo e dei primi della nuova èra, noti come cavalleria rapinatrice, ricerca di tesori sepolti, alchimia, progettistica, usura. In seguito però questo spirito di conquista penetra anche nella vita economica ed è allora che emerge il capitalismo: quel sistema economico che dischiude all’azione dell’uomo, un campo meraviglioso e particolarmente fertile dove l’aspirazione all’infinito, la volontà di potere, lo spirito d’intrapresa si impongono anche e proprio sul terreno dell’attività quotidiana volta al soddisfacimento dei bisogni. L’economia capitalistica è tutto questo, perché al centro del fine da cui è dominata non si trova una persona viva con i suoi bisogni naturali, ma una cosa astratta: il capitale. Nell’astrattezza dello scopo è insita la sua illimitatezza. Nel superamento della concretezza di tutti gli scopi individuali è insito il superamento della sua illimitatezza. Aspirazione al potere e al profitto diventano una cosa sola: l’imprenditore capitalistico (questo è il nome dei nuovi soggetti economici), tende al potere per guadagnare e chi guadagna, accresce il suo potere.

È chiaro, in tutti i campi della vita umana questo spirito d’intrapresa si fa largo combattendo. Soprattutto nello stato dove la mèta si chiama conquista e dominio. Ma con la stessa forza di esprime nella religione e nella chiesa, dove vuole liberare, sprigionare; nella scienza dove vuole spiegare; nella tecnica dove vuole inventare; sulla superficie della terra dove vuole scoprire […]. Questo spirito comincia a dominare anche nella vita economica. Esso spezza le barriere dell’economia tendente alla copertura del fabbisogno, fondata sulla moderazione e l’equilibrio, statica, feudale e artigianale, e sospinge gli uomini nel vortice dell’economia acquisitiva. Nel campo delle mire materiali conquistare significa acquisire: incrementare una somma di denaro. L’aspirazione all’infinito, l’aspirazione al potere non trova alcun campo di attività più congeniale di quello della caccia al danaro, a questo simbolo di valore assolutamente astratto, esente da qualsiasi limitazione organico-naturale, il cui possesso rappresenta sempre più il simbolo del potere.

Capitalismo e spirito del mercante

Le relazioni che l’imprenditore allaccia con altri individui sono anche di natura diversa da quella che si suole definire col temine “organizzazione”. Egli deve dapprima reclutare i suoi collaboratori, poi deve continuamente asservire ai suoi scopi persone estranee, inducendole a fare o a tralasciare determinate azioni, senza tuttavia usare mezzi di costrizione. A questo scopo egli deve “trattare”, deve condurre colloqui con altri per indurli, facendo valere le proprie ragioni e confutando le obiezioni altrui, ad accettare una certa proposta, ad eseguire o tralasciare una certa azione. La trattativa è un incontro di lotta con armi psichiche. L’imprenditore deve quindi essere anche un buon negoziatore, mediatore, mercante, tutti termini che esprimono la stessa cosa con diverse sfumature. Il mercante in senso stretto, cioè il negoziatore in questioni di affari, è solo una delle molte forme sotto le quali si presenta il negoziatore. Il problema è sempre quello di convincere i compratori (o i venditori) del vantaggio insito nella stipulazione di un certo contratto. L’ideale del venditore si realizza, quando tutta la popolazione ritiene che nulla sia più importante dell’acquisto dell’articolo che egli sta magnificando in quel momento, quando massa di persone si lasciano prendere dal panico di non arrivare più in tempo per l’acquisto (come succede nei casi di febbrile eccitazione sul mercato dei valori).

Suscitare interesse, conquistare la fiducia, risvegliare la voglia di acquistare: in questo crescendo si manifesta l’efficacia del mercante di successo. Non importa quali mezzi vengono usati a tal fine, basta che non vi sia costrizione esterna, ma solo interiore, che la controparte non accondiscenda al patto di malavoglia, ma per propria decisione. Il risultato dell’azione del venditore deve essere la suggestione.

Capitalismo come sintesi dello spirito faustiano (intrapresa imprenditoriale) e borghese (razionalismo amministrativo)

Chiamiamo spirito capitalistico quello stato d’animo risultante dalla fusione in un tutto unico dello spirito imprenditoriale e dello spirito borghese. Esso ha creato il capitalismo.

Audace, fresco, provocante, disinvolto, ma anche avventuroso, pieno di illusioni e pregiudizi, completamente irrazionale: ecco come si presenta nella storia il nuovo soggetto economico, da cui si svilupperà l’imprenditore capitalista. Avventurieri di commercio o commercianti avventurosi (merchants adventurers) vennero chiamati significativamente coloro che abbandonarono le solide strade tracciate dal Medio Evo e imboccarono nuove vie di guadagno. Essi miravano ad ottenere nel più comune dei commercio quel che i loro padri e fratelli avevano tentato di trovare nella ricerca dell’oro, nell’alchimia o nel brigantaggio. Si tratta soprattutto di spirito di avventura che si manifesta in quegli imprenditori del XVII e XVIII secolo, progettisti e speculatori che pullulano in tutti i paesi. Lo stesso spirito di avventura anima anche grandi mercanti d’oltremare, di cui il XVI e il XVII secolo sono ricchissimi, che portano una nota particolare nello spirito del primo capitalismo: lo spirito della pirateria […]. Gli uomini che partivano in cerca di bottino sul mare o sull’altra sponda del mare erano animati da uno spirito particolare. Sono dei conquistatori spavaldi, avventurosi, avvezzi alle vittorie, brutali e rozzi. Questi pirati geniali e senza scrupoli, di cui abbonda l’Inghilterra del XVI secolo […], sono della stessa stoffa dei capitani di ventura italiani come i Can Grande, i Francesco Sforza, i Cesare Borgia, solo che più di questi mirano alla conquista di beni e denaro e sono quindi più vicini agli imprenditori capitalistici […]. Erano dei filibustieri; ma lo spirito che li animava era lo stesso che ha stimolato il grande commercio e i traffici coloniali fino al XVIII secolo. Avventurieri, pirati e commercianti in grande stile (e questo lo diventa solo chi va sul mare) si confondono impercettibilmente gli uni con gli altri.

Ovunque risalta quest’inclinazione infantile e impulsiva, ovunque sentiamo lo stesso spirito fantastico e amante dell’avventura, ovunque si tratta di un’improvvisa fiammata di avidità che sospinge gli uomini verso audaci imprese,anche se poi abbastanza di frequente lasciano l’opera a metà. Quel che manca ancora è l’agire in base a un piano sistematico lungimirante, ponderato, perseverante, nato da uno spirito profondamente razionale, tipico delle epoche posteriori […]. Questo elemento venne portato da un altro affluente allo spirito capitalistico.

Se le idee fondamentali da cui si era sviluppato lo spirito romantico-capitalistico riecheggiavano l’idea medievale del commercio comunitario e corporativo, l’idea nobiliare del diritto di preda, l’idea della violenza, un altro indirizzo di pensiero si faceva strada fra gli imprenditori degli albori del capitalismo, partendo dalle idee della responsabilità del singolo e del legame contrattuale degli individui fra di loro, che si rifaceva a una mentalità fondamentalmente diversa, anzi diametralmente opposta.

