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Alberto Iannelli

Il Potere
del nostro Tempo

Origine, fondamento e posizione dell essenza eidoclasta, nell Oggi omniafferrante, sul piano della Seinsgeschichte

© Orizzonte Altro Edizioni, 2023
Iannelli Alberto - Il Potere del nostro Tempo
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La parola “potere”, di derivazione latina, discende dall’originaria radice ie *Pa-, che serba in sé e distende i concetti di protezione/custodia e, naturalmente, di dominio. Tempo, a sua volta, principia dal greco Tem-no, collocabile presso lo spettro semantico occupato dai nostri attuali separare e dividere: Tempo è dunque la partizione che “epocalizza” l’altrimenti indistinto e inconcusso stare eterno. Di Crono, infatti, è la falce adamantina che recide l’immorsatura fra Gaîa, la Terra, e Ouranós, il Cielo stellato, il quale, distesosi su di essa, tutta l’avvolgeva (perì pánta kalýptoi), stipandola (steinoménē) e costringendone la prole nei recessi imi e atri, dunque nell’aoristia (Á-peiron) che non consentiva il sorgere dell’ente alla radura (Lichtung) di presa della forma (eĩdos) e dell’individualità (haecceitas) determinata (dasein).

Per Aristotele, il Tempo è l’ordinarsi o il cadenzato dispiegarsi distinguendo il prima e il poi: "arithmòs kinéseōs katà tò próteron kaì hýsteron", dove il radicale AR-, usato nell’aggettivazione che qualifica il movimento disvolgentesi dal più prossimo al più distante, quindi secondo kόsmos, indica l’unire, il disporre, il mettere in ordine, in teoria, dal discreto propinquo al discreto longinquo.

Quale relazione, pertanto, lega l’aprirsi dell’ordinato disporsi della differenza tra gli enti con la custodia / dominazione di tutto ciò che è ovvero appare via via in tale dimensione predischiusasi?

Partendo da questa interrogazione, già capitale per Heidegger (“Sein” und “Zeit”), nel tentativo di indagare i fondamenti di ciò che, nell’Oggi, sembra tutto predominare e co-involgere (Umgreifende), dall’assiologia all’arte, dalla morale alla manipolazione tecnica, dalle forme di produzione della ricchezza alle posture statuali, dallo spirito delle leggi al costume, abbiamo preliminarmente ricercato quale fosse l’essenza del nostro Tempo, ovvero la forma che assume la configurazione dell’ente in totalità in quella che si è definita civilizzazione dell’epoca faustiana.

Abbiamo inteso cogliere la cifra dello Zeitgeist moderno, nel periodo del proprio reflusso senescente, col termine “eidoclastia”, dunque distruzione di ogni posizione distintiva del sé, per in seguito ostenderne gli epifenomeni sovrastrutturali (avanguardie, decostruzionismi e rizomismi, psicanalisi e neuroscienze, relativismi epistemologici e gnoseologici etc…) e i fenomeni strutturali (capitalismo, liberalismo, giusnaturalismo, globalismo), concentrandoci particolarmente – anche grazie ai lavori di Werner Sombart – su uno di questi ultimi, eletto tanto per esemplarità quanto per centralità rispetto al Kulturkreis post-moderno (capitalismo).

Dipoi, nell’esercizio d’indicare chi fosse il flamine diale archetipico del Potere dell’Oggi, siamo ritornati ad Aristotele e Carl Schmitt e, in particolare, ai loro rispettivi concetti di crematistica inautentica e di triplice declinazione del sostantivo-guida Nomos in appropriazione / partizione / produzione, suddivisione in verità riclassificante l’originaria e la costitutiva tripartizione funzionale indoeuropea.

Dopo aver rinvenuto nella “profligazione del pomerium indoeuropeo” – ovvero nel contro-evento dell’epoché kateconica statuale – il principio autentico del nostro Tempo, ebbene la liberazione o emancipazione originaria di ciò che, nell’Oggi, su tutto signoreggia (Herrschaft), abbiamo tentato di aprire a un possibile superamento dell’Orizzonte odierno.

