Orizzonte Altro
Diurnalia

L'ordinarsi nell'effimero dell'apparire del Mondo

Mercanti ed Eroi, l'altra faccia della guerra iraniana
Per una lettura rivoluzionario-conservatrice degli eventi mediorientali - 2 marzo 2026
Condividiamo una bella riflessione "sombartiana" (Mercanti ed Eroi, 1915, Händler und Helden. Patriotische Besinnungen) circa il coinvolgimento dei cosiddetti Paesi del Golfo Persico (che loro chiamano Arabico) nelle drammatiche vicende in corso in quella zona di mondo. Al di là dello stile linguistico e di taluni topos etnici che non condividiamo [omessi], l'essenza del pensiero dice correttamente di uno scontro in atto tra lo Spirito, da un lato, e la Materia, dall’altro, o, come nel pamphlet rivoluzionario-conservatore sopra citato, tra gli Eroi – anzi, diremmo qui, stante il martirio di Khamenei, tra le prime due funzioni indoeuropee, la sovrano-sacerdotale e la guerriera – e i mercanti materialisti assetati di danaro (l'inautenticità accucciatasi dentro la terza funzione), nonché sitibondi, in accordo alle rivelazione degli Epstein Files, persino di sangue e carne innocente, nell’illusione – figlia di un pensiero magico pervertito – che possano donare loro un'immortalità illusoria e inautentica, patentemente parimenti materialista.

Già: poiché la tensione alla trascendenza è la nostra essenza costitutiva (il "ti esti" socratico dell'umano), non la possiamo spegnere. Se non si dà, noi semplicemente non (ci) siamo. Certo, possiamo decidere se per-seguirla seguendo la via autentica delle prime funzioni (la gloria dell'esistenza, nelle gesta; la gloria dell'anima, nella rettitudine comportamentale), o la via inautentica della terza funzione, la perpetrazione della nostra carne, del nostro soma, terminale neurologico e psicologico del piacere, del vizio e del lusso. Da questa scelta discende chi siamo, in essenza. Da questa scelta discende la funzione a cui, elettivamente ed esistenzialisticamente, antropologicamente apparteniamo, al di là del ruolo che ciascuno di noi assolve in una società complessa e articolata.

Quella che si prospetta nell'innanzi, per i mesi e gli anni a venire, è, infatti, una guerra di civiltà, anzi, una guerra della Civiltà (umana) nel suo complesso, una guerra per la nostra Storia, plurimillenaria, una lotta tra la Kultur di Apollo e la Zivilisation di Faust: o il mondo sarà in grado di fermare questa sparuta minoranza di teratomorfi degeneri, queste esistenze votate all'inautentico e al niente, contronaturalmente alla materia e al Male ("gli uomini che camminano stando in equilibrio con le mani", cioè a dire i Borghesi contro natura per l'autore del ns incipit), o dell'umanità tutta non ne sarà più niente, più niente essendone per allora della nostra suddetta essenza autentica comune.

Quella della Russia e dell'Iran (anzitutto) e, in parte minore, della Cina, non è, infatti, solo uno scontro tra imperialismi, tra i leoni canuti e giovani che bramano scalzarli, tra un Occidente senescente e morente che – coerentemente a quanto perpetrano nel privato e nell’individuale dai suoi maggiorenti – si deve nutrire di sangue e linfa vitale giovanile nella speranza di sopravvivere ancora qualche generazione prima che ineluttabilmente un mondo che si è dimostrato essere troppo grande per essere asservito alle brame di un’esigua superclasse escrescenziale dell’umanità autentico – li spazzi via, trans-volgendoli procombi nella polvere aurea rubata al Reno.

Al di sotto di questi eventi contingenti e storici, scorre invero la linfa del Destino collettivo, del Ge-schick. Codesto in atto è, ordunque, uno scontro tra Nature Umane, tra Essenze, tra Funzioni, tra l'Uomo come è sempre stato, da che è (sicché, se si preferisce, tra la Tradizione e la Terra secondo altri semantemi e visioni differenti), e l'uomo deforme, innaturale, del malriuscito risentito, dell’inadatto che affina la scaltrezza supercompensativa e si specializza nell’arte della frode alimentata dal rancore e dal suo innato senso di inferiorità e abnorme deformità, saldandola infine con l’essenza faustiana della Tecnica, di questo figlio del Caos e del Niente, dell'Erebo e della Notte, della Hyle equorea e della Pleonexia, così tanto seduttiva come testimoniato dall'illaqueazione delle classi dirigenti arabe (peccanti di “eccentrismo”, secondo l’illuminante lemma coniato dall’antropologo russo Nikolaj Sergeevič Trubeckoj), svendenti se stesse e la loro plurisecolae civiltà la loro grande Anima magica, la loro tradizione e il loro Dio, per i dollari degli yankee.

Che i nostri antenati comuni - indoeuropei - proteggano il grande popolo iraniano nella sua lotta katechontica contro il Male.

Di Davide Pellegrino

<< Qatar, Bahrein, Kuwait. Ci siamo abituati a chiamarli "Stati" ma è un eccesso di cortesia linguistica. Sono, a tutti gli effetti, delle gigantesche lounge aeroportuali per VIP e zoccole, dotate per puro caso di un seggio all'ONU. Per decenni hanno vissuto nell'illusione, squisitamente cafona e borghese, che il denaro potesse comprare l'immunità dalla geografia. Hanno comprato squadre di calcio parigine, grattacieli londinesi e campionati del mondo, scambiando gli estratti conto a nove zeri per una politica estera. Si sono convinti che, avendo appaltato il proprio intrattenimento all'Occidente, nessuno avrebbe mai osato rompere i loro bicchieri di cristallo. Che oggi i missili iraniani piovano su questi [***] dorati non è una tragedia: è un sillogismo aristotelico. È la logica ineluttabile della fisica e della storia. Se costruisci un castello di carte di credito accanto a una polveriera ideologica non puoi indignarti se salta tutto in aria. È la natura delle cose. Il missile balistico se ne infischia del PIL pro capite. Quando un impero vero decide di flettere i muscoli colpisce esattamente dove il vetro è più fragile, perché sa che farà un rumore magnifico. È la fine umiliante, ma perfettamente coerente, del più grande luna park del secolo: la polvere che si posa sulle macerie dei mall e la scoperta definitiva che i soldi non bastano a toglierti di dosso la puzza di merda >>