Basta qui ricordare che l’idea di contratto ha cominciato ad affermarsi in tutti i settori della vita pubblica e privata sin dalla fine del Medio Evo e che – ciò che qui soprattutto ci interessa – la sua diffusione è senz’altro parallela allo spostamento avvenuto nell’idea di potere, dalla ricchezza fondata sul potere al potere fondato sulla ricchezza in conseguenza del rapido aumento della ricchezza borghese […]. Mentre l’idea della forza, a cui una buona parte del capitalismo deve la sua origine, è di natura prevalentemente aristocratica, l’idea di contratto si radicò soprattutto in quegli strati della popolazione che erano rimasti esclusi dal potere nello stato e in particolar modo nei casi dove il singolo era uscito dai legami della comunità ed era stato costretto a percorrere la propria strada. In primo luogo si trattava di determinati circoli borghesi che esercitavano professionalmente il commercio per terra. Già durante il Medio Evo questi circoli avevano sviluppato un loro tipico modo di vedere la vita che io chiamo spirito borghese e che di per sé non ha nulla a che vedere con l’idea di contratto o con il capitalismo, ma può dominare anche tra artigiani o redditieri. Ma combinandosi all’idea di contratto e unendosi allo spirito imprenditoriale dà luogo a una nuova forma caratteristica dello spirito capitalistico che si differenzia profondamente dalla variante presa in considerazione prima dello spirito avventuroso e piratesco indirizzato al guadagno e che costituisce lo spirito specificamente borghese e capitalistico che si è andato sempre più affermando ai giorni nostri.

L’epoca del capitalismo maturo è del tutto unica nella storia, nessun’epoca precedente ha con essa qualcosa in comune. Non si ripeterà mai di nuovo nella stessa misura e non potrà neppure venire prolungata; è un episodio isolato nella storia dell’umanità, che questa ha forse solo sognato.

Lo sviluppo del capitalismo ha provocato una radicale trasformazione della vita economica. Questo è il fenomeno portentoso che si è realizzato nel nostro tempo: in base a un motivo dominante o in virtù di un obiettivo che, come già sapeva Aristotele, in fondo non ha nulla a che fare con la vita economica, l’aspirazione al guadagno, si è sprigionata una vita economica di tale portata, grandezza e potenza che nessu’epoca precedente ha mai visto; nel perseguimento di una mèta così poco economica come quella del guadagno è stato possibile garantire l’esistenza di centinaia di milioni di uomini, trasformare la cultura fin dalle radici, fondare e distruggere imperi, costruire i mondi magici della tecnica, cambiare l’aspetto stesso della terra. E tutto questo perché uno sparuto manipolo di uomini p stato conquistato dalla passione di guadagnare.

Il processo di trasformazione si è verificato quando il capitalismo, su un’area ristrettissima della superficie terrestre, a sviluppato in intensità le sue forme più evolute e di qui si è diffuso fecondando il resto del mondo.

Un aspetto comune delle tendenze proprie dell’epoca del capitalismo maturo è la spinta verso l’infinito, l’illimitatezza delle mète è la forza che va al di là di ogni misura organica. Questa è una delle contraddizioni interne di cui è ricca la cultura moderna: la vita al suo massimo grado di attività ed espressione va al di là di se stessa e, come vedremo, si autodistrugge. […]. Sono quelle forze che si proiettano nell’indefinito che conferiscono all’economia di questo periodo il suo inimitabile carattere dinamico. Anche ciò è intrinseco all’essenza di ogni forma di capitalismo: portare a compimento gli elementi di quest’essenza, costituisce l’opera di quelle forze vitali che arrivano a maturazione nell’epoca moderna.

Lo sviluppo dell’energia economica nell’epoca del capitalismo maturo non si esaurisce tuttavia nello sprigionamento degli impulsi appena indicati. Anzi, nella stessa direzione di questo sprigionamento agisce un fenomeno che è in singolare contrasto con la potente manifestazione di quelle forze altamente irrazionali; si tratta del grandioso sviluppo del razionalismo economico, vale a dire la penetrazione nell’economia dei più raffinati metodi del pensiero razionale.

Lo spirito del capitalismo, questo strano miscuglio di passionale impulso verso l’infinito e freddo calcolo razionale giunto (internamente) al massimo grado di purezza, si diffonde quindi (esternamente) in aree sempre più ampie. Questa realizzazione in intensità ed estensione dello spirito del capitalismo costituisce il carattere distintivo dell’epoca del capitalismo maturo da quella del primo capitalismo. La generalizzazione in senso estensivo di questo spirito deve essere considerata sotto diversi aspetti: in primo luogo esso conquista l’intero ceto imprenditoriale, quindi il contagio dilaga anche tra il ceto impiegatizio e infine in cerchie sempre più vaste del mondo operaio. Infine, dobbiamo intendere questa espansione in senso geografico: tutta la terra – fino all’interno dell’Africa, dell’India e della Cina – viene sottomessa al demone dello spirito del capitalismo.

Lusso e capitalismo

Il lusso nel senso del bisogno raffinato e del suo suo soddisfacimento serve scopi molto diversi e perciò deve la sua esistenza anche a motivi molti diversi. Se dedico a Dio un altare ornato d’oro o se mi compero una camicia di seta, in entrambi i casi faccio del lusso, ma si avverte immediatamente che questi due atti sono estremamente diversi l’uno dall’altro. Si può chiamare la consacrazione dell’altare un lusso idealistico o forse anche altruistico, mentre l’acquisto della camicia di seta un lusso materialistico o anche egoistico, distinguendo con ciò nello stesso tempo la destinazione e il motivo. Entrambe le forme del lusso si sviluppano nell’epoca che stiamo considerando. Ma proprio in questo tempo tra Giotto e Tiepolo, che noi chiamiamo epoca del primo capitalismo, si diffonde in modo di gran lunga prevalente il lusso materialistico.

Tuttavia il processo di secolarizzazione non sarebbe stato tanto rapido, e la diffusione del lusso non avrebbe conosciuto proporzioni così colossali in un periodo così breve, se accanto alla corte non fosse emersa un’altra fonte importante dalla quale si sprigionasse l’ampio flusso della sete di piacere, della vita allegra, della vanità e del fasto che si riversò nel mondo: se cioè non fosse scoppiato come una malattia devastatrice un intenso bisogno di beni di lusso presso i nouveaux riches che abbiamo visto venire alla ribalda […]. Nella storia, dal momento in cui è apparso il primo nuovo venuto borghese, la via della ricchezza è parallela alle tappe della diffusione del lusso.