Oltrepassata, nell'asintoto dell'essere-del-Non-ente-in-Totalità, la contraddizione dell’ente-escate, ad un tempo superante e non superante la configurazione attuale ovvero la sua ulteriore intensificazione, abbiamo evocato il farsi Giorno dell’avversario estremo ossia del plenario; la gloria della spoglia edacissima giacché entelechiale; l’avvento dei prossimi olimpici e dell’ultima sollevazione, la rivoluzione apofatico-conservatrice.

Antologia Citazionale
Dappertutto assistiamo alla preordinata e sistematica distruzione di ogni statuizione identitaria, di qualsivoglia individuazione distintiva, di tutte le differenze e anzitutto della Differenza stessa, tanto che è proprio questo impeto iconoclasta e riottoso a ogni adersione eidetica, a ogni disposizione precisa o decisa partizione dell'insé, egualmente a ogni ad-propriativa o immedesimativa posizione d'alterità contro l'altro tutto, a definire la Forma, l'Ecceità, l'Aspetto essenziale del nostro Tempo, la cui Figura, pertanto, non può non essere ora determinata e qui dimostrata se non giacché compito (Sollen) di ridurre tutto ci che è dunque, per sinolare bicondizionalità, tutto ciò che è presso sé, a indeterminatezza ovvero a niente. Sembrerebbe dunque che la categoria dell'Identità o della Sostanza (nell'accezione a punto di Essenza, Ousía) sia capitale nell'inquadramento del nostro Zeitgeist. Eccoci epperò nella necessità di compiere un ulteriore passo eccentrico lungo la nostra pur agile battuta di caccia, per porre, ora e ancora, tale cruciale categoria sotto indagine e giudizio.

[...]

Precisamente questa, ribadiamo, è l'essenza a fondamento del pluralismo omni-inclusivo a carattere planetario nell oggi dominante, il niente inautentico quale Indistinzione assoluta o estinzione della luce della partizione, della forma (Morphé), dell'Idea (Eidos), della qualità (Dasein), la tensione verso la Chora, il dover-essere (Sollen) dell'amorfia magmatica e anti-tipica della Hyle, non già, tuttavia, qui da intendersi, in accordo alla configurazione ontologica platonica e neoplatonica, quale primordiale matrice liscia o ingenerato ricettacolo neutro acconcio all'acquisizione dell'opera d'individuazione demiurgica, pre-esistente epperò sostrato materico della molteplice sopraggiungenza caduca e corruttibile, bensì, vettorialmente tutt'al contrario, quale punto di tensione che prende fondamento dal già esserci e dal già esserci-state delle occorrenza particolari della Storia-della-Distintività (tà pánta), non dunque congerie caotica quale pre-condizione dell'ordine e della misura a venire, bensì dissoluzione - sul fondamento a tendere del coacervo indifferenziato - di ogni già instituita regola e di tutte le già definite misure.

[...]

Stanata e imposta entro definizione l'essenza del Potere del nostro Tempo, nonché delineatane la dipendenza dalla coeva sua Configurazione dell'Ente in Totalità, questa altresì dimostratasi discendente dalla Storia-dell'Essere e, nella propria vicenda diurna o enantiodromica d'Ere ed Epoche in successione, indicata giacché condizionata a sua volta dalla struttura - endiadica - dell'autoctica proposizione originaria e trascendentale della Meonticità, appellata Destino, non ci rimane ora altro compito, dopo aver enucleato epifenomeni e fenomeni - tanto sovrastrutturali quanto strutturali - attraverso il dispiegamento dei quali si dà presa essoterica della suddetta assediata essenza oscura, se non metterci in caccia, parimenti profilativa ovvero definitoria, di ciò che abbiamo denominato, nell'indicarla quale affluente della manifestazione strutturale maggiormente nell oggi dominante, terza funzione trans-storica inautentica, non ci rimane ossia se non scacciare dalle proprie millenarie latebre l'archetipo esistenziale che da principio l'incarna e serve, avviticchiato - ma parassitariamente - al terreno dell estensione senza qualità.

