Argomenti
Annali Faustiani
Diurnalia
Opere
Autori
Antologia filosofica del '900
Prospettiva Russia
Rivoluzione Conservatrice

Poiché la missione stessa del nostro portale si centra precisamente sulla “agglutinazione in galassia” dell’eterodossia e della periferia – anzi, meglio, dell’antagonismo – e dell’avversità precisamente al mondo rappresentato (anche e precipuamente) da Cappellini, non possiamo non prendere – nel nostro infinitamente piccolo – posizione pubblica non già o immediatamente sulla pubblicazione, il dito, bensì sul Nume che – pur impropriamente – questi indica.
“Schiviamo” pure, infatti – recuperando quel pathos della distanza che fu greca e aristocratica nell’Ulisse dantesco (“ch’ei sarebbero schivi, perch’e’ fuor greci) –, così il libro di Cappellini, come ogni affermazione partorita dalla “nomenclatura culturale” piddina ovvero, meglio, del mondo liberal-democratico-iridato: semplicemente il cancro – tanto teoretico quanto politico e financo antropologico – dell’odierno Occidente.
E concentriamoci sul concetto, partendo dalla sua definizione. Di recente, invero, ci siamo imbattuti in: “La rivoluzione mondiale e la responsabilità dello spirito”, un testo molto interessante, pubblicato nel 1934 da un esponente quasi prototipico di quel movimento culturale – la Rivoluzione Conservatrice – che può essere a buon diritto definito il padre nobile del (post)moderno nostro rossobrunismo, l’Artemide della deissi popperiano-piddina.
Lì, Hermann Keyserling, scrisse:
<< Nel Lun-Yü si trova questo passo: “Tze Lu disse: il principe di Wei vi aspetta per affidarvi gli affari di stato. Di che cosa vi occuperete anzitutto? Il savio (Confucio) rispose: Ciò che più occorre è precisare le designazioni. […] Se le designazioni non sono giuste, le parole non si adattano al significato delle cose; se le parole non si adattano, gli affari dello stato non prosperano; se gli affari non prosperano, i riti e la musica non sono in onore, i castighi della legge non solo acconci, il popolo non sa dove fermare la mano e il piede. Perciò l’uomo nobile sceglie le designazioni in modo da poterle impiegare senza equivoco nel discorso, e compone i suoi discorsi in modo tale che possano senza equivoco trasporsi in atti. Per l’uomo nobile nulla è insignificante nel suo discorso >>.
Questo concetto confuciano, il cheng ming, si ritrova spesso negli scritti di Ezra Pound, e viene da egli tradotto come “Rettificazione dei nomi”.
Poiché il pensiero confuciano è – ancor oggi – un meraviglioso “to katechon” rispetto a quel Centro [cociteo ossia mefistofelico] di cui parleremo (una forza frenante che, innervando, nei precordi e dai primordi, l’anima della Kultur cinese, riaffiorando come reazione di substrato nella Cina attuale di Xi, consente alla nazione, una ricezione differente, per esempio, all’evento dell’IA, rispetto a come questi viene e verrà vissuto nella Civiltà che fu di Faust nel sorgere, la nostra, e che si ritrova anticristica nel tramontare civilizzato), seguiamone l’insegnamento principiando con la decostruzione del sottotitolo: << Quando gli estremi si uniscono per colpire la democrazia >>.
Giacché dubitiamo che Cappellini conosca la differenza, sistematizzata da Aristotele, tra contrarietà e contraddittorietà, antitesi e alterità (un “di cui” del celebre “quadrato delle opposizioni” contenuto nel Περὶ Ἑρμηνείας [De Interpretatione]), gliela spieghiamo noi volentieri: non sono esclusivamente gli estremi a doversi unire per colpire la democrazia (divenuta ormai una sorta di feticcio sineddotico estratto e brandito per indicare e proteggere l’Occidente tutto), bensì tutto l’orizzonte di contraddittorietà sicché eterodossia rispetto al Centro di cui la democrazia liberale rappresentativa e parlamentare anglosassone ne è semplicemente Gestalt hegeliana, tra le molte: figurazione od oggettivazione, nel fenomeno storico, del suo Concetto, della di essa essenza.
Veniamo al lemma “rossobruno”. Non ci interessa la sua origine, non ci interessa ovvero rinvenire le tracce filologiche delle individualità concrete che, rientrando negli insiemi dei rossi e dei bruni, lo costituiscono; se, epperò, partendo dal morfema di sinistra, rossi siano semplicemente tutti comunisti di ogni ordine e grado (trozkisti, maoisti, leninisti, stalinisti, luxemburghisti e anarchici vari… ), e se bruni siano le SA, le SS, i fascisti, i “sovranisti”, i “nazionalisti”, o i reazionari monarchici cattolici alla Carl Schmitt.
E non ci interessa perché l’impostazione filosofica di fondo – se così procedessimo – sarebbe semplicemente errata.