Un punto che mi sembra di grande e generale importanza per lo sviluppo della società moderna è il fatto che i nuovi ricchi, coloro che non posseggono nulla al di fuori del loro denaro, il cui potere è fondato soltanto sulla ricchezza e non hanno altra caratteristica che li possa distinguere se non la possibilità di condurre una vita sontuosa in virtù dei loro mezzi, che questi parvenu trasmettano la loro concezione del mondo materialistica anche alle vecchie famiglie nobili che vengono con ciò trascinate nel vortice della vita agiata.

Se ci chiediamo chi rese grandi le città, troviamo essenzialmente gli stessi ceti che avevamo visto all’opera nel corso del Medio Evo. Anche (e specialmente!) le grandi città dell’epoca del primo capitalismo sono in misura eminente città di consumatori […]. Le grandi città quindi sono cresciute perché sono diventate la dimora dei grandi consumatori; l’allargamento delle aree cittadine è perciò da imputare essenzialmente alla concentrazione del consumo nei centri urbani del paese.

Nel medio Evo di regola i tempi di produzione erano molto lunghi, si lavorava per anni e decenni allo stesso pezzo o alla stessa opera, non si aveva fretta di vederla finita. La vita era lunga perché si svolgeva in un tutto continuo: la chiesa, il convento, il comune, i discendenti avrebbero certo visto il compimento dell’opera anche se il singolo individuo, che aveva commissionato il lavoro, era stato ammazzato ormai da lungo tempo […]. Ogni duomo, ogni convento, ogni palazzo comunale, ogni borgo medioevale testimonia il superamento della vita di un singolo individuo, la loro origine risale ad antiche famiglie che credevano di vivere in eterno. Ma da quando l’individuo si è emancipato dalla comunità che a lui sopravvive nella continuità del tempo, il periodo della sua vita diventa la dimensione del suo godimento. Il singolo individuo vuole egli stesso partecipare nella maggior misura possibile al corso delle cose. Lo stesso re vuole abitare il castello che incomincia ad edificare. E quando il dominio di questo mondo passò alla donna, il ritmo col quale vengono procurati i mezzi per il soddisfacimento del bisogno di lusso venne ulteriormente accelerato. La donna non può aspettare. E l’uomo innamorato meno di lei.

Sembra invece che la moda sia una manifestazione necessaria del processo di secolarizzazione della condotta di vita, accompagnato dai crescenti consumi di lusso a sfondo edonistico.

Chi da artigiano vuol salire al livello di imprenditore capitalista deve possedere qualità imprenditoriali. Dalla massa emerge soltanto chi è più lungimirante, ma allo stesso tempo anche più energico; sono sempre commercianti audaci e artigiani audaci coloro che assumono il ruolo di nuovi soggetti economici. È questa audacia che li accomuna ai tipi di imprenditori prima esaminati (principi e signori feudali della antica nobiltà). Ma ciò che li distingue notevolmente da costoro, è il rilievo attribuito agli aspetti commerciali dell’imprenditorialità. Essi si fanno strada soprattutto perché sono “mercanti” di talento. La loro forza si basa sulla loro abilità nella stipulazione di contratti con i fornitori, con i lavoratori, con i clienti. Per costoro quindi il denaro viene a trovarsi al centro di tutta la loro attività economica; la quale viene dal denaro e al denaro ritorna. Nel danaro essi scorgono il vero, anzi l’unico fattore di potere, poiché non conoscono altro potere all’infuori della ricchezza. Con loro si porta a termine quel processo di permeazione del processo economico da parte dell’idea del denaro. Essi sono imprenditori capitalistici solo in quanto per essi il capitale (denaro) diventa la premessa indispensabile della loro attività di imprenditori.

Capitalismo, eterodossia ed eresia

L’“eresia” in quanto tale, quindi indipendentemente dalla confessione stessa di volta in volta considerata eretica, è stata chiaramente un importante vivaio di imprenditorialità capitalistica, poiché rafforzava potentemente l’interesse al guadagno e favoriva le doti commerciali. Le ragioni di ciò sono evidenti: esclusi dalla partecipazione alla vita pubblica, gli eretici non potevano che estrinsecare tutta la loro forza vitale nell’economia. Soltanto questa offriva loro la possibilità di procurarsi quella posizione di rilievo nella comunità che lo stato negava loro […]. Era logico dunque che questi eretici si dedicassero con particolare fervore nel periodo dell’inizio del capitalismo proprio alle imprese capitalistiche, poiché queste permettevano maggiori successi e offrivano il mezzo più sicuro per raggiungere la ricchezza e quindi il prestigio sociale. Perciò appunto in quei periodi critici, quindi prevalentemente dal XVI al XVIII secolo, li troviamo dappertutto ai primi posti come banchieri, grandi commercianti, industriali. I commerci, the trade, erano addirittura dominati da loro. Già durante quei secoli gli osservatori più acuti notarono subito il nesso fra questi fenomeni […]. Quindi che in questi ambienti degli “esclusi” il significato della ricchezza fosse più importante che, a parità di circostanze, in altri strati della popolazione, (è) perché per costoro il denaro significava l’unica via al potere.

Un osservatore perspicace come William Petiy ci dà il seguente interessante giudizio sull’importanza dell’“eresia” per lo sviluppo dello spirito capitalistico: “In tutti gli stati e sotto tutti i governi il commercio si trova nelle mani del partito eterodosso e di coloro che sostengono un’opinione diversa da quella ufficialmente riconosciuta; quindi in India, dove è riconosciuta la religione musulmana, gli indù (the Banians) sono i maggiori commercianti. Nell’impero turco gli ebrei e i cristiani. A Venezia, Napoli, Livorno, Genova e Lisbona gli ebrei e gli antipapisti. Persino in Francia è sproporzionalmente maggiore il numero degli ugonotti nel commercio, mentre in Irlanda, dove la religione cattolica non è riconosciuta dallo stato, i seguaci di questa religione hanno in mano una gran parte del commercio. Da ciò segue che lo spirito commerciale non è legato a una religione come tale, ma come già visto prima, all’eterodossia nel suo insieme, come è confermato anche dall’esempio di tutte le grandi città commerciali inglesi”.

Gli ebrei e la vita economica

Se in quest’esposizione genetica dell’imprenditorialità capitalistica dedico un capitolo particolare agli ebrei, lo faccio perché il ruolo da essi svolto nella storia del capitalismo moderno è realmente unico: la loro attività come imprenditori capitalistici e le ragioni della loro straordinaria importanza per il corso degli eventi economici presentano tali e tante particolarità, che una storia economica degna di questo nome non può passarli sotto silenzio. Credo di aver dimostrato nel mio libro sugli ebrei (Gli ebrei e la vita economica, 1911) che la loro specifica importanza per la storia moderna va ricercata nella spinta da essi data a quella forma dello sviluppo capitalistico che ho chiamato commercializzazione della vita economica, la cui generalizzazione segna appunto il passaggio all’epoca del capitalismo maturo. La particolare e decisiva importanza degli ebrei va dunque ricercata nel fatto che alla loro attività va attribuita l’accelerazione del passaggio dalle forme economiche del primo capitalismo alle forme del capitalismo maturo.