[...]

Io e non-Io, Identità e Alterità, Essere e Nulla e, come anticipato, lo stesso orizzonte dello Spazio e del Tempo, principiano dunque con l'evenire a essere - nel Giorno che dimostra l'eidogonia o teoria ideale - della morte dell'altro, ovvero, ripetiamo, col bicondizionale attuarsi - nella Notte dell'Essenteci ancora, ebbene con l'evenire a essere giacché non ancora essenteci o essenteci-in-fine - della solo sua propria possibilità (D namis) di dipartizione estrema o Non-più-esserci. La Morte rappresenta quindi l'evento deittico o diurno, individuale o intradestinale, parimenti, della Dipartizione originaria (Urteilung), ossia della notturna autoctisi dell Io trascendentale o categoriale e, avvenendo, seco comporta o piuttosto concede avvio tanto al medesimo scorrere orientato (Télos) innanzi, sorgente ultima retrocedendo dal principio della quale il nostro presente continuamente ci si fa incontro, quanto alla nostra libertà di azione (Tätigkeit): avere un orizzonte topico (In-der-Welt-Sein) significa, infatti, autenticamente, avere (ancora) Spazio libero cioè nullo entro il quale possa trovare già e sempre dimora il sopravvenire di ogni nostro pro-getto o decisione, di ogni nostro agire e compiere. Noi, infatti, possiamo chiamare spazio libero e s-confinato ciò che si estende al di là di un confine, solo allorquando tracciamo il solco pristino: così come, prima della di-partizione, non c'è alcuno spazio libero, alcun esterno, neppure l'indistinto o l'indeterminatezza dello Spazio in sé, egualmente non si dà alcuna possibilità di azione ovvero di espansione dell'atto, neppure l'inazione. L'evento estremo della Morte, intenso precisamente in quanto saturazione assoluta dello Spazio-Tempo devasto o compimento insuperabile della Potenza dell'Accadere, rappresenta dunque, ancora sul piano del Giorno ovvero dell'Atto, anche l'entelechia (originaria sul pianto della Notte ovvero della Potenza) del Cronotopo, il Dischiudimento archeo (Lichtung, Erschlossenheit, Hiatus, Chàsma).
L'evento sogliale del morire, da ultimo, determina pertanto l'essenza dell'Uomo, ascrivendogli con necessità i caratteri dell'anticipazionalità (Prò-lepsis) e dell'irreversibilità estrema che tutto autenticamente retro-possibilizza (Sein-zum-Tode). L uomo, quindi, è quell ente che, essenzialmente, solo possiede un Destino, ossia una meta, un tramonto, un punto di tensione (Ort). È propriamente nell'apertura originaria (Kénosis, Stēresis, Néantisation) determinata (Bestimmtheit) dalla non procrastinabilità ulteriore o dall'impossibilità dell'estensione nell'innanzi di cotale punto ultimo-principiale che può farsi a noi incontro, in quella dimensione libera, e nella fondazione assolutamente incondizionata ovvero perfettamente endoevacua, l'ordinato apparire e l'orientato di ciascuna onto-medesimezza, ovvero la meravigliosa teoria della molteplicità che noi chiamiamo Storia. L'uomo è dunque, egualmente, quell'ente che, per essenza, ha una Storia, per questo l'essenza o Destino dell Esserci è la sua stessa esistenza immediatamente storica ovvero autoconquistantesi (Geschehen). Storia (Geschichte) e Destino (Geschick), Essere e Nulla, Identità e Alterità, Tempo e Spazio, Io e Non-Io, Pensiero e Materia, sono epperò coimplicati nella vicenda dell'Uomo e del suo morire, categorie trascendentali a priori rispetto a ogni ecceitale Esserci-gettato o intradestinalmente individuato.

[...]