Così facendo, infatti, principieremmo dal prendere affermazioni, tesi, “catafasi”, già datesi e datesi in concreto, cioè in forma ed ecceità, per dipoi mischiarle – filtrando qua e là l’eccessivo, il disarmonico – per giungere a una sintesi ulteriore, inaudita alla storia, in grado di oltrepassare nell’Oggi quell’orizzonte totalitarista popperiano-piddino che, invece omni-avvolgente tutto d’intorno distendendosi, non consente che i figli di Gea vengano alla luce, se non “ortodossi”, sive compliance, coi cuccioli della Open Society, qual è senz’altro il nostro Cappellini.
Sarebbe la direzione stessa del vettore di contesa ad essere, in questa impostazione, fallace e fallace per contrarietà.
Tutto ciò che è stato, è puramente irrecuperabile giacché l’attuale sintesi storica – sempre ritornando a Hegel – è semplicemente l’ultima, l’escate, cioè a dire non consente, entelechiale com’è (lungo il Sentiero del Giorno), la fuoriuscita nel positivo di una tesi ulteriore in grado di trascenderla nell’essere e permanervi, tanto meno se tale affermazione positiva oltrepassante si fonda su sintesi già oltrepassate.
Circa codesto nostro passaggio logico e storico, chiediamo ai cortesi lettori il beneficio dell’ana-podissi: prendiamolo come un postulato assiomatico di partenza (qui i fondamenti)
Se, pertanto, l’orizzonte dell’Oggi si annuncia in atto-perfetto (la potenza che gli permane – e che una potenza permanga alla Storia è l’immediatamente autoevidente per il semplice fatto che qui noi stiamo discutendo di qualcosa, e non di niente – è semplicemente il tempo della sua intensificazione estrema ventura), siamo noi, privi della potenza dell’ulteriore, condannati all’immobilità pratica e alla passività politica?
Neppure per sogno, ma anche su questo – che chiama in causa l’essenza originaria e fondativa così dell’uomo come della Storia stessa – concedeteci credito apodittico.
Cosa, pertanto, ci resta? Certamente ci resta l’antitesi, l’avversione, la contrarietà e la contraddizione. Ma, che cosa può orientare un diniego altrimenti dissipato nella moltiplicazione direzionale dell’a-teleogico “No”? Precisamente l’essenza della Sintesi che nell’Oggi tutto domina e cronide avvolge, ebbene quanto noi chiamiamo “Il Centro” (cociteo). Cosa, con altre categorie, dovrebbe autenticamente guidare la rivoluzione? Precisamente la conservazione della totalità dell’alterità o dell’orizzonte di contraddittorietà rispetto all’essenza del presente. Ma, ancora, come scegliere, tra il mare magnum dell’Altro dall’essenza del Potere che oggi domina, ciò da elettivamente conservare, posto che conservare tutto è niente del de-cidere e del dis-criminare, quindi l’inautentico sul piano dell’esistenza? Il grado della radicalità con cui tale alterità passata (o presente al di fuori dell’Occidente) si eleva a contestare l’essenza del Centro nichilistico-demoniaco: questo il criterio (κριτήριον) sommo del giudizio, l’autentico dell’esistere. Conservare, se nell’Oggi impera il Distruggere, è l’unico modo per distruggere l’Oggi che non, al contrario, l’intensifichi ulteriormente, in actu exercito.
È, pertanto, l’orizzonte dell’Oggi il punto di partenza a-bissale, è questi, e solo questi, a poter indicare la direzione della contesa.
Non domandarci la formula che mondi possa aprirti
sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.
Codesto solo oggi possiamo dirti,
ciò che non siamo, ciò che non vogliamo
[Eugenio Montale]
Questo modo dell’affermare, che il nostro Aristotele chiamava apofasi, il predicare attraverso il negare, l’unico rimastoci, determina l’impossibilità che origine dell’opposizione all’Oggi sia un positivo che si trova da qualche parte lì nel passato, indipendentemente dall’Oggi medesimo, ab-soluto ossia sciolto da relazione col Centro: è il Centro a scegliere cosa, della positività del passato, debba essere di volta in volta eletto. Non alcuna formula passata – il marxismo come il fascismo – può più, sclerotizzata nella propria positività o catafasi permanendo, aprire mondi-oltre, orizzonti-altri.
Tutto questo discorso, pertanto, si centra sulla capacità di definire, con la precisione esatta da Confucio nel cheng ming, i confini del Centro, il suo eidos perimetrale.
Chi ipostatizzi e cosa sia il “Potere del nostro Tempo” fu già oggetto di un agile pamphlet, quindi non ci dilungheremo molto, qui, con fondamenti e spiegazioni.
Sintetizzando:
Il Potere del nostro Tempo è l’Uno che incentra e inquadra l’assialità dei 4:
Ma non basta.
Il Potere è appunto “del nostro Tempo”, epperò è parimenti sottoposto a quello che i tedeschi romantici chiamarono Zeitgeist. Ci troviamo pertanto nel dovere di parimenti e parimenti sinteticamente definirlo.