La posizione d’eccezione degli ebrei nella storia del capitalismo europeo è determinata tanto dalle doti tipiche del popolo ebreo quanto dalla particolare situazione nella quale gli ebrei si sono trovati nei secoli in cui si gettavano le fondamenta dell’economia capitalistica. Qualunque sia la posizione che si assume di fronte alla questione cui è dedicata la maggior parte del mio libro sugli ebrei, se cioè, la struttura spirituale del popolo ebreo sul finire del Medio Evo dipenda da una sua originaria inclinazione oppure si sia formata come conseguenza della più che millenaria storia di sofferenza degli ebrei in esilio, per chi giudica obiettivamente non può esistere alcun dubbio che nel momento storico in cui il capitalismo comincia a svilupparsi, gli ebrei si presentano dotati di una serie di qualità che li rendono idonei ad intervenire in maniera determinante nel corso del divenire economico. Si tratta in primo luogo di capacità mercantili e amministrative, come pure di virtù borghesi che distinguono gli ebrei da molti altri dell’ambiente in cui vivono. Qualità dunque che fanno parte del buon imprenditore capitalista e che in altri popoli hanno dovuto essere coltivate soltanto nel corso dello sviluppo capitalistico, gli ebrei le possedevano già in misura notevole prima che questo sviluppo cominciasse. A ciò si aggiunge la circostanza che le condizioni esterne di vita degli ebrei erano tali che non si potrebbe immaginarne di più propizie alla formazione di imprenditori capitalistici. Quelle condizioni favorevoli che imparammo a conoscere nel caso degli eretici e degli stranieri, ritornano per gli ebrei solo che in questo caso vi si aggiungono altri momenti propizi […]. Mi sembra quindi di individuare quattro circostanze che hanno reso (e rendono) gli ebrei particolarmente idonei a produrre contributi tanto notevoli:


  1. la loro diffusione in tutto il mondo;
  2. la condizione di stranieri;
  3. la condizione di semicittadini;
  4. la loro ricchezza, a cui si aggiunge
  5. la loro attività di credito.

La conseguenza naturale di questi continui spostamenti in paesi già altamente sviluppati fu che membri di una stessa famiglia si stabilirono nei più diversi centri di vita economica e formarono ditte di fama mondiale con numerosi filiali [….]. Quel che le ditte cristiane dovevano crearsi con fatica e che soltanto in casi rarissimi raggiungevano allo stesso livello di perfezione, gli ebrei lo avevano da sé fin dall’inizio della loro attività: i punti di appoggio per tutte le operazioni internazionali di commercio e di credito, la great correspondence, condizione fondamentale di ogni attività commerciale internazionale.

Se sotto ogni aspetto gli ebrei si dimostrano idonei a promuovere lo spirito del capitalismo, lo devono certamente non per ultimo alla loro attività nel settore del credito […]. Il credito è infatti una delle più importanti radici del capitalismo. L’idea base del capitalismo è già contenuta in embrione nell’idea del credito e alcune caratteristiche importanti del capitalismo risalgono a questa attività. Nell’attività creditizia viene meno ogni aspetto qualitativo e il processo economico appare determinato solo quantitativamente. Nel credito l’elemento contrattuale è divenuto essenziale […]. Nel credito sono spariti tutti gli elementi che avevano a che fare con l’idea di nutrimento […] . Nell’attività del credito emerge chiaramente per la prima volta la possibilità di guadagnare denaro con un’attività economica senza il sudore della fronte; chiaramente emerge la possibilità di far lavorare a proprio vantaggio altra gente senza l’impiego di mezzi coercitivi […]. A ciò si aggiunge ancora il fatto che una parte veramente notevole del capitalismo moderno è emersa storicamente dal credito (l’anticipo, il muto), e in particolare ovunque troviamo l’“accomandita industriale” come forma primitiva dell’impresa capitalistica. Ma ciò vale anche dove questa è nata dal rapporto di commenda e infine anche dove è dapprima comparsa sotto una qualunque forma di società per azioni, perché in fondo la società per azioni non è altro che un’attività di credito con immediato contenuto produttivo. Credo quindi che nell’esercizio dell’attività di credito si trovi ancora una volta una circostanza che mette obiettivamente gli ebrei in grado di creare, promuovere, diffondere l’essenza capitalistica.

Mercantilismo ed economica classica, Stato e Mercato, tedeschi e inglesi, Comunità e Società, Collettivo e Individuale, Ceto/Ordine e Classe

Vorrei tuttavia esprimere ancora il dubbio che, con ogni probabilità, sotto il contrasto che divide i mercantilisti dai classici, l’economia politica dall’economia sociale (se intendiamo in profondità questo contrasto come il contrasto tra considerazione organicistica e considerazione meccanicistica), è nascosto il contrasto tra lo spirito di popoli (Volksseelen) ostili per intima essenza, in particolare è nascosto il contrasto tra l’anima del popolo tedesco e del popolo inglese che si sviluppano nella loro purezza soltanto dopo il XVIII secolo. L’economia “classica” è di stampo inglese non solo in senso esteriore, per il fatto che i suoi principali rappresentanti erano in inglesi, ma anche nel senso più profondo che essa nasce dallo spirito inglese.

Il pensiero mercantilista […] prende le mosse dall’idea di un tutto (lo stato, il popolo). I mercantilisti, ancora del tutto nel solco dello spirito medievale, hanno scarsa considerazione per il benessere o l’infelicità del singolo rispetto a quelli della collettività, ai cui interessi gli individui devono del tutto sottomettersi. Il netto orientamento all’interesse collettivo,che abbiamo riscontrato come il principio dominante degli uomini di stato, ricorre continuamente come massima prima di ogni elaborazione teorica negli scritti di tutti i mercantilisti […]. L’interesse collettivo corrisponde essenzialmente all’interesse dello stato: la potenza e l’indipendenza dello stato è l’ideale più alto.

L’idea del libero scambio con la quale gli economisti inglesi e i loro successori da Ricardo un poi vorrebbero unificare i popoli della terra, era molto lontana dalle menti dei mercantilisti. La concezione di una comunità internazionale fondata sul commercio, composta di membri dotati di pari diritti, e nella quale gli stati indipendenti avrebbero svolto il ruolo di province in un grande impero, doveva sembrare del tutto assurda ai mercantilisti il sui orientamento politico era indirizzato verso lo stato-nazione; il pensiero che lo scambio internazionale sarebbe stato in grado di favorire tutti i popoli della terra allo stesso modo con la benedizione della divisione geografica del lavoro, non aveva posto nel loro schema di pensiero.

Per imborghesimento del mondo, in senso esterno (a differenza dell’imborghesimento interno che consiste nell’assunzione dello spirito borghese), intendo la razionalizzazione dei rapporti umani da una parte, la loro contrattualizzazione dell’altra […]. Un sintomo esterno di questa crescente razionalizzazione nel campo della vita economica è la diffusione della partita doppia […]. La sua nascita, ma anche la sua definitiva affermazione cade proprio nell’epoca del primo capitalismo. Alla fine di questo periodo il suo predominio è saldamente radicato e il suo impiego è quindi diventato il requisito naturale di un ordine razionale nei rapporti economici.