Se, dunque, sunteggiando il sentiero cinegetico sin qui seguito, la configurazione dell'ente in totalità nell Oggi dice della distruzione assoluta e a carattere necessario di ogni posizione di assolutezza e necessità che possa disporsi quale fondamento in grado di pertenere inconcusso con cogenza l'ente determinato presso se stesso; se, ossia, egualmente, l'essenza della Sostanza oggi dimostra sé nella nientificazione della distinzione e della sussistenza dell'essente già individuato ovvero imposto in ecceità; se, ancora, tale idealforma ideoclasta e antitipica con-risponde - parlando della propria epistemica certezza ovvero della propria diuturnità nell'annichilire -, in seno alla struttura endiadica del Destino, alla posizione diadica della Monade, quindi - sul piano della Storia - all'Epoca (Faustisch Epoche) che tras-duce l'Eternità deuteriore dallo Stare entelechiale sempre salvodelfico, al Protendersi perenne (Streben) gotico, elevando epperò l'Infinito dell Era conseguente a télos (Sollen) del proprio incedere distruttivo e infine (Zivilisation) inerzialmente o infertilmente deleterio; se, ulteriormente, la postura esistenziale oggi predominante, nel cogente corrispondere all'evento costitutivo dell'Esserci, quella decisasi per la scelta di affissare esclusivamente la possibilità d'Essere-nel-mondo che tace tanto della trascendenza dell anima quanto della eternazione dell Io, tutta com'è protesa e prostrata nel culto dell'immanenza della materia ima, ora unica realtà esistente ovvero qui pensata giacché eternamente e incondizionatamente vera; se, da ultimo, coartando sino alla cattura la nostra cinegesia, la terza funzione trans-storica si è dimostrata essere quella deputata da principio all'accrescimento quantitativo della ricchezza materiale, dunque all'estroflessione comunitariamente profittevole dell immanenza ctonia; e se, parassitariamente accucciata in essa, è la mercatura - entro la quale la finanza presiede la bolgia dell'estremizzazione astrattiva o contronaturale - a disvelare se stessa come intrinsecamente anti-tipica e a-qualitativa, normoclasta e dunque così recalcitrante per ogni imposizione di forma come avversa ad ogni decreto di commisurazione ultraindividuale, ipostasi epperò della pulsione profligativa di tutti i templi e le centurie, di tutti i litui e le grome, compreso, anzitutto, lo stessa confine trifunzionale; allora non possiamo ora se non solennemente dichiarare il mercate della civilizzazione faustiana, dunque il commerciante capitalista che esiste esclusivamente per la materia e la di essa profittabilità, brulicante ogn'ora e spasmodicamente industre nell'eterno presente dell immanenza tanto preclusa all autentica trascendenza storico-eroica-ecistica o all'endiadica, quanto all'inautentica o diadica ultramondanità empirea, quale paredro elettivo o esemplare del Potere del nostro tempo.

[...]

Pertanto, in conclusione, ancora in concento alla struttura ed essenza dell Originario, quale prassi conferisce autenticità all'Esserci nel Tempo nostro incipientemente atrescente, forse l'inazione che fideisticamente attende e tutt'al più salmodiante la salvazione del trionfo igneo che fin d'ora e da sempre s'annuncia quale d'impossibile non avvento in fine? O non, piuttosto, autentica noi forse intendiamo dichiarare essere quell'esistenza che affretta la teofania estrema del Sotèr imprimendo accelerazione al moto inerziale della Storia ormai irreversibilmente derivante verso la Weltnacht, condizione preliminare necessaria al clangore circonfulgente dell'Apoteosi asintotica, volenterosi così e non trascinati nolenti assecondanti la tensa del Fato ecpirotropico? È, forse, la nostra, in definitiva, una religio mortis universale o un ferreo determinismo stoico fondato sull adiaforia circa il corso apocatastatico del cosmo?

[...]