Qual è lo spirito del nostro Tempo? La volontà di distruzione sicché di nullificazione, con sistematicità perfetta, di ogni statuizione onto-identitaria già disposta in discretudine storica, cioè, più semplicemente, nostro è il Tempo del nichilismo passivo compiuto: l’illimitata distruzione di ogni limite apollineo, l’assoluta relativizzazione di ogni assoluto, l’epistemica falsificazione di ogni verità, la divina distruzione di ogni divino, la leguleica sovversione di ogni legge, l’universalistico sradicamento di ogni sovra-individualità etc… (si disvolga egualmente, per ogni altra categoria dell’umano).
Quali sono le forme storiche del limite di Apollo ed Atena? Semplice: il Sacro, il Pomerium, la Comunità, l’Essere, lo Stato, gli Antenati, i Posteri, i Corpi, la Natura, le Leggi, la Storia, la Patria, la Kultur, la Gerarchia, la Centuriazione, la Verticalità, la Verità, la Morale, la Trascendentalità, la Famiglia e financo il passato e la di esso pretesa di immutabilità. Tutto questo – e il suo portato storico culturale, i modi sicché del suo darsi nel tempo per differenza di civiltà – deve essere ridotto a niente. E tale “Sollen” fichitiano, come detto, ha il carattere dell’Assoluto e dell’Incontrovertibile.
Poche frasi descrivono questo nostro Tempo come l’espressione attribuita a Nietzsche nella cosiddetta Volontà di Potenza (e, proprio per la di essa icasticità che punta all’essenza, e profondità: – l’Abgründlichen Gedanken, il pensiero abissale dell’Eterno Ritorno è tutto racchiuso in questa frase –, noi tendiamo ad attribuirla al meraviglioso e al terribile pensatore tedesco): “Imprimere al divenire il carattere dell’essere, questa è la suprema volontà di potenza”.
Come agisce lo Spirito del Tempo sui quattro riquadrati – e tensionalmente, nel senso che l’uno non può esistere senza gli altri 3 e, se provvisoriamente si dà “orfano”, farà di tutto per portare nel suo atto gli altri mancanti – dal Centro Cociteo?
Ebbene, che cos’è il Capitalismo se non la distruzione di ogni limite che osta all’accumulo di ricchezza privata? Cosa il giusnaturalismo, se non la distruzione di ogni limite positivo (cioè a dire della nostra stessa identità storica, della nostra essenza autentica sul piano categoriale) nei fondamenti del diritto? Cosa il liberalismo, se non la nullificazione di ogni limite che osta alla libertà dell’individuo? Cosa il globalismo, se non l’eradicazione di ogni alterità linguistica, culturale e cultuale, religiosa, assiologica e antropologica?
Proviamo a concludere con degli esempi concreti.
Se procedessimo in modo catafatico, e se, per ipotesi, provenissimo da un orizzonte politico marxista, dovremmo prendere, insieme al socialismo, che certamente osta radicalmente all’uno del capitalismo, anche il fondamento universalistico e antipositivo dell’umano (“l’essenza nell’uomo si dà attraverso il lavoro e la divisione dei compiti, l’uomo è homo oeconomicus, e tutto il resto, le differenziazioni che la storia produce in termine di popoli e civiltà, altari e isoglosse, sono sovrastrutture adiafore), che NON osta all’uno del giusnaturalismo; dovremmo prendere, altresì, l’internazionalismo, che NON osta al globalismo e, almeno nella versione “occidentale”, dovremmo prendere l’eudaimonismo individualista di Thomas Jefferson e la statoclastia di Stuart Mill e Henry David Thoreau (ogni uomo deve essere libero e libero di essere felice per come gli pare esserlo), che NON osta all’uno del Liberalismo, anzi lo fonda (e dovremmo prendere, infine, il materialismo, che di certo NON osta al nichilismo transumanista, lo Spirito del Tempo).
Procedendo, invece, in direzione contraria, noi possiamo prendere dal marxismo solo ciò che, di esso, contesta l’Oggi, buttando a mare tutto il resto che, rispetto all’Oggi medesimo, non solo non eleva stendardo di contesa, ma, addirittura, si dispone co-essenziale e quindi già correo.
Concludiamo con un breve excursus geopolitico. Anche in ambito internazionale, infatti, una medesima struttura concettuale deve guidare il nostro agire e scegliere: posto il Centro “positivo”, dobbiamo eleggere, tra i vari attori dell’orizzonte interstatuale, coloro che con maggiore radicalità vi si oppongono, indipendentemente dalla loro “postura catafatica” (dalla "struttura" economica, dagli dei che pregano, dall'ordinamento statuale etc...).
Noi indichiamo nella talassocrazia angloamericana – dominata da una superclass borghese, apolide, transumanista, nichilista e financo viepiù moralmente degenere e corrotta (pedosatanista o comunque ogni “libido facente lecita in sua legge”) – ciò che a mezzo busto giace incastrato nella banchisa cocitea.
Posto codesto eidos del Male, noi sosteniamo chiunque gli si opponga, a cominciare dagli ultimi due grandi e meravigliosi Imperi di Terra rimasti, l’Iraniano e il Russo, (parimenti indoeuropei), che sanno raggiungere la radicalità dell’avversione tanto più permangono nella di essi rispettiva essenza fondativa propria.