La trasformazione delle antiche comunità di amore, sangue e luogo in una società che si fonda su accordi contrattuali è descritta magistralmente da Ferdinand Tònnies nel suo classico libro Gemeinschaft und Gesellschaft.

Abbiamo visto come nel corso dell’epoca del primo capitalismo nasca la borsa, un’organizzazione centrale per la stipulazione dei contratti commerciali, nella quale (meccanicamente!) si raggruppano i diversi individui, prima riuniti (organicamente!) in gilde e corporazioni.

Il fatto che la formazione delle grandi città, almeno negli inizi, risalga all’epoca del primo capitalismo è un’ulteriore prova che già con essa comincia la decomposizione della società. Infatti in nessun luogo come nelle grandi città si manifesta così chiaramente l’elemento contrattualistico, nei rapporti fra singole masse composte di atomi.

Se il ceto era una parte organica della comunità (il popolo), la classe è soltanto una componente meccanica della società […]. Considerata nella sua relazione con il tutto, la classe è egoistica, negativa, distruttrice, dissolutrice, perché il raggiungimento dei suoi interessi particolari esclude il riconoscimento di altri gruppo accanto ad essa […]. La classe sociale è un fenomeno assolutamente moderno. Essa sorge solo nell’ambito della società. L’antichità conosce solo embrioni di classi sociali; nella storia europea moderna compaiono con il capitalismo, del quale sono figlie legittime.

I mutamenti che si verificano in questa struttura (tripartizione funzionale in ordini o ceti) durante l’epoca del primo capitalismo sono, se prescindiamo dal ceto ecclesiastico che qui non ci riguarda, i seguenti:
1) la nobiltà perde ovunque l’importanza di un tempo come casta guerriera a causa della mutata costituzione dell’esercito e in Italia e negli stati dell’Europa occidentale […] subisce una trasformazione interna, nel senso dell’imborghesimento.
2) il terzo stato si divide in due parti che perdono ogni legame fra di loro: uno strato superiore, ricco, e uno inferiore, povero. Questo processo si verificò nelle città-stato italiane ancora durante il Medio Evo (separazione fra il popolo grasso e il popolo minuto!), nell’Europa occidentale dal XVI secolo in poi.

Assiologia capitalistica

Il XVIII secolo mostra – soprattutto nella seconda metà – un carattere già del tutto mercantile, che si esprime tangibilmente nell’emergere delle ideologie umanitarie, nella diffusione dell’idea di contratto nel campo della teoria dello stato, della società e dell’economia, nella crescente esaltazione del commerciante, nell’ideale dell’“affratellamento dei popoli” e in molti altri aspetti.

Osserviamo che le seguenti idee esercitano un influsso primario sul comportamento dell’imprenditore capitalista:
a) la fede nel progresso, nella missione umanitaria della espansione economica, che giunge talvolta alla convinzione di fornire un servizio al bene comune.
[…]
2) le influenze sterne […]: l’imprenditore stesso si vede in questo ambiente liberato da tutti quei numerosi vincoli che limitavano la libertà di azione del soggetto economico dei secoli precedenti e anche, come dimostrato , dell’imprenditore agli albori del capitalismo. I nuovi soggetti economici sono in quanto tali liberi dal riguardo verso la tradizione della famiglia, dell’azienda, degli usi commerciali […]. Questi soggetti economici sono dotati di “propensione ai mutamenti”.
[…]
Gli imprenditori nel complesso […] sono liberi dai pesanti vincoli imposti dalla religione o da una morale di fondamento religioso […]. La secolarizzazione dello spirito capitalista […] deve essere considerata come una delle espressioni più importanti dell’epoca moderna, poiché ha lasciato via libera a quel demone di passioni che è penetrato oggi nell’economia […]. Oggi il principio fondamentale di ogni agire economico è la “mancanza di scrupoli”, la quale si accorda difficilmente con qualsiasi sistema religioso che voglia fissare le norme della morale borghese.

Il capitalismo ha trovato in tutti i tempi i mezzi e le vie per affermarsi de lege, praeter legem e contra legem.

Nella struttura del capitalismo, inoltre, è spontaneo il favore col quale viene accolta ogni innovazione che renda possibile o necessaria una nuova invenzione. Al contrario di altri sistemi economici, per esempio l’artigianato, che è per sua natura ostile alle innovazioni e quindi agli inventori in quanto ogni cambiamento tecnico comporta un onere indesiderato, il capitalismo è avido di innovazioni sia per eliminare con il loro aiuto la concorrenza, sia per fondare nuove imprese sulla loro base, sia – soprattutto” per saziare con l’applicazione di nuovi (redditizi) procedimenti la sua aspirazione interna a profitti supplementari.

Soprattutto è il bisogno di libertà individuale che fa apparire affascinante la vita di città. La “libertà” che un tempo abitava sulle montagne è migrata oggi nelle città e le messa le vengono dietro. Libertà individuale come ideale di massa significa però sempre solo libertà “da qualcosa”, la liberazione dai vincoli del vicinato, della famiglia, dei padroni, lo sradicamento.

Quando abbiamo constatato che esse (le città moderne) hanno contribuito in modo considerevole all’evoluzione dell’individualismo come ideale di massa, abbiamo praticamente già detto che lo sviluppo dello spirito capitalistico è dovuto in parte a loro. Infatti, quest’individualismo ne costituisce una componente. Come l’individualismo è stato favorito dalle città, così anche altre caratteristiche dello spirito capitalistico hanno trovato la loro espressione più significativa solo nelle città: l’intellettualismo, la razionalità, la contabilizzazione. È difficile immaginare come l’imprenditorialità moderna avrebbe potuto raggiungere il suo pieno sviluppo senza le città e in particolare senza le città dell’epoca del capitalismo maturo. Ma non si può neppure pensare il moderno uomo-impiegato e tutta la scienza dell’organizzazione burocratica senza le città. Con altrettanta certezza si avverte che l’inventore e il costruttore e l’ingegnere e tutta la tecnica moderna hanno trovato nelle città l’ambiente di vita loro confacentesi per natura.

Quel che occorreva al capitalismo per raggiungere i suoi scopi era un “nuovo genere umano”, uomini che fossero in grado di inserirsi in un grande complesso, un’impresa capitalistica o addirittura una fabbrica, in uno di quei meravigliosi sistemi di relazioni di superiorità, inferiorità e adiacenza, queste strutture artefatte composte da frammenti di uomini. La nuova struttura economica richiedeva questi segmenti umani: esseri senz’anima, spersonalizzati, capaci di essere membri o meglio piccole ruote di un intricato meccanismo.