Ecco pertanto ciò che solamente, nell'Oggi, può conferire pienezza autentica all'agire dell'Esserci: dare battaglia a tutto quanto appare consentaneo alla configurazione dell'essere tardo-faustiano, principiando da ogni fenomeno ed epifenomeno suo, ebbene, certamente ed elettivamente, dal Potere del nostro Tempo.
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Origine, fondamento e posizione dell essenza eidoclasta, nell Oggi omniafferrante, sul piano della Seinsgeschichte

© Orizzonte Altro Edizioni, 2023


La parola “potere”, di derivazione latina, discende dall’originaria radice ie *Pa-, che serba in sé e distende i concetti di protezione/custodia e, naturalmente, di dominio. Tempo, a sua volta, principia dal greco Tem-no, collocabile presso lo spettro semantico occupato dai nostri attuali separare e dividere: Tempo è dunque la partizione che “epocalizza” l’altrimenti indistinto e inconcusso stare eterno. Di Crono, infatti, è la falce adamantina che recide l’immorsatura fra Gaîa, la Terra, e Ouranós, il Cielo stellato, il quale, distesosi su di essa, tutta l’avvolgeva (perì pánta kalýptoi), stipandola (steinoménē) e costringendone la prole nei recessi imi e atri, dunque nell’aoristia (Á-peiron) che non consentiva il sorgere dell’ente alla radura (Lichtung) di presa della forma (eĩdos) e dell’individualità (haecceitas) determinata (dasein).

Per Aristotele, il Tempo è l’ordinarsi o il cadenzato dispiegarsi distinguendo il prima e il poi: "arithmòs kinéseōs katà tò próteron kaì hýsteron", dove il radicale AR-, usato nell’aggettivazione che qualifica il movimento disvolgentesi dal più prossimo al più distante, quindi secondo kόsmos, indica l’unire, il disporre, il mettere in ordine, in teoria, dal discreto propinquo al discreto longinquo.

Quale relazione, pertanto, lega l’aprirsi dell’ordinato disporsi della differenza tra gli enti con la custodia / dominazione di tutto ciò che è ovvero appare via via in tale dimensione predischiusasi?

Partendo da questa interrogazione, già capitale per Heidegger (“Sein” und “Zeit”), nel tentativo di indagare i fondamenti di ciò che, nell’Oggi, sembra tutto predominare e co-involgere (Umgreifende), dall’assiologia all’arte, dalla morale alla manipolazione tecnica, dalle forme di produzione della ricchezza alle posture statuali, dallo spirito delle leggi al costume, abbiamo preliminarmente ricercato quale fosse l’essenza del nostro Tempo, ovvero la forma che assume la configurazione dell’ente in totalità in quella che si è definita civilizzazione dell’epoca faustiana.

Abbiamo inteso cogliere la cifra dello Zeitgeist moderno, nel periodo del proprio reflusso senescente, col termine “eidoclastia”, dunque distruzione di ogni posizione distintiva del sé, per in seguito ostenderne gli epifenomeni sovrastrutturali (avanguardie, decostruzionismi e rizomismi, psicanalisi e neuroscienze, relativismi epistemologici e gnoseologici etc…) e i fenomeni strutturali (capitalismo, liberalismo, giusnaturalismo, globalismo), concentrandoci particolarmente – anche grazie ai lavori di Werner Sombart – su uno di questi ultimi, eletto tanto per esemplarità quanto per centralità rispetto al Kulturkreis post-moderno (capitalismo).

Dipoi, nell’esercizio d’indicare chi fosse il flamine diale archetipico del Potere dell’Oggi, siamo ritornati ad Aristotele e Carl Schmitt e, in particolare, ai loro rispettivi concetti di crematistica inautentica e di triplice declinazione del sostantivo-guida Nomos in appropriazione / partizione / produzione, suddivisione in verità riclassificante l’originaria e la costitutiva tripartizione funzionale indoeuropea.

Dopo aver rinvenuto nella “profligazione del pomerium indoeuropeo” – ovvero nel contro-evento dell’epoché kateconica statuale – il principio autentico del nostro Tempo, ebbene la liberazione o emancipazione originaria di ciò che, nell’Oggi, su tutto signoreggia (Herrschaft), abbiamo tentato di aprire a un possibile superamento dell’Orizzonte odierno.

