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L'ordinarsi nell'effimero dell'apparire del Mondo

Socialismo e Sacro
I destini paralleli di Iran e Cuba indicano come elettiva una lotta di resistenza (e raffreno) che non annichilisca – con la “struttura” capitalistica – la stessa Tradizione, qui datasi sotto i riguardi del “numinoso” - 24 aprile 2026
Leggendo questa mattina – sulla pagina di Roberta Rivolta – l’interessante riflessione di Daniele Perra circa la condizione femminile iraniana sotto lo Shah Reza Pahlavi (degrado, bassissimi tassi di scolarizzazione e diffusione massiva della prostituzione nell’infame << Cittadella (Qaleh) o Shahr-e No (Città Nuova) >>, l’ex quartiere a luci rosse di Teheran, parco giochi dei turisti occidentali di allora, tanto ricchi quando depravati e immorali), ci è sorto alla mente un parallelismo storico tra l’antica Persia prerivoluzionaria, e una realtà consimile per punto di partenza e traiettoria successiva, correlazione che nondimeno, esitando realtà eterogenee o non del tutto convergenti, ci offre l’adito al ribadire come l’autentica nonché la maggiormente efficace lotta di Resistenza – noi preferiamo direi di raffreno katechontico – contro il dominio talassocratico anglosassone che si immagina e brama globale, ovvero, qui, sotto i riguardi dell’assiologico o del morale, la Notte del mondo nichilista, debba cercare una sintesi armoniosa fra istanze socialiste e rispetto (anzi, ripristino) della Tradizione, qui sacrale-religiosa.

Sia Cuba che la Persia erano, infatti, sotto Batista e Reza Pahlavi, colonie occidentali, paradisi licenziosi per la prurigine insoddisfatta dei ricchi borghesi euroamericani, Paesi dei balocchi e delle perversioni sessuali (e non solo). Le donne, per lo più, erano mantenute in una condizione di degrado e sottosviluppo culturale, con bassissimi tassi di scolarizzazione. L’istruzione universitaria era esclusivo privilegio della cosiddetta borghesia compradora, la locale trafficante con i dominatori stranieri. Nel celebre articolo di Pasolini “Contro i capelli lunghi”, si parla di questi figli della classe dirigente autoctona di Isfahan, vestiti e acconciati all’occidentale, snobbanti la “massa di morti di fame” che li circondava: i loro connazionali e coetanei non altrettanto privilegiati dal flirtare dei padri con yankee e accoliti degli yankee.

Venne la rivoluzione: nel 1957, marxista, a Cuba, nel 1979, islamica, in Persia (sommariamente esprimendoci, ossia al netto della declinazione cubana del marxismo, la reazione di substrato cultural-antropologico alla dottrina teorica, e della presenza di forze non islamiche nella coalizione anti-Shah). I dominatori yankee – nonché i loro asset nel Paese – furoni cacciati malamente. La borghesia compradora ridimensionata, quando non punita, a parer nostro legittimamente. Le donne – questa è l’origine dell’attuale nostra discussione – realmente emancipate: emancipate dall’estrema povertà, della miseria dell’ignoranza, e dall’assenza di scopo meta-individuale offerto alle loro esistenze.

Cuba, come noto, divenne un’eccellenza in ambito medico-sanitario, e il tasso di donne laureate fu da subito molto elevato per gli standard Centro e Sud Americani. L’Iran, a tutt’oggi, registra una delle più lodevoli quote mondiali di laureate donne nelle cosiddette discipline Stem.

In entrambe le nazioni, una discretamente alta fetta di donne è disposta a difendere la terra dei padri dall’invasione yankee, armi in pugno: Patria o Muerte, sull’esempio del Che.

Entrambi i Paesi sono stati sottoposti per decenni a un ferocissimo regime sanzionatorio da parte delle nazioni privilegiate, ricche e pre-potenti, economicamente, finanziariamente e militarmente.

Eppure, Castro non è mai riuscito a estirpare la piaga del turismo sessuale e della prostituzione diffusa, invece praticamente assente in Iran o sottotraccia.

Come sopra, tralasciamo per facilità e brevità d’esposizione le differenza fra le due nazioni in termini di storia, antropologia, risorse energetiche, geolocalizzazione etc.. , e le tralasciamo poiché qui le consideriamo adiafore.

In cosa, ordunque, la differenza essenziale? Senza dubbio nell’impianto ideologico prevalente delle due rivoluzioni.

Zjuganov, l’attuale segretario del Partito Comunista Russo, in Stato e Potenza (1996), volume qui recensito) declina l’espressione Deržava nella tripartizione che dà fondamento allo stato russo: autocrazia, principio nazionale, ortodossia. L’errore, per Zjuganov, che ha condotto la Russia sul punto estremo del proprio baratro storico: l’estinzione nazionale sotto Eltsin (e la di esso borghesia compradora, la stessa dello Shah e di Batista), fu di non opporsi con vigore al cosmopolitismo marxista-rivoluzionario del trockismo (permasto sottotraccia sino agli anni 90 del 900), rivoluzionante così la struttura economica-produttiva come l’amor patriae e la tradizione ortodossa della nazione slava, indicando e auspicando, al contempo, l'evoluzione del Partito Comunista Russo verso posizioni nazional-patriottiche.

Poiché, pertanto, la direzione della contesa è determina da ciò contro cui i contendenti contendono, non risulta sufficiente né savio, lo ribadiamo, opporsi al dominio anglosassone solo sul piano marxianamente “strutturale”, assecondandone invece, o non radicalmente avversandone, ad esempio, l’orizzonte valoriale, morale, e la posizione antropologica dell’uomo nel cosmo: Socialismo e Tradizione, Socialismo e Sacro, dunque.

Proprio per ciò – elevandoci in clausola al piano geopolitico – riteniamo maggiormente “katechontica”, più autentica dunque e profonda, l’opposizione della Russia di Putin e dell’Iran “dei” Khamenei, rispetto a quella della Cina di Xi, per molti aspetti più un “competitor” che un Hostis del Male.