Capitalismo ed eradicamento migratorio

Popolazioni di riserva esterne per capitalismo sono i popoli di colore […] ma anche quelle masse che abbiamo visto affluire da paesi di civiltà economicamente arretrata nei paesi più sviluppati. Mi riferisco agli europei della parte occidentale del continente che emigrarono in Inghilterra e quindi nei paesi coloniali, agli europei meridionali e orientali che li seguirono e in parte riempirono le lacune lasciare dai primi nell’Europa occidentale […]. Perché il capitalismo ha attirato questi popoli di riserva? In primo luogo, e forse essenzialmente, perché senza di loro non avrebbe potuto espandersi. Ma oltre a ciò ha contribuito indubbiamente in modo molto forte la considerazione che questi popoli erano disposti a prestare il loro lavoro a condizioni più favorevoli dei lavoratori di casa propria. Anche se gli imprenditori non hanno mirato consapevolmente a influenzare in tal modo il livello dei salari (di fronte al fenomeno massiccio dell’immigrazione spontanea questa considerazione va accantonata), l’effetto in tal senso provocato dall’afflusso si popolazioni straniere è stato sempre visto con favore.

Bauer distingue opportunamente l’immigrazione libera dall’immigrazione organizzata “allo scopo di deprimere i salari”. Gli effetti di queste due forme sono identici , solo che nel primo caso, nel quale il punto di partenza è l’offerta, l’azione di pressione sui salari è soltanto l’effetto, nel secondo caso, invece, nel quale il punto di partenza è la domanda, l’azione di pressione è anche lo scopo.

Ecco come Bauer descrive questa seconda forma di immigrazione: “Gli imprenditori mandano i loro agenti in zone economicamente arretrate, vi arruolano gli operai, li impegnano a determinate condizioni di lavoro per determinate prestazioni lavorative e quindi importano la massa di operai nel paese di immigrazione… La forma più primitiva e di gran lunga più diffusa di importazione organizzata di lavoratori allo scopo di deprimere i salari è l’importazione al fine di rompere il fronte dello sciopero (cioè, di crumiri). Questa pratica si afferma gradualmente e diviene pressoché universale.

“Il sogno di un direttore di miniera è di abbassare il più possibile il costo del lavoro indigeno, arruolando un numero sempre maggiore e sempre più regolare di negri e ottenendo del cibo sempre più a buon mercato per nutrire i lavoratori … in questo modo, anche il lavoro dei bianchi può essere retribuito in modo minore...” (J. Bryce, Impressions of South Africa).

L’omniavvolgenza del Mercato

Quando abbiamo parlato del destino delle invenzioni nell’epoca del capitalismo maturo, abbiamo potuto constatare che vengono riconosciute e realizzate essenzialmente soltanto quelle invenzioni dalle quali l’imprenditore si ripromette di ricavare un profitto, La selezione delle invenzioni ha luogo quindi in base a un criterio puramente capitalistico. Se ciò è vero, verranno allora prodotti anche soltanto quei beni che hanno l’approvazione dell’imprenditore e quindi dovremo mangiare, vestirci, lavarci, illuminare la nostra abitazione, organizzare i nostri viaggi, programmare i nostri divertimenti come piace all’imprenditore. È difficile valutare in che enorme misura gli imprenditori riescano in questo modo a configurare i bisogni dell’umanità, la quale vive in balia e secondo l’arbitrio dell’economia capitalistica […]. Il dominio dell’imprenditore sul mercato dei beni non si esaurisce tuttavia soltanto in questi aspetti. Non solo egli determina in larga misura di che tipo di beni abbiamo bisogno, egli ci prescrive anche in quale forma dobbiamo averne bisogno.

Uno dei tratti inconfondibili dell’epoca del capitalismo maturo è costituito senz’altro dal frequente mutamento degli oggetti verso i quali sono indirizzati i bisogni. Questo mutamento si manifesta sia in riferimento ai mezzi di produzione che ai beni di consumo […]. Nella maggior parte dei casi tuttavia l’uomo moderno non si ostina a desiderare gli oggetti del passato. Nella maggior parte dei casi egli desidera cambiare, prova gioia nel mutamento, e quindi rafforza di spontanea volontà la tendenza originata dalla tecnica all’innovazione frequente. Il senso di crescere insieme agli oggetti comuni di uso quotidiano, quale era proprio delle generazioni del passato, gli è completamente estraneo. In occasione delle sue nozze d’argento egli rinnova completamente l’arredamento della sua casa senza essere ostacolato da alcun sentimento di devozione e fedeltà. La sua libertà da ogni legame interiore, il suo nervosismo, la sua inquietudine fanno sì che egli non avverta con disagio, ma piuttosto come un mezzo per aumentare il proprio senso di benessere, il mutamento nell’ambiente delle cose che lo circondano […]. Dove i produttori si mettono all’opera per inventare qualcosa di nuovo, dove case di confezioni o fabbricanti di tessuti assumo propri disegnatori e infine soprattutto in quelle ditte ce esistono soltanto per fornire agli altri delle novità, in tutti questi casi siamo di fronte a una fucina per la creazione di una vera e propria febbre di innovazione. Ci si morde le unghie e ci si rompe il cervello per poter sempre di nuovo gettare sul mercato – e questo è l’elemento essenziale – qualcosa di nuovo.

Noi percorriamo una certa distanza in un terzo o un decimo o un ventesimo del tempo che era necessario un volta; Goethe stava a tavola tre ore di fila, l’impiegato americano mangia in dieci minuti; fumare una lunga pipa dura un’ora, una sigaretta cinque minuti, ecc. La conseguenza di questa accelerazione è che nello stesso lasso di tempo possono venire soddisfatti più bisogni o lo stesso bisogno può venire soddisfatto più volte […]. Si verifica quindi una intensificazione del soddisfacimento dei bisogni.

Vogliamo ricordare che questa volontà di uniformità nella configurazione dei bisogni dei singoli consumatori viene rafforzata in modo essenziale dalla dipendenza dalla moda e che l’uniformazione dei bisogni indotta da questa volontà di rappresenta l’altra, spesso dimenticata, funzione della moda nell’organismo dell’economia capitalistica (accanto alla prima più evidente di produrre il mutamento).

Resta da vedersi che cosa in ognuno di questi casi provochi questo desiderio verso l’uniformità. A ciò probabilmente contribuisce in misura decisiva l’aspirazione dell’individuo, isolato e orfano nella società decomposta, verso una qualche forma, anche se puramente esteriore, di legame comunitario, il suo desiderio di immergersi, scomparire e nascondersi nella massa per non dover andare attraverso la vita in eterna solitudine. Quel legame, che gli antichi vincoli associativi gli garantivano dall’interno, egli lo ritrova, inconsapevolmente, negli aspetti esteriori.

Mercanti ed Eroi
Riflessioni patriottiche
Händler und Helden
Patriotische Besinnungen
, 1915
Edizione italiana: Aracne Editore, Roma 2012

Noi abbiamo riconosciuto, con assoluta chiarezza, i nostri nemici, quando annunciarono al mondo che ciò che ora è in guerra sono “la civiltà dell’Europa occidentale” e “le idee del 1789” contro il “militarismo” tedesco e la “barbarità” tedesca. In effetti, è qui espressa, in modo istintivo, ma corretto, la contrapposizione più profonda. Io preferisco coglierla soltanto in un modo un può diverso e dire: ciò che ora è in lotta sono il mercante e l’eroe, sono la concezione mercantile del mondo e la concezione eroica del mondo, con le loro rispettive civiltà.