Oltrepassata, nell'asintoto dell'essere-del-Non-ente-in-Totalità, la contraddizione dell’ente-escate, ad un tempo superante e non superante la configurazione attuale ovvero la sua ulteriore intensificazione, abbiamo evocato il farsi Giorno dell’avversario estremo ossia del plenario; la gloria della spoglia edacissima giacché entelechiale; l’avvento dei prossimi olimpici e dell’ultima sollevazione, la rivoluzione apofatico-conservatrice.

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Dappertutto assistiamo alla preordinata e sistematica distruzione di ogni statuizione identitaria, di qualsivoglia individuazione distintiva, di tutte le differenze e anzitutto della Differenza stessa, tanto che è proprio questo impeto iconoclasta e riottoso a ogni adersione eidetica, a ogni disposizione precisa o decisa partizione dell'insé, egualmente a ogni ad-propriativa o immedesimativa posizione d'alterità contro l'altro tutto, a definire la Forma, l'Ecceità, l'Aspetto essenziale del nostro Tempo, la cui Figura, pertanto, non può non essere ora determinata e qui dimostrata se non giacché compito (Sollen) di ridurre tutto ci che è dunque, per sinolare bicondizionalità, tutto ciò che è presso sé, a indeterminatezza ovvero a niente. Sembrerebbe dunque che la categoria dell'Identità o della Sostanza (nell'accezione a punto di Essenza, Ousía) sia capitale nell'inquadramento del nostro Zeitgeist. Eccoci epperò nella necessità di compiere un ulteriore passo eccentrico lungo la nostra pur agile battuta di caccia, per porre, ora e ancora, tale cruciale categoria sotto indagine e giudizio.

[...]

Precisamente questa, ribadiamo, è l'essenza a fondamento del pluralismo omni-inclusivo a carattere planetario nell oggi dominante, il niente inautentico quale Indistinzione assoluta o estinzione della luce della partizione, della forma (Morphé), dell'Idea (Eidos), della qualità (Dasein), la tensione verso la Chora, il dover-essere (Sollen) dell'amorfia magmatica e anti-tipica della Hyle, non già, tuttavia, qui da intendersi, in accordo alla configurazione ontologica platonica e neoplatonica, quale primordiale matrice liscia o ingenerato ricettacolo neutro acconcio all'acquisizione dell'opera d'individuazione demiurgica, pre-esistente epperò sostrato materico della molteplice sopraggiungenza caduca e corruttibile, bensì, vettorialmente tutt'al contrario, quale punto di tensione che prende fondamento dal già esserci e dal già esserci-state delle occorrenza particolari della Storia-della-Distintività (tà pánta), non dunque congerie caotica quale pre-condizione dell'ordine e della misura a venire, bensì dissoluzione - sul fondamento a tendere del coacervo indifferenziato - di ogni già instituita regola e di tutte le già definite misure.

[...]

Stanata e imposta entro definizione l'essenza del Potere del nostro Tempo, nonché delineatane la dipendenza dalla coeva sua Configurazione dell'Ente in Totalità, questa altresì dimostratasi discendente dalla Storia-dell'Essere e, nella propria vicenda diurna o enantiodromica d'Ere ed Epoche in successione, indicata giacché condizionata a sua volta dalla struttura - endiadica - dell'autoctica proposizione originaria e trascendentale della Meonticità, appellata Destino, non ci rimane ora altro compito, dopo aver enucleato epifenomeni e fenomeni - tanto sovrastrutturali quanto strutturali - attraverso il dispiegamento dei quali si dà presa essoterica della suddetta assediata essenza oscura, se non metterci in caccia, parimenti profilativa ovvero definitoria, di ciò che abbiamo denominato, nell'indicarla quale affluente della manifestazione strutturale maggiormente nell oggi dominante, terza funzione trans-storica inautentica, non ci rimane ossia se non scacciare dalle proprie millenarie latebre l'archetipo esistenziale che da principio l'incarna e serve, avviticchiato - ma parassitariamente - al terreno dell estensione senza qualità.

[...]

Io e non-Io, Identità e Alterità, Essere e Nulla e, come anticipato, lo stesso orizzonte dello Spazio e del Tempo, principiano dunque con l'evenire a essere - nel Giorno che dimostra l'eidogonia o teoria ideale - della morte dell'altro, ovvero, ripetiamo, col bicondizionale attuarsi - nella Notte dell'Essenteci ancora, ebbene con l'evenire a essere giacché non ancora essenteci o essenteci-in-fine - della solo sua propria possibilità (D namis) di dipartizione estrema o Non-più-esserci. La Morte rappresenta quindi l'evento deittico o diurno, individuale o intradestinale, parimenti, della Dipartizione originaria (Urteilung), ossia della notturna autoctisi dell Io trascendentale o categoriale e, avvenendo, seco comporta o piuttosto concede avvio tanto al medesimo scorrere orientato (Télos) innanzi, sorgente ultima retrocedendo dal principio della quale il nostro presente continuamente ci si fa incontro, quanto alla nostra libertà di azione (Tätigkeit): avere un orizzonte topico (In-der-Welt-Sein) significa, infatti, autenticamente, avere (ancora) Spazio libero cioè nullo entro il quale possa trovare già e sempre dimora il sopravvenire di ogni nostro pro-getto o decisione, di ogni nostro agire e compiere. Noi, infatti, possiamo chiamare spazio libero e s-confinato ciò che si estende al di là di un confine, solo allorquando tracciamo il solco pristino: così come, prima della di-partizione, non c'è alcuno spazio libero, alcun esterno, neppure l'indistinto o l'indeterminatezza dello Spazio in sé, egualmente non si dà alcuna possibilità di azione ovvero di espansione dell'atto, neppure l'inazione. L'evento estremo della Morte, intenso precisamente in quanto saturazione assoluta dello Spazio-Tempo devasto o compimento insuperabile della Potenza dell'Accadere, rappresenta dunque, ancora sul piano del Giorno ovvero dell'Atto, anche l'entelechia (originaria sul pianto della Notte ovvero della Potenza) del Cronotopo, il Dischiudimento archeo (Lichtung, Erschlossenheit, Hiatus, Chàsma).
L'evento sogliale del morire, da ultimo, determina pertanto l'essenza dell'Uomo, ascrivendogli con necessità i caratteri dell'anticipazionalità (Prò-lepsis) e dell'irreversibilità estrema che tutto autenticamente retro-possibilizza (Sein-zum-Tode). L uomo, quindi, è quell ente che, essenzialmente, solo possiede un Destino, ossia una meta, un tramonto, un punto di tensione (Ort). È propriamente nell'apertura originaria (Kénosis, Stēresis, Néantisation) determinata (Bestimmtheit) dalla non procrastinabilità ulteriore o dall'impossibilità dell'estensione nell'innanzi di cotale punto ultimo-principiale che può farsi a noi incontro, in quella dimensione libera, e nella fondazione assolutamente incondizionata ovvero perfettamente endoevacua, l'ordinato apparire e l'orientato di ciascuna onto-medesimezza, ovvero la meravigliosa teoria della molteplicità che noi chiamiamo Storia. L'uomo è dunque, egualmente, quell'ente che, per essenza, ha una Storia, per questo l'essenza o Destino dell Esserci è la sua stessa esistenza immediatamente storica ovvero autoconquistantesi (Geschehen). Storia (Geschichte) e Destino (Geschick), Essere e Nulla, Identità e Alterità, Tempo e Spazio, Io e Non-Io, Pensiero e Materia, sono epperò coimplicati nella vicenda dell'Uomo e del suo morire, categorie trascendentali a priori rispetto a ogni ecceitale Esserci-gettato o intradestinalmente individuato.