Innanzitutto, ogni singolo uomo ha una concezione del mondo e così infatti vivono, l’una accanto all’altra, anche le anime da mercante e le anime da eroe, nello stesso popolo, nella medesima città. Però, io sostengo una guerra dei popoli per le loro concezioni del mondo e affermo, dunque, che mercanti ed eroi sono ora in lotta […]. In questo senso i popoli possono essere anche distinti in popoli di mercanti e popoli di eroi, cosicché in questa grande guerra sono tra loro in lotta per il predominio la concezione mercantile del mondo e la concezione eroica del mondo. Ma i loro portatori, i due popoli che rappresentano in modo netto la contrapposizione, sono gli Inglesi e i Tedeschi. E soltanto concepita come guerra anglo-tedesca, la guerra mondiale del 1914 ritrova il suo più profondo significato storico-universale.

Con spirito da mercanti io intendo quella concezione del mondo che si rivolge alla vita, domandando: “che cosa puoi darmi tu, o Vita?", che dunque guarda a tutta l’esistenza degli individui sulla terra come a una somma di negozi commerciali, che viene a patti, nel modo possibilmente più vantaggioso per se stessi, con il destino o con il Dio amato […] o con i propri simili, come singoli individui o nel loro complesso (vale a dire, con lo Stato). Il guadagno, che ne deve derivare dalla vita di ciascun individuo, è il maggiore piacere possibile, di cui fa parte una corrispondente provvista di beni materiali, idonea ad allietare l’esistenza. Nell’ambito di tale considerazione della vita, dunque, sarà riservato ai valori materiali uno spazio sempre più ampio e perciò sarà fonte di onore e gloria anche quell’attività che si preoccupa di produrre i mezzi per il piacere – i beni materiali –, cioè l’attività economica e soprattutto l’attività mercantile. Gli interessi economici otterranno dunque il predominio e gradualmente a essi verranno subordinate tutte le altre occupazioni della vita. Appena conquistata l’egemonia in un Paese, i rappresentanti dell’economia trasferiranno facilmente le concezioni proprie della loro vita professionale su tutte le altre attività della vita e l’immagine mercantile del mondo conoscerà un notevole rafforzamento e consolidamento, finché la concezione mercantile del mondo e la pratica commerciale non si confonderanno in un’unità in cui sarà impossibile distinguerle, come sta infatti accadendo nell’odierna Inghilterra.

Occorreva solo attendere un brillante sviluppo della vita economica capitalistica e, soprattutto, la nascita di una lesta razza di mercanti dediti al commercio, come accadde in Inghilterra alla fine del XVI sec. (nel 1591 le prime navi inglesi salpano per le Indie, nel 1600 viene già fondata la Compagnia delle Indie Orientali), per costruire con questi elementi quella robusta concezione mercantile del mondo, che già da un paio di secoli caratterizza l’essenza inglese nel suo complesso.

È stato recentemente rilevato da studiosi competenti, e di nuovo a ragione, come la biologia inglese e la dottrina dell’evoluzione, divenute così famose, in fondo, altro non siano che la trasposizione della concezione borghese e liberale sui processi della vita umana.

Il mercante non riesce a rappresentarsi neppure lo Stato se non ricorrendo all’immagine di un gigantesco contratto commerciale che tutti stipulano con tutti.

La posizione teoretica del mercante di fronte alla guerra deriva senz’altro dalle sue opinioni fondamentali: il suo ideale deve essere la pace universale ed “eterna” […]. Che gli investimenti internazionali, che il commercio, e in particolar modo il grande commercio d’oltremare (beninteso, nelle forme assunte dall’odierna civilizzazione), abbiano bisogno della pace per poter prosperare, lo capisce persino un bambino. Da che il lardo e il cotone possono essere trasportati, senza pericolo, da una parte all’altra della terra e da quando questo fatto ha assunto, nella realtà storica, una così grande importanza, si deve considerare anche la più breve interruzione del traffico commerciale, a causa dello scoppio di una guerra, come un evento incompatibile con il progresso della civilizzazione. Poiché, anzi, la progressiva commercificazione dell’umanità viene spacciata come un’evoluzione verso forme di esistenza superiori, allora l’esigenza morale della pace perpetua ed eterna si pone proprio come una conclusione ovvia e naturale.

Gli Inglesi sono persino diventati “tolleranti” nelle questioni religiose: infatti la tolleranza si accorda molto meglio con il guadagnare e il vivere comodamente di quanto non possa fare un’ostinata ortodossia […]. Non dobbiamo neppure dimenticare che nella celebre Dichiarazione d’Indulgenza di Giacomo II, dell’anno 1687, che viene ammirata come la Magna Charta della tolleranza religiosa, è detto espressamente: persecution was unfavourable to population and to trade, le persecuzioni religiose non favoriscono gli interessi dell’industria e del commercio.

Il pensiero tedesco e il sentimento tedesco si manifestano innanzitutto nel rifiuto unanime di tutto ciò che, anche solo lontanamente, si avvicina al pensiero e al sentimento inglese o in generale dell’Europa occidentale. Con avversione dell’animo, con sdegno, con senso di ribellione, “con profondo schifo”, lo spirito tedesco si è sollevato contro le “idee del XVIII sec.”, che erano di origine inglese; con risolutezza, ogni pensatore tedesco, ma anche ogni Tedesco capace di pensare in modo tedesco, ha rifiutato in ogni tempo l’utilitarismo, l’eudaimonismo e dunque ogni filosofia dell’utilità, della felicità e del piacere: in ciò furono concordi i fratelli nemici Schopenhauer e Hegel, e Fichte e Nietzsche, in ciò furono d’accorco classici e romantici, potsdamiani e weimeriani, Tedeschi antichi e moderni.

E cosa noi possiamo opporre all’ideale del bottegaio? Vi è un’affermazione che può ritrovarsi, sempre e comunque, in ogni concezione del mondo che voglia dirsi tedesca? Io credo di sì. E se devo esprime con una frase qual è tale affermazione, vorrei citare l’antico motto del marinaio, che è scolpito sulla Casa della Marina a Brema e che dice:

Navigare necesse, vivere non est

“Noi non abbiamo bisogno di vivere; se però viviamo, dobbiamo fare il nostro dannato dovere e adempiere i nostri obblighi”; oppure: “l’uomo deve compiere la propria opera finché vive”; oppure: “la vita del singolo è cosa importante, ma impegnarsi per la collettività è la nostra determinazione”; oppure: “il benessere dell’uomo non è per nulla importante, se serve solo a se stesso”.

Nella lingua tedesca […] solo una parola, mi sembra, racchiude tutto il senso di ogni nostro pensiero, di ogni nostra poesia e di ogni nostra aspirazione: questa parola è Aufgabe, cioè compito, dovere, ma anche rinunzia, abbandono […]. Raggiungere già sulla terra l’unione con la divinità è la caratteristica più luminosa del pensiero tedesco: e raggiungerla non con la mortificazione della carne e della volontà, bensì attraverso l’agire e il creare pieni di forza ed energia. Il nostro stesso compito deriva dal continuo porre e portare a termine nuovi compiti della vita attiva: ciò dà alla nostra concezione del mondo la forza trionfante, ciò le conferisce l’insuperabilità su questa terra. Per questo motivo io la chiamo una concezione eroica del mondo, una concezione del mondo propria degli eroi e ora il lettore può vedere sino a che punto io l’ho condotto: essere tedesco significa essere un eroe. Per questo noi, nella vita e nello spirito, contrapponiamo al mercantilismo inglese l’eroismo tedesco.

La concezione eroica della vita sfocia direttamente e con necessità in un sentimento patriottico. Non c’è eroismo senza Patria e, come parimenti si deve dire, non c’è Patria senza eroismo […]. La concezione eroica del mondo, che può essere chiamata anche concezione idealistica, culmina, come abbiamo visto, nel disprezzo della vita meramente naturalistica del singolo individuo, la cui vocazione, invece, essa scorge nella rinuncia a se stessi per adempiere il proprio compito, nel sacrificio di sé offerto per raggiungere una superiore vita dello spirito […]. Così ciascuno è al servizio della causa, di un’entità sovrindividuale e, compiendo la propria opera, genera un mondo che si pone al di sopra e al di là dei singoli individui […]. Questa vita superindividuale, per la quale e nella quale il singolo vive, è rappresentata dall’idea del popolo o della Patria. La convinzione che noi siamo chiamati a vivere e a morire per questo Tutto, il quale vive sopra di noi, che esiste anche senza di noi e contro la nostra volontà; che soltanto la sua vita è vita reale, perché è una vita in Dio e nello spirito; ecco, questa consapevolezza morale costituisce il contenuto dell’idea di Patria e non ha nulla a che vedere con l’attaccamento sentimentale al “paese d’origine” e alla “terra natia”.

Nessun dubbio: prima della guerra, la civiltà dei mercanti era sul punto di conquistare il mondo. Come lo spirito dei mercanti si era creato un sistema economico adeguato alle proprie esigenze, cioè il capitalismo, così del resto lo utilizzò per trovare con esso uno sbocco in tutti i Paesi. Anzi – vi erano circoli in cui dominava la profonda convinzione che, nella misura in cui il sistema economico capitalistico si fosse diffuso sulla terra, allo stesso modo anche lo spirito dei mercanti e con esso la civiltà mercantile sarebbero diventati dominanti su tutte le altre culture, una visione secondo la quale dunque il problema di un’umanità comune sarebbe dovuto finalmente giungere a risoluzione […]. Solo questo è certo: in Inghilterra, per prima, l’umanità si ammalò dello spirito dei mercanti.

Chi ha letto i due capitoli precedenti avrà compreso, anche senza conoscere i miei scritti anteriori, perché io e molti altri, e non certo i peggiori, fossimo caduti in preda, prima della guerra, a un profondo pessimismo sulla nostra civiltà. Eravamo pervenuti alla precisa convinzione che per l’umanità si fosse giunti alla fine, che il resto della sua esistenza su questa terra sarebbe consistito in una situazione oltremodo sgradevole di plebeizzazione, nella trasformazione di tutti in formiche; eravamo convinti che lo spirito dei mercanti fosse in procinto di annidarsi dovunque e che vicino fosse l’avvento degli “ultimi uomini”, i quali parlano così: noi abbiamo inventato la felicità, dicono, e strizzano l’occhio.

Qui si compì il miracolo. Venne la guerra. E da mille e mille fonti, da sorgenti infinite, proruppe un nuovo spirito: no – nessun nuovo spirito! Era l’antico spirito tedesco degli eroi, che aveva continuato ad ardere sotto la cenere e che ora, improvvisamente, brillava splendendo in una nuova fiamma.

Ma che fine farà, si domandano quegli animi pavidi a cui la germanità è ancora qualcosa di estraneo, che fine farà il lodato “internazionalismo”, a favore del quale abbiamo lavorato da secoli con tanto zelo e che in fondo per noi assume il significato dell’unico e vero valore? Io non voglio essere così grossolano da rispondere a questa domanda senza troppi giri di parole: “Che il diavolo se lo porti!” (e colga l’occasione per portarsi via pure voi, animi pavidi!)”, ma voglio riflettere per un attimo su cosa propriamente si deve intendere con questo “internazionalismo” e quali faccende hanno a che fare con esso […]. Gli appartenenti a diversi popoli si sono trasformati, per così dire, in tipi particolari. E così come non si dà un albero astratto se non nella nostra rappresentazione ideale, allo stesso modo neanche un uomo astratto esiste in un senso diverso. E soprattutto non esiste l’idea di un uomo oltrenazionale, la realizzazione della quale possa costituire il compimento dell’uomo nazionale. Significa distruggere tutti i valori dell’umanità, se si vogliono mescolare o cancellare le peculiarità nazionali […]. Ancora, è impensabile un Superuomo meta-nazionale come creatore di valori culturali. In quale lingua, infatti, il Superuomo, che non è né tedesco né inglese, dovrebbe poetare? Forse in esperanto? Buon appetito, questo è il mio augurio.

Noi non vogliamo conquistare il mondo. Non abbiate paura, voi cari vicini: non v’inghiottiremo. Come potremmo vivere con un tale indigesto boccone nello stomaco? Inoltre, neppure la conquista di popoli primitivi o solo per metà civilizzati, al fine di colmarli di spirito tedesco, rientra nei nostri desideri. Una tale “germanizzazione” non è assolutamente possibile. L’inglese può semmai colonizzare in tal guisa tutti i popoli stranieri e riversare su di loro il suo spirito. Proprio perché non ne ha nessuno. Si tratta infatti dello spirito bottegaio. In un mercante posso trasformarci qualsiasi uomo, e diffondere così la civilizzazione inglese: non si tratta certo di un gioco di prestigio. Il grande “talento colonizzatore” che si loda negli Inglesi non è nient’altro che un’espressione per indicare la loro povertà spirituale. Impiantare negli altri popoli la cultura tedesca: chi potrebbe averne l’ardire? L’eroismo non può essere instillato in qualsivoglia posto della terra come una conduttura del gas.

La Germina è l’ultimo argine, l’ultima diga contro il fiume di melma e di fango del commercialismo, che o si è già riversato su tutti gli altri popoli oppure ha in mente di riversarsi in modo inarrestabile su di loro, perché nessuno di questi può difendersi dal pericolo che avanza impetuoso, opponendogli la corazza della concezione eroica del mondo, che è la sola, come abbiamo visto, in grado di promettere salvezza e protezione.

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