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Se, dunque, sunteggiando il sentiero cinegetico sin qui seguito, la configurazione dell'ente in totalità nell Oggi dice della distruzione assoluta e a carattere necessario di ogni posizione di assolutezza e necessità che possa disporsi quale fondamento in grado di pertenere inconcusso con cogenza l'ente determinato presso se stesso; se, ossia, egualmente, l'essenza della Sostanza oggi dimostra sé nella nientificazione della distinzione e della sussistenza dell'essente già individuato ovvero imposto in ecceità; se, ancora, tale idealforma ideoclasta e antitipica con-risponde - parlando della propria epistemica certezza ovvero della propria diuturnità nell'annichilire -, in seno alla struttura endiadica del Destino, alla posizione diadica della Monade, quindi - sul piano della Storia - all'Epoca (Faustisch Epoche) che tras-duce l'Eternità deuteriore dallo Stare entelechiale sempre salvodelfico, al Protendersi perenne (Streben) gotico, elevando epperò l'Infinito dell Era conseguente a télos (Sollen) del proprio incedere distruttivo e infine (Zivilisation) inerzialmente o infertilmente deleterio; se, ulteriormente, la postura esistenziale oggi predominante, nel cogente corrispondere all'evento costitutivo dell'Esserci, quella decisasi per la scelta di affissare esclusivamente la possibilità d'Essere-nel-mondo che tace tanto della trascendenza dell anima quanto della eternazione dell Io, tutta com'è protesa e prostrata nel culto dell'immanenza della materia ima, ora unica realtà esistente ovvero qui pensata giacché eternamente e incondizionatamente vera; se, da ultimo, coartando sino alla cattura la nostra cinegesia, la terza funzione trans-storica si è dimostrata essere quella deputata da principio all'accrescimento quantitativo della ricchezza materiale, dunque all'estroflessione comunitariamente profittevole dell immanenza ctonia; e se, parassitariamente accucciata in essa, è la mercatura - entro la quale la finanza presiede la bolgia dell'estremizzazione astrattiva o contronaturale - a disvelare se stessa come intrinsecamente anti-tipica e a-qualitativa, normoclasta e dunque così recalcitrante per ogni imposizione di forma come avversa ad ogni decreto di commisurazione ultraindividuale, ipostasi epperò della pulsione profligativa di tutti i templi e le centurie, di tutti i litui e le grome, compreso, anzitutto, lo stessa confine trifunzionale; allora non possiamo ora se non solennemente dichiarare il mercate della civilizzazione faustiana, dunque il commerciante capitalista che esiste esclusivamente per la materia e la di essa profittabilità, brulicante ogn'ora e spasmodicamente industre nell'eterno presente dell immanenza tanto preclusa all autentica trascendenza storico-eroica-ecistica o all'endiadica, quanto all'inautentica o diadica ultramondanità empirea, quale paredro elettivo o esemplare del Potere del nostro tempo.

[...]

Pertanto, in conclusione, ancora in concento alla struttura ed essenza dell Originario, quale prassi conferisce autenticità all'Esserci nel Tempo nostro incipientemente atrescente, forse l'inazione che fideisticamente attende e tutt'al più salmodiante la salvazione del trionfo igneo che fin d'ora e da sempre s'annuncia quale d'impossibile non avvento in fine? O non, piuttosto, autentica noi forse intendiamo dichiarare essere quell'esistenza che affretta la teofania estrema del Sotèr imprimendo accelerazione al moto inerziale della Storia ormai irreversibilmente derivante verso la Weltnacht, condizione preliminare necessaria al clangore circonfulgente dell'Apoteosi asintotica, volenterosi così e non trascinati nolenti assecondanti la tensa del Fato ecpirotropico? È, forse, la nostra, in definitiva, una religio mortis universale o un ferreo determinismo stoico fondato sull adiaforia circa il corso apocatastatico del cosmo?

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Ecco pertanto ciò che solamente, nell'Oggi, può conferire pienezza autentica all'agire dell'Esserci: dare battaglia a tutto quanto appare consentaneo alla configurazione dell'essere tardo-faustiano, principiando da ogni fenomeno ed epifenomeno suo, ebbene, certamente ed elettivamente, dal Potere del nostro Tempo.

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